Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

giovedì 16 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 9

--> Il dottor Bartolomeo poteva sembrare un ingenuo, ma non era stupido. Negli anni aveva sviluppato una sorta di dolcezza, di affezione alle cose della vita che non gli impediva di porsi domande problematiche ma che tuttavia gli permetteva di assorbire qualsiasi situazione con levità.
Carlotta lo aveva guardato ben strano dopo quella sua buffa domanda.
Perché le tue labbra non sanno di mare? Che diavolo di domanda era?
Il dottore era un uomo di scienza e si comportò come tale: applicò un metodo scientifico. Prese a segnare, su un taccuino, le varie ore della giornata e se sentiva sapore di sale sulle labbra. Domandò a Carlotta di fare altrettanto, di annotare ogni volta che lo baciava se i suoi baci sapessero di sale oppure no.
Sua moglie lo amava troppo per non prenderlo sul serio anche se, in effetti, questa di annotare ore e sapore dei baci che si scambiavano le mancava proprio! A ogni modo lo assecondò.
Dopo una settimana Bartolomeo incrociò i dati che aveva accumulato e ne dedusse qualcosa di inaspettato: i suoi baci avevano un vago retrogusto salino, a dire di sua moglie, solo ed esclusivamente la mattina presto e solo dopo che Bartolomeo era tornato dalla visita di Amedeo.
Il medico ci pensò su a lungo, finché non realizzò un'altra curiosa coincidenza: non ricordava mai la strada percorsa tra l'abitazione di quel paziente e l'uscio di casa sua. Mai.
Avere vuoti di memoria così non gli era mai capitato, tantomeno gli era mai capitato di avere vuoti di memoria così precisi e circostanziati.
Il dottor Bartolomeo poteva sembrare un ingenuo, ma non era stupido. E siccome era un uomo di scienza, si comportò come tale.
Non sapeva cosa succedesse mentre percorreva quella strada, ma il sapore del sale sulle sue labbra rimaneva. Quello non lo dimenticava, naturalmente, perché non si trattava di un ricordo, ma di un gusto. Di un gusto che a quanto pareva gli restava appiccicato per un po' sulle labbra. Il segreto stava nelle sue labbra.
Passò qualche giornata buona riflettendoci. La sintomatologia persisteva. Aveva smesso di parlarne con sua moglie, comunque, e per non farla preoccupare aveva scelto di non accennarle mai alla faccenda delle perdite di memoria.
Infine, giunse a una possibile soluzione: a una contromisura che poteva rivelarsi inutile e bizzarra ma che comunque valeva la pena tentare.
Se ne andò a dormire tutto soddisfatto di sé stesso e la mattina seguente non vedeva l'ora di uscire di casa. Visitò Amedeo con la solita perizia, ma fremeva all'idea di vedere cosa sarebbe successo sulla strada di casa.
- Bene. Devo avere smesso di farti pena se non porti più da fare la colazione insieme - gli disse il reduce di guerra al termine dell'usuale pulizia.
Bartolomeo lo guardò desolato: divorato come era dalla curiosità si era dimenticato di passare dal fornaio e di portarsi il latte da casa.
- Perdonami Amedeo: è che ho un altro appuntamento presto - improvvisò.
Poi, quando fu il momento di congedarsi, domandò al suo paziente se per caso avesse del coppale in casa. Amedeo gli rispose di sì e glielo indicò. Bartolomeo allora tirò fuori dal taschino della giacca un pennellino, lo intinse nel barattolo e, con immenso stupore di Amedeo, se lo passò lungo le labbra come un rossetto.
Terminata l'operazione, dovette avvinarsi velocemente alla finestra a sputacchiare fuori, disgustato.
Il giovane lo osservava con fare interrogativo, decisamente basito.
- Fa veramente schifo, lo sai?
- Non lo avrei mai detto... - rispose Amedeo tra i denti, imbarazzato.
