Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

giovedì 9 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 8

--> Erin non tornò il giorno dopo, e nemmeno il giorno dopo ancora.
Amedeo passò diversi tramonti ad attenderla inutilmente alla cala nascosta.
Continuava a recarvisi, ma con il passare del tempo si conservò solo il gesto, l'abitudine. Svuotata da ogni speranza, da ogni pretesa.
Niente gli toglieva dalla testa che la ragazza della scogliera fosse la stessa che aveva visto, per un secondo, dall'oblò della nave mentre faceva vela verso Cresa.
Si rendeva conto di quanto fosse folle questa convinzione, eppure non poteva fare a meno di crederci. Anzi; l'aurea assurdamente irreale che circondava quella giovane e i loro pochi incontri, gli sguardi contati e le parole misurate contribuivano a farlo sprofondare dentro un vortice di sensazioni affatto chiare e pure così avvolgenti che con non poche difficoltà gli riusciva di pensare ad altro.
Ad altro, tuttavia, fu costretto presto a pensare: la vicina isola di Coracania aveva preso ad applicare dazi doganali molto vantaggiosi a quanti vi facevano porto.
Questa mossa del piccolo governo isolano, naturalmente, squilibrò e non poco gli assetti commerciali di tutta la zona, perché Coracania si trovava in una posizione tatticamente vantaggiosa, lontana dalle coste ma equidistante da tutti i grandi porti della riviera. Chi voleva commerciare con il continente fu presto allettato dalla possibilità di trattare in maniera privilegiata con i Coracaniesi anziché con l'entroterra.
Il governatore della regione intimò all'isola di rivedere le sue più recenti posizioni, ma non ricevette mai risposta.
Non si poteva arrivare che a una risoluzione e attorno a Coracania fu imposto un blocco navale totale. Tutti i giovani uomini vennero richiamati sotto le armi e imbarcati sulle navi da guerra dell'alleanza delle città portuali.
Il padre di Amedeo utilizzò tutta la sua influenza di modo che il figlio non venisse arruolato. Il ragazzo, però, scandalizzò il suo vecchio richiedendo, e ottenendo, di partecipare all'impresa in qualità di comandante e armatore di una nave della sua compagnia di spedizioni. L'ambasciatore non riusciva a capire: Amedeo non aveva mai manifestato uno spirito particolarmente patriottico; non era mai stato una testa calda, tutt'altro; aveva sempre fatto di tutto per rifuggire gli impegni ufficiali e la mondanità, tant'è che aveva eletto lo sconosciuto paesino di Cresa come alcova della sua vita riservata e dei suoi occhi da sognatore.
Era una decisione incomprensibile per chiunque.
Per chiunque non conoscesse il desiderio, la fame, la smania che Amedeo provava in quei giorni di mare. Di ritrovarsi in mare. Di ritrovarla in mare.
Non aveva senso; per questo era l'unica cosa che poteva avere un po' di senso.
Lo inserirono nella flotta come forza riservista. Amedeo fu un comandante dimesso ma premuroso nei confronti degli uomini che gli affidarono. Non prese particolari iniziative, seguì alla lettera ogni direttiva del comando unificato e quando fu il momento di stringere il blocco attorno alla cittadina di mare fortificata non si tirò indietro, nonostante la sua posizione comunque privilegiata glielo avrebbe consentito.
L'ordine di avvicinarsi e di cominciare i primi cannoneggiamenti fu dato per una sera. Il cielo era privo di stelle, tirava un australe da far rabbrividire anche i lupi di mare più esperti e le onde scuotevano con prepotenza le chiglie delle imbarcazioni facendole ballare come su una giostra.
Amedeo stava scendendo preoccupato dal ponte di comando, concentrato sulle decine di luci tremolanti del porto di Coracania. Un marinaio, intento a fissare una paratia, mormorò:
- Vento contrario e mare che promette solo guai: il vecchio Re Tritone deve essere proprio di pessimo umore stanotte.
