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venerdì 30 ottobre 2020

Letter to you: nel nuovo disco, Springsteen contro Trump

 

La cosa più meravigliosa di Letter to you è che si tratta di un album che risponde a delle domande. Domande che Bruce Springsteen si pone da sempre; e domande che invece il Boss si poneva da tredici anni. Non è possibile infatti capire davvero questo disco se non facciamo cinque distinti salti indietro nel tempo.

Ottobre 2007, esce Magic: un album completo, una bella sintesi di tutte le tematiche che il Boss ha sempre affrontato. Dalle parentesi rabbiose alle immagini delicate, dai canti corali di impegno ai richiami rivolti a un’America refrattaria e appiattita. Eravamo agli sgoccioli dell’ultima presidenza Bush.

Gennaio 2009, è il turno di Working on a dream: un lavoro più leggero, la cui title track era stata lanciata alcuni mesi prima in supporto della campagna presidenziale di Barack Obama. Era un momento di grandi speranze e (si credeva) di passaggi epocali.

Marzo 2012, ecco Wrecking Ball (il disco di Springsteen cui sono personalmente più legato). Praticamente un concept album: il grande disco della grande crisi economica. Ritratti di squali e di lavoratori, infaticabili e schiacciati. Alcune speranze più o meno vane, ma soprattutto la risposta dell’orgoglio, nell’ora più buia vissuta fino a quel momento.

Di due anni dopo, nel 2014, è High Hopes: la storia non cambia, la rabbia cresce. Ci sono ancora alcuni sprazzi di luce, di speranza, che però non alterano un senso complessivo reso tanto più autorevole dalla riproposizione di un pezzo come The Ghost of Tom Joad.

Bisogna aspettare altri cinque anni per un nuovo disco e nell’aprile 2019 esce Western Stars: un lavoro meraviglioso, che tuttavia per stessa ammissione di Springsteen, è “solo” «un gioiello di disco... con travolgenti, cinematografici arrangiamenti orchestrali». Una serie di incursioni nel melodico e nel country che però somigliano più a un capriccio artistico dell’autore che al proseguo del romanzo americano targato Springsteen.

Perché il pubblico aspettava qualcosa in questo senso, e questo il Boss lo sapeva.

Per questo, il 23 ottobre 2020, è arrivato Letter to you. E Letter to you è la risposta a tutto.

Il sogno si è tramutato in incubo, gli amici se ne sono andati, la speranza si è praticamente esaurita. Per anni, per una vita intera, Bruce Springsteen ha cantato il sogno americano, il partire, l’arrivare, il farcela, la terra promessa cui tutti quanti puntavamo, e alla quale ci eravamo illusi di poter arrivare semplicemente prendendo un treno dei desideri. Bene: niente di tutto ciò è più possibile.

Siamo stati feriti, abbiamo pianto, ci siamo avvicinati gli uni con gli altri. Abbiamo pregato. E adesso abbiamo scoperto che pregare non basta. O perlomeno, che pregare non basta più.

Non perché non creda (più) in Dio, Bruce Springsteen. Ma perché anche pregare è diventato una merce di consumo. E da tutto ciò che viene venduto a buon mercato, oggi più che mai, bisogna guardarsi molto attentamente.

 

La scaletta dei brani, una discesa nell’anima del Boss

 

Già con One minute you’re here abbiamo, stese come i capitoli in un sommario, le linee tematiche di tutto l’album. Troviamo l’assenza di certezze, il guardarsi allo specchio e il non riconoscersi, la progressiva precarietà di tutte le cose. One minute you’re here, one minute you’re gone. Non a caso, a un certo punto del brano la melodia si trasforma in qualcosa di sempre più simile a un carillon; poi sfuma: quasi d’improvviso. E finisce la canzone, volutamente tronca, seguendo un’evoluzione dalla traccia di chitarra acustica iniziale il cui significato è fin troppo chiaro.

Segue la title track, e Letter to you è un brano che sembra scritto in ginocchio, con cui Springsteen afferma di voler mettere per iscritto tutte le cose che con il cuore ancora sente essere vere. Non ci dice però quali sono queste cose: intuiamo, quello sì, che nessuna verità ci sarà rivelata e che anzi assisteremo a una serie di contrasti (sole e pioggia, gioia e dolore, notti buie e mattini limpidi).

