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venerdì 30 ottobre 2020

Letter to you: nel nuovo disco, Springsteen contro Trump

 

La cosa più meravigliosa di Letter to you è che si tratta di un album che risponde a delle domande. Domande che Bruce Springsteen si pone da sempre; e domande che invece il Boss si poneva da tredici anni. Non è possibile infatti capire davvero questo disco se non facciamo cinque distinti salti indietro nel tempo.

Ottobre 2007, esce Magic: un album completo, una bella sintesi di tutte le tematiche che il Boss ha sempre affrontato. Dalle parentesi rabbiose alle immagini delicate, dai canti corali di impegno ai richiami rivolti a un’America refrattaria e appiattita. Eravamo agli sgoccioli dell’ultima presidenza Bush.

Gennaio 2009, è il turno di Working on a dream: un lavoro più leggero, la cui title track era stata lanciata alcuni mesi prima in supporto della campagna presidenziale di Barack Obama. Era un momento di grandi speranze e (si credeva) di passaggi epocali.

Marzo 2012, ecco Wrecking Ball (il disco di Springsteen cui sono personalmente più legato). Praticamente un concept album: il grande disco della grande crisi economica. Ritratti di squali e di lavoratori, infaticabili e schiacciati. Alcune speranze più o meno vane, ma soprattutto la risposta dell’orgoglio, nell’ora più buia vissuta fino a quel momento.

Di due anni dopo, nel 2014, è High Hopes: la storia non cambia, la rabbia cresce. Ci sono ancora alcuni sprazzi di luce, di speranza, che però non alterano un senso complessivo reso tanto più autorevole dalla riproposizione di un pezzo come The Ghost of Tom Joad.

Bisogna aspettare altri cinque anni per un nuovo disco e nell’aprile 2019 esce Western Stars: un lavoro meraviglioso, che tuttavia per stessa ammissione di Springsteen, è “solo” «un gioiello di disco... con travolgenti, cinematografici arrangiamenti orchestrali». Una serie di incursioni nel melodico e nel country che però somigliano più a un capriccio artistico dell’autore che al proseguo del romanzo americano targato Springsteen.

Perché il pubblico aspettava qualcosa in questo senso, e questo il Boss lo sapeva.

Per questo, il 23 ottobre 2020, è arrivato Letter to you. E Letter to you è la risposta a tutto.

Il sogno si è tramutato in incubo, gli amici se ne sono andati, la speranza si è praticamente esaurita. Per anni, per una vita intera, Bruce Springsteen ha cantato il sogno americano, il partire, l’arrivare, il farcela, la terra promessa cui tutti quanti puntavamo, e alla quale ci eravamo illusi di poter arrivare semplicemente prendendo un treno dei desideri. Bene: niente di tutto ciò è più possibile.

Siamo stati feriti, abbiamo pianto, ci siamo avvicinati gli uni con gli altri. Abbiamo pregato. E adesso abbiamo scoperto che pregare non basta. O perlomeno, che pregare non basta più.

Non perché non creda (più) in Dio, Bruce Springsteen. Ma perché anche pregare è diventato una merce di consumo. E da tutto ciò che viene venduto a buon mercato, oggi più che mai, bisogna guardarsi molto attentamente.

 

La scaletta dei brani, una discesa nell’anima del Boss

 

Già con One minute you’re here abbiamo, stese come i capitoli in un sommario, le linee tematiche di tutto l’album. Troviamo l’assenza di certezze, il guardarsi allo specchio e il non riconoscersi, la progressiva precarietà di tutte le cose. One minute you’re here, one minute you’re gone. Non a caso, a un certo punto del brano la melodia si trasforma in qualcosa di sempre più simile a un carillon; poi sfuma: quasi d’improvviso. E finisce la canzone, volutamente tronca, seguendo un’evoluzione dalla traccia di chitarra acustica iniziale il cui significato è fin troppo chiaro.

Segue la title track, e Letter to you è un brano che sembra scritto in ginocchio, con cui Springsteen afferma di voler mettere per iscritto tutte le cose che con il cuore ancora sente essere vere. Non ci dice però quali sono queste cose: intuiamo, quello sì, che nessuna verità ci sarà rivelata e che anzi assisteremo a una serie di contrasti (sole e pioggia, gioia e dolore, notti buie e mattini limpidi).

Con Burnin’ train la simbologia si fa più complessa; e questo è forse l’aspetto più intrigante di tutto l’album. Perché Springsteen è uno che le cose le ha sempre dette con precisione, chiare e nette. Ma in questo 2020 fatto di contrasti e di contraddizioni, di promesse deluse e di apprendisti stregoni pronti a sbucare da ogni dove, anche definire la verità (la sua verità) sembra essere diventato qualcosa di incredibilmente difficile. Con Burnin’ train ce ne sono tanti di contrasti, specie tra bianco e nero. Tra bianchi e neri. Abbiamo sentito il ragazzo del New Jersey cantare più volte e più volte di treni: treni che andavano in centro, treni di sogni e di speranze, treni provinciali per Tucson, treni che seguivano il corso del fiume, la notte e una serie infinita di eroi locali “minori”, trenini dell’amore dentro ai parchi-giochi. Questo invece è un treno in fiamme. È un treno di rabbia. Per salirci occorre una benedizione, che stavolta non si ottiene dalla luce né dalla grazia; ma dal sangue e dal marchio di Caino. Se anche uno non volesse scorgerci un accenno ai tanti movimenti in difesa delle minoranze che sempre più numerosi nascono negli Stati Uniti, il brano successivo è quanto mai eloquente: Janey needs a shooter è una ballata rock vecchio stile, bella e mai pesante, e parla di abusi. Abusi perpetrati da un medico, da un prete e da un poliziotto. Ma non si tratta una sottoscrizione ai #MeToo: questa canzone è stata scritta nel 1978. “Crazy Janey” era già allora un personaggio popolare del repertorio springsteeniano e, oggi possiamo dirlo, con lei il Boss aveva visto parecchio lungo.

Last man standing, con il suo lirismo di tasti e batteria, è probabilmente la più autobiografica delle tracce presenti e Springsteen non fa nulla per nasconderlo. Thrift-store jeans and a flannel shirt è un verso che contiene il ritratto di una generazione: il manifesto di chi partiva con abiti di seconda mano e una chitarra. Con questo brano il Boss ammicca fortemente al suo pubblico, sembra quasi voglia ricordare quale è stato il suo manifesto di partenza. E infatti con The power of prayer rende chiara la prima delle conclusioni cui è giunto, a quarant’anni dagli esordi: è importante pregare, ma più importante è fare. Non ci è bastato unirci nel dolore e nel terrore, con il nemico alle porte. Perché «il gioco è truccato e senza regole, e si gioca su un tavolo senza posta in una nave condotta da folli». Ciò che ci salva perciò è tenere uniti i cuori e saper pagare anche per chi gli altri. La preghiera, con il suo potere, si manifesta qui e ora. House of a thousand guitars ricalca ancora questi concetti; e cominciamo a renderci conto di una certa serie di ripetizioni che corre per tutto l’album: small-town bar dove la musica diventa vera; l’unione sincera delle persone che consente di accendere la fiammella. «We’ll rise together till we find the spark». È interessante notare come anni fa, nel pieno del sogno e con la terra promessa come punto di arrivo, visibile all’orizzonte, Springsteen dicesse invece che il fuoco di accende dalla scintilla, e che senza quella scintilla non c’è nulla. Quanto e come siano cambiati i tempi è più che mai evidente.

