Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

martedì 7 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 6

--> Amedeo seguì il suggerimento del dottore. Verso la metà della mattinata imbracciò la gruccia che Bartolomeo gli aveva prontamente preparato e, per la prima volta, le fece tastare il terreno fuori dalla casa sugli scogli. Come aveva immaginato, nonostante avesse già imparato a muoversi piuttosto agevolmente tra le mura domestiche, camminare all'aperto nella sua nuova condizione era un'altra cosa. Il selciato appena umido alterava un poco la stabilità dei suoi movimenti e lo faceva faticare più di quanto non avrebbe creduto. Superato il ponte, però, il più era fatto.
La piazza della darsena a quell'ora era piena di gente e Amedeo ne avvertì tutti gli sguardi addosso. Tutti sguardi schivi, nascosti tra le pieghe delle bandane e dei gesti apparentemente casuali di braccia che salivano incontro alla fronte per asciugare gocce di sudore. Ma comunque attenti e presenti e tastabili. Anche senza il bisogno di incrociarli.
Si diresse verso il bar di Andrea, dove gli avventori erano alcuni pescatori che sorseggiavano il caffè e un gruppo di vecchi che giocava a carte. Con la grazia che riusciva a permettersi, si sedette a un tavolo.
Il proprietario del locale gli venne incontro.
- Amedeo! Cosa posso fare per te?
Tentava, goffamente, di sembrare naturale. Amedeo non ricordava gli avesse mai dato del tu, tanto per cominciare. Perciò tentò di metterlo a suo agio:
- Potresti portarmi un panino e una birra.
- Un panino e una birra, certo.
- E un'altra cosa, se posso permettermi.
- Ma certo. Dimmi pure.
- Tuo figlio ha da fare?
Il barista rispose, preso alla sprovvista:
- Fabrizio? Sta con me al banco, perché?
- Se me lo puoi prestare per un po', avrei un lavoretto per lui. Ovviamente gli darò qualcosa per il disturbo.
- Certo, certo. Figurati, Amedeo. Te lo chiamo subito.
Pochi minuti dopo Fabrizio, il dodicenne figliolo del barista sulla piazza della darsena, stava sull'attenti come un soldatino con il suo generale davanti ad Amedeo, pronto a riceverne gli ordini.
Amedeo lo mandò alla casa sugli scogli, a recuperare i suoi attrezzi da lavoro: il cavalletto, un paio di tele, la tavolozza dei colori e l'astuccio dei pennelli. Poi lo inviò dal falegname con il disegno di un progettino: desiderava uno sgabello, leggero e pieghevole, da potersi portare in giro.
- È tutto? - chiese Fabrizio.
- Per ora. Solo per ora - gli rispose Amedeo porgendogli una banconota.
- Ma avrò bisogno ancora di te, quindi rimani nei paraggi. E ricordati di dire al falegname che lo sgabello pieghevole è per me.
Fabrizio si congedò e filò via a eseguire.
Amedeo prese il cavalletto e lo regolò all'altezza che gli serviva. Senza muoversi dalla sedia al tavolo del bar, posizionò una tela e cominciò a dipingere i vecchi che continuavano a giocare qualche metro più in là, apparentemente impegnati nella partita a carte e nei fatti propri.
Un paio d'ore più tardi, quando il disegno era praticamente concluso, Fabrizio tornò trionfante con lo sgabello che Amedeo aveva commissionato.
- Posso fare altro?
- Devi.
Amedeo staccò la tela conclusa dal suo appoggio e, indicando il tutto al ragazzo, gli ordinò di recarsi da Rosario, l'artigiano tuttofare, e di farsi confezionare uno zaino agevole da trasportare e che potesse contenere tutta quella roba: il cavalletto, lo sgabello, gli astucci, la tavolozza e le tele.
- Digli sempre che è per me. Spiegagli che devo potermi portare appresso questa roba da solo, con la stampella.
Fabrizio sollevò un sopracciglio:
- È sicuro che le occorra? Potrei portargliele io queste cose da casa, ogni volta che desidera!
Amedeo sorrise:
- Sei gentile, ma voglio poter fare da me. Tu vai e fai come ti ho detto.
Nel pomeriggio inoltrato Fabrizio tornò con quanto gli era stato richiesto e a ridosso del tramonto, con lo zaino nuovo comodamente caricato sulle spalle, Amedeo raggiungeva la caletta nascosta appena oltre la scogliera.