Con Burnin’ train la simbologia si fa più complessa; e questo è forse l’aspetto più intrigante di tutto l’album. Perché Springsteen è uno che le cose le ha sempre dette con precisione, chiare e nette. Ma in questo 2020 fatto di contrasti e di contraddizioni, di promesse deluse e di apprendisti stregoni pronti a sbucare da ogni dove, anche definire la verità (la sua verità) sembra essere diventato qualcosa di incredibilmente difficile. Con Burnin’ train ce ne sono tanti di contrasti, specie tra bianco e nero. Tra bianchi e neri. Abbiamo sentito il ragazzo del New Jersey cantare più volte e più volte di treni: treni che andavano in centro, treni di sogni e di speranze, treni provinciali per Tucson, treni che seguivano il corso del fiume, la notte e una serie infinita di eroi locali “minori”, trenini dell’amore dentro ai parchi-giochi. Questo invece è un treno in fiamme. È un treno di rabbia. Per salirci occorre una benedizione, che stavolta non si ottiene dalla luce né dalla grazia; ma dal sangue e dal marchio di Caino. Se anche uno non volesse scorgerci un accenno ai tanti movimenti in difesa delle minoranze che sempre più numerosi nascono negli Stati Uniti, il brano successivo è quanto mai eloquente: Janey needs a shooter è una ballata rock vecchio stile, bella e mai pesante, e parla di abusi. Abusi perpetrati da un medico, da un prete e da un poliziotto. Ma non si tratta una sottoscrizione ai #MeToo: questa canzone è stata scritta nel 1978. “Crazy Janey” era già allora un personaggio popolare del repertorio springsteeniano e, oggi possiamo dirlo, con lei il Boss aveva visto parecchio lungo.

Last man standing, con il suo lirismo di tasti e batteria, è probabilmente la più autobiografica delle tracce presenti e Springsteen non fa nulla per nasconderlo. Thrift-store jeans and a flannel shirt è un verso che contiene il ritratto di una generazione: il manifesto di chi partiva con abiti di seconda mano e una chitarra. Con questo brano il Boss ammicca fortemente al suo pubblico, sembra quasi voglia ricordare quale è stato il suo manifesto di partenza. E infatti con The power of prayer rende chiara la prima delle conclusioni cui è giunto, a quarant’anni dagli esordi: è importante pregare, ma più importante è fare. Non ci è bastato unirci nel dolore e nel terrore, con il nemico alle porte. Perché «il gioco è truccato e senza regole, e si gioca su un tavolo senza posta in una nave condotta da folli». Ciò che ci salva perciò è tenere uniti i cuori e saper pagare anche per chi gli altri. La preghiera, con il suo potere, si manifesta qui e ora. House of a thousand guitars ricalca ancora questi concetti; e cominciamo a renderci conto di una certa serie di ripetizioni che corre per tutto l’album: small-town bar dove la musica diventa vera; l’unione sincera delle persone che consente di accendere la fiammella. «We’ll rise together till we find the spark». È interessante notare come anni fa, nel pieno del sogno e con la terra promessa come punto di arrivo, visibile all’orizzonte, Springsteen dicesse invece che il fuoco di accende dalla scintilla, e che senza quella scintilla non c’è nulla. Quanto e come siano cambiati i tempi è più che mai evidente.

 

L’attacco di Springsteen a Trump

 

Nel cuore di Letter to you Springsteen non lesina critiche all’attuale presidente e anzi si può dire che gliele suoni di santa ragione. Come per la prima presidenziale di Obama salta fuori l’impegno politico; e infatti in Huose of a thousand guitars c’è un riferimento a un “clown criminale che ha usurpato il trono, e che ruba ciò che non potrà mai possedere”.

Ma il pezzo in cui Donald Trump è descritto con più ferocia è senza dubbio Rainmaker. Con un ritornello semplice e chiaro, fatto di rapidi esplosioni, scritto per essere ululato negli stadi, Bruce descrive l’arrivo in una terra dove non piove più da mesi di questo imbonitore che guarda caso sembra avere in tasca tutto ciò di cui la povera gente ha bisogno. Si può leggere nel verso «the house is on fire» un riferimento a Greta Thunberg e in generale alle proteste ambientaliste cui il presidente americano ha sempre risposto con insensibilità. Ciò che al Boss preme sottolineare è però come la speranza sia un prodotto di grande vendita tra i disperati; e soprattutto come la gente abbia bisogno di credere in qualcosa di chiaramente sbagliato. Questo concetto è approfondito con If I was a priest, in cui Springsteen tratteggia una storiella iconoclasta in cui Gesù fa la parte dello sceriffo e la Madonna vende palloncini benedetti. Al di là dell’impalcatura country, il messaggio è semplice: siamo sempre più in troppi a non fare la nostra parte, a mettere bocca e a occuparci di mestieri che non ci appartengono.

