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mercoledì 22 febbraio 2017

La politica matrimoniale - racconto breve sulla scissione del pd

il testo seguente, di fantasia, è proprietà intellettuale esclusiva del sottoscritto Michele G. Picozzi, che ne è l'unico autore.

Questo racconto satirico è per forza di cose ispirato alla scissione attualmente in atto nel Partito Democratico.
Ogni riferimento a fatti o persone reali, tuttavia, è da ritenersi casuale e quindi non voluto.

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La Politica Matrimoniale 
- racconto breve -
Dedicato ai compagni; quelli "veri"... 


Massimo si svegliò parecchio urtato quella mattina. Gli atteggiamenti di sua moglie negli ultimi giorni lo stavano snervando.
Non andava bene, non andava affatto bene che lui tornasse dal lavoro a sera inoltrata e che trovasse ad aspettarlo solo un frigo vuoto.
Si sentiva trascurato. Trascurato e offeso. Trascurato, offeso e ferito.
Era arrivato il momento di sputare tutto il veleno che aveva accumulato nelle ultime settimane, di mettere le carte in tavola.
Quello che avrebbe dovuto essere sarebbe stato.
Cercò con i piedi le pantofole a occhi chiusi, si stiracchiò e, alzatosi, si diresse verso la cucina.
Sua moglie stava finendo di fare colazione. Aveva preparato il caffè. Con la moka piccola. Massimo non dubitava che ormai fosse già maledettamente vuota.
- Ben svegliato - lo salutò Doriana.
- Buongiorno - rispose laconico lui.
Prese in mano la moka e la scutugliò appena. Non ebbe bisogno di avvicinare il beccuccio alla tazzina per scoprire, come d'altronde sospettava, che sì, era già stata svuotata.
Non riuscì a trattenere un verso istintivo di insofferenza.
- E questo che cos'era? - gli domandò Doriana con un filo nel tono della voce intessuto per metà di disappunto e per metà di curiosità.
Massimo restò in silenzio e prese a fissare il piccolo televisore all'angolo del cucinino, acceso, che passava il tg della mattina.
- Allora? Che cosa hai? - insistette Doriana.
Massimo continuava a fissare le immagini che scorrevano sullo schermo. Il primo ministro, con quella sua aria tra il flemmatico e lo scocciato, ribadiva gli stessi concetti che aveva in bocca da settimane: l'opportunità politica, il momento storico, la volta buona per dare una scossa alla situazione internazionale...
- Insomma? - chiese sua moglie per la terza volta.
Massimo a quel punto scosse la testa.
- Niente. Pensavo al presidente del consiglio.
Lei lo guardò curiosa, presa alla sprovvista.
- Al presidente del consiglio? È per colpa sua che digrigni i denti già di prima mattina?
- Proprio così. Perché, c'è qualcosa di strano?
- No, no. Figurati.
Massimo tornò a guardare il televisore con aria un pochino più convinta.
- Già - ripeté, come a convincersi della scusa che aveva appena partorito:
- È proprio uno stronzo.

***

- No, signora Speranza, non dico che non deve annaffiare gli oleandri sulla tangenziale. Solo non capisco perché deve farlo dal terrazzo di casa sua.
Domandò Massimo alla malefica vecchina durante la riunione di condominio.
- Mi scusi, sa, ma io ho una certa età. Che cosa pretende, che vada ad annaffiarli personalmente uno ad uno, scendendo in strada? Mi ci vorrebbero... quante bottiglie di plastica? Lo sa lei quanto è distante la fontanella più vicina?
- Signora, io non metto in dubbio le sue difficoltà e non sto suggerendo questo. Ma questa sua "abitudine" potrebbe diventare pericolosa, se ne rende conto?
- Questo non lo credo proprio, giovanotto. Io annaffio gli oleandri solo dopo le ventidue, quando la strada è chiusa al traffico. Non vedo come potrebbe rappresentare un pericolo per qualcuno.
- Va bene; diciamo allora che potrebbe diventare "fastidioso" per chi passeggia davanti quel muro a piedi. Per me che torno sempre dal lavoro a quell'ora, che spesso e volentieri mi scordo della sua premura nei confronti degli oleandri e che, pertanto, mi ritrovo tante volte a subire una doccia non richiesta.
- Giovanotto, se lei non sta attento non è un mio problema. Il regolamento comunale dispone che si dia acqua alle piante solo dopo una certa ora; e io questa regola la rispetto in pieno. Se pure mi limitassi a bagnare solo i fiori del mio terrazzo lei, distratto com'è, si beccherebbe comunque tutto ciò che scola comunque dai sottovasi. Con la differenza che la questione non esisterebbe. Quelle povere piante hanno bisogno di qualcuno che si occupi di loro e io non ho intenzione di abbandonarle a sé stesse solo perché lei non fa attenzione a dove mette i piedi.
Massimo abbandonò la riunione con i nervi a fior di pelle. Sua moglie lo seguì dimessa, con il viso rosso dalla vergogna.
- Massimo, che diamine! Ma dovevi proprio prendertela con la signora Speranza?
- Scusa, ma perché no? È una maleducata egoista. Per quale motivo dovrei sottostare al suo egoismo e alla sua maleducazione?
- Per quieto vivere, Massimo. Per quieto vivere.
- Per quieto vivere? Per quieto vivere la prossima volta chiamo i vigili e le faccio fare una multa grossa così!
- Illuso... - gli rise in faccia sua moglie: - Ti sei dimenticato che quella signora è la mamma del vicecomandante della municipale? Non daranno mai retta a te per mettersi contro suo figlio!
- Ah, è così?
Il giorno seguente Massimo si recò alla sede locale del partito di maggioranza del suo municipio. Mancava meno di un anno alle elezioni amministrative e l'episodio della sera precedente lo aveva riempito di frustrazione, caricandolo di quella rabbia che lo stava spingendo a candidarsi come assessore alle strade.
In fondo era un professionista molto stimato e relativamente conosciuto. Il funzionario del partito fu ben lieto di tesserare un cittadino esemplare come lui.
Massimo tirò fuori il meglio di sé e l'anno successivo, quando il partito del quale ormai faceva parte vinse come, era prevedibile, le amministrative, lui fu nominato amministratore delle strade.
La signora Speranza, per tutto quel tempo, aveva naturalmente continuato ad annaffiare gli oleandri al bordo della tangenziale con la canna da irrigazione dal terrazzo di casa sua.
Massimo, con la sua nuova autorità di assessore, le mandò i vigili a casa.
La signora Speranza dovette pagare la sua bella multa.
- Come mai sei così di buon umore, caro? - domandò Doriana a suo marito.
- Perché alla fine ho vinto io!
-  E cosa ti riferisci?
Massimo e rispose quasi sdegnoso:
- Alla signora Speranza, ovviamente. Non hai sentito della multa che ha ricevuto?
- Sì, ne parlava stamattina con il vedovo del terzo piano. Perché? Tu che cosa c'entri?
- Che cosa c'entro? Glieli ho mandati io i vigili!
Sua moglie lo osservava interrogativa.
- Così la smetterà di allagare la strada dal terrazzo di casa sua! Si sentiva impunita, al di sopra della legge e dei regolamenti di buon vicinato... e io le ho dimostrato che aveva torto!
Doriana alzò le spalle con indifferenza:
- Se la cosa ti fa stare meglio - disse andandosene a fare una doccia.