Il suo comandante gli rivolse uno sguardo curioso:
- Il Re Tritone?
- Certo ragazzo - si intromise il secondo ufficiale, un uomo già attempato sulla cinquantina, con diverse leghe di navigazione alle spalle.
Era il marinaio più esperto tra quelli che gli erano stati assegnati e un ottimo soldato: Amedeo soprassedeva sul fatto che lui solo gli si rivolgesse senza chiamarlo "capitano" o "comandante".
- ... il re di tutti i mari - continuò quello: - il signore dei venti e delle onde. Tutti i veri marinai ne hanno sentito parlare e lo rispettano. Vive in una città sottomarina, completamente diversa da qualsiasi altra cosa tu abbia mai visto o immaginato. La sua corte è formata da ippocampi grossi come puledri di terra e da crostacei che hanno le dimensioni di uno scoglio.
- Il re di tutti i mari... - ripeté Amedeo, senza riuscire a sorriderne: - E c'è un modo per ottenere la sua benedizione?
- Sinceramente? - fece il secondo ufficiale sornione: - Più che essere protetto dal Re del mare, ragazzo, pregherei di non finire mai sulla sua lista nera. Il cielo protegga la nave di chi se lo inimica...
Con le superstizioni dell'equipaggio aveva decisamente fatto il pieno. Senza dire una parola, si congedò dai due uomini. Poco dopo, uno scampanellio sordo attirò l'attenzione di tutti. Proveniva dalla nave più vicina.
Si trattava del segnale concordato. Amedeo fece accendere i segnalatori luminosi, pronti a ricevere gli ordini che dall'ammiraglia si diramavano a tutta la flotta.
Il responso non tardò ad arrivare, e stupì tutti. Il comando supremo aveva deciso infine per una manovra a tenaglia che avrebbe dovuto dividere la potenza di fuoco delle fortificazioni mentre le forze dell'alleanza continentale si sarebbero concentrate a colpire le navi dei Coracaniesi ormeggiate al porto. Una decisione improvvisa e totalmente diversa dal piano di battaglia originario.
Era una follia: era chiara l'intenzione dei nemici di non cercare lo scontro navale, e con quel tempaccio, quando potevano tranquillamente difendersi dalla città.
Era una follia che esponeva inutilmente le forze riserviste ai cannoni ben protetti dalle mura di Coracania. Sarebbe stato un massacro inutile.
Lo intuivano i soldati, lo sapeva Amedeo, lo sapeva il secondo ufficiale che lo guardò di sottecchi, preoccupato:
- Cosa facciamo, signor Capitano?
Amedeo tirò un sorriso di circostanza: era il momento di ballare, il tempo dei giochi era concluso e il fatto che il suo secondo ufficiale lo apostrofasse come avrebbe sempre dovuto stava lì a sottolinearlo.
- Andiamo a fare un po' di musica, signor Fani. Dia l'ordine al timoniere di cominciare la manovra. Prepariamo i nostri strumenti per l'orchestra. E ricordi ai ragazzi che a un concerto ci si va vestiti bene.
La nave di Amedeo era ancorata tra le più esterne sul versante occidentale della formazione; dunque sarebbe stata una delle prime ad avvicinarsi alla terraferma e avrebbe avuto, essenzialmente, il compito di fornire fuoco di copertura alle omologhe provenienti dal versante orientale, deputate principalmente a colpire i bersagli in porto dei Coracaniesi.
Amedeo non poté fare a meno di domandarsi se sarebbe più tornato alla cala nascosta e se avrebbe più rivisto Erin. Un fulmine illuminò la notte e un tuono cancellò lo spazio concesso a qualsiasi altro pensiero che non riguardasse la battaglia.
Le imbarcazioni cominciarono le manovre come da segnali ricevuti. Coracania non restò certo alla finestra e sfruttando il vantaggio della posizione elevata anticipò il fuoco degli assedianti. Le prime navi alleate riportarono subito danni ingenti e non riuscirono a stabilire l'offensiva come sperato. I cannoni di Coracania sfruttarono quella prima titubanza per concentrarsi sui vascelli che dovevano occuparsi del porto.