Un’ulteriore satira contro il presidente si vede nel penultimo brano, Song for Orphans, dove è delineato il punto di vista fuori luogo e fuori tempo di un ex generale confederato, che se la prende con il mondo e con il suo progressivo abbruttimento. Lì, dove i figli aspettano padri che non torneranno a casa e dove persino gli eremiti di professione sono in cerca di amici, non si può fare altro che aspettare il vecchio vagabondo Dog Man Moses. Anche qui, l’assonanza tra la parola tramp e il cognome del presidente Trump potrebbe proprio non essere un caso.

 

L’altra riva del fiume

 

Chiudono idealmente Letter to you due canzoni.

Ghosts in particolare sembra presentarsi come un validissimo singolo. E sembra anche il singolo che fa da seguito a Wrecking Ball, le risposte positive che dall’album del 2012 erano rimaste in sospeso.

A un primo ascolto si potrebbe credere, a torto, che anche questo sia un brano autobiografico. In effetti lo è, ma nella misura in cui è autobiografico per ciascuno di noi. I sogni che ciascuno di noi ha avuto sono rappresentati da quella bella immagine di stivaletti e speroni che una volta indossavi: ne senti ancora il picchiettare sul pavimento, passo dopo passo. Ma non sono mai arrivati da nessuna parte. Con questo pezzo la presa di coscienza che il sogno è esaurito è messa ancora una volta nero su bianco. Ma non è un problema. Perché, banalmente, sono rimasti i brividi. E io mi rendo conto che questi brividi sono il segno che ho ancora del sangue nelle vene, che sono vivo, che riesco a guardarmi da fuori, senza menzogne.

I fantasmi cui il titolo allude, dunque, non sono quelli che ci hanno lasciato. È ovvio che il Boss pensi comunque un po’ a Clarence Clemons e a Danny Federici (soprannominato the Phantom, casualità), giusto per citare due compagni di ciurma della E Street band che di certo gli mancano parecchio. Ma non è questo il punto: i fantasmi siamo noi, voi, gli altri che già si trovano sull’altra riva del fiume, vivi e uniti nella verità che la musica rivela. L’unione con gli altri, forse per la prima volta nella lunga carriera di Springsteen, è eminentemente spirituale e ha per figlia la vicinanza fisica con i propri simili; non il contrario.

È giusto quindi parlare di fantasmi, o meglio di spiriti. Ghosts siamo noi, ognuno di noi, denigrati e de-stimati dal mondo in cui viviamo. Ma pure destinati a trovarci, grazie a un artificio, a un’illusione non troppo diversa dal sogno. L’arrivederci di questo nuovo disco, I’ll see you in my dreams, è dunque un arrivederci agrodolce, colmo di suggestioni. Suggerisce che qualcosa della terra promessa sia ancora possibile, prossimo e reale, sebbene in un modo diverso da come la abbiamo sempre immaginata.

domenica 22 dicembre 2013

Giorgia: Recensione e commento album Senza paura - alla ricerca del significato

Sebbene sia stata la compagnia acustica di tantissimi viaggi in auto della mia tarda infanzia, non posso dire di essere un fan accanito di Giorgia, né di averla sempre apprezzata senza condizioni. E, tuttavia, quando ho saputo dell'imminente uscita di Senza paura, ammetto di avere sbracciato parecchio per poterlo ascoltare quanto prima, incuriosito sì da un paio di interviste lette in rete, ma soprattutto dall'enigmatico video del singolo di lancio Quando una stella muore: il mistero di quei due vestiti identici, l'uno bianco e l'altro nero, così semplici eppure così preziosi, continua ad attanagliarmi lasciandomi dopo ogni visualizzazione in profonda crisi interpretativa.


Innanzitutto, perché "quando una stella muore fa male"? E a chi, poi? Alla stella stessa o a chi ci si affidava, come a un punto di riferimento? Rivolgere un pensiero ad Alex Baroni sarebbe forse fin troppo semplice - non per questo "sbagliato", si intenda - ma l'impressione è che per trovare una risposta esauriente dovremmo entrare all'interno di una sfera talmente intima da farci vergognare almeno un po' di avervi voluto fare irruzione... tanto meglio, perciò, prendere la canzone per quello che è, lasciando che parli a ognuno della particolare realtà che si ha dentro. Perché è questo che fanno le canzoni: al di là del messaggio dell'autore, riferiscono né più né meno ciò che ciascuno vuole sentirci.