***

- Doriana, davvero, non riesco più a comprendere la tua ostinazione.
- Hai poco da capire e ancora meno da arrabbiarti: io non mi sento pronta.
- Non ti senti pronta. Non ti senti pronta a diventare madre a 37 anni.
- Hai riassunto perfettamente. Vuol dire che mi hai capita.
- No che non ho capito. Non ti capisco.
Marito e moglie restarono in silenzio, senza voltare il capo ma pure senza guardarsi, con lo sguardo assente, Massimo proiettato alla ricerca di una risposta, Doriana nell'indifferenza noiosa di chi aspetta che un certo momento passi via e basta.
- Non ti senti pronta per avere un bambino o non vuoi averlo?
- Fa differenza?
- Sì, Doriana. Per me fa differenza.
- Allora scegli tu.
- Scegli tu che cosa?
- Scegli tu quale delle due. Io per ora non voglio pensarci.
Massimo uscì di casa senza salutare.
Il lavoro in comune era diventato noioso. Si era stancato, dopo quattro anni, di svolgere l'ordinaria amministrazione senza poter dire mai la sua. Anzi, a essere onesti la sua poteva dirla. Ma contava quanto il due di coppe quando regna bastoni.
Il sindaco pareva lontano, disinteressato alle idee personali di uno dei suoi assessori più virtuosi. Sapeva che Massimo svolgeva bene il suo lavoro' e tanto gli bastava. Perché risolvere tutti i problemi del Comune, a suo modo di vedere? Perché mai? Su che cosa avrebbe puntato, alle prossime amministrative, se per un caso sfortunoso si fosse davvero impegnato a risolvere tutti i problemi della città? Che cosa avrebbe potuto più promettere in campagna elettorale?
Massimo non era uno stupido: aveva compreso da tempo le regole del gioco.
Semplicemente, da quella mattina quelle regole non gli andarono più a genio.
Quella mattina si ammalò di telefonate: contattò colleghi stufi e colleghi ambiziosi, professionisti affermati come era stato lui fino a qualche anno prima, qualche amico di comprovata fiducia.
Quindi, a ridosso delle prime candidature utili, iscrisse il suo nome. Era in corsa per diventare sindaco. Con il partito che aveva fondato idealmente la mattina che aveva discusso con Doriana.
Inaspettatamente, Massimo vinse le elezioni.

***

Massimo venne eletto sindaco per due mandati consecutivi.
Sul finire del suo decennale incarico aveva bene di che essere soddisfatto. Con le sue sole forze era riuscito a creare un soggetto politico nuovo, vitale e competente. Aveva governato con cognizione e prudenza, compensando la relativa inesperienza iniziale rispetto a chi il politico di professione lo aveva fatto sin da giovanissimo.
Era arrivato il momento di cedere il passo, dopo dieci anni di pubblico incarico.
All'interno del suo partito erano cresciuti dei giovani interessanti e uno in particolare, Gianmatteo, si faceva avanti, ancora tra le righe, per succedergli come prossimo candidato sindaco. Era uno tosto, Gianmatteo: tosto, furbo e dinamico. Fin troppo dinamico, a suo modo di vedere. Di lui sapeva che intratteneva relazioni con i suoi vecchi compagni di partito, del partito con il quale era iniziata la sua avventura come semplice assessore. Dopo un quindicennio nell'ambiente Massimo aveva imparato che le relazioni personali, per chi è del mestiere, non possono non riguardare anche quanto si porta nel lavoro.
Non era che Gianmatteo gli dispiacesse proprio, ma le sue frequentazioni no che non gli andavano giù. Avrebbe preferito, ecco, che come suo delfino venisse indicato un qualche altro, magari più dimesso, più ordinato, meno "esplosivo". Qualcuno di più serio, ecco.
Ci rifletteva spesso. Di tanto in tanto si rispondeva che forse si trattava di una sua fissazione, probabilmente dovuta all'età: oramai era arrivato ai cinquanta anni. Doriana ne aveva 47. Non avevano mai avuto figli. Forse era questo il motivo per cui era diventato così geloso delle sue cose, a tratti così irritabile?
Poteva anche essere. Certo che poteva essere.
Restava il fatto che il suo partito a Gianmatteo davvero non avrebbe voluto cederlo.
Il tempo oramai era giunto al limite. A breve avrebbe dovuto pronunciare il discorso di fine mandato e sciogliere il consiglio comunale.
Dopo le vacanze estive, certo. Dopo le vacanze estive, l'iter sarebbe stato quello per forza di cose. E al diavolo tutto, pure Gianmatteo, che facesse ciò che voleva.
Lui aveva dato.
Anche, e soprattutto, con il suo matrimonio.
Tornando a casa, avrebbe annunciato a Doriana la sua volontà di divorziare. Ci aveva riflettuto a lungo. Per anni. Il momento era arrivato.
Era finalmente certo. Certo che le fatidiche parole non sarebbero mai uscite dalla sua bocca.

