Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

martedì 21 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 10

--> Il Re del Mare si era davvero infuriato, quella volta. Non aveva creduto nemmeno per un istante che sua figlia avrebbe smesso di essere irragionevole, né che non avrebbe più sbirciato le navi degli umani. Ma, che diamine, almeno per un po' sperava avrebbe mantenuto un basso profilo! E cosa succedeva, invece? Che Erin prendeva e spariva immediatamente, per un altro giorno e un'altra notte interi!
Conosceva troppo bene sua figlia per non sapere che a interrogarla nuovamente non ci avrebbe cavato una perla da un'ostrica, perciò convocò alla sua corte i pesce-palla con cui Erin era solita giocare. Se un pesce-palla da solo è un gran vigliacco, un banco di pesce-palla può diventare un gran bel mucchio di vigliacchi chiacchieroni, qualora si abbiano i mezzi per sgonfiarli e tirargli fuori le cose. E lui, non per niente, era il Re del Mare.
Era assolutamente certo che avrebbe avuto di che risentirsi, ma gli atteggiamenti di Erin questa volta superavano ogni limite: mischiarsi agli umani che facevano il bagno in un golfo? Addirittura uscire in superficie a prendere il sole su uno scoglio e chiacchierare con uno di loro? Queste erano violazioni belle e buone alle sue regole, alla sua stessa autorità. E, cosa peggiore, il popolo del mare lo sapeva. Ne chiacchierava.
Insomma, era arrivato il momento di ristabilire il giusto ordine e di impartire una punizione esemplare.
Il Re Tritone pose la figlia ribelle sotto la sorveglianza di un piccolo granchio di sua fiducia che viveva a corte da sempre. Da questi apprese che i gabbiani con i quali Erin chiacchierava sempre raccontavano che il suo bel marinaio avrebbe presto preso il largo con vele non amiche.  Quindi attese, attese l'umano con cui Erin aveva parlato per regalargli venti contrari e onde da burrasca. Prese la direzione di Coracania in un battibaleno, con in mano il tridente delle grandi occasioni e gli occhi di corallo vermiglio: faceva paura quella notte.
Voleva la sua nave. Al momento propizio gli mandò contro le condizioni più avverse ed esultò quando la tempesta che stava preparando gli strappò le vele. Gioì nell’attimo in cui la palla di cannone della città gli infranse il timone.
Quando lo vide tuffarsi in mare in quelle condizioni comprese che ormai era condannato e soddisfatto della sua opera se ne andò via.
Erin piangeva e si contorceva tutta, rosa dai dubbi e dalla preoccupazione. Alla fine non resistette più:
- Sebastiano, fai come vuoi. Avvisa mio padre, se lo credi. Ma io nuoto comunque a salvare il mio umano.
L'anziano carapace scosse la testa rassegnato: aveva il cuore tenero, come tutti quelli della sua specie, e sapeva che se la figlia del Re del Mare si fosse intestardita lui non sarebbe stato in grado di impedirle un bel niente. La aveva vista muovere i primi colpi di pinna e cantare le prime canzoni, e le voleva sinceramente bene: no, non si sarebbe mai permesso di vederla soffrire a causa sua. Anche se questo significava non eseguire un ordine del suo sovrano.
Si aggrappò ai capelli della sirena e insieme nuotarono fino al golfo della battaglia navale.
Sebastiano consigliò Erin di emergere lontana, presso le sponde opposte dell'isola, e di domandare ai gabbiani sui quali suo padre non aveva potere di informarla circa l'evolversi del combattimento.
Quando finalmente le correnti marine smisero di ribollire come impazzite la sirena e il granchio seppero per certo che il Re Tritone aveva fatto ritorno a palazzo.
I gabbiani mantennero la parola e si precipitarono solerti, ma garrivano incomprensibili, isterici. Erin non ebbe bisogno di spiegazioni dettagliate per capire che c'era qualcosa di enorme che non andava, e si tuffò senza aspettare il povero Sebastiano.
Fece giusto in tempo a recuperarlo, Amedeo, mentre affondava come un sacco. Lui fece giusto in tempo a sorriderle prima di perdere i sensi.
Era ridotto in condizioni pietose. Perdeva molto sangue, aveva bisogno di cure che solo gli umani potevano dargli.
Lo riportò in superficie e caricatoselo sulle spalle nuotò radente il filo dell'acqua fino alla riva del suo paesello. Non le venne in mente un posto migliore e soprattutto aveva bisogno di sapere che sarebbe stato in buone mani. Lo lasciò sul molo e gli carezzò la fronte dolcemente. I suoi amici, i gabbiani, le erano venuti dietro.
Facevano al caso suo: con il baccano infernale che procuravano avrebbero svegliato mezzo paese. Avrebbero salvato Amedeo.
- Vegliate su di lui! Non abbandonatelo finché gli altri umani non se ne staranno occupando! - si raccomandò ai volatili prima di tornare negli abissi.
Le finestre delle abitazioni si illuminavano tutte.
La gente si affacciò alle finestre e scese per le stradine, domandandosi cosa mai facesse strillare i gabbiani a quella maniera. 


Claudio Malacarne - la voce del mare

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