L'album intero rappresenta, nel suo complesso, il prodotto che ci si aspetta da un lavoro di Giorgia Todrani, con sonorità più o meno spezzate, tendenti alle volte all'elettronico, alle volte a quel genere di armonia semplice e orecchiabile, fatta di tastiere e grancasse, che ha caratterizzato tanta efficace canzone popolare. Pure la componente vocalica, da parte sua, vede tentativi innovativi e in ottima parte riusciti: la voce dell'anima che apre Riflesso di me partendo da un piano di volume sottomesso offre davvero un'impressione di stream of consciousness, di sfogo emotivo che resta confinato nel cervello prima dell'esposizione vera e propria. E un discorso analogo potrebbe essere fatto per Perfetto.

Ciò che stupisce, in assoluto, è di trovarsi di fronte a una Giorgia così semplice e nuda: il che, a voler vedere, permetterebbe di far seguire al titolo "Senza paura" qualcosa sul genere "di parlare di me" o "di raccontare tutto". Diciamocelo, lascia sconcertati ascoltare la bella cantante romana lacrimare "non mi ami: perché non mi ami?". Non che non ci avesse avvisati: quell'occhio lucido che fa capolino da sopra la spalla scoperta, sulla copertina dell'album, non ci prometteva nulla di meno...


C'è un dato che mi preme sottolineare: specie a livello di testi, difficilmente si trova qualcosa che stupisca, immagini originali da lasciare con le braccia spalancate... Un po' una sorta di distintivo visto e considerato che, a essere onesti, tolta qualche perla come Girasole o Di sole e d'azzurro, non si può certo dire che Giorgia abbia creato figure "indimenticabili". Ora, la domanda fondamentale: è, questa, una pecca? Per chi scrive la risposta è "certamente no". Diverso sarebbe se la nostra ci proponesse di continuo delle assolute banalità (brani impostati secondo lo schema "baby i love you", scevri di quell'umanità tutta dubbi e difficoltà che appassione, tanto per capirci); ma, nel caso specifico, il "banale", per quanto sia parzialmente ingiusto definirlo così, riguarda tuttalpiù alcune metafore: e parliamo di metafore sì adoperate fino alla svalutazione, ma perché riuscitissime: quindi valide e parte a tutti gli effetti del patrimonio comune. Ci si riferisce, naturalmente, a suggestioni quali "il nostro cielo nella stanza" di Perfetto, "il grigio del cemento della civiltà" o "il volo di gabbiani attraversare il mare" di Avrò cura di te. Ma ci sono anche, va detto, piccole e isolate trovate compositive dalla magia superiore: nel bijoux Vedrai com'è brilla un "troppe domande troppe risposte rotte" in un singhiozzo che è tutta poesia. E quando, con L'amore si impara, sentiamo dirci che "la vita rende scomodo cambiare persino un dolore" capiamo di essere davanti a una massima proverbiale, dall'effetto originale e garantito.

Insomma, se è vero che il momento della confessione, in cui ci si racconta senza paura, generalmente precede una qualche evoluzione allora è legittimo arrivare a dire che ci troviamo davanti a un lavoro sicuramente unico e irripetibile, a tratti meraviglioso e riuscitissimo, a ogni modo testimone di una fase, di un momento, di un passaggio.

Giorgia non "sta cambiando": è cambiata e ce lo ha voluto comunicare con il suo cd più intimistico, attraverso brani guida quali Oggi vendo tutto, tematiche sfumate dai contorni racchiusi in poco più di un epigramma (Vedrai com'è e Ogni fiore) e altre perle inedite nella forma ma comunque riuscitissime (vedi Pregherò - I will pray nel conturbante duetto con Alicia Keys).

Tirando le somme, se quella cui stiamo assistendo è davvero un'evoluzione, presto sentiremo parlare ancora tanto (e bene) di Giorgia Todrani.

E poi sarà come finire...

mercoledì 23 ottobre 2013

Elisa e L'anima vola - analisi e recensione - inediti 2013

Scrivere è un'attività che coinvolge contemporaneamente cuore e cervello, due merci sempre più rare. 