***

Al termine delle vacanze Massimo era ancora sposato con Doriana. L'estate era stata tremendamente noiosa. Come sempre.
Si sentiva zeppo fino all'orlo di rancori e di frustrazioni quando giunse alla sala assembleare del Comune per tenere il suo discorso di fine mandato. E per annunciare la candidatura di Gianmatteo come suo successore, come infine era stato deciso.
Continuava a essere contrario in proposito, e come lui anche diversi tra i suoi collaboratori più antichi mostravano diverse perplessità.
Ma una volta avvicinatosi al microfono qualcosa, una molla di sopportazione nascosta e portata alla pressione estrema, scattò dentro di lui.
Dopo avere pronunciato l'ultima parola del suo discorso, inaspettatamente, lasciando gli astanti sbigottiti, annunciò una scissione interna al suo partito.

giovedì 16 aprile 2015

Mandorlato alla Garcia Marquez - racconto dialogato

A un anno dalla scomparsa di Gabo, il caso ha voluto che mi trovassi a scribacchiare questo raccontino. Centonistico ovviamente, come gli altri della serie cui appartiene.
Non ho la pretesa di credere, né di far credere ad alcuno, che abbia saputo rendere un po' di onore all'anima o all'intelligenza di Garcia Marquez, uomo o scrittore che si voglia.
In realtà non c'è nemmeno bisogno di tutto ciò. Perché questo qui, quello che appare, il vecchio che è passato da queste parti, è il mio Garcia Marquez. Gabriel Garcia Marquez come io, personalmente, l'ho conosciuto e reinventato dalle pagine di lui che ho avuto modo di leggere. Quindi parla a me. E di me, in una certa misura. E se qualcuno non è d'accordo, può benissimo starsene in silenzio e cambiare pagina.
Perché, a voler vedere, nemmeno si chiama Garcia Marquez, questo personaggio qua...

17.IV.2015 
h 01.21 a.m. 


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Un bravo scrittore si riconosce da quanto butta nel cestino della carta. 


lunedì 23 febbraio 2015

Caffettino con De Andrè - racconto breve

Questo racconto è dedicato a Bea, meravigliosa ragazza degli anni '70 che, regalandomi tanti anni fa La buona novella e Non al denaro, non all'amore, né al cielo, mi ha fatto conoscere Fabrizio. Ed Edgar Lee Masters, cui pure devo tantissimo se mi sono sbloccato come scrittore.

Ma lo stesso sorriso, lo stesso colore, dove sono sul viso di chi ha avuto l'amore?

A Bea e a Jones il suonatore, dunque, voi che uscite all'amore che cedete all'aprile... Ovunque siate.
 




"A un tratto l'amore scoppierà dappertutto"



giovedì 22 gennaio 2015

Quattro chiacchiere con Hemingway - racconto breve

Ok, so già perfettamente che saranno al massimo due i coraggiosi che arriveranno fino in fondo a questa lettura... Credo ne valga la pena, a ogni modo. Sicuramente a me è servito tantissimo averla scritta, questa roba. E, per quanto sia ovviamente un po' un centone, avendo io acquisito da un poco di tempo la desolante abitudine di domandarmi "come l'avrebbe scritto Hemingway" quando ho dei dubbi grossi, mi sembra pure comprensibile che mi sia arrogato il diritto di chiacchierarci qualche ora, con il vecchio Papa Ernest. Subendo i suoi improperi di rito...


- QUATTRO CHIACCHIERE CON HEMINGWAY -

"... Perché un uomo può essere distrutto, ma non sconfitto" 


sabato 12 marzo 2011

IO & BRUCE: Dancing in the Dark

A volte è necessario aspettare molto tempo prima di tornare a leggere una storia scritta tempo prima e poterne uscire decentemente, con la faccia pulita e la forza di guardarsi allo specchio.
Di questa storia, in qualche modo, mi vergognavo. E me ne vergogno tuttora (non che sia tutto vero, per carità!). Ma è passato un anno esatto da quando l'ho buttata giù e, volente o nolente, credo sia giunto il momento di confrontarsi con certe vecchie paure, di esorcizzarle, di prenderle a calci nei coglioni... Torna la serie di "racconti" con le canzoni di Springsteen come sottofondo: oggi abbiamo "dancing in the dark".