 

L’attacco di Springsteen a Trump

 

Nel cuore di Letter to you Springsteen non lesina critiche all’attuale presidente e anzi si può dire che gliele suoni di santa ragione. Come per la prima presidenziale di Obama salta fuori l’impegno politico; e infatti in Huose of a thousand guitars c’è un riferimento a un “clown criminale che ha usurpato il trono, e che ruba ciò che non potrà mai possedere”.

Ma il pezzo in cui Donald Trump è descritto con più ferocia è senza dubbio Rainmaker. Con un ritornello semplice e chiaro, fatto di rapidi esplosioni, scritto per essere ululato negli stadi, Bruce descrive l’arrivo in una terra dove non piove più da mesi di questo imbonitore che guarda caso sembra avere in tasca tutto ciò di cui la povera gente ha bisogno. Si può leggere nel verso «the house is on fire» un riferimento a Greta Thunberg e in generale alle proteste ambientaliste cui il presidente americano ha sempre risposto con insensibilità. Ciò che al Boss preme sottolineare è però come la speranza sia un prodotto di grande vendita tra i disperati; e soprattutto come la gente abbia bisogno di credere in qualcosa di chiaramente sbagliato. Questo concetto è approfondito con If I was a priest, in cui Springsteen tratteggia una storiella iconoclasta in cui Gesù fa la parte dello sceriffo e la Madonna vende palloncini benedetti. Al di là dell’impalcatura country, il messaggio è semplice: siamo sempre più in troppi a non fare la nostra parte, a mettere bocca e a occuparci di mestieri che non ci appartengono.

Un’ulteriore satira contro il presidente si vede nel penultimo brano, Song for Orphans, dove è delineato il punto di vista fuori luogo e fuori tempo di un ex generale confederato, che se la prende con il mondo e con il suo progressivo abbruttimento. Lì, dove i figli aspettano padri che non torneranno a casa e dove persino gli eremiti di professione sono in cerca di amici, non si può fare altro che aspettare il vecchio vagabondo Dog Man Moses. Anche qui, l’assonanza tra la parola tramp e il cognome del presidente Trump potrebbe proprio non essere un caso.

 

L’altra riva del fiume

 

Chiudono idealmente Letter to you due canzoni.

Ghosts in particolare sembra presentarsi come un validissimo singolo. E sembra anche il singolo che fa da seguito a Wrecking Ball, le risposte positive che dall’album del 2012 erano rimaste in sospeso.

A un primo ascolto si potrebbe credere, a torto, che anche questo sia un brano autobiografico. In effetti lo è, ma nella misura in cui è autobiografico per ciascuno di noi. I sogni che ciascuno di noi ha avuto sono rappresentati da quella bella immagine di stivaletti e speroni che una volta indossavi: ne senti ancora il picchiettare sul pavimento, passo dopo passo. Ma non sono mai arrivati da nessuna parte. Con questo pezzo la presa di coscienza che il sogno è esaurito è messa ancora una volta nero su bianco. Ma non è un problema. Perché, banalmente, sono rimasti i brividi. E io mi rendo conto che questi brividi sono il segno che ho ancora del sangue nelle vene, che sono vivo, che riesco a guardarmi da fuori, senza menzogne.

I fantasmi cui il titolo allude, dunque, non sono quelli che ci hanno lasciato. È ovvio che il Boss pensi comunque un po’ a Clarence Clemons e a Danny Federici (soprannominato the Phantom, casualità), giusto per citare due compagni di ciurma della E Street band che di certo gli mancano parecchio. Ma non è questo il punto: i fantasmi siamo noi, voi, gli altri che già si trovano sull’altra riva del fiume, vivi e uniti nella verità che la musica rivela. L’unione con gli altri, forse per la prima volta nella lunga carriera di Springsteen, è eminentemente spirituale e ha per figlia la vicinanza fisica con i propri simili; non il contrario.

È giusto quindi parlare di fantasmi, o meglio di spiriti. Ghosts siamo noi, ognuno di noi, denigrati e de-stimati dal mondo in cui viviamo. Ma pure destinati a trovarci, grazie a un artificio, a un’illusione non troppo diversa dal sogno. L’arrivederci di questo nuovo disco, I’ll see you in my dreams, è dunque un arrivederci agrodolce, colmo di suggestioni. Suggerisce che qualcosa della terra promessa sia ancora possibile, prossimo e reale, sebbene in un modo diverso da come la abbiamo sempre immaginata.

venerdì 28 dicembre 2012

IO & BRUCE: Nothing Man


Il cuore per preservarsi tende a dimenticare tutto ciò che occorre

Non ricordava come si fosse sentito. Non ricordava come si fosse sentito quando espresse per la prima volta i suoi sentimenti davanti a una ragazza. Non ricordava come si fosse sentito nei giorni immediatamente successivi al "no" di lei. Non ricordava come avesse passato quel compleanno. Non ricordava, ma si conosceva; e per questo motivo sapeva, o almeno "credeva di immaginare" quello che plausibilmente aveva fatto. Sapeva di avere camminato e camminato e camminato per circa 7-8 km, da mezzanotte fino all'una del mattino abbondante. Sapeva di essersi sfogato un paio di minuti con la sua migliore amica in un'affollata piazza della movida cittadina. Sapeva di aver poi proseguito per almeno un altro miglio a piedi fino a casa sua. Sapeva perciò di avere rincasato piuttosto tardi per i suoi standard (o, comunque, per quelli che all'epoca erano i suoi standard). Sapeva di averne pagato fio subendo abbondante metaforica sodomia da parte di suo padre. Sapeva di avere festeggiato i suoi 18 anni con uno sforzatissimo sorriso stampato sulla faccia; sapeva di avere mal accolto e mal sopportato i familiari suoi ospiti; sapeva di non averne digerito le telefonate di auguri.
Sapeva: perché in effetti aveva una memoria di ferro che difficilmente tendeva a dimenticare.
Ciò che invece non ricordava, ciò che aveva dimenticato, erano le sue emozioni di allora.
Non ricordava se il suo sopracciglio, improvvisamente ballerino davanti alle incazzature, lo avesse o meno tradito mentre le era di fronte; non ricordava se avesse avuto bisogno di fumare; non ricordava quanto il cuore gli si fosse agitato dentro il petto mentre vagava da solo per le strade notturne di una metropoli quel sabato sera incredibilmente deserta. Non ricordava neppure se la città, quella sera, fosse stata veramente così deserta o se era stata semplicemente la solitudine a fargliela apparire così.

La domanda fondamentale

Tuttavia, se ne restò fuori a far gelare il culo. Con buona pace per il suo raffreddore. Restò lì, come aveva fatto per buona parte della primavera, per tutta l'estate e per quell'inizio d'autunno. Restò lì, come aveva intenzione di fare poi per tutto l'inverno, ormai neanche troppo lontano a venire. Per le stagioni successive, chissà. Ma credeva di conoscere la risposta. Aveva fatto come un patto con le sue emozioni: lui le drogava, le imbottiva di morfina, le anestetizzava mal simulando un fittizio senso di pace all'interno di uno squallido tran tran che, almeno per un po', lo aveva illuso di poter un giorno essere felice. In cambio, loro non lo uccidevano. Non era tanto la depressione a fargli paura. Per quella, anche se inconsapevolmente, ci era passato: ci era finito dentro e poi ne era uscito, aveva saputo andare oltre. Non sapeva come: probabilmente grazie a quell'illusione, quel mondo ad hoc che si era creato su misura. Quindi no, non era la prospettiva di una nuova crisi a spaventarlo. Era ciò che ne sarebbe probabilmente derivato: la fine, la fine di tutto, la morte del cuore. Un cuore straziato da tempo, è vero; ma, per quanto assurdo possa sembrare, l'essere umano non scende mai a compromessi quando deve porsi la domanda fondamentale: vivere o morire? Se poi questa domanda arriva improvvisamente, e senza farsi attendere, allora la risposta è tanto più repentina. Istinto di autoconservazione, lo chiamano gli antropologi. Gente che ha studiato.