Così si leggeva tra le pagine del più noto romanzo di Carlos Ruiz Zafon, L'ombra del vento.
E se questa affermazione ha valore per chi scrive, come dire, "su carta" (per la narrativa, per la poesia, per il teatro), allora ha tanto più valore se riferita a coloro che, per natura o per mestiere, producono canzoni: musica e parole...

Perché riesca, perché riesca davvero, alla radice del prodotto artistico, quale esso sia, è veramente necessario un solo ingrediente; uno soltanto: la sincerità.
Il vero artista è più di chiunque altro sincero: anche lui può naturalmente cedere a facili indulgenze verso sé stesso; ma ciò dipende dal fatto che siamo umani e che, essenzialmente, non finiamo mai di sbagliare, di imparare e, in ultima analisi, di crescere.
Vedere un artista crescere è qualcosa che ha dell'indescrivibile: crescere non significa semplicemente cambiare, né tantomeno migliorare. Crescere significa evolversi. Dove l'evoluzione contempla e richiede almeno una base da cui partire, se non diversi strati sovrapposti di vita su cui costruire. Nulla si rade al suolo, se si tratta di crescere: si può piuttosto utilizzare come metafora il famoso precetto della fisica "nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma".

Ma dicevamo: il cuore e il cervello, la simbiosi tra musica e parole, l'indispensabile sincerità. Tutto questo contribuisce a creare il "cantautore": un termine senza dubio inflazionato e, purtroppo, attribuito con troppa faciloneria e troppo al ribasso.
Il fatto è questo: il cantautore, il cantautore vero, è e deve essere un artista completo. Deve essere musicista, paroliere se non poeta, editore, curatore, cantante, osservatore, perché no? un po' ballerino, compositore e regista. Non semplicemente un songwriter, perciò, ma proprio un cantautore, perché è questa la parola giusta.
Ora, di cantautori veri persino in Italia, la patria della canzone d'autore, se ne contano sì e no sulle dita di due mani: tra loro c'è senza dubbio Elisa Toffoli da Monfalcone, in arte Elisa e basta. Se qualcuno nutrisse dubbi in proposito, "L'anima vola" li spazzerà via come voglie secche per la strada.
La prova del nove per un cantautore vero (o, in questo caso, per una cantautrice vera) sta nel manifestare tutte le doti di cui prima, dimostrando però di essere più poeta che paroliere, con un lavoro che sia omogeneo, coerente e con appena quel tocco di misterioso che occorre per costringere chi ascolta a restare lì e pensarci sù, perché non è certo al 100% di averne afferrato il significato in tutte le sue sfumature.

Di Elisa sapevamo quanto fosse davvero una cantautrice: Dancing, Heaven out of hell, Luce, la stessa Life goes on, ritrasformata in Una poesia anche per te ce lo hanno dimostrato ampiamente nel corso degli anni. E stiamo citando solo i titoli probabilmente più noti. Ma stiamo citando, pure, solo singole canzoni, parti interne separate e forza da quell'unica struttura organica che è un album.

Non è possibile partire se non facendo un discorso d'insieme: dove è il mistero de L'anima vola?
In tutto ciò che si è scelto di non dire, naturalmente; in quella zona della comunicazione che a stento è definibile come "verbale". Ascoltando Pagina bianca si ha l'impressione di sentire Elisa singhiozzare, in Un filo di seta negli abissi c'è un mugugno, o comunque un mormorio sommesso, come di qualcosa che non si sa o non si vuole dire. Con A modo tuo notiamo addirittura la presenza di vagiti, in un'atmosfera iniziale che sa di ciucci e di carillon per la ninnananna, mentre E scopro cos'è la felicità ha un vaghissimo che di campane a festa e di organi spiritual. La voce di Non fa niente ormai sembra echeggiare appena, come in una caverna nascosta tra le scogliere e, da parte loro, le vocali di Ecco che appaiono "sbavate", quasi confuse nella brezza di un fresco vento primaverile, che le strozza e le trasporta come e dove vuole...

