Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

lunedì 6 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - nuova storia di una sirenetta parte 5

Erano quasi le sette di una mattina estiva rinfrescata dal vento leggero che veniva dal mare. Il dottor Bartolomeo andava a visitare il suo paziente nella casa sulla scogliera.
Come ogni giorno portava del latte e del pane fresco per poter fare colazione insieme a lui, dopo che gli avrebbe medicato la ferita. Lo faceva solo per introdurre il gesto della colazione, perché il suo paziente avrebbe potuto chiedere a chiunque di comprare per lui il pane e il latte, qualora ne avesse avuto bisogno.
Attraversò la piazza della darsena, il ponte di legno e gli ultimi, isolati, duecento metri di selciato tra la montagna e il mare. Quindi arrivò alla casa costruita sugli scogli.
Come da accordi presi, entrò senza bussare. In paese nessuno chiudeva la porta a chiave. Una volta entrato nella camera da letto, il dottor Bartolomeo ebbe un sussulto di spavento:
- Amedeo!
Il suo paziente era per terra, prono, abbastanza lontano dal letto. Vicino una sediola cappottata che, evidentemente, aveva perso l'equilibrio insieme a lui. Il dottore provò a immaginare la dinamica di ciò che doveva essere accaduto, senza riuscirci. Perché il suo paziente un motivo per ritrovarsi a terra, purtroppo, lo aveva; ma di regola la sua sedia no. La sedia aveva ancora tutte e quattro le sue gambe; ad Amedeo ne era rimasta una sola.
Il pensiero, tanto ironico quanto triste, fu breve. Il medico corse incontro al giovane e lo aiutò ad alzarsi; quindi, facendogli da stampella umana, lo condusse fino al letto.
- Sindrome da arto mancante? - gli domandò tra i denti. Era una domanda che non avrebbe voluto fargli, ma presto o tardi ne avrebbero dovuto parlare.
- Che cosa?
- Può capitare... succede a molti pazienti nella tua "condizione" - proseguì il medico imbarazzato: - Si ha l'impressione di avere ancora l'arto mancante. Per qualche momento se ne è convinti. Talvolta se ne prova anche dolore. Dolore fisico, intendo, dove ovviamente non può essercene ancora... - concluse tra i denti.
- Non è il mio caso - rispose secco Amedeo: - Non oggi, almeno. -
Il dottor Bartolomeo tacque e cominciò a disfare la fasciatura all'altezza di quello che una volta era stato il ginocchio di Amedeo. Sempre in silenzio pulì la ferita che, lentamente, cominciava a cicatrizzarsi.
- So che non può consolarti, ma sta guarendo bene. Hai la pelle dura, ragazzo - gli disse con il tono più sincero che riuscì a trovare, una volta finito il suo lavoro.
- C'era qualcuno stamattina, alla finestra - rispose invece Amedeo, guardando verso l'esterno.
- È per questo che sei caduto? Ti ha distratto? - gli domandò il medico.
- Già.
- Sei un personaggio importante, Amedeo. La tua storia qui la conoscono tutti, purtroppo. Se vuoi un consiglio da amico, comincerei a pensare di passare più tempo in città, fossi in te. Daresti di che parlare e soddisferesti quei curiosi che possono venire a disturbarti persino qui, a casa.
- Non era nessuno del paese.
- No. E tu cosa ne sai?
- Era una ragazza.
- Ti do una bella notizia: ci sono diverse ragazze in paese. E a molte di loro piacevi pure un po'. Certo, così sfacciate da venire a spiarti dalla finestra di casa tua, e a quest'ora, non è che me ne vengano in mente molte.
- Non era una ragazza del paese. Nemmeno sono così sicuro che si trattasse proprio di una ragazza, in effetti.
- Non sai più distinguere una femmina da un maschio, vuoi dirmi? Ti aiuto io: se aveva il seno, era una ragazza.
- Aveva il seno, sì - disse Amedeo, al quale il medico aveva strappato una risata.