"Se capovolgi il mondo, lo specchio ti riflette..."

Tesoro, dammi un bacio...
Dio, dammi la forza...
E limitatevi a capire questo: io sono il signor nessuno.
Sono il signor nessuno.
E' questo che pensava sotto a un cielo terribilmente nero, orfano come lui della luna e delle stelle. E osservando quella fortuita vacuità del cielo sentì una feroce carica di freddo percuotergli il corpo, facendolo rabbrividire tutto lungo la spina dorsale. Il gelo passava di vertebra in vertebra, come un treno provinciale lungo le stazioni di tutti i paesi. Fu in quel momento che realizzò. Realizzò che quella sensazione di gelo non sarebbe passata mai. Realizzò che un altro anno, invece, era appena passato.
Girò la testa verso sinistra, si specchiò in una vetrina e credette di essere invecchiato. Non era vero, ma lo credette. Un'automobile fece manovra e parcheggiò a ridosso del marciapiede, dritto per dritto rispetto dove era lui.
La luce dei fari si proiettò sul vetro annullando l'effetto specchio e lui vide la sua immagine sparire.

Manet - I bevitori di assenzio

Da quelle parti tutti hanno perso qualcosa. Ed è il motivo, l'unico possibile, per cui tutti ci si ritrovano, seduti a sorseggiare intrugli di ogni genere, seduti all'aperto, incuranti di che tempo faccia, a un po' tutte le ore del giorno.
Si tratta di una realtà, di una logica, non troppo nuova e nemmeno troppo originale. Un pittore francese, Manet, l'aveva saputa rappresentare perfettamente con un disegno pure piuttosto famoso.
Quali fossero i problemi degli altri, quale il motivo del loro stare lì, sinceramente non gli importava. Sapeva il suo; e il suo, ne era convinto, bastava per due vite di solitudine in un bar.
Aveva finalmente messo a fuoco la questione, però. Aveva analizzato il problema. Però il problema ancora persisteva. Però era ancora lì. Però il cielo era ancora nero sebbene, quella volta, fosse nero perché gravido di pioggia.
Niente di nuovo, dunque; almeno per un osservatore esterno.
Ma una differenza c'era, e lui la conosceva. Era sottile, ma c'era: si era trovato un secondo motivo, un secondo perché. Meno probabile di quello principale, è vero. Ma ce lo aveva.
Faticava a stare in piedi da solo, ma intanto esisteva: lui lo avrebbe retto fintantoché gli sarebbe tornato utile.
In fondo si trattava di una farsa, e sapeva bene anche questo. Ma era di altro, in verità, che aveva bisogno? Il problema stava tutto lì.
Non aveva risposte sul lungo termine, ma aveva imparato a confezionarsene tante a breve scadenza. Si sarebbe illuso ancora, perché no? E poi avrebbe provato a sostituire la nuova illusione alla vecchia, o a far sì che tutte e due si annullassero a vicenda. Da due segni "-" a un segno "+". Se era possibile in matematica perché non poteva essere lo stesso anche nella vita...?
In fondo non c'era niente di nuovo, né di originale. Niente che altri prima di lui non avessero già passato.
E, se non era migliore di tanti altri, pure sapeva di non esserne peggiore. Era un signor nessuno, un uomo come tanti altri; forse un filino più prudente di molti. E, con estrema cautela, riprese lentamente ad affacciarsi verso la vita.


domenica 8 aprile 2012

Pasqua - Jesus was an only Son


Gesù baciò le mani della madre
e sussurrò "Madre, ferma le tue lacrime
poiché, ricorda: l'Anima dell'Universo
ha voluto un mondo, ed esso è apparso..."

Bruce Springsteen


In Jesus as an only son è un figlio in punto di morte che parla alla madre e, baciandole le mani, le dice: "trattieni le lacrime". In questo vero e proprio standard spiritual, con tanto di Hammond e cori, non ha importanza il fatto che questo figlio sia Gesù che "a Nazareth leggeva i Salmi di David ai piedi di Maria". La ripresa biblica è al servizio di un topos springsteeniano sin dai tempi di Independence Day. Springsteen è un eretico a cui interessa solo l'umanità del Cristo. "per Jesus was an only son" racconta Springsteen "ho affrontato l'episodio del Calvario e della crocifissione da un punto di vista, per così dire, secolare: ho parlato di Gesù come se fosse un figlio qualsiasi, e ho provato a immaginare la storia dal punto di vista di Maria, perchè per lei ciò che stava accadendo era semplicemente il fatto di perdere suo figlio". Durante un concerto, introducendo il brano, Springsteen arriverà a dire che "il titolo, Jesus was an only son, significa che, sebbene Gesù avesse fratelli e sorelle, non li aveva quel giorno sul Golgota. Quel giorno era solo. Ho sempre pensato che se fossi stato nei panni di Gesù mi sarei detto: Cavolo, il tempo è sempre bello in questa stagione, qui in Galilea. E c'è quel piccolo bar... Potrei gestirlo io, Maria Maddalena potrebbe servire al banco, potremmo avere dei bambini, andare a messa nel week-end..."


"the soul of the Universe", la "grande Anima universale", è un'immagine inaudita nel messaggio cristiano: nella Bibbia (a cui tutto il testo si richiama) non se ne fa cenno. In effetti, la fonte sembrerebbe essere - ancora una volta - Furore di Steinbeck e in particolare il discorso di Tom a Ma Joad: "Bè, forse come dice Casey, una persona non ha un'anima propria, ma solo una parte di un'anima più grande".

by Leonardo Colombati
"Bruce Springsteen - Come un killer sotto il sole"




Il più grande topos americano è il viaggio, la fuga. Il percorso verso la terra promessa. The promised land. Il Grande, effimero, Sogno del grande romanzo Americano. Ma il sogno si è quasi sempre infranto; la promessa si è troppe volte spezzata. Perchè, per credere nella Terra Promessa, per arrivarci, non basta essere dei Sognatori. Per Credere davvero nella Terra Promessa, per cercarla e inseguirla, bisogna essere Uomini.

mercoledì 22 febbraio 2012

Wrecking Ball: gli inediti 2012 di Bruce Springsteen -#1-

We take care of our own sembra quasi un Born in the U.S.A. al contrario.
Questa è stata la prima impressione che ho avuto ascoltando il singolo di lancio di Wrecking Ball e leggendone il testo.
Quasi che Springsteen abbia tentato, a quasi 30 anni di distanza, di "riappropriarsi" del suo brano più noto, forse mai totalmente capito dal grosso degli americani.
Born in the U.S.A. appare come un inno, ma è una canzone di protesta. Il titolo originale di Born in the U.S.A. avrebbe voluto essere Vietnam, perchè di questo si parla: Born in the U.S.A. racconta del ritorno in patria di un reduce del Vietnam, il primo conflitto perso dalla stra-potenza americana da dopo la II guerra mondiale. Nemmeno il Presidente Reagan, almeno all'apparenza, sembrò voler intendere il reale messaggio di questo singolo, certamente tra i brani più noti di Bruce Springsteen nel mondo.

Analisi e confronto tra We take care of our own e Born in the U.S.A.

