Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

venerdì 24 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 11

--> Amedeo spense la luce e si versò un bicchiere di brandy. Il chiaro di luna che riflettendosi sul mare entrava da fuori la finestra bastava e avanzava a illuminare la piccola stanza.
Non era tornato alla caletta, dopo che il mare gli aveva restituito la tela rubata.
La fatica compiuta per ri-issarsi sugli scalini della scogliera lo aveva fatto crollare esausto, quella notte. Le mille domande e le delusioni lo avevano persuaso a starsene a casa le seguenti. Ma l'indomani ci sarebbe tornato, eccome. Lo aveva promesso, no?
Lo aveva promesso, sì.
A chi, non lo sapeva più. Probabilmente non lo aveva mai saputo davvero.
Fece per mandare giù l'ultimo sorso di acquavite insieme ai pensieri che gli turbavano l'umore. Se ne sarebbe andato a dormire.
Per poco, invece, non si strozzò.
Erin lo osservava affacciata sull'interno della stanza.
- Ciao Amedeo.
Lui deglutì rumorosamente. Nonostante si trovasse in controluce, non si poteva non vedere quanto fosse bella. E non si poteva non capire che era nuda. Lo guardava con quel sorriso strano di chi sta compiendo un passo particolarmente lungo e desidera apparire tranquillo, per darsi coraggio, ma che pure sta esplodendo dentro in tifone di emozioni troppo forti e troppo poco chiare.
- Tu non ti vesti mai? - le domandò Amedeo provando un'intonazione scanzonata.
- Volevo vedere come stavi - squittì invece lei.
- Bene - mentì lui: - sono in ottima forma - e per poco non perse l'equilibrio mentre lo diceva.
Trattennero entrambi un sorriso di circostanza.
- Non vai più a dipingere alla cala? - gli chiese con una nota di tristezza.
- Sì. Cioè, oggi non ci sono riuscito; ma domani sarei tornato.
- Capisco.
- E tu?
- Io c'ero. Quando... beh, lo sai.
- Perché non ti sei fatta vedere? Mi avrebbe fatto piacere.
- È... complicato.
- Capisco.
Un silenzio rarefatto si diffuse nell'ambiente, facendo mancare il fiato a tutti e due.
- Però mi devi spiegare una cosa...
Erin sollevò le sopracciglia attenta.
- Come hai fatto ad arrivare qui? Quella finestra dà sugli scogli, non la si raggiunge se non dal mare. Sei mica matta a nuotare a quest'ora?
- Io nuoto sempre.
- Sì, avevo capito che ti piacesse ma...
- Non hai capito.
Inspirò profondamente prima di esplodere:
- Amedeo, c'è una cosa che ti devo dire.
- Va bene.
- Prima però baciami. Abbracciami e baciami, ti prego: almeno una volta sola.
- D'accordo.
- Sì però... - scattò mentre lui cominciava ad avvicinarsi: - Ce la fai a venire con gli occhi chiusi?
Amedeo le rispose con un silenzio carico di curiosità.
- Per favore - insistette.
- Ce la faccio - le rispose lui.
Si avvicinò alla finestra claudicante e disorientato. Erin aveva steso una mano verso di lui, per poterne indirizzare gli ultimi passi.
Quando le sue dita gli sfiorarono il torace Amedeo le porse a sua volta la mano, a carezzarle il braccio. E con una naturalezza dolce da lasciare sbigottiti, ma pure fatta di esitazioni palpitanti, di quelle che mettono a repentaglio la stabilità di un cuore, fecero porto l'uno verso l'altro. Le labbra sembrarono avere trovato un ormeggio, le lingue si accarezzarono come due ancore che arrivano al fondale attutite e che sanno di non voler riprendere più alcuna rotta.
Le mani di Erin si depositarono ai fianchi di Amedeo e salirono quasi fin sotto le ascelle, a sostenerlo. Lui, con le sue, le accarezzò la nuca incastonando le dita sotto i capelli umidi.
Durò un'eternità comunque troppo breve.
Quando si separarono, Erin piangeva.
- Ecco perché... - si limitò a far uscire, strozzato, dalla gola.
Amedeo impiegò poco a capire ciò cui Erin si riferiva: la sua coda da sirena, piegata in due, le sventolava dietro la schiena, opacamente verde sotto i raggi della luna.
Amedeo la osservò frastornato, Erin trattene un singhiozzo.
- Che dire? Credo di averlo sempre saputo, che non eri una ragazza come le altre.
Si riebbe subito.
A Erin si illuminarono gli occhi, stupefatta dalla speranza impossibile che per un solo secondo le si affacciò alla mente.