Era un po' che Bartolomeo non lo vedeva ridere. Ne fu felice, perciò risero insieme.
- Mi era sembrata... una ragazza che conosco. Che ho conosciuto. Non è la prima volta che mi sembra di vederla però, da dopo l'incidente intendo.
- Perché dici che "ti sembra" di vederla? L'hai vista o non l'hai vista?
- Mi è sembrato di vederla! Diverse volte, ma sempre per pochi istanti. Come un miraggio, o un sogno... anche la mattina che mi avete trovato sulla spiaggia.
- Eri incosciente quando ti abbiamo recuperato.
- Prima che mi trovaste... Ricordo... Come se fosse stata lei a portarmi lì.
- Sai... capita di avere delle allucinazioni. È normale negli stati che seguono uno shock.
Il dottore lo squadrò premuroso:
- A questa ragazza, tu volevi bene?
- Decisamente.
- E non è del paese, dici.
- Non lo credo, no.
- E dov'è che l'hai conosciuta? Prima del tuo incidente, intendo: dove?
- Io... - Amedeo esitò: - Al mare. Sempre al mare.
Il medico parve meditarci sopra:
- Ne sei sicuro? Voglio dire, sei sicuro che questa ragazza tu l'abbia vista anche prima dell'incidente, sì?
- Certo che ne sono sicuro: ci ho parlato. Ricordo il suo nome.
- Come si chiama?
- Erin.
- Un nome molto poco comune. In effetti in paese non c'è nessuna ragazza che si chiami così: me ne ricorderei.
- Te l'ho detto! - sbuffò Amedeo.
Guardò fisso il dottore, che lo osservava vagamente condiscendente:
- So cosa pensi. Che si tratti di una specie di miraggio, che potrei avere creato involontariamente un ricordo fittizio dopo il naufragio... So che lo pensi: e ti ringrazio per la premura di non avermelo voluto dire. Ma questa ragazza esiste.
Bartolomeo annuì e alzò le mani; ma pure preferì volgere il capo altrove.
Amedeo se ne accorse e scelse di non aggiungere più nulla al riguardo.
- Allora; cosa mi hai portato per colazione?
I due mangiarono insieme un paio di fette a testa di pane imburrato. Sulla seconda, cedendo alla gola, aggiunsero anche del miele.
- E ricorda il mio consiglio - lo redarguì il dottore prima di congedarsi: - Fatti vedere in paese. Farà bene a te e a tutti quegli impiccioni zucche vuote. Se hai bisogno ti faccio venire a prendere con un carretto!
- Grazie Bartolomeo, ma non ce ne sarà bisogno.
Si salutarono sull'uscio e Amedeo chiuse la porta, rientrando in casa sorretto da una gruccia.
Bartolomeo riprese il selciato per il paese. Sul ponte di legno, però, avvertì chiaramente dei singhiozzi fitti. Si fermò, come a cercarne con più attenzione la provenienza, davanti e dietro a sé. Si irrigidì, tese le orecchie: i lamenti persistevano. Il medico si piegò leggermente su un lato tendendo la mano accanto all'orecchio e realizzò che quella nenia proveniva da sotto il ponte, dal canale.
Tornò indietro e scese le scale che portavano alla banchina inferiore.
Una ragazza, nuda, immersa per metà nel corso d'acqua, piangeva disperatamente con le mani sul viso.
Il dottor Bartolomeo le si avvicinò, stupito e preoccupato. Chiunque fosse, anche con le mani sul viso era ben sicuro di non conoscerla: non era una ragazza del paese, proprio no.
- Che cosa ti è successo? Permettimi di fare qualcosa per te, piccola.
Si tolse il cappotto, che vista la stagione sarebbe stato inutile ma che continuava a portarsi appresso onde evitare strani scherzi da parte dei venti mattutini delle sei cui la cura del suo paziente lo sottoponeva.
- Coraggio, prendi questo e copriti o ti prenderai un malanno - provò a incoraggiarla dolcemente.
- È tutta colpa mia. È colpa mia - pianse lei, invece.