L'impostazione musicale, infatti, somiglia molto a quella di Born in the U.S.A. : anche in We take care of our own si sente un qualcosa di militare, o comunque di patriottico. Il testo è certamente più ermetico e meno chiaro rispetto a quello del brano degli anni '80, ma risulta al tempo stesso anche un collante a presa rapida sull'ascoltatore. E il senso di fondo non cambia poi tanto. Born in the U.S.A. è il prodotto di un giovane uomo; We take care of our own appartiene a un essere umano ben più maturo. Che non strilla più in faccia a nessuno, ma riesce ugualmente a farsi ascoltare grazie a una forza dalla provenienza non perfettamente definita.


Official video + testo (sub engl) di We take care of our own




I nati negli Stati Uniti, adesso, scelgono la via della solidarietà e/ma si prendono cura di sè stessi.
La pappa, in fondo, è sempre quella. Ma, in questo caso, il proverbio andrebbe smentito: la minestra è buona anche riscaldata.

giovedì 12 gennaio 2012

Happy Birthday




Come forse alcuni di voi sapranno, ho da poco cambiato il cellulare, poichè quello vecchio era deceduto. Con la sua scomparsa, però, se ne sono andate anche tutte le date dei vostri compleanni. Se qualcuno di voi passa da queste parti, può ricordarmi quale sia il giorno del proprio Natale?... Eviterete a me una figuraccia e a voi il rodimento per mancati auguri.
Goodbye folks


P.S.: Vabbè, dai: visto che è lo stesso giorno, Auguri pure a lui...


Pablo Daniel Osvaldo compie oggi 26 anni.

domenica 11 settembre 2011

Una città in rovina


The Rising è un album di Bruce Springsteen, pubblicato nel 2002.

Molte delle canzoni contenute, quale più quale meno direttamente, riguardano i fatti dell'11 settembre 2001: Into the fire e Nothing man raccontano, con prospettive e modi d'agire differenti, l'azione dei volontari al momento del soccorso, Empty Sky e You're Missing tentano di descrivere lo stato d'animo nei familiari delle vittime, Paradise gli ultimi pensieri di un terrorista. The Rising, il singolo e l'omonimo album più in generale, è una descrizione senza tanti fronzoli dello sconcerto statunitense, del dolore e dello shock. Ma è anche, sopratutto, un invito a rialzarsi, come Individui e come Nazione.

My City of Ruins fu scritta nel novembre del 2000 pensando ad Asbury Park, una città del New Jersey che non si è più ripresa dagli effetti della Grande Depressione.
Chiaramente, dopo l'11 settembre 2001, ha assunto un altro significato.

Ecco la grande preghiera del popolo americano...



lunedì 15 agosto 2011

destinazione
















Il "mito" storico vuole che Napoleone, guardando Madrid prima e oltre la città poi, abbia mormorato, nello sconcerto: "Ho mandato i miei uomini a conquistare un deserto..."

Presto, molto presto, quel deserto diventerà la mia Terra di Nessuno.

We got one last chance to make it real
to trade in these wings on some wheels
Climb in back
Heaven's waiting on down the tracks

Bruce Springsteen, Thunder Road

...Se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei, Il filosofo del re, quando non aveva niente da fare, veniva a sedersi accanto a me, mi guardava rammendare le calze dei paggi, e a volte si metteva a ragionare, diceva che ogni uomo è un'isola, ma io, siccome la cosa non mi riguardava visto che sono una donna, non gli davo importanza, voi che ne pensate, Che bisogna allontanarsi dall'isola per vedere l'isola, e che non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi. Se non ci allontaniamo da noi stessi, intendete dire, Non è la medesima cosa. (...)

Josè Saramago, Il racconto dell'isola sconosciuta



venerdì 15 luglio 2011

just a brilliant disguise... analisi di Tunnel of Love, di Bruce Springsteen



Oggi proponiamo un commento con annessa analisi dell'elegia del dubbio targata Springsteen. Nella fattispecie, per i non addetti ai lavori, parliamo della triade presente in Tunnel of Love (1987) e composta da (in ordine) Two Faces, Brilliant Disguise e One Step Up.
Viste la foga e la voglia che mi hanno portato a scrivere, questo post sarà visibile anche sotto la voce IO & Bruce (a lato, sx) pur non essendo un racconto né un trito psicologismo.
C'è dell'altro?...
Ce n'è. Il sottostante è dedicato a tutti coloro che hanno dimenticato di venire dalla strada. Modo di dire che sa di frase fatta, ma con cui voglio intendere, per "venire dalla strada", "non avere avuto niente". Perchè le nostre esperienze le portiamo addosso, e pian piano fanno massa, anche se non ce ne accorgiamo subito: prima che ci temprassero, che ci forgiassero, che ci plasmassero, che ci modificassero, non avevamo nulla. Come coloro che vengono dalla strada. Il resto è storia.

Questa è la storia di Tunnel of Love, 8° album in studio di Bruce Springsteen. Un disco che, per la verità, non ebbe su scala mondiale lo stesso successo dei precedenti (citiamo per comodità gli stra-noti Born to run, Darkness on the edge of town e Born in the USA), forse a causa della sonorità più tendente all'elettronica e meno al rock, sull'onda degli anni '80.
Ma sarei ridicolo se attaccassi un pippone tecnico-musicale; e so che risulterei poco credibile.
Voglio parlare della poesia di Tunnel of Love e, soprattutto, della triade del dubbio di cui prima.

Il tema ricorrente, se non unificante, di ToL è infatti la crisi della coppia, il fallimento del vivere insieme nella quotidianità, il dubitare l'uno dell'altro.
Non è un caso che Two Faces, Brilliant Disguise e One Step Up occupino rispettivamente l'ottava, la nona e la decima traccia; dopo Tougher than the rest e Walk like a man, ma soprattutto prima di When you're alone e Valentine's Day. Perchè è dopo il momento del mettersi in gioco, della decisione, che seguono la vita vissuta e il dubbio. Ed è dopo, solo dopo, che arriva la solitudine, accompagnata come da manuale dall'ironia dei ricordi.
Non è un caso. E, probabilmente, i testi sono ispirati dal divorzio che Springsteen ebbe in quel periodo con la prima moglie, Julianne Philips.

In Two Faces la storia viene raccontata nella sue essenzialità, spoglia di preziosismi, con una semplicità che per forza di cose lascia inquieti.

I met a girl and we ran away

Ma capiamo presto il perchè: un inizio così roseo non può narrarci una storia a lieto fine. E infatti

I swore I'd make her happy every day
And how I made her cry
Two faces have I

L'uomo, stavolta il colpevole è lui. Già all'inizio della relazione sembra avvertire un presentimento, un peso, l'ombra di un presagio. Ma non è lui, o meglio: è lui, ma è una voce di dentro a parlare. La voce dell'esperienza, forse, o dell'abitudine che sa come vanno le cose. Resta il fatto che chi parla sente il dibattito, la contraddizione, e quindi (per forza di cose) ci crede e finisce per realizzarla. Anche se non è ciò che vorrebbe.




Sometimes mister I feel sunny and wild
Lord I love to see my baby smile
Then dark clouds come rolling by
Two faces have I

One that laughs one that cries
One says hello one says goodbye
One does things I don't understand
Makes me feel like half a man

At night I get down on my knees and pray
Our love will make that other man go away
But he'll never say goodbye
Two faces have I


I colori assumono tinte più fosche con il brano successivo. Ciò che in Two Faces era appena accennato come un presagio ancora lontano diventa, in Brilliant Disguise, una realtà che va attuandosi fino al suo drammatico epilogo. Il video ufficiale della canzone, in proposito, ci spiegherebbe da solo tutto nel suo insieme.