- Non sei arrabbiato?
- No; perché dovrei?
- Non lo so. Perché ti ho mentito.
- Non sono arrabbiato Erin. E poi tu mi hai salvato: so che sei stata tu. Comunque la si metta, conoscerti è stata forse la cosa più importante della mia vita.
- Allora non ti faccio schifo? Mi vuoi sempre bene?
- Come il primo giorno.
- Anche se sono una sirena?
Amedeo le accarezzò la guancia. Erin spalancò un'espressione di gioia pura: era felice come una bambina; mai e poi mai avrebbe veramente sperato che le cose potessero andare così bene.
Solo un pensiero oscuro giunse a offuscarle il sorriso.
- Amedeo, mi dispiace così tanto per la tua gamba!
- Ne ho ancora una: sono più fortunato di altri, no?
- Amore mio - sospirò sporgendosi di più, a farsi accogliere tra le sue braccia:
- È colpa mia. Mio padre era furioso, mi aveva impedito di tornare. E ha scatenato la tempesta proprio perché non voleva che ci rivedessimo.
- Non mi sembra che questo ti abbia fermata, vero?
Erin lo baciò di nuovo. Era un bacio meno istintivo, dai confini più netti rispetto al primo. Quando si staccarono lei continuò a tenergli il viso tra le mani.
- Vieni via con me - gli sussurrò.
- Dove?
- Convincerò il Re del Mare: lui può darti una pinna come la mia. Lo costringerò a scegliere tra me e sé stesso. Così potremo vivere insieme sotto la superficie del mare, dove nessuno ci farà del male.
- No, Erin.
La sirena guardò il suo uomo con due occhi inaspettatamente sbarrati, a un tratto nuovamente tristi.
- Perché no, Amedeo? Vedo quanto soffri. Ti osservo tutti i giorni dalla notte che ti ho riportato a riva. Vedo la fatica che fai tutte le mattine per sollevarti. Vedo quanto stringi i denti mentre il tuo medico ti pulisce la cicatrice. Se diventassi un tritone... - non voleva dirlo, ma ormai vi era praticamente costretta: - se diventassi un tritone avresti una vita normale. Una vita nuova, ma normale. E ti sentiresti di nuovo intero.
Amedeo serrò le mascelle. Erin pensò che forse aveva esagerato. Amedeo le lesse sul viso la preoccupazione e sorridendone tornò a rilassarsi.
- Erin, ascolta: io sono più uomo adesso di quando ero intero.
Lei lo guardava senza capire.
- È vero: vivere su una gamba sola mi costa fatica, fisicamente. Ma quando guardo il mio moncherino, tutte le volte, penso al motivo per cui mi sono ridotto così. E so per certo che in un certo senso non ho perso un bel niente; semmai ci ho guadagnato.
- Amedeo, non ti seguo.
- Te lo spiego subito. Vedi, Erin, c'è un motivo molto chiaro se io non ho più una gamba.
Si prese un attimo di pausa prima di continuare.
- E il motivo è che ho rischiato. Per una volta nella mia vita ho rischiato qualcosa. E l'ho fatto per una serie di ragioni che sono più importanti addirittura della mia stessa vita. Ho rischiato per i marinai della mia nave, per salvare le loro vite. E facendolo ho dato un senso alla mia, di vita. Ma quando ho chiesto di partecipare a quella spedizione l'ho fatto anche, soprattutto, per te. Ho preso il largo perché stavo cercando te. Perché non trovandoti più non aveva più senso niente di ciò che facevo e perché non avevano senso i quadri che dipingevo. E adesso tu sei qui, a dimostrarmi che ha avuto senso rischiare. Che in qualche modo ti ho trovata. Quando penso alla gamba che non ho più mi rendo conto che comunque ha avuto senso rischiare. E che nulla di ciò che ho fatto ha avuto un senso, prima che rischiassi tanto. Perché mi ha costretto a credere in qualcosa, perché mi sta portando adesso a dirti che ti amo anche se sei una sirena. Perché sto vivendo questo istante. E allora capisco che una gamba in meno vale bene il prezzo di tutto questo. E che non tornerei indietro per tutto l'oro e per tutte le gambe del mondo. Riesci a capirlo, Erin?
Lo capiva, certo. Erano parole che stimolavano dolcezze e si rendeva conto di amarlo anche perché le stava pronunciando. Perché capiva che gli costava fatica pronunciarle, anche se sembrava sereno. 


Van Gogh - notte stellata sul Rodano

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