Tutto ciò, questo varissimo turbine di suggestioni è possibile in quanto Elisa sa bene cosa voglia dire "scrivere con il cuore e col cervello". E perché sa essere umile, ma di un'umiltà intelligente.
Nel suo ultimo lavoro sono presenti infatti ben 4 collaborazioni  di un certo spessore: E scopro cos'è la felicità è legata al nome di Tiziano Ferro, che non a caso si muove perfettamente a suo agio tra i sussurri e i gorgheggi che lo caratterizzano; A modo tuo ed Ecco che sono firmate rispettivamente da Luciano Ligabue e da Giuliano Sangiorgi, mentre la musica di Ancora qui appartiene nientemeno che a Ennio Morricone.
Si badi bene: chiedere aiuto come mettersi a disposizione e accettare qualcosa come condividere non sono gesti solitamente istintivi per un creativo: tutt'altro. Vero è che i rapporti di amicizia e di forte stima possono favorirli, ed è questo il doppio caso di Sangiorgi e Ligabue. Abbiamo accennato, tanto per essere chiari, a una "umiltà intelligente": i regali bisogna saperli accettare. Saperli accettare davvero implica una cooperazione attiva. Ed Elisa è abile a prendere solo ciò che le serve.
Capiamolo così: se non lo sapessimo, potremmo pure credere che il testo di E scopro cos'è la felicità non sia stato scritto pensando a un neonato; però, una volta che la canzone è messa lì, accanto ad A modo tuo, è istintivo dedurlo. E, per il medesimo discorso, vista la storia di chi canta, entrambe le canzoni stanno meravigliosamente nel repertorio di una conclamata, fresca mamma.
Ma la scoperta della maternità non è certo l'unico tema dell'album. Un vero e proprio tema, in effetti, non c'è; ma c'è un filone narrativo esistenziale che, per sua natura, parla di tutto e di niente. Ci sono le scelte (e la difficoltà nel fare delle scelte), le delusioni, la durezza del rialzarsi, l'allontanamento da sé stessi, la genuina gioia di vivere, il desiderio di correre - e spesso non è importante la direzione, quanto il movimento.

Tutte queste fila sono, appunto, i turbamenti di un'anima, di un'anima che ha il privilegio di volare e di vedersi dall'alto, proprio come vedrebbe un altro diverso da sé. Essendo genuino, lo sguardo d'insieme è generalmente semplice, ma vive pure picchi di intensa incisività e di acutissima perspicacia. Esattamente come capita a tutti i comuni mortali. Si passa quindi dagli sconsolati e "rinfacciosi" E tu prova ad uscirne adesso...! all'enigmatico Non è amore: è uno specchio riflesso; dal formalmente semplice ma non per questo usuale Non mi comprare niente: sorriderò se ti accorgi di me tra la gente al sofisticato e un po' ermetico motto E gridavo al cielo "porta via questa rabbia, così se io non ci riesco saprò che tu l'hai data al vento".

La compenetrazione tra segno e senso, il fulcro del messaggio, si raggiunge per forza di cose attraverso l'apparato musicale. I suoni sono più che mai attori protagonisti delle vicende: in Specchio riflesso sembrano addirittura tremare, o comunque balbettare sempre una stessa frase, e non è difficile capirne il perché, visto il tema del brano: una magnifica elegia del dubbio nell'amore.
Le percussioni corrispondono più che mai ai battiti di un cuore e gli strumenti in generale, usando una metafora che alla stessa Elisa piace molto, "respirano", proprio come dei polmoni che rendono il fiato lungo o corto a seconda delle diverse occasioni: ed è un effetto, questo, incredibile se pensiamo che sono il pianoforte e le tastiere a dettare legge nella stragrande maggioranza dei brani. Strumenti a tasti quindi; non a corde o, come ci si potrebbe aspettare, a fiato.

Ma l'ingrediente segreto della ricetta resta comunque quella conturbante semplicità con cui si riesce a passare da Anche il dolce miele è un po' più amaro adesso fino all'esito originale del Filo di seta che ci univa e scendeva dall'universo giù negli abissi che Elisa decide infine di andare a cercare, da sola, "senza pluf"...!
O meglio: tra le lyrics ufficiali, quelle del libretto, figura "senza paura", ma ciò che si sente veramente è un "senza pluf". Ed è infinitamente più giusto e più bello che sia così.
Perché L'anima vola è l'album fotografico in autoscatto che un'anima ha fatto di sé stessa: ed è perciò con diritto che, di tanto in tanto, qualche angolo venga tagliato.
Un'anima non esiste in un dato momento: l'anima vola; esiste, perciò, nel passato, nel presente e nel futuro allo stesso tempo.
Un'anima si vede, ma non sempre si riconosce: potrà non essere logico, ma è la verità; quindi può starci anche un no-sense, o un che di inafferrabile.
Può starci, deve starci, insomma, anche un "pluf"...