Il Boss è ritratto, in bianco e nero, in un interno domestico, una cucina. Ma l'ambiente non ci tranquillizza affatto, e per diversi motivi:
1) prima di tutto l'artista è solo, con la sua chitarra. Il ritmo che dà subito l'avvio alla frase musicale ci catapulta all'interno del momento della creazione. Bruce sembra inventare la canzone lì, in quel preciso istante. I "colpi" che sfodera sulle corde sembrano violenti, dettati più dalla rabbia che dal piacere della composizione. E poi c'è la voce: sembra sgraziata, quasi stonata, come di qualcuno che ha appena finito di piangere.
2) La scelta della ripresa in bianco e nero conferma le ipotesi. Il video, pure se lo volesse, non potrebbe essere a colori, perchè il mondo dell'artista non è più a colori. Ma questo lo capiremo meglio strada facendo...
3) La telecamera, quasi impercettibilmente, zooma sempre di più, come a restringere il campo d'azione in cui il protagonista può muoversi. L'arredamento, il tavolo, la stessa chitarra svaniscono lentamente e finisce che sullo schermo resta solo lo sguardo evidentemente addolorato di chi canta.

Qui il dubbio la fa da padrone. Se i primi due versi potevano ingannarci

I hold you in my arms
As the band plays

Ecco sbucare, immediatamente dopo, le ombre raddoppiate, elevate alla potenza, della canzone precedente.

What are those words whispered baby
Just as you turn away

Lui non si fida più. Per questo la segue, le gira intorno, ma vede ovunque uno spettro che non sa spiegarsi, e non riesce più a collocare nemmeno sè stesso all'interno di un "qualcosa" di definito. Per questo le sue parole, mentre canta, suonano strozzate...

I saw you last night
Out on the edge of town
I wanna read your mind
To know just what I've got in
This new thing I've found
So tell me what I see
When I look in your eyes
Is that you baby
Or just a brilliant disguise

Cosa vedo quando guardo dentro ai tuoi occhi? Sei veramente tu o è solo un travestimento ben riuscito? Con questa immagine delicatissima il sentimento di sfiducia si innalza indiscutibilmente a poesia. Ma siamo solo all'inizio: tutto questo si trasforma in ansia, e allora sono dolori. Qualsiasi cosa, vista o immaginata che sia, diventa motivo di cruccio. Il tutto, però, è ancora visto dall'interno della coppia (ne è prova, in questo senso, il salice presente anche prima, in Two Faces: Last night as I kissed you 'neath the willow tree/He swore he'd take your love away from me): stiamo assistendo al suo inesorabile sgretolarsi, siamo nel bel mezzo della tragedia.

I heard somebody call your name
From underneath our willow
I saw something tucked in shame
Underneath your pillow

Ma, ecco il colpo di scena: Bruce è disposto a prendersi le sue colpe. Non capisce come una donna così possa desiderare il tipo d'uomo che è lui. Tuttavia, l'idea dell'esame di coscienza funziona solo in parte: l'artista non riesce, infatti, a progredire in positivo, non cerca in sè il modo per andare avanti, per rimettere insieme le cose: si ferma alla radice del problema, e continuare ad anatomizzarlo non giova più di tanto. Difatti...

Now look at me baby
Struggling to do everything right
And then it all falls apart
When out go the lights
I'm just a lonely pilgrim
I walk this world in wealth
I want to know if it's you I don't trust
'Cause I damn sure don't trust myself

Il problema è chiaro, ma le cose non prendono la piega che dovrebbero. Springsteen sposta l'asse dell'attenzione da lei a lui, ma così facendo non trova certo una medicina ai suoi mali: lei potrà sempre recitare la parte della donna innamorata e lui quella dell'uomo fedele; ma se per caso qualcuno dovesse provare a leggergli la mano, allora sarebbero guai. Qui l'artista si abbandona al ricordo più intimo che ha: il giorno del suo matrimonio. Ricorda che, con la neo-moglie, andò proprio a farsi leggere le mani da una zingara, la quale preannunciò un futuro roseo per i due. Ma il ricordo, così dolce, si sovrappone al presente, ricordando che ogni rosa ha le sue spine: dopo quella bellissima giornata, infatti, sono arrivati anche i momenti difficili. Forse, allora, la zingara aveva mentito...

So when you look at me
You better look hard and look twice
Is that me baby
Or just a brilliant disguise

Il finale non può che lasciarci sconvolti. Tristissimo e meraviglioso al tempo stesso. L'apoteosi della tragedia del quotidiano. Il quadro è chiaramente cambiato. L'altro uomo ha vinto.

Tonight our bed is cold
I'm lost in the darkness of our love
God have mercy on the man
Who doubts what he's sure of

Per quanto brutta sia questa resa in italiano, vi invito a riflettere su queste specifiche parole; nonostante avremmo potuto facilmente tradurre in maniera decisamente migliore.

Dio abbia pietà dell'uomo che dubita di ciò di cui dovrebbe essere sicuro

Questo quadro finale, quello dell'uomo rimasto solo e pieno di incertezze, ci catapulta involontariamente dentro il brano successivo.

Anche per One step up il video diventa qualcosa di imprescindibile dalla musica e dal testo, se vogliamo arrivare alla totale comprensione dell'opera. L'aggancio con Brilliant Disguise è evidente

Woke up this morning my house was cold

La casa è sempre quella, il narratore pure. Se ci fosse, però, qualche dubbio in proposito, questo viene sfatato immediatamente: il protagonista entra in macchina, nella sua vecchia Ford. Perchè lo fa? Dove dovrà andare?

We've given each other some hard lessons lately
But we ain't learnin'

Il viaggio ha dunque una connotazione insieme fisica e psicologica. Il viaggio assume valenza di "viaggio alla ricerca/riscoperta di sè". Il viaggio è, d'altronde, sì un mito antico, ma sopratutto un mito tipicamente insito nell'essenza americana "born in the USA". E, tuttavia, proprio il viaggio sembra immediatamente essere sconsolato, come svuotato dei suoi significati.

We're the same sad story that's a fact
One step up and two steps back

Anche questa volta il video risulta essenziale.


L'entrata in città è ripresa dall'interno di una macchina (la stessa su cui l'autore sta viaggiando) e assume quasi la connotazione di un porto di mare. Dovremmo trovarci, quindi, in un momento di forte speranza, di aspettative; ma veniamo subito disillusi: l'automobile viene inquadrata dall'esterno mentre è costretta a fermarsi di fronte a un passaggio a livello. Le possibilità di redenzione e rinascita vengono irrimediabilmente negate.
A questo punto la scena cambia e veniamo catapultati nella location che occuperà tutta (o quasi) la parte finale del clip. L'autore/attore entra in un locale. Probabilmente è ormai notte e il posto puzza lontano un miglio di night pieno zeppo di signorine compiacenti, spogliarelli, alcolici e via dicendo. Nonostante ci sia anche una donna apparentemente più "seria" che lo guarda, lui si siede appartato. Da questo momento parte il primo di una serie di clip in bianco e nero fortemente simbolici: due mani che si avvicinano fino a intrecciarsi. Nel momento del contatto osserviamo spruzzi d'acqua e cariche elettriche che dilagano per lo schermo. Inoltre (aspetto da non sottovalutare) agli anulari spiccano con decisione le fedi, gli anelli nuziali.
Il senso di disagio è chiaramente comunicato dalle parole

Bird on a wire outside my motel room
But he ain't singin'
Girl in white outside a church in June
But the church bells they ain't ringing

Il video, in questo senso, segue il testo. L'artista ci fa partecipi del suo stato d'animo.

