Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

domenica 26 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 12 + epilogo

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- Voglio rischiare anche io, Amedeo.
- Che cosa vuoi dire, Erin?
- Forse c'è un modo... forse posso diventare io umana e capire veramente la vita come la racconti tu.
- Puoi veramente farlo? Tu rinunceresti a essere una sirena?
- Lo desidero con tutto il cuore. Ma ci sono dei rischi.
- Quali rischi, Erin?
La sirena non rispose.
- Mi ci vorrà una notte intera. Domani sera non andare alla cala oltre la scogliera. Verrai a cercarmi lì dopodomani mattina. Devi fidarti di me.
- Come potrei non fidarmi di te? Solo vorrei sapere...
- È meglio di no. Io non sapevo davvero dei rischi che hai corso tu; potevo solamente intuirli. Deve essere lo stesso per te. Prometti che rispetterai il mio desiderio.
- Te lo prometto Erin.
- E io ti prometto che ci vedremo dopodomani mattina allora.
Erin aveva capito fin troppo bene.
Accettare un rischio non è un gesto del cuore. È un atto della volontà, del raziocinio, cui il cuore si lega. Dà senso alle cose, ma non ne avrebbe da solo, come puro istinto. Non poteva essere qualcosa di inspiegabile e improvviso, e non poteva trattarsi di una magia: proprio come per i colori con l'acqua di mare. Non si poteva pretendere da subito. Ci voleva tempo: il tempo necessario a ottenere la giusta mistura.
A capire dove sta davvero il disavanzo e dove invece inizia il guadagno. E forse aveva ragione, il guadagno maggiore cui si potesse ambire era la speranza di poter essere più di sé stessi. La speranza di essere più d'uno solo e di diventare due.
Al tramonto del giorno dopo si recò alla caletta oltre la scogliera.
Strisciò appena oltre il bagnasciuga e si riversò sulla sabbia calda. Quindi cominciò a scavare una buca: quando la reputò abbastanza profonda ci infilò dentro la sua coda. Poi la ricoprì completamente. E si sdraiò supina, ad aspettare l'alzarsi della marea.
Era un rischio, un atto della volontà che il suo cuore avvalorava: rinunciava a essere una sirena seppellendo la sua coda. Il mare, avanzando durante la notte, la avrebbe lasciata con il busto interamente sommerso.
Al termine della notte, se la sua volontà era veramente salda e se ciò era davvero quanto il suo cuore desiderava, si sarebbe ritrovata con due gambe al posto della sua unica pinna.
Il rischio c'era, e lo sapeva bene, perché se avesse funzionato sarebbe stata improvvisamente umana: con le gambe bloccate dal fondale e sotto forse anche un paio di metri d'acqua di mare.
Ci devo credere, si diceva, altrimenti non saprò mai dare un corretto significato alla parola "amore".

Ma senza conoscerlo, questo significato, che senso avrebbe mai vivere?
Grazie Amedeo, grazie per avermelo fatto capire.
Adesso sono tua più di prima, più di qualsiasi promessa pronunciata al tramonto.
La marea comincia ad alzarsi e sarà la fifa, ma per la prima volta l'acqua in cui sono nata mi sembra fredda. So che avrei paura di doverci tornare.
Mi è chiaro perché tu hai avuto bisogno di rischiare tanto, perché non potevi fingere oltre di vivere come avevi finto fino a quel momento.
Amedeo, questo mare non mi appartiene più e dubito mi sia mai appartenuto.
Forse non ci appartiene proprio un bel niente in realtà.
Forse possiamo unicamente scegliere di appartenere noi a qualcosa.
E allora io appartengo a te, al tuo cuore; e posso dirlo perché so che il tuo cuore tu hai deciso che appartenesse a me. E prima non lo sapevo, non sapevo di averlo avuto tra le mani. Non sapevo cosa volesse dire. Non potevo saperlo.
Adesso mi è chiaro: domani mattina lo avrò dimenticato?
La marea è salita, l'aria della notte non può più sfiorarmi ma riesco ancora a vedere la luna. È sbiadita da qui sotto. A un tratto gli occhi mi bruciano. Strano, non era mai successo. È così rinunciare a qualcosa? Cambiano sempre così drasticamente le contingenze che abbiamo con il mondo? Mi sta bene rinunciare, mi sta bene che gli occhi mi brucino se è utile a rivedere i tuoi, se è utile affinché possa essere guardata ancora da te come mi hai guardata da quella prima volta in poi.
Non respiro più. L'acqua salata mi scende nella gola. Anche questo brucia. Potrei scuotere la pinna e liberarmi: è forte e ne sarebbe capace. Ma non la sento più.
Comincio a vedere nero. Un'ombra sta coprendo la luna. Non mi arriva più la luce.
È così morire?
Sento due mani morbide che mi afferrano, che si chiudono dietro le mie scapole.
Sento che mi tirano su, in superficie.
Scopro quanta soddisfazione dia il respirare dopo un po' che non ci si riusciva. 

- Che cosa allora, piedi o pinna? - domandò Erin stanca, con la fronte premuta contro il petto di Amedeo e gli occhi chiusi e la paura di riaprirli.
- Noi due!

***

La mattina seguente il dottor Bartolomeo si recò come tutte le altre mattine alla casa sulla scogliera.
Ma Amedeo non c'era.
Il medico lo cercò ovunque, preoccupato, ma invano.
Corse in paese a chiedere aiuto.
Perlustrarono ogni dove, ma del figlio dell'ambasciatore non vi era segno alcuno.
L'unico indizio disponibile: una doppia fila di impronte, che dalla cala nascosta si dirigevano verso gli scalini della scogliera. Delle due tracce, una apparteneva a due piedi piccoli, probabilmente di ragazza. L'altra testimoniava il passaggio di un piede solo, accompagnato da una gruccia che scendeva a fondo nella sabbia.
Perlustrando la spiaggia, con la bassa marea, si accorsero di uno strano relitto: una lunga pinna di pesce, acefala, semi-seppellita e in stato di decomposizione.
Ma quando un'onda più forte delle altre riuscì a bagnarla tutta, le squame verdi che ne rimanevano si sciolsero in spuma di mare e scomparirono.
Più tardi, al molo, qualcuno si rese conto che delle barche a vela ormeggiate ne mancava una. 

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