Amici da 14 anni in un mercedes

Apro la porta del frigorifero, ma le mie attese sembrano volermi deludere: tre bottiglie d'acqua del rubinetto, una frizzante, 5 litri di latte, svariati formaggi e prosciutti, un paio di ragù da scaldare, un'immensità di altre cose verdi non identificate. Cazzo! Nemmeno l'ombra di una birra. Questa non ci voleva. Una birra almeno mi calmerebbe. Chiamo Andrea: ho bisogno di farmi tirare su, ho bisogno di parlare, ho bisogno soprattutto di qualcuno che mi stia a sentire e, magari, che mi consigli.
Cerco il numero del mio amico tra le chiamate recenti e premo il telefono verde. Dall'altra parte squilla.
"Andrè...!"
"Vincè; come stai?"
"Un pò 'no schifo... mò che fai?"
"Dovrei andare da un sarto a piazza Istria"
"Ti accompagno. Andiamo a fette?"
"A dire il vero pensavo di prendere l'auto"
"Da paura. Sto scendendo"
Dopo nemmeno cinque minuti ci ritroviamo entrambi di fronte al mercedes di suo padre.
"Andrè, non mi ricordo nemmeno: si può fumare in auto?"
"Certo, però abbassa il finestrino"
Consolato dalla notizia estraggo dal pacchetto da dieci di Winston blu una sigaretta al drum che mostro al mio compagno di avventure
"Beh, sta imparando a rollare benino la ragazza, eh?"
Sorride.
"Insomma, Vincè, che è successo?" mi fa dopo avere passato gli incroci più impegnativi del tragitto.
"... che non hai litigato con i tuoi l'ho capito, e già questo è un passo avanti!"
Come mi conosce...!
"Potevo essere abbacchiato per una litigata con i miei? Quello che mi dicono da una parte mi entra e dall'altra mi esce!" gli rispondo, spostando la mano da un orecchio all'altro. Tiro un sospiro e gli racconto le ultime puntate della mia pseudo storia d'amore: spiego, con una sintesi degna dei riassunti di Beautiful, come lo strafottutissimo pacchetto di prima sia stato -per lei- portatore di dubbi e di incertezze.
"Mi viene l'ansia" mi aveva detto poche ore prima. L'ansia di fare una scelta, di prendere una decisione? O forse ero io l'ansia? Io, con le mie gentilezze GRATUITE e, in quanto tali, incomprensibili...?
Quel santo del mio amico si sorbisce tutto il pippone con pazientemente. Poi, dopo qualche momento di silenzio, mi fa: "Ascolta Vinni, ti conosco da anni... tu non stai tentando di comprarla; è ovvio. Certi gesti, certe tenerezze ti riescono spontanee, lo so. So che non stai nemmeno a pensarci su. Mettiti nei suoi panni però: Spiegale chiaramente che le cose che fai non hanno un secondo fine. Tranquillizzala e rassicurala; secondo me ne ha bisogno."
Poi, mentre parcheggia, aggiunge: "... se di te se ne fregasse completamente, non verrebbe nemmeno a farteli certi discorsi..."
La sartoria è a pochi metri da noi.
"Era da tanto che non fumavo in auto..."
Sbrigate un paio di commissioni torniamo a casa. Sceso dal sedile e chiuso il mercedes, guardo il mio amico "Grazie Andrè. Mi serviva proprio uscire e svagarmi un pò..."


Bacco e la combriccola

Una serata tra soli uomini. Una gran bella serata tra soli uomini, e non una delle tante in cui la fica manca perchè non ne ha proprio voluto sapere di uscire con te, quanto una di quelle in cui sei tra soli uomini perchè era esattamente ciò che volevi. Il bello dell'essere senza donne (o dell'averle lasciate a casa) è che puoi fare e dre tutto quello che ti pasa per la testa, stando sicuro che resterà all'interno della comitiva. E' bello, periodicamente, ritrovare gli amici di una vita fa e riscoprirsi sempre più cretini.
Ci sediamo al tavolo di un'osteria "Osteeee! Portace 'n siluro!" Il siluro è un grande cilindro da 5 l. circa, pieno di birra. Il luppolo esce da un apposito rubinetto, il che fa sentire ognuno molto perfetto barista di se stesso. Questa sera, di siluri, ce ne siamo sparati tre in sette. E considerando che, come sempre, c'è chi beve di più, chi di meno e chi non beve proprio, direi che ci siamo sturati almeno due litri a testa di quel nettare degli dei che a West chiamano "Birra". Io me ne esco tranquillamente con il boccale in mano, così posso continuare a bere mentre torno a casa... e intanto gli ho fregato il bicchiere! Appena se ne rendono conto, dalla parte dei miei amici partono applausi e standing ovation etiliche, finchè arriviamo sulla tangenziale. Danny, certamente tra i più ciucchi della combriccola, sale su una specie di guardrail tra marciapiede e strada e si produce in qualcosa di più simile a un carpiato che a una capriola, rotolando prima sul tetto di un'auto parcheggiata, poi in strada. Quindi corre a pisciare in uno di quei cessi chimici che si trovano nei cantieri. Andrea intanto ha cominciato a delirare: sta prendendo a calci un coso triangolare di plastica (non so proprio cosa diavolo sia, o comunque sono troppo ubriaco anch'io per focalizzarlo) rubato dal cantiere di prima.
"Andrè... ma che cavolo stai a ffà?!"
Quello si volta e ci risponde pacatamente "Mi sto allenando!".
All'esplodere dele nostre risate ci regala un'occhiata che gelerebbe il peggiore Lee Van Cleef, quindi afferma sprezzante: "Ecco perchè non diventerai mai il vero ZORRO!"
Poi comincia a calciare una pigna, dribblando avversari inesistenti, manco fosse Pelè.
Inseguendolo ci itroviamo di fronte a un pub e a un ristorante cinese chiuso. Quel mongoloide, come ci vede arrivare, sa pronunciare ancora solo due parole "rhum&pera! rhum&pera!". Mentre gli altri cominciano una battaglia -persa in partenza- per convincerlo che altro alcol lo stenderebbe, Danny si ferma a fissare le lampade rosse di fronte all'insegna di ideogrammi. Con il muso all'insù, l'espressione ebete e quell'unica frase ripetuta ".. ma che figata..." è veramene uno spasso. Poi, d'improvviso, salta, allunga il braccio e, in una mossa sola, ha strappato tutti gli strass dorati che pendevano dall'attrezzo luminoso. Mi chiedo come abbia fatto a non tirare giù pure quello.
"Edoardo, guarda che bello!" mostra fiero.
Ecco, ora abbiamo veramente sgravato. Ma il fatto stesso che non riesca a pensarci senza sbellicarmi dalle risate sottolinea come, in fondo, non me ne freghi proprio un cazzo. Se certe boiate non le facciamo ora...


Neopapà per una settimana


Sabato, in tarda mattinata, mi incontro con Simone. Ormai, a causa della sua scuola serale, ci vediamo sempre meno. Ma, ogni volta, quante ne abbiamo da raccontarci...!
Mi chiede, come sempre, se ci sono progressi negli amori, ascolta le mie paranoie e mi dà pure dei consigli buoni. E che è?! Poi tace per una manciata di secondi. Mi guarda e sorride. "Sai che per poco non la mettevo incinta?"
".... Eh..?"
La sua donna è una ragazza madre: suo figlio ha festeggiato tre anni pochi giorni fa.
Simone, per usare un eufemismo, "non adora" farlo con il profilattico. E la settimana scorsa lei ha avuto un ritardo, oltre a un nuovo accumulo di latte al seno. Tutto si è poi risolto (anche se non capisco bene come), ma pare siano stati sette giorni di terrore. Diciottenne, senza lavoro nè diploma, potevano tenere un bambino? No, certo che no.
"In caso" mi ha confessato il mio amico "lei avrebbe abortito... e le cose tra di noi sarebbero cambiate". Un istante dopo, però, il suo volto si è riacceso e ha continuato: "Però lo sai che, come idea, mi piaceva un sacco? Un piccolo 'Mone... un piccolo stronzo come me... figlio mio, cui ho dato io la vita!".
Beh, credetemi se vi dico che in quel momento, di fronte a tanta spensierata fiducia in un sogno, sono stato felice. Tornando a casa siamo passati per piazza Winckelmann: un buco di mondo, quando eravamo piccoli noi un cesso a cielo aperto, che ci ha visti crescere. Oggi, tutto sommato, è davvero un bel posticino: giostre, scivoli, tappeti elastici e trenini e altalene e biliardini e patatine e coca-cola e sole e bambini e tanti bambini... "Meno male che ci sono i bambini. Pensa te se non ci fossero... Te non lo vorresti un figlio?"
Tutto questo è stato Simone a dirlo.
"Certo che sì! Non ora, è chiaro... ma in assoluto sì".
Non avevo mai sentito il mio amico fare discorsi così seri e profondi: "Quando eravamo bimbi noi, 'sto posto era 'no schifo... tutte siringhe pe' terra, e poi ce stava solo 'na giostra e un'altalena.. Guarda mò che bello!... e un giorno ce verranno a giocà i nostri figli... e forse un giorno pure i figli dei nostri figli... e per venire uno può metterci anche solo du' minuti... Cioè, pe' fà un bambino, pe' fà 'na vita, bastano due minuti..."


100 giorni

Domenica 14 marzo 2010. Nonostante la serata non sia stata nulla di speciale, scendere dal letto mi costa molta più fatica del previsto: la sveglia suona alle 8:30, ma quando finalmente sono in salotto a fare colazione le lancette segnano le nove e sette minuti. Mi lavo e mi cambio, facendo in modo di poter approfittare di questo fortuito ritardo quanto basta per non essere intercettato dalla solita suora pronta, come ogni domenica, ad accollarmi una lettura. Anzi, per non sbagliarmi mi fermo anche a fumare una sigaretta. Riscaldato dal sole e dal tabacco che brucia, la dose mattutina di veleno mi sveglia completamente, restituendomi tutte le funzioni cerebrali ancora inattive. E' un attimo: connetto che giorno è, capisco cosa significhi. 100 giorni. Tra cento giorni, la prima prova degli esami di maturità. Per voler essere romantico, gli ultimi cento giorni della mia adolescenza. Evvai! A voler fare i conti, vista Pasqua e diverse altre cazzate tra cui ponti e assemblee, sono rimasti 70 giorni scarsi di scuola effettiva.
La giornata sembra magica, risulta chiaro che farò qualche cazzata, come a sottolineare che la maggiore età non mi ha preso e non mi prenderà ancora per un pò. Tutto scorre liscio fino alle 16:00 circa, quando mi chiamano al telefono: è un mio amico; mi dice di scendere, che c'è lei che mi vuole vedere, mi vuole parlare. Sul momento non mi rendo conto di ciò che dico, delle conseguenze che le mie parole potrebbero comportare "Aò, è appena iniziato il secondo tempo... Dille che non scendo, poi forse la chiamo io..."
Deve passare del tempo prima che qualcosa si muova. Dopo il 4' di recupero, dopo il triplice fischio finale. E non è per il pareggio. Non è neppure per il rigore sbagliato. capisco solo che qualcosa non va. Mi chiedo se lei sia incazzata. Considero che, effettivamente, non essere preferita a una partita di calcio non è il massimo. Resto due ore inebetito, con un buco nello stomaco. Ho come l'impressione che le mura della stanza mi si stiano stringendo addosso. Fino a quando decido che è troppo. Mi infilo la giacca di pelle, controllo la temperatura esterna, annuncio: "Esco a riflettere su tutte le cazzate che ho fatto fino ad ora".
Papà, come per ogni cosa leggermente fuori dall'ordinario, non vuole capire; Mamma risponde come un nastro registrato "Ricordati che alle otto in punto si cena".
Esco, trovo il coraggio necessario e la chiamo.
"Ehi... senti, ti volevo chiedere scusa per prima; mi dispiace davvero non essere sceso..."
Lei, dall'altro capo, risponde, voce più dubbiosa e leggera rispetto al solito (ma forse è solo una mia impressione): "Figurati... ma dovevi studiare tanto?"
?!
"No, cioè... sì, sì, una cifra! Poi era sceso un mio cugino da Milano..."
E' fatta. Torno a casa canticchiando "Grande figlio di puttana" degli Stadio. In cucina c'è mia madre. "Non puoi capire quanto ho sculato" le faccio "Non ha capito che l'ho pisciata per la Roma!". Lei mi guarda sprezzante: "Quanto sei rozzo... e, comunque, sei proprio una canaglia!"


Dancing in the Dark

Alcuni parlano di "teoria del piano inclinato"; io parlo di dama, di pedine nelle mani del destino. La libertà è vera solo per metà. La metà scarsa della nostra vita dipende dalle nostre scelte e dalle nostre azioni; tutto il resto dipende dalle scelte e dalle azioni del mondo che ci circonda. La cosa più preoccupante è che ciò che chiamiamo "controllo" non lo possiamo esercitare alla perfezione nemmeno nella fetta di fatti/azioni sotto la nostra cura. Prendete me: quanta razionalità stavo effettivamente esercitando mentre preferivo una partita di calcio alla ragazza di cui sono innamorato? La mia scelta, quindi, quanto è stata portata avanti sotto il mio diretto controllo? Nel flusso vitale intervengono in continuazione quegli elementi che, volgarmente, chiamiamo "cazzate" (vedi esempio) e "botte di culo" (lei che non connette la mia assenza con la partita della domenica).
Strano il destino: prende e dà, anche se quasi mai equamente. Dall'alto della sua onniscenza, Bruce declama:

You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark

Non puoi accendere un fuco senza una scintilla. Quando, finalmente, io e lei riusciamo a trovarci da soli, a sederci, a parlarci, non troviamo il modo di dirci praticamente nulla di nuovo. Finti scemi tutti e due, tutti e due con una fottuta paura di aprirsi veramente all'altro, tutti e due talmente bruciati da emozioni vecchie da non essere più disposti a rientrare in gioco: l'una con le parole, l'altro nei fatti.
Il fucile è in affitto, aspetta... Anche se, forse, stiamo solo ballando al buio.
Restiamo, incredibilmente, pupazzi nelle mani di qualcosa più grande dell'amore.

giovedì 8 luglio 2010

La somma di due Solitudini


Questo è un raccontino che ho scritto tempo fà. Non dico quanto: potrebbe essere tanto come potrebbe essere poco. D'altronde non ha importanza, perchè nella mia memoria sembra insieme il ricordo di ieri come la produzione di una vita passata da troppo tempo. Le voci narranti sono due: L come lei, M come me. La storia che raccontano è la stessa. Una storia di solitudine e di amore. Qualcuno avrebbe detto stessa storia, stesso posto, stesso bar : e, per descrivere questa storia specifica, non c'è frase più azzeccata. I due personaggi quasi non si parlano, ma in qualche modo si raccontano l'uno in funzione dell'altro.
Non è una storia vera. Almeno, non ha motivo di essere una storia vera. In fondo cosa ve ne importa se è vera o no? Se ci pensate, però, non può essere vera. Non totalmente, almeno. Manipolando pensieri e coscienza di una persona esterna a me compio un atto arbitrario, in qualche modo di violenza. Alchè ne consegue che niente di ciò che ho scritto è vero per davvero. Se anche certe cose sono accadute, cominciano a essere false nel momento in cui ho deciso di interpretare bisogni e pensieri dei personaggi che hanno vissuto certi avvenimenti. Pirandello, a tal proposito, insegna.
Leggete dunque con gusto, riflettendo sulla fugacità e la mortale bellezza degli attimi sprecati: le cose che potevano essere e non sono state... la solitudine di chi cerca l'amore e non lo vede.


LA SOMMA DI DUE SOLITUDINI

-L

“Guarda un po’ chi arriva! Puntuale come sempre!”

La festa al pub è iniziata da due ore abbondanti quando la porta si apre ed entra Vinicio: barba sfatta di dieci giorni, zuccotto verde melma, giubbotto di pelle, jeans neri lucidi. Il solito cazzone. Subito gli vanno incontro cinque – sei amici e lui si mette a salutarne altre due paia, seduti ai tavolini.

Non è bellissimo, anzi… però è un tipo! Scrive cose bellissime e sembra vivere in un mondo tutto suo. E’ un po’ che era sparito dalla circolazione. Stamattina non mi ha nemmeno salutata… Ma che gli passa per la testa? Aspetto che ora lo chiamo: vediamo se mi degna almeno di uno sguardo… “Vinny!” gli faccio cenno di avvicinarsi. Oddio, e ora che gli dico?...

Mi vede, viene verso di noi, si ferma, dice due parole ad altra gente, batte il cinque a tutti, arriva. Si appoggia alla colonnina e si china verso di noi. E mò?

“Senti, è un po’ che non ti vedo più… ti volevo almeno ridare il cappello che mi hai prestato…”

Fà una smorfia vaga “Amen. Tienilo tu; ‘sti cavoli.” E se ne va.

Mio Dio, ma perché fa così? Ecco, ora ha visto proprio tutta la comitiva, ha salutato il festeggiato, si è preso una birra al banco. Meglio che esca, và…

C’è altra gente fuori. Mi siedo sul cofano di quell’auto, dietro al gruppo. Così sono in disparte, ma non troppo. Guarda, esce pure lui… circondato dagli amici, naturalmente! In una mano la birra, nell’altro il tabacco da rollare… Ma quanto cazzo fuma? Si arrotola una cicca, se la accende, butta il bicchiere di plastica ormai vuoto. Comincia a sparare cazzate e a sentire quelle che sparano gli altri. Non c’è niente da fare, non mi guarda. E, se lo fa, non si fa notare. Uffa. Oh no, arriva Rigo… ma quanto si accolla questo qua, invece? 'Signore… perché non mi interessa proprio nulla di quello che dice? Poi se non rispondo passo pure per asociale…

-M

Quando arrivo al pub sto fumando. Bene; sarà sì e no l’ottava della giornata: ho pure fumato poco. E' vero che è domenica…

Arrivato vedo gente che se ne sta proprio andando: ci sono Pino, Faber e Ping. Poi esce pure quel grandissimo paraculo di Faggio. Mammasanta, è un’epoca che non lo vedo! Sentiamo un po’ cosa racconta. Ci fumiamo una sigaretta insieme e restiamo a chiacchierare fino a quando non guardo l’orologio e mi rendo conto che, anche per un ritardo avvisato, due ore sono troppe: meglio entrare allora, và…

Come varco la soglia della Taverna li vedo tutti. Sembrano felici, tutti, e tutti mi salutano in maniera più affettuosa del normale. Sarà l’alcol, vai a sapere. Sto cominciando a convincermi che il posto, in fondo, mi piace, quando sento una voce chiamarmi. E’ lei. Mi fa segno di avvicinarmi. E avviciniamoci, dai… non prima però di avere perso tempo salutando tutti i tizi che becco nel percorso. Tutti con questa assurda voglia di ridere. Che cazzo avranno mai da ridere? A me basta pensare alla Roma di oggi e vorrei piangere… bah!

La raggiungo, mi chino a sentire che vuole. Non le do molta importanza: scelgo di fare il cazzone e dico due parole da cazzone. La verità è che quella ragazza mi fa impazzire: con lei i due neuroni che mi sono rimasti in testa vanno solo a targhe alterne. Me la scollo in un istante e torno a cazzeggiare con il circolo di amici drogati della situazione. Ordino una birra, tanto mica pago io…

Cazzo, questo posto mi fa venire l’asma! E poi lei è uscita. Andiamo a fumare, che è meglio… Chiamo a raccolta Lexie e Ciccio ed esco. Mentre la guardo di nascosto, mi giro una sigaretta.

Sarà felice il proprietario di quell’auto quando vedrà come gli ha sfasciato il cofano sedendocisi sopra. Bah, che stronzate che penso: è talmente piccolina che non peserà nemmeno quaranta kili…

Mentre perdo tempo a fare il grosso le si avvicina Rigo. Come da manuale comincia a parlare. A vanvera. Ma come cazzo fà a sopportarlo? Chissà, forse non lo regge neanche lei.

Decido di evitare un inutile travaso di bile e rientro con Alberto; mi racconterà del post incidente in motorino e mi distrarrò un momento…

-L

Aspetto che Rigo capisca che non è aria. E’ lento di comprendonio, ci mette un po’… ma alla fine se ne va! Alleluja! Sono tornati tutti dentro; qua fuori è rimasto solo il vecchio Ambrogio, il simpatico zio del festeggiato. Mi avvicino a lui. Che strano che è: gli darei almeno 65 anni, mentre invece ne ha circa venti di meno. Ed è un uomo solo, senza una donna. Sono felice che mi abbia preso in simpatia. Com’è caro!

… Potrebbe benissimo essere mio padre… Mi faccio abbracciare e lo abbraccio, gli rubo qualche sorso di acquavite.

Comincia a piovigginare. Lui esce di nuovo, sempre insieme ad Alberto. Sempre con la sigaretta tra le labbra. Mi riparo sotto l’asse dell’ingresso, mi accovaccio, mi chiudo in me stessa. Ambrogio sorseggia, loro due parlano. Vinicio sta dicendo che stasera dovrà studiare fino alle due di notte. Si imbottirà di caffè, pensa ad alta voce. Capirai, non fa una ceppa tutta la settimana, ma quando si chiude si chiude sul serio. E però riesce pure a venire alle feste… Che tipo! Bah, contento lui…

No, la porta si apre ancora! Dimmi che non è chi penso. Naturalmente sì. Rigo si avvicina e comincia a picchiettarmi il collo. Mammamia, che nervoso!

“Hai tanto sonno” dice.

Non è una domanda, né un’affermazione, né tantomeno un’osservazione idiota. Faccio comunque un cenno di assenso “Mmmh”

“Eh, mi dispiace che non c’ho un casco in più, sennò ti accompagnavo a casa”

“E vabbè, tanto torno in auto; vuoi mettere seduta lì dietro? Sto molto più comoda…”

“No vabbè, dicevo per dire..”

Deficiente. Che buffone che è, mio Dio.

Sentiamo le voci da dentro. “La torta!”. Mi sono salvata.

-M

Dentro al pub Alberto mi dice che il gomito gli dà ancora fastidio. Ma almeno ora riesce a portare la mano alla bocca. Comunque non se l’è sentita di prendere il motorino. E ha fatto bene. Si intromette nella discussione una zia del festeggiato: dice che una volta anche lei ha avuto un incidente in motorino ma, nonostante tutta l’acqua ossigenata usata, le sbucciature sul ginocchio si riempivano lo stesso di schifo. Non so davvero cosa rispondere, se non dire al mio amico di non preoccuparsi. E che cacchio so io, ‘n dottore?!

Ci prendiamo qualcosa al banco, usciamo ancora. Cazzo, comincia a piovere… Allegria! E chi ritorna a casa a fette, secondo il caro Padreterno? Mentre penso queste cose Lei si sposta da Ambrogio all’entrata del locale; si accovaccia, sembra quasi un funghetto. Parlo con Alberto, ma guardo solo lei…

Poi esce Rigo: ritorna all’attacco. Sarò paranoico, ma questa è la mia impressione: fa il provola. Come ne ho la certezza lo spezzo in due.

Comunque mando giù tutto, faccio finta di niente; continuo a parlare, a fumare, a tirarle occhiate di sfuggita. Poi ci dicono di entrare, che c’è la torta. E butto via la sigaretta.

-L

Ecco la torta. Sono tutti seduti ai lati della lunga tavolata vuota. Il festeggiato è in piedi: si gode gli auguri e gli applausi. Fa bene. Non trovo da sedere; pazienza. Sento la voce di Laura dire “Vinny, non fare il solitario…” lo prende per mano e lo porta i mezzo a noi “… anche se hai un po’ il fascino del tenebroso”

Lillo interviene “Sì, tenebroso è tenebroso… Ma er fascino ancora se lo deve conquistà!”

Lui sorride.

“Vero” gli risponde. E sorride.

Ho l’impressione che mi guardi, ma se lo fa è sempre quando i miei occhi sono altrove. Quando lo punto io è il contrario: i nostri sguardi non si incrociano.

Mi siedo su uno sgabello al bancone, abbastanza vicino a lui. In mezzo a noi c’è solo Ambrogio, che assaggia la torta. Passano 5-10 minuti; intanto hanno messo su un disco dei Queen. Che bello. Vinicio si dirige in fondo al tavolo, comincia a dare il cinque a tutti e si incammina verso l’uscita. Se ne va? Dico a mio fratello che ho sonno e voglio andare a casa. Tempo di prendere la giacca e salutare il festeggiato: siamo fuori.

Lui se ne è già andato. Senza nemmeno salutare. Ha salutato tutti, tranne me. Forse lo vedremo per strada passando in auto, mentre torna a casa a piedi. Anzi, per forza.

Naturalmente no.

-M

Il locale si è riempito di voci goliardiche che cantano versi d’occasione. Il pianerottolo della tavolata è pieno di gente: non ci entrerebbe più nemmeno uno spillo. Mi gusto lo spettacolo da dietro: sorrido guardando quel bamboccione del mio amico che spegne le candele, felice.

Che bella persona che è Mimmo. Una volta gli assomigliavo un po’. Ora io sono un gran figlio di puttana, per di più perennemente insoddisfatto della vita, mentre lui è diventato ancora più sensibile e buono: è certamente il migliore tra tutti noi. Mentre penso a queste cose sorrido, e mentre sorrido Laura mi strattona dolcemente, dicendomi qualcosa del tipo che a fare così l’isolato guadagno un po’ in fascino da tenebroso. Le sorrido: è una ragazza affettuosa e genuina, una che dice ciò che pensa davvero. Mi arriva anche un commento di Lillo cui rispondo con un sarcastico “vero”, senza dargli troppa importanza. Tanto so che difficilmente si sbaglia, come so di non essere in grado di cambiare.

Mi appoggio al bancone e mi godo la musica; Laura tenta di farmi cantare, entusiasta. Le rispondo rassegnato che le parole della Canzoni dei Queen non le ho mai sapute.

Intanto lei si avvicina. Si è seduta su uno sgabello, accanto ad Ambrogio, a mezzo metro scarso da me. La guardo. La guardo di sfuggita, è chiaro: in mezzo a tutta questa gente sarebbe davvero troppo compromettente fissarla a lungo. Ma chi mi conosce bene, chi sa tutto, sa che non ho occhi che per lei.

Cinque - dieci minuti passano così. Poi guardo l’orologio: le 11:30. Fosse una serata normale me ne fregherei, però mi torna in mente che domani mi interrogano e se non finisco di studiare saranno cazzi amari.

Faccio un rapido giro di saluti, abbraccio il festeggiato e scappo fuori. Senza neanche considerarla.

Esco dal locale. Due amici trentenni mi dicono che dovrei puntare alle venticinquenni, perché sembro più grande di quanto sia e rimorchierei una cifra. E’ una cosa che gli esce così, senza motivo. Tutto ciò mi fa ridere, sul momento solo sogghignare. Ma come, non rimorchio le sedicenni e dovrei alzare il tiro?!

Mi metto lo zuccotto in testa e giro l’angolo. E in quel momento penso a quel magnifico verso

Solo un po’ d’amore

Che diventa polvere

Che almeno fosse stata magica

La buttavo su di te…

E mi accorgo delle nostre indicibili solitudini.

Quell’altro grande cocainomane di Vasco decide di saltarmi in testa e la sua voce, sbucata da non so quale dimensione, mi ricorda alcune parole sentite già da qualche anno

Siamo qui… non mi senti?

Noi parliamo spesso, sì,

ma è così:

Siamo soli.

Vivere insieme a me

Hai ragione, ragione te,

Non è mica semplice…

La somma di due solitudini difficilmente diventa amore ricambiato: fa sempre e solo due solitudini.

L’amore che diventa polvere. Perché in fondo l’amore c’è. Solo, lei si aspetta di più da me e io mi aspetto che sia lei a darmi un segno.

Il risultato?...

Laura e il suo ragazzo mi incrociano per strada, in auto, e mi danno uno strappo fino a casa.


IL GIORNO DOPO

Lunedì, Bar Dot, ore 13:45

-L

Eccolo lì. Ma non dovrebbe essere a scuola? Ora gliene dico quattro per ieri…

-M

Eccola. Mi bevo ‘sto caffè, ormai freddo, e faccio finta di essere preso a scrivere… Vediamo un po’ cosa dice…

-L

Sono di fronte a lui. Che cavolo, ma fa finta di non vedermi o fa sul serio? Com’è concentrato… Gli sventolo la mano sotto al naso

-M

E’ lei… “Ciao…”

-L

Ma grazie mille…! Ora mi siedo di fronte a lui e… no, non è così che funziona! Sbuffo. Sarà lui a interpretare.

-M

“Che c’è?”

“Niente, sono stanchissima…”