I'm sittin' here in this bar tonight
But all I'm thinkin' is
I'm the same old story same old act
One step up and two steps back

La voce narrante ha raggiunto la consapevolezza della sua posizione. Guarda le ragazze che ballano in bikini, ma con fare annoiato. Probabilmente sarebbe facile per lui allungare una banconota verso quelle forme curvilinee e passare, così, una serata d'oblio. Ma questa fase, ormai, è stata superata. I flashes si fanno più insistenti e sempre meno chiari: rotaie ferroviarie, piedi che scivolano, mani (sempre munite d'anello) che vanno a sfiorare altri corpi.
L'esperienza amorosa c'è stata, ed è di quelle che non può essere dimenticate. Di più: non è nemmeno di quelle in cui si può semplicemente dire "basta" per porre fine alla storia. Lei non se ne andrà mai dal cuore dell'artista, a meno che non sia quello stesso cuore a cancellarla d'improvviso.
Lui si guarda allo specchio. Si vede, e non si piace. Tira le somme, mette su un bilancino la sua esistenza, la sua personale esperienza.

It's the same thing night on night
Who's wrong baby who's right
Another fight and I slam the door on
Another battle in our dirty little war
When I look at myself I don't see
The man I wanted to be
Somewhere along the line I slipped off track

e capisce che, più si è mosso, più è rimasto fermo. Anzi, peggio...

I'm caught movin' one step up and two steps back

A questo punto, cambia la prospettiva: il narratore vede una donna; un'altra.

There's a girl across the bar
I get the message she's sendin'
Mmm she ain't lookin' to married
And me well honey I'm pretending

Deduce che, come lui, anche lei finge di non essere sposata. potrebbe mettere una pietra sopra il suo passato, abbandonarsi al piacere della ri-scoperta... ma poi si rende conto che ciò non è veramente più possibile. Perchè lei, l'altra donna, è sempre lì.

Last night I dreamed I held you in my arms
The music was never-ending
We danced as the evening sky faded to black
One step up and two steps back

E lui non ha più certezze, se non quelle che riguardano il suo stesso modo di vivere. Per un passo in avanti, ce ne sono sempre stati due indietro. Guardare avanti non è più possibile, perchè lei è ancora lì, nel profondo del cuore, e non sembra volersene andare (per quanto, nella realtà, abbia già levato le tende, e da parecchio).
Le mani che nel primo clip si intrecciavano ora si staccano di colpo. Tutte quelle micro-scene si ripropongono con un rewind a rallentatore. Ultima tinta del quadro, la faccia dell'artista, ripresa in primo piano, che va progressivamente invecchiando per tornare poi, all'ultimo, normale ed estraniata al massimo. Quasi stupita, forse. Come se avesse avuto una rivelazione.

martedì 26 aprile 2011

Anniversario



Oggi, per me, è un anniversario.
Un anniversario molto importante.
Era il 26 aprile 2010: ricevevo un dono, si spalancava una porta.
Mentre se ne stava chiudendo un'altra.

Ma io non me ne rendevo conto, perchè tante certezze stavano crollando:
perchè la mia concezione della vita stava cambiando.
Tante cose stavano cambiando... senza che potessi capirlo.
Non dirò "senza che potessi farci nulla",
perchè il problema di fondo non era quello.

Naturalmente io sono arrivato in ritardo, come al solito.
E, come al solito, ho stra-parlato, senza aver detto però nulla di concreto.
Ho rovinato tutto.

Quando ho realizzato tutto, nell'insieme, ormai era andata.
Ma la speranza è l'ultima a morire...
Ed è così che nascono le promesse.




Ma questa non è una promessa che si può spezzare.
Non ne vale il prezzo.

La rinuncia a un dono.
Nel disperato tentativo di poter recuperare ciò che si è scioccamente perduto.

Ed eccola, la promessa.
... ed ecco un film (l'unico) che è riuscito a farmi piangere.





sabato 12 marzo 2011

IO & BRUCE: Dancing in the Dark

A volte è necessario aspettare molto tempo prima di tornare a leggere una storia scritta tempo prima e poterne uscire decentemente, con la faccia pulita e la forza di guardarsi allo specchio.
Di questa storia, in qualche modo, mi vergognavo. E me ne vergogno tuttora (non che sia tutto vero, per carità!). Ma è passato un anno esatto da quando l'ho buttata giù e, volente o nolente, credo sia giunto il momento di confrontarsi con certe vecchie paure, di esorcizzarle, di prenderle a calci nei coglioni... Torna la serie di "racconti" con le canzoni di Springsteen come sottofondo: oggi abbiamo "dancing in the dark".


Amici da 14 anni in un mercedes

Apro la porta del frigorifero, ma le mie attese sembrano volermi deludere: tre bottiglie d'acqua del rubinetto, una frizzante, 5 litri di latte, svariati formaggi e prosciutti, un paio di ragù da scaldare, un'immensità di altre cose verdi non identificate. Cazzo! Nemmeno l'ombra di una birra. Questa non ci voleva. Una birra almeno mi calmerebbe. Chiamo Andrea: ho bisogno di farmi tirare su, ho bisogno di parlare, ho bisogno soprattutto di qualcuno che mi stia a sentire e, magari, che mi consigli.
Cerco il numero del mio amico tra le chiamate recenti e premo il telefono verde. Dall'altra parte squilla.
"Andrè...!"
"Vincè; come stai?"
"Un pò 'no schifo... mò che fai?"
"Dovrei andare da un sarto a piazza Istria"
"Ti accompagno. Andiamo a fette?"
"A dire il vero pensavo di prendere l'auto"
"Da paura. Sto scendendo"
Dopo nemmeno cinque minuti ci ritroviamo entrambi di fronte al mercedes di suo padre.
"Andrè, non mi ricordo nemmeno: si può fumare in auto?"
"Certo, però abbassa il finestrino"
Consolato dalla notizia estraggo dal pacchetto da dieci di Winston blu una sigaretta al drum che mostro al mio compagno di avventure
"Beh, sta imparando a rollare benino la ragazza, eh?"
Sorride.
"Insomma, Vincè, che è successo?" mi fa dopo avere passato gli incroci più impegnativi del tragitto.
"... che non hai litigato con i tuoi l'ho capito, e già questo è un passo avanti!"
Come mi conosce...!
"Potevo essere abbacchiato per una litigata con i miei? Quello che mi dicono da una parte mi entra e dall'altra mi esce!" gli rispondo, spostando la mano da un orecchio all'altro. Tiro un sospiro e gli racconto le ultime puntate della mia pseudo storia d'amore: spiego, con una sintesi degna dei riassunti di Beautiful, come lo strafottutissimo pacchetto di prima sia stato -per lei- portatore di dubbi e di incertezze.
"Mi viene l'ansia" mi aveva detto poche ore prima. L'ansia di fare una scelta, di prendere una decisione? O forse ero io l'ansia? Io, con le mie gentilezze GRATUITE e, in quanto tali, incomprensibili...?
Quel santo del mio amico si sorbisce tutto il pippone con pazientemente. Poi, dopo qualche momento di silenzio, mi fa: "Ascolta Vinni, ti conosco da anni... tu non stai tentando di comprarla; è ovvio. Certi gesti, certe tenerezze ti riescono spontanee, lo so. So che non stai nemmeno a pensarci su. Mettiti nei suoi panni però: Spiegale chiaramente che le cose che fai non hanno un secondo fine. Tranquillizzala e rassicurala; secondo me ne ha bisogno."
Poi, mentre parcheggia, aggiunge: "... se di te se ne fregasse completamente, non verrebbe nemmeno a farteli certi discorsi..."
La sartoria è a pochi metri da noi.
"Era da tanto che non fumavo in auto..."
Sbrigate un paio di commissioni torniamo a casa. Sceso dal sedile e chiuso il mercedes, guardo il mio amico "Grazie Andrè. Mi serviva proprio uscire e svagarmi un pò..."