Così non andava. Una palla fischiò più poderosa e sfiorò il bompresso della nave di Amedeo. Erano stati mancati!
- Signor Fani, tutti i cannoni sono armati?
- Tutti, signor capitano.
- Anche la batteria di tribordo?
- Anche quella, signor capitano.
- Faccia ammainare il trinchetto e la maestra e dia l'ordine di fare fuoco!
Il secondo ufficiale esitò appena.
- Sì signor capitano.
- E signor Fani, che gli uomini siano pronti a ri-issare le vele al mio segnale!
Il signor Fani allora comprese: avevano il vento contrario... ma certo!
- Devo mandare qualcuno anche all'argano di tribordo, capitano?
- Sarebbe molto apprezzato, signor Fani.
Quel ragazzo non sapeva nulla di guerra, ma l'inventiva non gli mancava davvero.
- Chiaro come la luce di questi lampi, signor capitano!
Avvenne tutto piuttosto rapidamente.
I cannoni di babordo sputarono fuoco e alcuni colpirono in pieno le mura fortificate di Coracania, facendole tremare. Le cime che fissavano le vele vennero immediatamente sciolte e le vele precipitarono sul ponte ma i marinai restarono in posizione, pronti a farle risalire come comandato.
Amedeo fece calare l'ancora di tribordo. La nave si avvitò su sé stessa, cogliendo di sorpresa sia gli alleati che i nemici, che infatti si trovarono a perdere tutta una scarica di colpi, sparandoli a vuoto.
La quadra e il trinchetto furono ri-issati e l'imbarcazione, a questo punto con il vento a favore, prese una rotta inversa rispetto a quella appena compiuta. Amedeo allora ordinò il fuoco dei cannoni di tribordo. Un pezzo delle mura di Coracania franò. Gli uomini esultarono. Il timoniere faticò e non poco nel far virare la nave per immetterla nuovamente secondo l'ordine di attacco stabilito.
Ma ormai l'attacco era andato oltre ogni più rosea aspettativa. Altro che fuoco di copertura, come nelle intenzioni del comando centrale: grazie alla pensata di Amedeo, l'indomani prendere la città sarebbe stato fin troppo semplice. Con le mura ormai compromesse sarebbe bastato agli assediati vedere alla luce del sole lo zoccolo duro della flotta nemica per desistere da ogni tentativo di resistenza.
Gli uomini finirono di levare nuovamente l'ancora di tribordo che tanto gli era stata preziosa.
La nave di Amedeo stava per concludere la sua manovra quando, oltre la metà della virata, il vento si infranse contro il taglio della vela maestra, squarciandola.
Era un rischio calcolato, pensò il secondo ufficiale.
Ciò che non era calcolato, però, era che un colpo nemico prendesse in pieno il timone. Ancora qualche metro e sarebbe stato un buco nell'acqua: invece lo distrusse. La nave non era più governabile e, peggio, puntava inderogabile il porto di Coracania, in eventuale rotta di collisione con le traiettorie alleate che provenivano da oriente.
- Signor Fani! Faccia sciogliere le paratie e che gli uomini non si preoccupino di abbandonare le vele sul ponte. Dobbiamo rallentare questa maledetta!
- Signorsì capitano.
- E suoni la campana: pronti ad abbandonare la nave!
L'equipaggio eseguì rapidamente, nonostante tutto. Il fuoco nemico ovviamente si stava concentrando su di loro, sempre più assurdamente vicini alla costa. Le scialuppe vennero calate sul solo lato di tribordo.
- Signor Fani.
- Signor capitano?
- Abbia cura di sé - disse Amedeo al suo secondo ufficiale mentre questi saliva sull'ultima scialuppa.
Lui sbarrò gli occhi preoccupato: - Lei non viene, signor capitano? -
Amedeo gli sorrise triste:
- Devo assicurarmi che questa vecchia carcassa non sia d'intralcio per le altre navi della flotta. Farò in modo che superi la loro traiettoria, oppure getterò le ancore prima.