A dispetto del corrimano in metallo saldamente piantato negli scalini di roccia, che si rivelò più che mai indispensabile, raggiungere la sabbia fu un'impresa titanica.
Si sarebbe abituato anche a questo, pensò. Ci si abitua a tutto, si ripeteva.
Imbracciata nuovamente la stampella, che mentre scendeva per il sentiero tra gli scogli aveva dovuto assicurare allo zaino, il giovane cominciò ad avanzare lungo il filo del bagnasciuga. Trovato un punto che gli piacque si scrollò di dosso lo zaino, ne sfilò fuori lo sgabellino e lo posizionò sulla sabbia morbida. Quindi ci si poggiò sopra e, comodamente, prese a montare cavalletto e tela. Soddisfatto, si tolse lo stivale e stese il suo unico piede a godere della risacca. Dal naufragio, quella era la prima volta che risentiva sulla pelle l'acqua di mare. Chissà come sarebbe stato nuotare, e se ci sarebbe riuscito, finì per domandarsi.
Con uno sgrullone del capo cacciò via il pensiero, prematuro e in quanto tale acerbo, ancora troppo acerbo, e tirato fuori un pennellino lo puntò verso terra, aspettando l'onda che ne avrebbe ammorbidito le setole.
Prese a dipingere l'orizzonte mentre si inghiottiva il sole.
Prestò particolare attenzione al cielo, alle sue mille sfumature così diverse che si confondevano l'una nell'altra, in soluzione di continuità. E che, pure, mantenevano tutte il proprio carattere. Bastava avere l'occhio per carpirlo e la mano addomesticata per domarlo, per ricondurlo a sfumatura.
L'astro rosso fiammeggiante era quasi scomparso totalmente quando Amedeo avvertì a ridosso della nuca una sensazione stranissima, di dolce ma impronosticabile deja vù. Come se qualcuno lo stesse osservando.
Era già accaduto. Lo ricordava bene.
Con uno scatto istintivo si volse verso la barriera degli scogli che dava a ponente.
Rapidamente, troppo rapidamente per non smarrire l'equilibrio.
Cadde. E cadendo, finì per far crollare anche il cavalletto con sopra ciò che stava finendo di dipingere.
La marea, nel frattempo, era salita un poco e dunque le lievi onde che andavano a spiaggiarsi avevano una potenza ben più chiara di quando non fosse arrivato. Quelle onde, con una spavalderia non da poco, presero a trascinargli via la tela - per il cavalletto, fortunatamente, non ne avevano la forza.
Amedeo fece per rialzarsi, dimenticando che l'estremità di una gamba non la aveva più, e si ritrovò una seconda volta a mangiare la sabbia, lì dove era naturalmente più limacciosa. Un'altra onda gli arrivò sul viso come uno scherzo di cattivo gusto e per qualche istante Amedeo fu costretto a sputacchiare l'acqua salina che involontariamente aveva ingoiato.
Quando riuscì finalmente a piazzarsi sulle ginocchia, dovette riconoscere che la tela ormai era perduta.
Attorno a lui non vi era nessuno.
Ferito nell'orgoglio, cominciò a raccogliere la sua roba. Si ricaricò lo zaino e con una certa fatica si riassestò in piedi insieme alla stampella. Come una fiera umiliata, si diresse con la coda tra le gambe verso la scala nella scogliera. L'aveva quasi raggiunta, preparato allo sforzo che avrebbe dovuto compiere per tornarci sopra, quando il vento fischiò appena e davanti a lui, come lo schizzo di un'onda, piovve il supportino con la tela che il mare gli aveva poc'anzi rapito.
Guardò fulmineo verso il mare, una frazione di secondo dopo aver sentito lo schiaffo di qualcosa che si tuffava sotto la superficie.
Avrebbe anche potuto trattarsi di una risacca particolarmente rumorosa.
Avrebbe potuto.
Ma la tela che stava nuovamente ai suoi piedi suggeriva diversamente.
Amedeo continuò a osservare il mare; la sua implacabile solidità.
Passò del tempo prima che si accorgesse davvero quanto le palpebre gli si erano gonfiate e che aveva cominciato a piangere.





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