Bacco e la combriccola

Una serata tra soli uomini. Una gran bella serata tra soli uomini, e non una delle tante in cui la fica manca perchè non ne ha proprio voluto sapere di uscire con te, quanto una di quelle in cui sei tra soli uomini perchè era esattamente ciò che volevi. Il bello dell'essere senza donne (o dell'averle lasciate a casa) è che puoi fare e dre tutto quello che ti pasa per la testa, stando sicuro che resterà all'interno della comitiva. E' bello, periodicamente, ritrovare gli amici di una vita fa e riscoprirsi sempre più cretini.
Ci sediamo al tavolo di un'osteria "Osteeee! Portace 'n siluro!" Il siluro è un grande cilindro da 5 l. circa, pieno di birra. Il luppolo esce da un apposito rubinetto, il che fa sentire ognuno molto perfetto barista di se stesso. Questa sera, di siluri, ce ne siamo sparati tre in sette. E considerando che, come sempre, c'è chi beve di più, chi di meno e chi non beve proprio, direi che ci siamo sturati almeno due litri a testa di quel nettare degli dei che a West chiamano "Birra". Io me ne esco tranquillamente con il boccale in mano, così posso continuare a bere mentre torno a casa... e intanto gli ho fregato il bicchiere! Appena se ne rendono conto, dalla parte dei miei amici partono applausi e standing ovation etiliche, finchè arriviamo sulla tangenziale. Danny, certamente tra i più ciucchi della combriccola, sale su una specie di guardrail tra marciapiede e strada e si produce in qualcosa di più simile a un carpiato che a una capriola, rotolando prima sul tetto di un'auto parcheggiata, poi in strada. Quindi corre a pisciare in uno di quei cessi chimici che si trovano nei cantieri. Andrea intanto ha cominciato a delirare: sta prendendo a calci un coso triangolare di plastica (non so proprio cosa diavolo sia, o comunque sono troppo ubriaco anch'io per focalizzarlo) rubato dal cantiere di prima.
"Andrè... ma che cavolo stai a ffà?!"
Quello si volta e ci risponde pacatamente "Mi sto allenando!".
All'esplodere dele nostre risate ci regala un'occhiata che gelerebbe il peggiore Lee Van Cleef, quindi afferma sprezzante: "Ecco perchè non diventerai mai il vero ZORRO!"
Poi comincia a calciare una pigna, dribblando avversari inesistenti, manco fosse Pelè.
Inseguendolo ci itroviamo di fronte a un pub e a un ristorante cinese chiuso. Quel mongoloide, come ci vede arrivare, sa pronunciare ancora solo due parole "rhum&pera! rhum&pera!". Mentre gli altri cominciano una battaglia -persa in partenza- per convincerlo che altro alcol lo stenderebbe, Danny si ferma a fissare le lampade rosse di fronte all'insegna di ideogrammi. Con il muso all'insù, l'espressione ebete e quell'unica frase ripetuta ".. ma che figata..." è veramene uno spasso. Poi, d'improvviso, salta, allunga il braccio e, in una mossa sola, ha strappato tutti gli strass dorati che pendevano dall'attrezzo luminoso. Mi chiedo come abbia fatto a non tirare giù pure quello.
"Edoardo, guarda che bello!" mostra fiero.
Ecco, ora abbiamo veramente sgravato. Ma il fatto stesso che non riesca a pensarci senza sbellicarmi dalle risate sottolinea come, in fondo, non me ne freghi proprio un cazzo. Se certe boiate non le facciamo ora...


Neopapà per una settimana


Sabato, in tarda mattinata, mi incontro con Simone. Ormai, a causa della sua scuola serale, ci vediamo sempre meno. Ma, ogni volta, quante ne abbiamo da raccontarci...!
Mi chiede, come sempre, se ci sono progressi negli amori, ascolta le mie paranoie e mi dà pure dei consigli buoni. E che è?! Poi tace per una manciata di secondi. Mi guarda e sorride. "Sai che per poco non la mettevo incinta?"
".... Eh..?"
La sua donna è una ragazza madre: suo figlio ha festeggiato tre anni pochi giorni fa.
Simone, per usare un eufemismo, "non adora" farlo con il profilattico. E la settimana scorsa lei ha avuto un ritardo, oltre a un nuovo accumulo di latte al seno. Tutto si è poi risolto (anche se non capisco bene come), ma pare siano stati sette giorni di terrore. Diciottenne, senza lavoro nè diploma, potevano tenere un bambino? No, certo che no.
"In caso" mi ha confessato il mio amico "lei avrebbe abortito... e le cose tra di noi sarebbero cambiate". Un istante dopo, però, il suo volto si è riacceso e ha continuato: "Però lo sai che, come idea, mi piaceva un sacco? Un piccolo 'Mone... un piccolo stronzo come me... figlio mio, cui ho dato io la vita!".
Beh, credetemi se vi dico che in quel momento, di fronte a tanta spensierata fiducia in un sogno, sono stato felice. Tornando a casa siamo passati per piazza Winckelmann: un buco di mondo, quando eravamo piccoli noi un cesso a cielo aperto, che ci ha visti crescere. Oggi, tutto sommato, è davvero un bel posticino: giostre, scivoli, tappeti elastici e trenini e altalene e biliardini e patatine e coca-cola e sole e bambini e tanti bambini... "Meno male che ci sono i bambini. Pensa te se non ci fossero... Te non lo vorresti un figlio?"
Tutto questo è stato Simone a dirlo.
"Certo che sì! Non ora, è chiaro... ma in assoluto sì".
Non avevo mai sentito il mio amico fare discorsi così seri e profondi: "Quando eravamo bimbi noi, 'sto posto era 'no schifo... tutte siringhe pe' terra, e poi ce stava solo 'na giostra e un'altalena.. Guarda mò che bello!... e un giorno ce verranno a giocà i nostri figli... e forse un giorno pure i figli dei nostri figli... e per venire uno può metterci anche solo du' minuti... Cioè, pe' fà un bambino, pe' fà 'na vita, bastano due minuti..."