- Di che cosa parli? È colpa tua cosa?
La ragazza guardò con dolore la scogliera che proseguiva fino alla casa di Amedeo.
Quindi si rivolse al dottore, con gli occhi che parevano due fontane e la voce rotta:
- Soffre tanto?
Il medico non capì immediatamente. Lei però si volse nuovamente verso la casa del suo paziente e a quel punto lui intuì:
- Chi, Amedeo?
Si piegò sulle punte dei piedi, a guardarla meglio:
- Lo conosci?
Lei si limitò ad annuire. Riprese a singhiozzare, nonostante gli sforzi evidenti per trattenersi.
- Non nel corpo - le rispose finalmente il medico: - La ferita va bene. Soffre nello spirito. Il che, probabilmente, è peggio. -
Con due dita in bocca, la giovane si mordicchiava le unghie nervosa:
- È colpa mia. È colpa mia - ripeteva ossessivamente.
- Tu non sei di qui, vero? - soggiunse il medico squadrandosela: - No, perché non ti ho mai vista prima... -
- Per favore, abbracciami... - lo implorò lei, prendendolo alla sprovvista.
- Ho tanto bisogno di un abbraccio - disse di nuovo allungando le braccia verso di lui.
Imbarazzato, Bartolomeo si poggiò del tutto con le ginocchia a terra e stese le palme verso la ragazza, che lo afferrò per gli avambracci e gli si sollevò contro.
Fu questione di un battito di ciglia e lo baciò con intensità sulle labbra. Il vecchio non fece nemmeno in tempo a imbarazzarsi che già dimenticava.
- Non devi ricordare... - sussurrò più a sé stessa che ad altri la sirena, prima di lasciare la presa e di tornare completamente nell'acqua, diretta verso il mare aperto.
Circa una decina di minuti dopo Bartolomeo si riebbe e tornò sulla strada di casa; ma come le altre volte riacquistò completamente la cognizione di sé solamente sulla porta della sua dimora.
- Bentornato, caro - lo accolse Carlotta, sua moglie.
- Grazie, tesoro - rispose lui ancora vagamente intontito.
- Ci hai messo di più, questa volta.
- Io... - tentò Bartolomeo cercando una risposta che non sapeva dare, essenzialmente perché non comprendeva la domanda.
- Perché, che ore sono? - si risolse infine.
- Le otto!
- Le otto... - ripeté lui. Non capiva davvero. Non era possibile che fossero le otto.
- Amedeo è caduto stamattina. Ho dovuto aiutarlo a rialzarsi.
Lo disse più a sé stesso che alla moglie. Provava a darsi una spiegazione dell'ora assurda che si era fatta andando a tentativi. Ragionava ad alta voce. Ma sapeva perfettamente che con Amedeo era stato poco più del solito, in fondo, e che da casa sua se ne era andato che mancavano più di venti minuti alle otto.
Si rese conto che non ricordava la strada percorsa, dalla casa al paese.
Il selciato, il ponte, la piazza della darsena... chi li aveva visti! Certo, si trattava di gesti e percorsi abitudinari fino alla pazzia, che gli uscivano dagli occhi addirittura. Ci poteva stare non vederli quasi, dopo tanti anni, mentre si camminava. Ci poteva stare. Non ci poteva stare non avere nemmeno il più insignificante ricordo della strada: una luce, un fiore, qualcuno che lo avesse salutato. Non ci poteva stare non ricordare nemmeno di avere camminato.
Carlotta si preoccupò un poco a vedere il marito così smarrito, con gli occhi perduti contro il muro bianco. Se lo prese vicino, lo abbracciò, gli diede un bacio. E lo guardò storto:
- Barti, perché le tue labbra sanno di acqua marina?
- Eh?
- Hai le labbra che sanno di sale, di acqua di mare - ribadì lei.
Suo marito la studiò con un'aria indefinibile.
Poi le domandò, con voce vacua ma serio, terribilmente serio:
- Perché le tue labbra non sanno di mare? 


Monet, La casetta del pescatore

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