Il secondo ufficiale tacque: doveva essere così e lo sapeva.
- È stato un onore, signor Capitano.
- Vento in poppa a lei, signor Fani.
I due uomini si congedarono. Amedeo si avvicinò al bompresso. Tentò, per quanto possibile, di ripararsi dalle palle di cannone che ormai gli fischiavano incessantemente tutto intorno dietro l'albero di trinchetto.
Doveva resistere ancora un altro poco. Vedere se riusciva a superare lo sbarramento della flotta che continuava a colpire il porto. In caso, gettare le ancore prima.
Il suo ruolo stava diventando troppo importante: con quella manovra apparentemente inconcepibile, suicida, era diventato un oggetto terrificante e impazzito per i suoi nemici che confusi gli indirizzavano una buona parte del fuoco altrimenti destinabile agli assedianti del porto.
Quando gli fu chiaro che procedendo avrebbe davvero finito per speronare una nave della flotta, Amedeo si decise. Scattò fulmineo a gettare l'ancora di tribordo: sciolse l'argano e il pesante supporto da ormeggio si inabissò. Soddisfatto, corse verso l'ancora a babordo. Una palla franò sul cassero, pochi passi davanti a lui. Una pioggia di schegge esplose in tutte le direzioni, graffiandolo per tutto il corpo. Amedeo strillò di dolore. Un frammento grande come una mano gli si era conficcato nella gamba sinistra, sbriciolandogli il ginocchio. Inciampò nella crepa che si era formata tra le assi. La nave, incontrollabile, stava girando lentamente su sé stessa.
Con uno sforzo supremo Amedeo si trasse fuori da quella trappola mortale, ma non aveva certo la forza di rialzarsi in piedi.
Strisciando raggiunse anche il secondo argano, vi si arrampicò fino in cima, ne fece scattare il meccanismo e fissò così definitivamente la sua nave al fondo del mare. A breve ci sarebbe finita per intero. Gli fischiavano le orecchie, forse sanguinavano. Con fatica, mentre intorno a lui era sempre più un inferno, tornò strisciando alla murata di tribordo.
Non avrebbe mai saputo dire quanto tempo ci impiegò, se minuti od ore.
Ormai la nave veniva bombardata ripetutamente, con facilità.
Per un colpo di fortuna, trovò sulla sua strada una piccola botte che doveva contere della pece, o forse un lucido per il legno. Facendo leva sulla forza della disperazione, Amedeo la sollevò e la gettò tra i flutti. Quindi si issò sulla murata e si lasciò cadere. L'acqua era ghiacciata, e in qualche modo gli attenuò per un poco il dolore della ferita.
Per un poco, perché successivamente tornò, e più intenso di prima: tanto che quando giunse davvero al cervello gli impedì di pensare, più violento e torbido della peggiore ubriacatura. Le onde erano alte e lo sommergevano continuamente: con la gamba trafitta così era impossibile restare a galla. Cominciò ad andare a fondo, il corpo come trafitto da mille aghi. Fece in tempo a ricordare un'ultima volta il viso di Erin, mentre la dipingeva alla cala. La ricordò tra gli scogli, e prima ancora mentre faceva il bagno al largo, e mentre lo spiava da fuori lo scafo del vascello che lo portava a Cresa.
Continuò a vederne l’espressione mentre lo guardava, mentre non aveva occhi che per lui; ma a un tratto non aveva più lo sguardo dolce della sera in cui la ritraeva. Lo guardava spaventata, piena d'angoscia.
La vide senza rendersene conto, senza riuscire a non sorriderne. E si perse nei suoi occhi preoccupati, senza sapere se la stava ricordando, se la stava immaginando, o se il cielo gli stava concedendo il miracolo di vederla davvero un'ultima volta, prima di affogare felice e moribondo. 

Leonid Afremov - paesaggi d'autunno
 

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