100 giorni

Domenica 14 marzo 2010. Nonostante la serata non sia stata nulla di speciale, scendere dal letto mi costa molta più fatica del previsto: la sveglia suona alle 8:30, ma quando finalmente sono in salotto a fare colazione le lancette segnano le nove e sette minuti. Mi lavo e mi cambio, facendo in modo di poter approfittare di questo fortuito ritardo quanto basta per non essere intercettato dalla solita suora pronta, come ogni domenica, ad accollarmi una lettura. Anzi, per non sbagliarmi mi fermo anche a fumare una sigaretta. Riscaldato dal sole e dal tabacco che brucia, la dose mattutina di veleno mi sveglia completamente, restituendomi tutte le funzioni cerebrali ancora inattive. E' un attimo: connetto che giorno è, capisco cosa significhi. 100 giorni. Tra cento giorni, la prima prova degli esami di maturità. Per voler essere romantico, gli ultimi cento giorni della mia adolescenza. Evvai! A voler fare i conti, vista Pasqua e diverse altre cazzate tra cui ponti e assemblee, sono rimasti 70 giorni scarsi di scuola effettiva.
La giornata sembra magica, risulta chiaro che farò qualche cazzata, come a sottolineare che la maggiore età non mi ha preso e non mi prenderà ancora per un pò. Tutto scorre liscio fino alle 16:00 circa, quando mi chiamano al telefono: è un mio amico; mi dice di scendere, che c'è lei che mi vuole vedere, mi vuole parlare. Sul momento non mi rendo conto di ciò che dico, delle conseguenze che le mie parole potrebbero comportare "Aò, è appena iniziato il secondo tempo... Dille che non scendo, poi forse la chiamo io..."
Deve passare del tempo prima che qualcosa si muova. Dopo il 4' di recupero, dopo il triplice fischio finale. E non è per il pareggio. Non è neppure per il rigore sbagliato. capisco solo che qualcosa non va. Mi chiedo se lei sia incazzata. Considero che, effettivamente, non essere preferita a una partita di calcio non è il massimo. Resto due ore inebetito, con un buco nello stomaco. Ho come l'impressione che le mura della stanza mi si stiano stringendo addosso. Fino a quando decido che è troppo. Mi infilo la giacca di pelle, controllo la temperatura esterna, annuncio: "Esco a riflettere su tutte le cazzate che ho fatto fino ad ora".
Papà, come per ogni cosa leggermente fuori dall'ordinario, non vuole capire; Mamma risponde come un nastro registrato "Ricordati che alle otto in punto si cena".
Esco, trovo il coraggio necessario e la chiamo.
"Ehi... senti, ti volevo chiedere scusa per prima; mi dispiace davvero non essere sceso..."
Lei, dall'altro capo, risponde, voce più dubbiosa e leggera rispetto al solito (ma forse è solo una mia impressione): "Figurati... ma dovevi studiare tanto?"
?!
"No, cioè... sì, sì, una cifra! Poi era sceso un mio cugino da Milano..."
E' fatta. Torno a casa canticchiando "Grande figlio di puttana" degli Stadio. In cucina c'è mia madre. "Non puoi capire quanto ho sculato" le faccio "Non ha capito che l'ho pisciata per la Roma!". Lei mi guarda sprezzante: "Quanto sei rozzo... e, comunque, sei proprio una canaglia!"


Dancing in the Dark

Alcuni parlano di "teoria del piano inclinato"; io parlo di dama, di pedine nelle mani del destino. La libertà è vera solo per metà. La metà scarsa della nostra vita dipende dalle nostre scelte e dalle nostre azioni; tutto il resto dipende dalle scelte e dalle azioni del mondo che ci circonda. La cosa più preoccupante è che ciò che chiamiamo "controllo" non lo possiamo esercitare alla perfezione nemmeno nella fetta di fatti/azioni sotto la nostra cura. Prendete me: quanta razionalità stavo effettivamente esercitando mentre preferivo una partita di calcio alla ragazza di cui sono innamorato? La mia scelta, quindi, quanto è stata portata avanti sotto il mio diretto controllo? Nel flusso vitale intervengono in continuazione quegli elementi che, volgarmente, chiamiamo "cazzate" (vedi esempio) e "botte di culo" (lei che non connette la mia assenza con la partita della domenica).
Strano il destino: prende e dà, anche se quasi mai equamente. Dall'alto della sua onniscenza, Bruce declama:

You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark

Non puoi accendere un fuco senza una scintilla. Quando, finalmente, io e lei riusciamo a trovarci da soli, a sederci, a parlarci, non troviamo il modo di dirci praticamente nulla di nuovo. Finti scemi tutti e due, tutti e due con una fottuta paura di aprirsi veramente all'altro, tutti e due talmente bruciati da emozioni vecchie da non essere più disposti a rientrare in gioco: l'una con le parole, l'altro nei fatti.
Il fucile è in affitto, aspetta... Anche se, forse, stiamo solo ballando al buio.
Restiamo, incredibilmente, pupazzi nelle mani di qualcosa più grande dell'amore.

lunedì 7 febbraio 2011

ROSES IN THE RAIN -coming soon-


Il titolo "Roses in the rain" è un chiaro omaggio a Bruce Springsteen, Uomo descrivibile solo come The Boss. Qualsiasi altra parola è inutile e/o inappropriata.


La scelta springsteeniana di Thunder Road: una canzone che vuol dire molto (e non parlo solo per me): quel brano è un inno, un inno che amo... ma non ho costruito la mia raccolta in funzione di una canzone. Almeno, non era questa la mia idea di partenza. E' stato raggruppando i vari versi per tematiche che mi sono reso conto delle affinità (non poche e non solo tematiche) che trovavo tra le mie poesie e questa fantastica ballata.

L'idea mi è venuta un giorno che minacciava pioggia, mentre passeggiavo lungo uno stradone che, se solo avesse il mare, potrebbe essere the dusty beach road di fronte alla finestra di Mary nella suddetta canzone: la strada era un insieme di pozzanghere e una decina di petali rosa erano sparsi tra asfalto e lamiere di auto. Beh, più imboccata di così c'è solo la pappa dei bebè, no?

Vedere con questi occhi le Rose nella pioggia così come le avevo immaginate, e più o meno nella stessa situazione del protagonista di Thunder Road, mi ha poi portato a fare una considerazione. Stupida, forse. Banale, indubbiamente. Senza senso, ok. Però l'ho fatta: ho pensato che tutti noi, o almeno, tutti coloro che somigliano ai personaggi di Thunder Road, sono in qualche modo delle rose sparse, sprecate nella pioggia. Ma questa immagine non la voglio spiegare ulteriormente: rovinerei, probabilmente, quella magia che solo le sfumature della poesia ci possono regalare; vi priverei di questo meraviglioso diritto... e non è ciò che voglio. Non è il motivo per cui ho raccolto le poesie di "Roses in the rain". Prossimamentissimamente, per tutti coloro che la vorranno.


A Lorenzo, Flavia e Andrea, che sopportano con pazienza le mie paranoie

A Mamma, che trova (non si sa più come) la forza per capirmi

A Luigi e Gaia, detentori delle mie stesse, folli, idee

A Francesco, che con me invece ha condiviso tutto; bocciatura alla maturità inclusa

Ad Ale, una delle poche anime pure che ho la fortuna di conoscere

Ad Andrea, amico di sempre e grafico autore di questa meravigliosa copertina

A Ele, perchè mica tutte le ragazze degli amici sanno non vederti come un incomodo

A Filippo, che continua a offrirmi un posto sul suo divano per ogni partita della Roma

A Luisa, amica ritrovata

A Matteo e Margherita, un fratello e una sorella, lontani Km ma sempre nel mio cuore

A Claudio e Cristina, gestori del bar Marylin, luogo di pace e di attesa

Ai fratelli del Clan e alle sorelle del Fuoco, perché ognuno di loro mi ha dato qualcosa e, forse, io non avevo ancora fatto altrettanto

Ai lupetti del Dhak, per avermi reso “leggero” quando tutto sembrava nero

Ad Ananth, capace di riempire di brio le nostre vite (anche se mettendole a rischio)

A Giuseppe Elio Ligotti, il maestro

A mio cugino, che ha sempre trovato il tempo per aiutarmi e consigliarmi dove poteva, anche da Milano, anche se a lavoro

Ai Rio, perché una loro canzone mi ha salvato la vita

A Stiky, Bob e Luca, per il meraviglioso anno di servizio passato insieme

A Barzo, senza la cui cazziata ormai non parto più

A Giorgio, presenza superiore

A Simone e Cicca, perché i loro battibecchi sono unici

A un pino che non c’è più

A tutti coloro che non ho nominato perché la pagina è finita prima


.. e a una Pagliaccina intravista per sbaglio in un freddo giorno di… , per avermi ispirato la poesia più bella di cui sono capace

...e, soprattutto, per avermi reso un una persona migliore.

Pix