- Non guardarmi così, fanciullo: è per un esperimento. Non ci sono limiti ai sacrifici che si fanno per la scienza. Ma adesso è proprio ora di andare. Non disturbarti ad accompagnarmi, la strada la conosco. A domani!
E come se avesse avuto un diavolo alle calcagna, si defilò.
Percorse con attenzione tutto il selciato senza notare niente di particolare. Raggiunse il ponte di legno. Non si stupì particolarmente nel sentire un singhiozzare addolorato: poteva essere l'indizio che cercava. Individuò la fonte del piagnucolio provenire da sotto il ponte; quindi tornò indietro, scese le scale e, proprio al di sotto dell'arcata, vide una ragazza piuttosto bellina, nuda, che se ne stava per metà immersa nel corso d'acqua che si univa al mare, piangendo sommessamente.
Erin, come tutti i giorni, gli domandò notizie di Amedeo.
Come tutti i giorni, Bartolomeo le raccontò come stava il suo paziente.
- Per favore, ho bisogno di essere abbracciata - gli disse Erin in lacrime.
Bartolomeo si avvicinò alla riva pensieroso, roso dai dubbi.
La ragazza, con un movimento fulmineo, lo prese per gli avambracci e si spinse a baciarlo sulle labbra.
- Ci siamo! - pensò il medico.
Quella, infatti, gli si allontanò quasi immediatamente, disgustata e troppo impegnata a sputare quel saporaccio di lacca per poter pensare da subito di doversene scappare via.
- Forse è arrivato il momento che mi racconti come stanno le cose, Erin.
Lei lo squadrò spaventata e ammutolita.
- Sì - continuò lui: - Conosco il tuo nome. E lo sai perché? Perché Amedeo mi ha parlato di te. Perché ti vuole bene, sciocca! Adesso, io non so niente di voi due, né quanto ci sia di vero nelle cose che lui crede di sapere di te. Però sono sicuro che noi due, invece, non ci vediamo oggi per la prima volta; non è così?
Erin deglutì senza rispondere. Bartolomeo la guardò con tenerezza e proseguì:
- Già. Vedi, io non so come abbia fatto a farmi dimenticare di te; ma intuisco che questa storia sta andando avanti da un po' ormai. Quindi credo, oltre ogni ragionevole dubbio, che anche tu tenga a lui. Allora perché continui a narcotizzarmi? Per avere il suo bollettino medico? Bambina... - le disse con voce mielata sporgendosi verso di lei:
- Hai idea di quanto lo renderesti felice se glielo domandassi di persona, come sta?
- Non posso - rispose finalmente lei, ma avvilita, trattenendo le lacrime.
- Come sarebbe a dire "non puoi"?
- Non posso. Non si può. Non merito il suo bene e lui si merita... di meglio. E poi è colpa mia se adesso è ridotto così.
- Dimmi la verità: sei stata tu a salvarlo dal naufragio, sì? Mi sono sempre domandato come avesse fatto ad arrivare fino a riva in quelle condizioni.
Lei fece cenno di sì con la testa.
- Ma allora lo vedi: come puoi dire di non meritarlo se gli hai salvato la vita?
- Perché è colpa mia! - esplose lei stridula: - lui ha partecipato a quella stupida guerra per colpa mia! Gli avevo promesso che sarei tornata alla cala e non l'ho fatto. E lui si è imbarcato nella speranza di... di non so cosa! Se avesse saputo subito, di certo non sarebbe mai partito.
- Erin, che cosa dici? Che cosa avrebbe dovuto sapere? Perché non dovresti meritarlo se gli vuoi tanto bene? Cosa c'è che non va in una ragazza carina e coraggiosa come te?
- Che non sono una ragazza, tanto per cominciare - sputò fuori lei, guardando il salmastro dell'acqua con odio. Quindi si poggiò alla banchina e fece emergere la sua maestosa pinna da sirena: lunga più di un metro, interamente ricoperta di brillanti squame verde smeraldo.
Bartolomeo si ritrovò con il sedere a terra per lo stupore.
- Poffarbacco... questa poi! 


Vittorio Corona - onda marina e sirene del mare


Nessun commento: