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venerdì 6 aprile 2012

poesie sparse...28

Come una zuppa triste paperotta
che avanza lenta e si liscia le piume
tormenti con la mano i tuoi capelli
un po' arruffati di pioggia e d'amore...

venerdì 16 dicembre 2011

Poesie sparse... 27


... e ci travolse vento di grecale
mentre nei giorni gravidi di caldo
riscoprivamo il dolce dell'attesa
la timidezza di un saluto triste
e le aspre tinte dei non dati baci.





(Post Scriptum: questo è il conclamato "precedente" di Poesie sparse...26. Mi piacerebbe molto farvi conoscere anche il titolo; ma temo che svelerebbe troppo...)

lunedì 3 ottobre 2011

Odissea sparsa - parte 3 - Nausicaa


Nausicaa quello che oggi chiami amore
è solo l'espressione di incertezza
per quell'istante in cui non sai spiegare
se ancora sei una bimba o già una donna.

venerdì 27 maggio 2011

Poesie sparse...22



L'amore è nello stomaco in subbuglio
In mano ho una bottiglia
e nel cervello birra.
Così fai solo bestemmiare lacrime.
In pezzi accanto al muro c'è del vetro
Nel cassonetto un "ti amo" stropicciato

domenica 8 maggio 2011

un quadernino rubato, perso e ritrovato



Non facciamo processi, tantomeno su fatti di cui non abbiamo contezza e che (sopratutto) non interessano a nessuno. Però il fatto resta: qualcuno mi ha fatto sparire il blocknotes (quello nero con i laccetti, dove appunto tutto: raccontini, riflessioni, poesie, ecc.) per farmelo ritrovare dopo quattro giorni. Chiunque tu sia, caro il mio curioso, voglio che tu sappia che non ce l'ho con te: se me lo avessi chiesto, molto probabilmente ti avrei fatto leggere volentieri il contenuto di questo taccuino. Farlo così, però, mi ha infastidito un po'. E non per altro: è solo che non sono abituato a far leggere e mie cose prima di avergli dato una "revisioncina", mettiamola così...

Ciò detto, subito dopo essere rientrato in possesso del prezioso attrezzo, è nata questa...:


Trovarsi tra ricordi violentati
Stare da solo con una tazzina
o bere birra già di primo sole
Uccidere le ore contristato
Svegliare notti di sonno innocenti
ed arrangiare poi solchi d'occhiaie
tirando come scuse stronze sbronze:
Che tu lo voglia o no anche questo è amore.



P.S.: La costruzione vorrebbe (almeno, nella mia testa, voleva) richiamarsi a un testo dell'amico Goethe. Chi indovina quale...?


sabato 12 marzo 2011

IO & BRUCE: Dancing in the Dark

A volte è necessario aspettare molto tempo prima di tornare a leggere una storia scritta tempo prima e poterne uscire decentemente, con la faccia pulita e la forza di guardarsi allo specchio.
Di questa storia, in qualche modo, mi vergognavo. E me ne vergogno tuttora (non che sia tutto vero, per carità!). Ma è passato un anno esatto da quando l'ho buttata giù e, volente o nolente, credo sia giunto il momento di confrontarsi con certe vecchie paure, di esorcizzarle, di prenderle a calci nei coglioni... Torna la serie di "racconti" con le canzoni di Springsteen come sottofondo: oggi abbiamo "dancing in the dark".


Amici da 14 anni in un mercedes

Apro la porta del frigorifero, ma le mie attese sembrano volermi deludere: tre bottiglie d'acqua del rubinetto, una frizzante, 5 litri di latte, svariati formaggi e prosciutti, un paio di ragù da scaldare, un'immensità di altre cose verdi non identificate. Cazzo! Nemmeno l'ombra di una birra. Questa non ci voleva. Una birra almeno mi calmerebbe. Chiamo Andrea: ho bisogno di farmi tirare su, ho bisogno di parlare, ho bisogno soprattutto di qualcuno che mi stia a sentire e, magari, che mi consigli.
Cerco il numero del mio amico tra le chiamate recenti e premo il telefono verde. Dall'altra parte squilla.
"Andrè...!"
"Vincè; come stai?"
"Un pò 'no schifo... mò che fai?"
"Dovrei andare da un sarto a piazza Istria"
"Ti accompagno. Andiamo a fette?"
"A dire il vero pensavo di prendere l'auto"
"Da paura. Sto scendendo"
Dopo nemmeno cinque minuti ci ritroviamo entrambi di fronte al mercedes di suo padre.
"Andrè, non mi ricordo nemmeno: si può fumare in auto?"
"Certo, però abbassa il finestrino"
Consolato dalla notizia estraggo dal pacchetto da dieci di Winston blu una sigaretta al drum che mostro al mio compagno di avventure
"Beh, sta imparando a rollare benino la ragazza, eh?"
Sorride.
"Insomma, Vincè, che è successo?" mi fa dopo avere passato gli incroci più impegnativi del tragitto.
"... che non hai litigato con i tuoi l'ho capito, e già questo è un passo avanti!"
Come mi conosce...!
"Potevo essere abbacchiato per una litigata con i miei? Quello che mi dicono da una parte mi entra e dall'altra mi esce!" gli rispondo, spostando la mano da un orecchio all'altro. Tiro un sospiro e gli racconto le ultime puntate della mia pseudo storia d'amore: spiego, con una sintesi degna dei riassunti di Beautiful, come lo strafottutissimo pacchetto di prima sia stato -per lei- portatore di dubbi e di incertezze.
"Mi viene l'ansia" mi aveva detto poche ore prima. L'ansia di fare una scelta, di prendere una decisione? O forse ero io l'ansia? Io, con le mie gentilezze GRATUITE e, in quanto tali, incomprensibili...?
Quel santo del mio amico si sorbisce tutto il pippone con pazientemente. Poi, dopo qualche momento di silenzio, mi fa: "Ascolta Vinni, ti conosco da anni... tu non stai tentando di comprarla; è ovvio. Certi gesti, certe tenerezze ti riescono spontanee, lo so. So che non stai nemmeno a pensarci su. Mettiti nei suoi panni però: Spiegale chiaramente che le cose che fai non hanno un secondo fine. Tranquillizzala e rassicurala; secondo me ne ha bisogno."
Poi, mentre parcheggia, aggiunge: "... se di te se ne fregasse completamente, non verrebbe nemmeno a farteli certi discorsi..."
La sartoria è a pochi metri da noi.
"Era da tanto che non fumavo in auto..."
Sbrigate un paio di commissioni torniamo a casa. Sceso dal sedile e chiuso il mercedes, guardo il mio amico "Grazie Andrè. Mi serviva proprio uscire e svagarmi un pò..."


Bacco e la combriccola

Una serata tra soli uomini. Una gran bella serata tra soli uomini, e non una delle tante in cui la fica manca perchè non ne ha proprio voluto sapere di uscire con te, quanto una di quelle in cui sei tra soli uomini perchè era esattamente ciò che volevi. Il bello dell'essere senza donne (o dell'averle lasciate a casa) è che puoi fare e dre tutto quello che ti pasa per la testa, stando sicuro che resterà all'interno della comitiva. E' bello, periodicamente, ritrovare gli amici di una vita fa e riscoprirsi sempre più cretini.
Ci sediamo al tavolo di un'osteria "Osteeee! Portace 'n siluro!" Il siluro è un grande cilindro da 5 l. circa, pieno di birra. Il luppolo esce da un apposito rubinetto, il che fa sentire ognuno molto perfetto barista di se stesso. Questa sera, di siluri, ce ne siamo sparati tre in sette. E considerando che, come sempre, c'è chi beve di più, chi di meno e chi non beve proprio, direi che ci siamo sturati almeno due litri a testa di quel nettare degli dei che a West chiamano "Birra". Io me ne esco tranquillamente con il boccale in mano, così posso continuare a bere mentre torno a casa... e intanto gli ho fregato il bicchiere! Appena se ne rendono conto, dalla parte dei miei amici partono applausi e standing ovation etiliche, finchè arriviamo sulla tangenziale. Danny, certamente tra i più ciucchi della combriccola, sale su una specie di guardrail tra marciapiede e strada e si produce in qualcosa di più simile a un carpiato che a una capriola, rotolando prima sul tetto di un'auto parcheggiata, poi in strada. Quindi corre a pisciare in uno di quei cessi chimici che si trovano nei cantieri. Andrea intanto ha cominciato a delirare: sta prendendo a calci un coso triangolare di plastica (non so proprio cosa diavolo sia, o comunque sono troppo ubriaco anch'io per focalizzarlo) rubato dal cantiere di prima.
"Andrè... ma che cavolo stai a ffà?!"
Quello si volta e ci risponde pacatamente "Mi sto allenando!".
All'esplodere dele nostre risate ci regala un'occhiata che gelerebbe il peggiore Lee Van Cleef, quindi afferma sprezzante: "Ecco perchè non diventerai mai il vero ZORRO!"
Poi comincia a calciare una pigna, dribblando avversari inesistenti, manco fosse Pelè.
Inseguendolo ci itroviamo di fronte a un pub e a un ristorante cinese chiuso. Quel mongoloide, come ci vede arrivare, sa pronunciare ancora solo due parole "rhum&pera! rhum&pera!". Mentre gli altri cominciano una battaglia -persa in partenza- per convincerlo che altro alcol lo stenderebbe, Danny si ferma a fissare le lampade rosse di fronte all'insegna di ideogrammi. Con il muso all'insù, l'espressione ebete e quell'unica frase ripetuta ".. ma che figata..." è veramene uno spasso. Poi, d'improvviso, salta, allunga il braccio e, in una mossa sola, ha strappato tutti gli strass dorati che pendevano dall'attrezzo luminoso. Mi chiedo come abbia fatto a non tirare giù pure quello.
"Edoardo, guarda che bello!" mostra fiero.
Ecco, ora abbiamo veramente sgravato. Ma il fatto stesso che non riesca a pensarci senza sbellicarmi dalle risate sottolinea come, in fondo, non me ne freghi proprio un cazzo. Se certe boiate non le facciamo ora...


Neopapà per una settimana


Sabato, in tarda mattinata, mi incontro con Simone. Ormai, a causa della sua scuola serale, ci vediamo sempre meno. Ma, ogni volta, quante ne abbiamo da raccontarci...!
Mi chiede, come sempre, se ci sono progressi negli amori, ascolta le mie paranoie e mi dà pure dei consigli buoni. E che è?! Poi tace per una manciata di secondi. Mi guarda e sorride. "Sai che per poco non la mettevo incinta?"
".... Eh..?"
La sua donna è una ragazza madre: suo figlio ha festeggiato tre anni pochi giorni fa.
Simone, per usare un eufemismo, "non adora" farlo con il profilattico. E la settimana scorsa lei ha avuto un ritardo, oltre a un nuovo accumulo di latte al seno. Tutto si è poi risolto (anche se non capisco bene come), ma pare siano stati sette giorni di terrore. Diciottenne, senza lavoro nè diploma, potevano tenere un bambino? No, certo che no.
"In caso" mi ha confessato il mio amico "lei avrebbe abortito... e le cose tra di noi sarebbero cambiate". Un istante dopo, però, il suo volto si è riacceso e ha continuato: "Però lo sai che, come idea, mi piaceva un sacco? Un piccolo 'Mone... un piccolo stronzo come me... figlio mio, cui ho dato io la vita!".
Beh, credetemi se vi dico che in quel momento, di fronte a tanta spensierata fiducia in un sogno, sono stato felice. Tornando a casa siamo passati per piazza Winckelmann: un buco di mondo, quando eravamo piccoli noi un cesso a cielo aperto, che ci ha visti crescere. Oggi, tutto sommato, è davvero un bel posticino: giostre, scivoli, tappeti elastici e trenini e altalene e biliardini e patatine e coca-cola e sole e bambini e tanti bambini... "Meno male che ci sono i bambini. Pensa te se non ci fossero... Te non lo vorresti un figlio?"
Tutto questo è stato Simone a dirlo.
"Certo che sì! Non ora, è chiaro... ma in assoluto sì".
Non avevo mai sentito il mio amico fare discorsi così seri e profondi: "Quando eravamo bimbi noi, 'sto posto era 'no schifo... tutte siringhe pe' terra, e poi ce stava solo 'na giostra e un'altalena.. Guarda mò che bello!... e un giorno ce verranno a giocà i nostri figli... e forse un giorno pure i figli dei nostri figli... e per venire uno può metterci anche solo du' minuti... Cioè, pe' fà un bambino, pe' fà 'na vita, bastano due minuti..."


100 giorni

Domenica 14 marzo 2010. Nonostante la serata non sia stata nulla di speciale, scendere dal letto mi costa molta più fatica del previsto: la sveglia suona alle 8:30, ma quando finalmente sono in salotto a fare colazione le lancette segnano le nove e sette minuti. Mi lavo e mi cambio, facendo in modo di poter approfittare di questo fortuito ritardo quanto basta per non essere intercettato dalla solita suora pronta, come ogni domenica, ad accollarmi una lettura. Anzi, per non sbagliarmi mi fermo anche a fumare una sigaretta. Riscaldato dal sole e dal tabacco che brucia, la dose mattutina di veleno mi sveglia completamente, restituendomi tutte le funzioni cerebrali ancora inattive. E' un attimo: connetto che giorno è, capisco cosa significhi. 100 giorni. Tra cento giorni, la prima prova degli esami di maturità. Per voler essere romantico, gli ultimi cento giorni della mia adolescenza. Evvai! A voler fare i conti, vista Pasqua e diverse altre cazzate tra cui ponti e assemblee, sono rimasti 70 giorni scarsi di scuola effettiva.
La giornata sembra magica, risulta chiaro che farò qualche cazzata, come a sottolineare che la maggiore età non mi ha preso e non mi prenderà ancora per un pò. Tutto scorre liscio fino alle 16:00 circa, quando mi chiamano al telefono: è un mio amico; mi dice di scendere, che c'è lei che mi vuole vedere, mi vuole parlare. Sul momento non mi rendo conto di ciò che dico, delle conseguenze che le mie parole potrebbero comportare "Aò, è appena iniziato il secondo tempo... Dille che non scendo, poi forse la chiamo io..."
Deve passare del tempo prima che qualcosa si muova. Dopo il 4' di recupero, dopo il triplice fischio finale. E non è per il pareggio. Non è neppure per il rigore sbagliato. capisco solo che qualcosa non va. Mi chiedo se lei sia incazzata. Considero che, effettivamente, non essere preferita a una partita di calcio non è il massimo. Resto due ore inebetito, con un buco nello stomaco. Ho come l'impressione che le mura della stanza mi si stiano stringendo addosso. Fino a quando decido che è troppo. Mi infilo la giacca di pelle, controllo la temperatura esterna, annuncio: "Esco a riflettere su tutte le cazzate che ho fatto fino ad ora".
Papà, come per ogni cosa leggermente fuori dall'ordinario, non vuole capire; Mamma risponde come un nastro registrato "Ricordati che alle otto in punto si cena".
Esco, trovo il coraggio necessario e la chiamo.
"Ehi... senti, ti volevo chiedere scusa per prima; mi dispiace davvero non essere sceso..."
Lei, dall'altro capo, risponde, voce più dubbiosa e leggera rispetto al solito (ma forse è solo una mia impressione): "Figurati... ma dovevi studiare tanto?"
?!
"No, cioè... sì, sì, una cifra! Poi era sceso un mio cugino da Milano..."
E' fatta. Torno a casa canticchiando "Grande figlio di puttana" degli Stadio. In cucina c'è mia madre. "Non puoi capire quanto ho sculato" le faccio "Non ha capito che l'ho pisciata per la Roma!". Lei mi guarda sprezzante: "Quanto sei rozzo... e, comunque, sei proprio una canaglia!"


Dancing in the Dark

Alcuni parlano di "teoria del piano inclinato"; io parlo di dama, di pedine nelle mani del destino. La libertà è vera solo per metà. La metà scarsa della nostra vita dipende dalle nostre scelte e dalle nostre azioni; tutto il resto dipende dalle scelte e dalle azioni del mondo che ci circonda. La cosa più preoccupante è che ciò che chiamiamo "controllo" non lo possiamo esercitare alla perfezione nemmeno nella fetta di fatti/azioni sotto la nostra cura. Prendete me: quanta razionalità stavo effettivamente esercitando mentre preferivo una partita di calcio alla ragazza di cui sono innamorato? La mia scelta, quindi, quanto è stata portata avanti sotto il mio diretto controllo? Nel flusso vitale intervengono in continuazione quegli elementi che, volgarmente, chiamiamo "cazzate" (vedi esempio) e "botte di culo" (lei che non connette la mia assenza con la partita della domenica).
Strano il destino: prende e dà, anche se quasi mai equamente. Dall'alto della sua onniscenza, Bruce declama:

You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark

Non puoi accendere un fuco senza una scintilla. Quando, finalmente, io e lei riusciamo a trovarci da soli, a sederci, a parlarci, non troviamo il modo di dirci praticamente nulla di nuovo. Finti scemi tutti e due, tutti e due con una fottuta paura di aprirsi veramente all'altro, tutti e due talmente bruciati da emozioni vecchie da non essere più disposti a rientrare in gioco: l'una con le parole, l'altro nei fatti.
Il fucile è in affitto, aspetta... Anche se, forse, stiamo solo ballando al buio.
Restiamo, incredibilmente, pupazzi nelle mani di qualcosa più grande dell'amore.

sabato 26 febbraio 2011

Canzone dell'indifferenza (o L'amore quando non si mostra)



Io non voglio vedere né sapere
i film che preferisci, quali volti
ti si sono fissati più nel cuore,
la musica che ascolti quando piove.
Non so quando sei stanca quando ridi
quando ti bacia il sole quando studi
quando sali sul bus quando ti vesti
quando ti svegli quando vai a dormire
Ormai di te io non so proprio nulla.

Di come passi le tue ore e i giorni,
di chi ti fa sorridere,
con chi farai l'amore,
quali fotografie hai scattato e dove,
delle tue tette: non mi frega niente.
Mi importa solo che tu sia felice.
Un anno è scivolato di silenzio:
se ti ho persa per sempre o se ritorni
non mi è dato saperlo e non mi importa.
Promisi di aspettarti: e io ti aspetto.


Tema abusato oltre ogni confine, ok. A un anno esatto da La Pagliaccina e La somma di due solitudini mi viene solo questo; che ci posso fare?
A proposito: La Somma di due solitudini è il mio racconto più letto. L'avete mai visto? E' qui. Appena un anno fa...

E, per par condicio, un piccolo omaggio springsteeniano anche alla Pagliaccina...

giovedì 13 gennaio 2011

Poesie sparse...19



Il mare della scozia a settentrione
è freddo come il fiato del demonio
e il cielo nel tramonto delle dieci
è madido d'aurora boreale
Le voci degli spiriti e le fate
popolano la terra, ma nessuna
dipinge dei tuoi occhi l'orizzonte.
Qui dove il cerchio molto si è ristretto
vedo le cose e te per ciò che siete
... la linea in fondo non la si cattura...












Questa doveva essere il pezzo con cui avrei partecipato al Concorso Internazionale Castello di Duino 2011. Il tempo imperfetto è dovuto al fatto che ho confuso la data ultima di consegna spostandola di dieci giorni, sicchè il tutto è allegramente andato a farsi.......... Così imparo a rimandare!
Tuttavia voglio ringraziare in maniera speciale Margherita e Layla, che si sono rotte il capo per tradurmi in inglese questi miserabili versi (come da bando di concorso): hanno fatto veramente un lavoro eccezionale!

Highlands: the Scottish sea
is cool as a devil's breath
the sunset sky - at ten
is soaked with the northen lights
the voices of the spirits and the fairies
fill the earth, but none of theme
can paint the horizon of your eyes.
Here, with the circle so much narrowed,
I see you - and the things - just as you are:
seize the line in the background: you can't.

domenica 12 dicembre 2010

Voglia di una donna e di una birra (Canzoni che mi uccidono - Walter il mago -)



L'umidità è pazzesca, la strada tappezzata di foglie che la pioggia ha appiccicato all'asfalto, il sole è sorto da mezz'ora scarsa. Sono le 7 e 35 e ho voglia di una birra. Prendo l'autobus che, da sei anni a questa parte, mi fa arrivare a scuola con quel minimo di anticipo tale che riesco a fumarmi una sigaretta prima di entrare, la terza del giorno.
La Nomentana, per essere un giorno in mezzo alla settimana, è inspiegabilmente deserta: il mio viaggio dura appena dieci minuti (forse meno).
Ottimo, mi ritrovo con un quarto d'ora da occupare. scelgo di passare per il parco, di gustarmi fino in fondo la rugiada sulle foglie, i raggi di luce mattutina che filtrano tra i rami e gli effetti che ne derivano assieme, naturalmente, a un bel sorso di Bell, wiskey scozzese a buon mercato e, in fondo, pure apprezzabile. Metto la mano destra nella tasca interna della giacca per tirarne fuori la fiaschetta contenente il prezioso drink, ma il mio arto trova un niente terrificante: tiro fuori il "contenuto" (un fazzoletto usato e un biglietto del cinema di un anno fa), ne valuto l'utilità e lo ripongo al suo posto. Porcaputtana, no. Questo significa rovinarsi quei pochi, fugacissimi, piaceri della vita. Cazzo. Tiro fuori il portafogli e lo ispeziono per benino: purtroppo ho solo un euro (anzi, in verità sono appena 97 centesimi): troppo poco per comperarmi una birra. Considero che quei 97 centesimi rappresentano i miei averi da almeno dieci giorni, e che dovrebbe essere ammirevole come un adolescente possa andare av
anti con così poco per così tanto tempo.
La stecca di contrabbando, mi dico, è stata una svolta: se avessi dovuto spendere pure per fumare, allora sarebbero stati veramente cazzi amari. Molto, troppo amari. Lo so, è un quadretto di vita che, per come lo descrivo, meriterebbe seriamente l'attenzione della previdenza sociale. In verità i fatti sono molto meno drammatici di quanto possano sembrare: fumo, e fumo pure parecchio, è vero. Ma in fondo è il mio unico vizio. bere non è un vizio, è un piacere: non bevo mica per ubriacarmi. Solo un sorso ogni tanto, come per star certi di rovinarmi il fegato quanto basta per tirare le cuoia in tempo utile: 37 anni. Nè più nè meno. Per il resto... beh, avevo solo voglia di una birra. Non è mica un crimine, no? Se ne bevo due a settimana è tanto. La giornata scorre lenta; la mia voglia, il mio desiderio, aumenta.
Dico io, ma se pensano di installare distributori di profilattici, perchè all'interno delle scuole non mettono anche distributori di birra in lattina? Che bellezza sarebbe seguire una lezione di
filosofia sbronzo! O anche appena appena su di giri...
La voglia insoddisfatta mi rende particolarmente nervoso, eppure riesco a trattenermi, a non fumare. Quando il tempo della mia permanenza obbligata in quella casa circondariale che chiamano liceo finisce, ormai il bisogno fisico di luppolo si è esaurito da un po'. Torno a casa, pranzo, navigo in rete, fingo di studiare e di scrivere. Poi, per soddisfare certi bisogni "fisiologici", vado al gabinetto. Dove trovo la migliore delle sorprese, delle mani dal cielo, degli aiuti insperati: un biglietto da 10 euro nascosto nel cartoncino rigido del rotolo di carta igienica. L'inconfondibile prova che Dio esiste, e ci ama! In quel momento mi telefona Tonio.
"Ehi bello!"
"Tonio!"
"Ho appena dato un esame all'università"
"Come è andata?"
"23. Bucio de culo! Come non accettarlo?"
"Ahahah! Grande!"
"Senti, che fai stasera?"
"Niente, perchè?"
"Vieni a cena da me. I miei sono fuori"
"Da paura. Come siamo messi ad alcol?"
"Mi è rimasto un vinaccio e un po' di fuoco dell'Etna"
"Okay. Allora alla birra ci penso io. E tiro fuori il narghilè delle grandi occasioni"
"Daje! Passa appena puoi"
E' una cosa che non mi faccio certo ripetere due volte. Pre
paro il narghilè e me lo infilo nello zaino. Esco di casa e vado dall'egiziano. Trattando un po', e aggiungendo qualche euro alla mia lista di buffi, riesco a portarmi via una confezione di carboncini e una cassa di birra.
"Grazie Alì, come sempre. Allah Arbar!"
"Allah Akbar, no al bar! Tu prendi me per sedere. Però simpatico. Bravo ragazzo. Ciao Vinni! Saluta nonna!"
Mia nonna, dall'egiziano, riesce sempre e solo a farsi inculare sonoramente. Va da Alì per comprare due arance e torna a casa con il carrello pieno. La verità è che compra ciò che Alì vuole che compri (sfruttando la sua età avanzata e la vista molto diminuita). Quindi, scroccando da Alì, non faccio che aggiungere qualche contrappeso al bilancino del guadagno che, casualmente, pende sempre un po' troppo dalla parte del figlio di Maometto. Inserisco la mercanzia nello zaino, esco dal negozio e vado da Tonio.
Il mio amico mi apre la porta in pantaloni da tuta e canottiera. A fianco a lui (cosa assai sconcertante) c'è un alano nero in piedi (in piedi!) che scodinzola e balla. Balla. Qualcosa di molto simile a una samba...
"E quello cosa cazzo è?" gli chiedo sconcertato
"E' un cane"
"Lo vedo che è un cane. Ma per quale cazzo di motivo hai un cane?"
Antonio non ha mai amato le bestie. "E, sopratutto, perchè balla e muove il culo come una brasiliana al carnevale di Rio?!"
"Il vicino ha dovuto raggiungere un parente che è ricoverato grave a Firenze. Non poteva portare il cane con sè, così mi ha chiesto se potevo tenerlo io un paio di giorni. Mi ha dato i soldi per comprargli il cibo dei cani e quaranta euro per il disturbo"
Guardo prima Tonio e poi il bastardo, quindi chiedo al mio amico: "E da quando ce l'hai è così?"
"Così come, scusa?"
"Così rincoglionito!"
"Ahahahahah!" Attacca a ridere. Sembra non volersi fermare.
"Beh" riesce a dirmi con fatica "Intanto che ti aspettavo ho pensato di iniziare a festeggiare.
E, visto che si beve in compagnia, ne ho dato un po' pure a lui..."
Guardo, incredulo, Tonio "Scusa... cosa gli hai dato, di preciso?"
"Un po' di fuoco dell'Etna"
"Cosa cazzo gli hai dato?!"
Non ci credo. Tonio ha fatto bere a un cane uno dei superalcolici più potenti della Sicilia.
"Beh, direi che gli piace, no?" mi fa, come per giustificarsi.
Guardo ancora il cane. Considero che nemmeno una lavanda gastrica lo salverebbe, se continua di questo passo: ora la povera bestia ha preso a strusciarsi il culo con qualcosa di non identificato (forse un pacchetto di mentos). Chissà, magari un esorcista sarebbe utile...
Decido infine di sbattermene (se il cane va in come etilico sono cazzi di Tonio, e comunque ora non è in grado di capire totalmente cosa accade) e scelgo di raggiungere il mio ospite nel paese di Bacco. Preparo il narghilè e cominciamo a fumare. Chiudiamo
tutte le porta della piccola sala da pranzo per non diffondere l'odore in giro per tutta casa e spegniamo la luce, cosicchè quando decidiamo di cucinare e premiamo l'interruttore notiamo che nella stanza si è formato un cappone degno di un sobborgo londinese. Metà della cassa di birra intanto è andata. preparo un sugo di fagioli e butto nell'acqua mezzo chilo di pasta: se ne avanzerà un po' (cosa di cui dubito) lo daremo al cane. Chissà se i cani scoreggiano...
Io e Tonio parliamo. E, dopo due ore passate a dire cazzate, il discorso cade (finalmente) ulla sana, vecchia, gnocca. Se non fosse successo mi sarei stupito, forse addirittura preoccupato.
"Te, insomma?" gli faccio io. Lui sembra morire dal ridere.
"Te la ricordi Giorgia?"
"La biondina che hai conosciuto in facoltà, no? L'amore tuo..."
"Quella troia scopa con il frocio"
"Cosa?"
Lui diventa improvvisamente serio
"Ha scopato con il bisessuale. Solo che a lui non si è alzato"
Io detono i una fragorosa risata.
"Scusami, amico... Ma allora quello è proprio finocchio! Altro che bisessuale..."
"Già..." dice lui "Però, intanto, lei gliel'ha data..."
Anch'io mi faccio cupo: "Scusami Tonio, hai ragione. Stavo facendo lo stronzo"
"Non è mica colpa tua se mi sono innamorato di una zoccola" mi tranquillizza allungandomi una birra.
"Ma come? Ieri non era una di mentalità molto aperta?"
"Ieri. Oggi, invece, è una zoccola e basta"
Silenzio. Suono di gole che buttano giù nettari alcolici.
"E te, Vinni? Cosa hai di nuovo da raccontarmi?"
Ancora il rumore di una gola che deglutisce luppolo. Una sola, stavolta: la mia.
"Provo a guardarmi in giro, come mi hai consigliato tu. Provo a convincermi che alla mia età dovrei puntare a scoparle tutte, e basta. Ci provo, davvero, ma non ci riesco." Tiro giù io, tutto in un sospiro.
"C'è di più: vedi, tutte le donne che vorrei farmi finisco, più o meno inconsciamente, per idealizzarle. E come fiuto questo pericolo, che è poi il pericolo di innamorarmene, me ne allontano"
Un momento di pausa.
"Vedi, Tonio, se voglio una donna le devo voler bene. Il problema è che amo ancora lei. Sì, hai ragione, lo so: dovrei dimenticarla. Se necessario amarne un'altra. Ma non s
ono pronto per una cosa così. Non ancora. La verità è che preferisco vivere di fantasmi piuttosto che ricadere negli stessi, soliti, errori. Che poi, te lo dico chiaramente, tutte quelle che ho adocchiato sono tipe strane... Non che la cosa mi spiaccia; anzi... ma volevo aggiungere che sono bersagli strani, peraltro molto difficili da agganciare... Insomma 'zi: meno ci penso e meglio sto".
Tonio fa segno di sì con la testa e si porta una sigaretta alla bocca; poi prende il telecomando e accende la TV. Fabio Fazio sta intervistando un cantautore. Guardo il cane, steso a terra, ubriaco almeno quanto noi. E penso al tizio che cantava di una situazione simile a questa e di una magia per cui vale la pena vivere.
Ma ora ho voglia di una birra. E di una donna.

venerdì 26 novembre 2010

Canzoni che mi uccidono - 6 - Angel's Wings

D'improvviso attacca a piovere. Tutto insieme, tutto d'un colpo, tutto subito. Tutto forte. tutto così forte, e tutto nero.
Sto scendendo dall'autobus e so che niente potrà mai tornare come prima.
Una fitta scarica d'acqua mi investe appena supero lo spazio protetto dal tettuccio della fermata del bus. I capelli sono, coerentemente con la mia anima, zuppi. scompigliati. Ribaltati.
Certe cose non se ne vanno mai. Certe cose non se ne andranno mai. E' così, per tutte le maledizioni. Perchè io sono un maledetto. Senza colpe, d'accordo, ma pur sempre un maledetto. E non venitemi a raccontare che il mio è un dono, perchè allora o voi siete degli sciocchi o degli ipocriti, e nel secondo caso sapete benissimo quanto ci stiamo prendendo in giro.
Sono un sensitivo, ma il mio nome non ha importanza.
Ditemi, quanti di voi hanno pensato, almeno una volta nella vita, "Ah... se avessi saputo!..."
.. Cosa? Se aveste saputo prima ciò che stava per accadere, cosa avreste fatto? Cosa avrestepotuto fare? Avreste cambiato tutto, dite? ... Ne siete proprio certi? Poveri illusi. Le cose accadono perchè devono accadere; non c'è nulla che avreste potuto cambiare.
Perchè mai parlo così, vi chiederete: perchè sono cinque anni che vedo le cose prima che si manifestino. Un veggente, se vi piace la parola.
Ma da quando ho queste capacità non mi è mai successo nulla di buono. Nè ho mai "visto in anticipo" nulla di buono.
Il mio dono (qualche folle lo chiama così) s manifesta quasi esclusivamente se sono sotto forte stress, e quasi solo per questioni che mi stanno a cuore.
Ma credete mi sia mai servito a qualcosa conoscere prima i dispiaceri che avrei provato? non serve a nulla, fa solo soffrire due volte. E nulla può cambiare, nessun rapporto può capovolgersi. Non che non ci abbia mai provato.
Non credo nel destino, perchè non mi piace crederci; non mi piace pensare di non avere nemmeno la libertà delle mie scelte. E però il destino esiste. O, quantomeno, esiste un inizio e una fine, gli estremi di un'immensa sceneggiatura: cosa ci succede in mezzo alle due scene-limite è affidato alla libertà personale; ma il gran finale è stato già deciso.



Cammino per strade di cui conosco ogni crepa, ogni angolo, ogni maleodorante escremento di cane lasciato a squagliare sul marciapiede. L'acqua è entrata nelle vecchie scarpe bucate che non riesco a tradire, ha appiccicato quasi totalmente i jeans alle gambe, ha reso il cappuccio che non mi sono messo in testa una cisterna quasi traboccante. So di essere diventato molto più forte con il tempo, anche se non lo desideravo; so capire con maggiore chiarezza tutti i segni che vedo anticipatamente, so quando non sono coincidenze: le coincidenze, come afferma uno scrittore spagnolo, sono solo le cicatrici del destino.
Sono un uomo che forse non avrei voluto essere. Ho allontanato da me l'amore per amore: ho fatto fuggire via da me l'essere che abbia amato di più per evitarle di stare male, ma mi accorgo di non essere nemmeno il duro che credevo. So cosa il destino abbia in serbo per me.
Passo di fronte a una chiesa. Fuori, una statua della madonna piange pioggia. Senza guardarmi. Le ali degli angeli non mi porteranno a casa.

domenica 29 agosto 2010

Poesie sparse...16

I vecchi non si illudono di nulla
d'agosto con il sole dietro ai tetti.
Di baci sono nidi, un mese dopo,
gli ombrelli di settembre per gli amanti
ma anche di autunno e ingenue solitudini

martedì 10 agosto 2010

Dalla Scozia, con amore



Passeggiando nelle Highlands mi sono imbattuto in uno strano fiore: cresceva da solo, in mezzo alla fanghiglia, sulla sponda di un ruscello. Ciò che mi aveva colpito era la sua forma: al posto dei petali aveva.... dei peli! ...o forse delle piume...
Lo colsi. E come
lo sollevai una leggerissima brezza spazzò via i suoi petali-peli, come succede soffiando sui denti di leone. Nella mia ignoranza non sapevo che quello era un fiore di cotone. In fondo non me ne importava. Per me quel fiore aveva già un nome: lo stesso della donna che amo. Anche lei, come quel
fiore di cotone, volava via ogni volta che provavo a "coglierla"...

(L.M.)


tutte le cose che non ti ho mai detto
non sono così strane da pensare:
il timbro della voce che cambiava
le mie poesie sul tavolo del bar
le nostre solitudini le strade
percorse insieme spesso stando zitti
due stupidi regali la mia vita
volevo si intrecciasse con la tua
... ma avevo solo due o quattro parole
accartocciate in tasca nella fretta.

giovedì 8 luglio 2010

La somma di due Solitudini


Questo è un raccontino che ho scritto tempo fà. Non dico quanto: potrebbe essere tanto come potrebbe essere poco. D'altronde non ha importanza, perchè nella mia memoria sembra insieme il ricordo di ieri come la produzione di una vita passata da troppo tempo. Le voci narranti sono due: L come lei, M come me. La storia che raccontano è la stessa. Una storia di solitudine e di amore. Qualcuno avrebbe detto stessa storia, stesso posto, stesso bar : e, per descrivere questa storia specifica, non c'è frase più azzeccata. I due personaggi quasi non si parlano, ma in qualche modo si raccontano l'uno in funzione dell'altro.
Non è una storia vera. Almeno, non ha motivo di essere una storia vera. In fondo cosa ve ne importa se è vera o no? Se ci pensate, però, non può essere vera. Non totalmente, almeno. Manipolando pensieri e coscienza di una persona esterna a me compio un atto arbitrario, in qualche modo di violenza. Alchè ne consegue che niente di ciò che ho scritto è vero per davvero. Se anche certe cose sono accadute, cominciano a essere false nel momento in cui ho deciso di interpretare bisogni e pensieri dei personaggi che hanno vissuto certi avvenimenti. Pirandello, a tal proposito, insegna.
Leggete dunque con gusto, riflettendo sulla fugacità e la mortale bellezza degli attimi sprecati: le cose che potevano essere e non sono state... la solitudine di chi cerca l'amore e non lo vede.


LA SOMMA DI DUE SOLITUDINI

-L

“Guarda un po’ chi arriva! Puntuale come sempre!”

La festa al pub è iniziata da due ore abbondanti quando la porta si apre ed entra Vinicio: barba sfatta di dieci giorni, zuccotto verde melma, giubbotto di pelle, jeans neri lucidi. Il solito cazzone. Subito gli vanno incontro cinque – sei amici e lui si mette a salutarne altre due paia, seduti ai tavolini.

Non è bellissimo, anzi… però è un tipo! Scrive cose bellissime e sembra vivere in un mondo tutto suo. E’ un po’ che era sparito dalla circolazione. Stamattina non mi ha nemmeno salutata… Ma che gli passa per la testa? Aspetto che ora lo chiamo: vediamo se mi degna almeno di uno sguardo… “Vinny!” gli faccio cenno di avvicinarsi. Oddio, e ora che gli dico?...

Mi vede, viene verso di noi, si ferma, dice due parole ad altra gente, batte il cinque a tutti, arriva. Si appoggia alla colonnina e si china verso di noi. E mò?

“Senti, è un po’ che non ti vedo più… ti volevo almeno ridare il cappello che mi hai prestato…”

Fà una smorfia vaga “Amen. Tienilo tu; ‘sti cavoli.” E se ne va.

Mio Dio, ma perché fa così? Ecco, ora ha visto proprio tutta la comitiva, ha salutato il festeggiato, si è preso una birra al banco. Meglio che esca, và…

C’è altra gente fuori. Mi siedo sul cofano di quell’auto, dietro al gruppo. Così sono in disparte, ma non troppo. Guarda, esce pure lui… circondato dagli amici, naturalmente! In una mano la birra, nell’altro il tabacco da rollare… Ma quanto cazzo fuma? Si arrotola una cicca, se la accende, butta il bicchiere di plastica ormai vuoto. Comincia a sparare cazzate e a sentire quelle che sparano gli altri. Non c’è niente da fare, non mi guarda. E, se lo fa, non si fa notare. Uffa. Oh no, arriva Rigo… ma quanto si accolla questo qua, invece? 'Signore… perché non mi interessa proprio nulla di quello che dice? Poi se non rispondo passo pure per asociale…

-M

Quando arrivo al pub sto fumando. Bene; sarà sì e no l’ottava della giornata: ho pure fumato poco. E' vero che è domenica…

Arrivato vedo gente che se ne sta proprio andando: ci sono Pino, Faber e Ping. Poi esce pure quel grandissimo paraculo di Faggio. Mammasanta, è un’epoca che non lo vedo! Sentiamo un po’ cosa racconta. Ci fumiamo una sigaretta insieme e restiamo a chiacchierare fino a quando non guardo l’orologio e mi rendo conto che, anche per un ritardo avvisato, due ore sono troppe: meglio entrare allora, và…

Come varco la soglia della Taverna li vedo tutti. Sembrano felici, tutti, e tutti mi salutano in maniera più affettuosa del normale. Sarà l’alcol, vai a sapere. Sto cominciando a convincermi che il posto, in fondo, mi piace, quando sento una voce chiamarmi. E’ lei. Mi fa segno di avvicinarmi. E avviciniamoci, dai… non prima però di avere perso tempo salutando tutti i tizi che becco nel percorso. Tutti con questa assurda voglia di ridere. Che cazzo avranno mai da ridere? A me basta pensare alla Roma di oggi e vorrei piangere… bah!

La raggiungo, mi chino a sentire che vuole. Non le do molta importanza: scelgo di fare il cazzone e dico due parole da cazzone. La verità è che quella ragazza mi fa impazzire: con lei i due neuroni che mi sono rimasti in testa vanno solo a targhe alterne. Me la scollo in un istante e torno a cazzeggiare con il circolo di amici drogati della situazione. Ordino una birra, tanto mica pago io…

Cazzo, questo posto mi fa venire l’asma! E poi lei è uscita. Andiamo a fumare, che è meglio… Chiamo a raccolta Lexie e Ciccio ed esco. Mentre la guardo di nascosto, mi giro una sigaretta.

Sarà felice il proprietario di quell’auto quando vedrà come gli ha sfasciato il cofano sedendocisi sopra. Bah, che stronzate che penso: è talmente piccolina che non peserà nemmeno quaranta kili…

Mentre perdo tempo a fare il grosso le si avvicina Rigo. Come da manuale comincia a parlare. A vanvera. Ma come cazzo fà a sopportarlo? Chissà, forse non lo regge neanche lei.

Decido di evitare un inutile travaso di bile e rientro con Alberto; mi racconterà del post incidente in motorino e mi distrarrò un momento…

-L

Aspetto che Rigo capisca che non è aria. E’ lento di comprendonio, ci mette un po’… ma alla fine se ne va! Alleluja! Sono tornati tutti dentro; qua fuori è rimasto solo il vecchio Ambrogio, il simpatico zio del festeggiato. Mi avvicino a lui. Che strano che è: gli darei almeno 65 anni, mentre invece ne ha circa venti di meno. Ed è un uomo solo, senza una donna. Sono felice che mi abbia preso in simpatia. Com’è caro!

… Potrebbe benissimo essere mio padre… Mi faccio abbracciare e lo abbraccio, gli rubo qualche sorso di acquavite.

Comincia a piovigginare. Lui esce di nuovo, sempre insieme ad Alberto. Sempre con la sigaretta tra le labbra. Mi riparo sotto l’asse dell’ingresso, mi accovaccio, mi chiudo in me stessa. Ambrogio sorseggia, loro due parlano. Vinicio sta dicendo che stasera dovrà studiare fino alle due di notte. Si imbottirà di caffè, pensa ad alta voce. Capirai, non fa una ceppa tutta la settimana, ma quando si chiude si chiude sul serio. E però riesce pure a venire alle feste… Che tipo! Bah, contento lui…

No, la porta si apre ancora! Dimmi che non è chi penso. Naturalmente sì. Rigo si avvicina e comincia a picchiettarmi il collo. Mammamia, che nervoso!

“Hai tanto sonno” dice.

Non è una domanda, né un’affermazione, né tantomeno un’osservazione idiota. Faccio comunque un cenno di assenso “Mmmh”

“Eh, mi dispiace che non c’ho un casco in più, sennò ti accompagnavo a casa”

“E vabbè, tanto torno in auto; vuoi mettere seduta lì dietro? Sto molto più comoda…”

“No vabbè, dicevo per dire..”

Deficiente. Che buffone che è, mio Dio.

Sentiamo le voci da dentro. “La torta!”. Mi sono salvata.

-M

Dentro al pub Alberto mi dice che il gomito gli dà ancora fastidio. Ma almeno ora riesce a portare la mano alla bocca. Comunque non se l’è sentita di prendere il motorino. E ha fatto bene. Si intromette nella discussione una zia del festeggiato: dice che una volta anche lei ha avuto un incidente in motorino ma, nonostante tutta l’acqua ossigenata usata, le sbucciature sul ginocchio si riempivano lo stesso di schifo. Non so davvero cosa rispondere, se non dire al mio amico di non preoccuparsi. E che cacchio so io, ‘n dottore?!

Ci prendiamo qualcosa al banco, usciamo ancora. Cazzo, comincia a piovere… Allegria! E chi ritorna a casa a fette, secondo il caro Padreterno? Mentre penso queste cose Lei si sposta da Ambrogio all’entrata del locale; si accovaccia, sembra quasi un funghetto. Parlo con Alberto, ma guardo solo lei…

Poi esce Rigo: ritorna all’attacco. Sarò paranoico, ma questa è la mia impressione: fa il provola. Come ne ho la certezza lo spezzo in due.

Comunque mando giù tutto, faccio finta di niente; continuo a parlare, a fumare, a tirarle occhiate di sfuggita. Poi ci dicono di entrare, che c’è la torta. E butto via la sigaretta.

-L

Ecco la torta. Sono tutti seduti ai lati della lunga tavolata vuota. Il festeggiato è in piedi: si gode gli auguri e gli applausi. Fa bene. Non trovo da sedere; pazienza. Sento la voce di Laura dire “Vinny, non fare il solitario…” lo prende per mano e lo porta i mezzo a noi “… anche se hai un po’ il fascino del tenebroso”

Lillo interviene “Sì, tenebroso è tenebroso… Ma er fascino ancora se lo deve conquistà!”

Lui sorride.

“Vero” gli risponde. E sorride.

Ho l’impressione che mi guardi, ma se lo fa è sempre quando i miei occhi sono altrove. Quando lo punto io è il contrario: i nostri sguardi non si incrociano.

Mi siedo su uno sgabello al bancone, abbastanza vicino a lui. In mezzo a noi c’è solo Ambrogio, che assaggia la torta. Passano 5-10 minuti; intanto hanno messo su un disco dei Queen. Che bello. Vinicio si dirige in fondo al tavolo, comincia a dare il cinque a tutti e si incammina verso l’uscita. Se ne va? Dico a mio fratello che ho sonno e voglio andare a casa. Tempo di prendere la giacca e salutare il festeggiato: siamo fuori.

Lui se ne è già andato. Senza nemmeno salutare. Ha salutato tutti, tranne me. Forse lo vedremo per strada passando in auto, mentre torna a casa a piedi. Anzi, per forza.

Naturalmente no.

-M

Il locale si è riempito di voci goliardiche che cantano versi d’occasione. Il pianerottolo della tavolata è pieno di gente: non ci entrerebbe più nemmeno uno spillo. Mi gusto lo spettacolo da dietro: sorrido guardando quel bamboccione del mio amico che spegne le candele, felice.

Che bella persona che è Mimmo. Una volta gli assomigliavo un po’. Ora io sono un gran figlio di puttana, per di più perennemente insoddisfatto della vita, mentre lui è diventato ancora più sensibile e buono: è certamente il migliore tra tutti noi. Mentre penso a queste cose sorrido, e mentre sorrido Laura mi strattona dolcemente, dicendomi qualcosa del tipo che a fare così l’isolato guadagno un po’ in fascino da tenebroso. Le sorrido: è una ragazza affettuosa e genuina, una che dice ciò che pensa davvero. Mi arriva anche un commento di Lillo cui rispondo con un sarcastico “vero”, senza dargli troppa importanza. Tanto so che difficilmente si sbaglia, come so di non essere in grado di cambiare.

Mi appoggio al bancone e mi godo la musica; Laura tenta di farmi cantare, entusiasta. Le rispondo rassegnato che le parole della Canzoni dei Queen non le ho mai sapute.

Intanto lei si avvicina. Si è seduta su uno sgabello, accanto ad Ambrogio, a mezzo metro scarso da me. La guardo. La guardo di sfuggita, è chiaro: in mezzo a tutta questa gente sarebbe davvero troppo compromettente fissarla a lungo. Ma chi mi conosce bene, chi sa tutto, sa che non ho occhi che per lei.

Cinque - dieci minuti passano così. Poi guardo l’orologio: le 11:30. Fosse una serata normale me ne fregherei, però mi torna in mente che domani mi interrogano e se non finisco di studiare saranno cazzi amari.

Faccio un rapido giro di saluti, abbraccio il festeggiato e scappo fuori. Senza neanche considerarla.

Esco dal locale. Due amici trentenni mi dicono che dovrei puntare alle venticinquenni, perché sembro più grande di quanto sia e rimorchierei una cifra. E’ una cosa che gli esce così, senza motivo. Tutto ciò mi fa ridere, sul momento solo sogghignare. Ma come, non rimorchio le sedicenni e dovrei alzare il tiro?!

Mi metto lo zuccotto in testa e giro l’angolo. E in quel momento penso a quel magnifico verso

Solo un po’ d’amore

Che diventa polvere

Che almeno fosse stata magica

La buttavo su di te…

E mi accorgo delle nostre indicibili solitudini.

Quell’altro grande cocainomane di Vasco decide di saltarmi in testa e la sua voce, sbucata da non so quale dimensione, mi ricorda alcune parole sentite già da qualche anno

Siamo qui… non mi senti?

Noi parliamo spesso, sì,

ma è così:

Siamo soli.

Vivere insieme a me

Hai ragione, ragione te,

Non è mica semplice…

La somma di due solitudini difficilmente diventa amore ricambiato: fa sempre e solo due solitudini.

L’amore che diventa polvere. Perché in fondo l’amore c’è. Solo, lei si aspetta di più da me e io mi aspetto che sia lei a darmi un segno.

Il risultato?...

Laura e il suo ragazzo mi incrociano per strada, in auto, e mi danno uno strappo fino a casa.


IL GIORNO DOPO

Lunedì, Bar Dot, ore 13:45

-L

Eccolo lì. Ma non dovrebbe essere a scuola? Ora gliene dico quattro per ieri…

-M

Eccola. Mi bevo ‘sto caffè, ormai freddo, e faccio finta di essere preso a scrivere… Vediamo un po’ cosa dice…

-L

Sono di fronte a lui. Che cavolo, ma fa finta di non vedermi o fa sul serio? Com’è concentrato… Gli sventolo la mano sotto al naso

-M

E’ lei… “Ciao…”

-L

Ma grazie mille…! Ora mi siedo di fronte a lui e… no, non è così che funziona! Sbuffo. Sarà lui a interpretare.

-M

“Che c’è?”

“Niente, sono stanchissima…”

lunedì 5 aprile 2010

Pensieri Collegati (?)

Questo è quanto ho scritto sul foglio di cui parlavo nel post precedente.
Se per questi luoghi passa qualcuno che ci capisce un minimo di psicologia, o che vuole comunque dare una propria opinione, è invitato a lasciare un commento o a mandare un messaggio.
Come ho già spiegato, questo è il frutto di un'ora di noia, e vorrei sapere se c'è qualche connessione logica tra questi stracci di scritti apparentemente incollegabili.

Se c'è qualcosa di speciale in cielo, prima o poi passerà di qui... - Ligabue

Che mondo sarebbe senza Montella?! - Curva Sud -

.. e, naturalmente, niente chiappe di Eva Kant..! - Matteo Scifoni

.. Ridi pure, ma non ho più paura di restare SENZA UNA DONNA! - Zucchero -

Io sono l'ITALIANO MEDIO nel blu dipinto di blu - Articolo 31 -

Questo è il mio cuore, come lo hai lasciato/Confuso come il cielo quando CURVA..// - Pix -

Ed è così che è nata (...) dall'amore di un ignorante per una fata. - Pix (evidentemente ispirato da Cremonini)

E dopo maiale, Majakovsky, malfatto.. continuarono gli altri fino a leggermi matto! - F. De Andrè -

And I've became comfortably numb.. - Pink Floyd -


E' tutto. Se qualcuno può aiutarmi a fare un po' di luce gliene sarei grato.
Thanks

lunedì 15 marzo 2010

Poesie sparse...13 - La Pagliaccina - (In gara al Mario Luzi)



Un rarissimo caso di amore a prima vista. O a prima scritta, che dir si voglia!
Mi sono seriamente innamorato di questa poesiola: forse la amo tanto perchè era una vita che non scrivevo nulla che mi piacesse veramente. Forse solo perchè è la lettera d'amore più bella e genuina che mi sia mai uscita dal cuore.
Ormai la descrivo così a tutti quelli che mi chiedono cosa sia "La pagliaccina": è la lettera di amore che un ignorante scriverebbe a una fata...



LA PAGLIACCINA (Canzone di un amore al bar)

La pagliaccina bassa grandi scarpe
indossa con camicie del fratello,
di un amante il cappello, il naso rosso,
la faccia bianca, il nero sotto agli occhi.

Sorridi a tutto e tutti pagliaccina
ma quando il circo muore, poi da sola
continui a ridacchiare, prendi tempo
o ti abbandoni a un pianto disperato?

Quando ti togli il trucco pagliaccina
ricordi un po' chi sei o trovi ancora
quel rosso e falso riso disegnato
che illude i bimbi, pubblico pagante?

Per uno schizzo ridi, per un fiore
ma poi passi le notti a studiar storia
(quando non sai la geografia del cuore!)

Non ami i latin lover pagliaccina
perché non ami essere presa in giro
né guardi mai i poeti perché in fondo
non pensi mai davvero al vero amore.

Ma io ti amo davvero pagliaccina
e un giorno certo ti scioglierò il trucco
arriverò a baciare la tua pelle
vedere finalmente il tuo colore
conquistarmi i tuoi sguardi i tuoi sorrisi
sapere che non sono più viziati.
Un giorno... chi lo sa! però non oggi.
Per ora mi accontento, ti accontenti
di due parole, scritte al bar di fretta
mentre fumavo mentre ti aspettavo...

sabato 20 febbraio 2010

Io & BRUCE: Valentine's Day

Bruce ha il potere di estraniarmi

Ecco. Anche oggi è finita. E' finita ufficialmente verso le 17:15, quando ho cliccato su una canzone del Boss e mi sono messo a cercare le parole di Valentine's Day.
La giornata si è ufficialmente conclusa in quel momento. E' impressionante il potere che Bruce Springsteen esercita sulla mia psiche. Quando ascolto la sua musica mi estraneo improvvisamente dal resto del mondo: l'altro giorno, in metro, ascoltando la sua versione di We shall overcome, ho perso la mia fermata; sono sceso due stazioni oltre e non mi sono accorto di nulla.

San Fetentino

Oggi è San Valentino. Sono scoglionatissimo. E' il terzo di fila che passo rosicando, pensando a quanto sono stupido.
Non che dia importanza a questa festa; anzi, non la vedo per altro se non uno stupido prodotto commerciale finalizzato a far quadrare i conti a due fabbriche di cioccolatini a forma di cuore e a un paio di produttori cinematografici dalla dubbia validità in cerca di soldi facili; ma con questo suo continuo proporsi di rose rosse e simili non fa che ricordarmi, ogni fottuto anno, che resto solo.
Per carità, la solitudine ha i suoi lati (più che) positivi, ma... Forse c'è qualcosa in me che non và. Forse, per dirla alla Scifoni, il Grande Capo mi ha mandato sulla terra senza un disegno ben preciso; forse sono in possesso di un rarissimo ormone che trasforma la merda in cocaina e CIA, KGB SIMSI ed MI6 sono sulle mie tracce, appostati per farmi impazzire...

Una stupida illusione

Qualche ora fa l'ho vista con una sua amica. Questa mi ha fatto un segno chiedendomi di avvicinarmi, e la indicava.
Lei mi è sembrata triste, o quantomeno seria. Mio Dio, è veramente speciale...!
Per un attimo ho pensato (forse solo sperato) che fosse così mogia per causa mia. Per un istante il sole mi ha illuminato la giornata. Poi sono tornato sulla terra. Mi ha chiesto "Non è che hai una sigaretta?"

Il vecchio stronzo c'ha preso ancora

Meno male che c'è Bruce. E' nei giorni come questo che il suo essere al mondo è qualcosa in più di un senso per la vita. non è mai banale. Oggi non potevo che ascoltare Valentine's Day. Voleo proprio sapere cosa ne pensasse il vecchio stronzo in proposito. Adesso sarà almeno la nona volta in tre ore che la sento. Non ho sbagliato.
Un mio amico mi è diventato padre la notte scorsa, e mentre parlava nella sua voce potevo sentire la luce... Dicono che viaggi più veloce chi viaggia da solo, ma stanotte mi manca la mia ragazza, stanotte mi manca casa mia.... E' il suono delle foglie portate dal vento lungo la strada che mi ha portato qui fuori stanotte su questa vecchia spettrale autostrada, è il grido del fiume attraversato dalla luce della luna: non è di questo che ho paura, piccola; ciò che mi spaventa è perdere te... Non era il freddo fondo di un fiume che mi è passato addosso, non era l'amarezza di un sogno che non si è avverato, non era il vento nei prati grigi che mi passava tra le braccia; no, no piccola: eri tu...

Il Boss colpisce sempre dove non ti aspetti... un po' come certi film di Muccino. Ma anche tutte le altre sue canzoni mi emozionano incredibilmente: i testi arrivano ai sentimenti senza che si conosca l'inglese, la musica è una pugnalata tra ragione e cuore...

Conclusione - per così dire -

Anche questa è andata. 15 febbraio, ore 13:35, Roma, Bar Marylin. Sono qui, come un po' tuti i giorni, a gustarmi il caffè dopo scuola. La aspetto. Continuo sempre ad aspettarla. Come, d'altronde, le ho promesso, anche se ormai i confini tra attesa e rassegnazione si fanno sempre meno nitidi. La aspetto come aspetto lo scudetto della Roma per quest'anno. probabilmente non arriverà, perchè l'Inter è troppo più forte e noi lottiamo tra continui acciacchi; però i punti di distanza sono solo 7 e si profilano ancora tre mesi di campionato all'orizzonte... perchè non crederci? Quando ci penso tutti mi prendono per matto... ma lasciatemi sognare!
Ecco, con lei è più o meno la stessa cosa. Della serie "Non succede... ma se succede!"
La musica finisce, il brano cambia. Bruce sta pacatamente urlando "I'll work for your love"...

giovedì 28 gennaio 2010

20 giorni dopo...



p.s parla dei ricordi che ognuno ha della propria vita...non sempre li teniamo ben visibili perchè non tutti fanno bene..anzi, spesso sono un pugno nello stomaco..ma ci sono dei momenti in cui molli tutto e vai lì..perchè sai che lì hai messo tutte quelle cose che dicevi di non voler vedere più..nascoste bene...e trovi una lettera...mai spedita..non la apri, tanto sai bene cosa c'è scritto dentro...anche se è passato un bel po' di tempo..e poi..prima o poi la spedirai forse, non è quello che ti ripeti da tempo ormai?....anche se sai che è una promessa da marinaio...sapete qual'è il problema?..riuscire a distinguere l'essere felici dal convincerci di esserlo.....perchè spesso è più facile spiarla la felicità da fuori.....più facile immaginare come sarebbe che avere le palle di cercare di viverla!



"chissà se mai in quel porto mi ritroverai..confuso tra la gente, mi riconoscerai?" P.S

Chiuso nel buio di una soffitta tra vecchi giornali e aerei di carta e kg di polvere a coprire i ricordi di quaderni chiusi e poi mai riaperti
Cè scritto da grande non farò il calciatore, ne lastronauta ma solo il sognatore E sotto il disegno della rossa chitarra la mia prima canzone forse un po acerba
E rivedo gli occhi di quella ragazza Risento il profumo si dellultima volta E i sensi di colpa messi a dormire
Sarà per sempre dillo fino al mattino
Tra frasi sconnesse, progetti importanti promesse che allalba sono stelle filanti.. destate gli amori sono come aquiloni che perdono il filo senza saper volare
Ma oggi si cambia oggi rivoluzioneo forse domani che magari cè il sole e penso che infondo non saremo eroi ma lo senti il vento fischia solo per noi.
E rivedo gli occhi di quella ragazza Risento il profumo si dellultima volta Quando di notte non riuscivi a dormire
E la mia voce accompagnava le ore..
E rivedo gli occhi di quella ragazza in una lettera poi mai spedita E quellinchiostro blu no non scompare..
p.s. ricordi per te ero lamore....
E rivedo gli occhi di quella ragazza
risento il profumo si dellultima volta
Dio se eri bella anche mentre piangevi
e fiera sfidavi il mondo a farti cadere
E rivedo gli occhi di quella ragazza in una lettera poi mai spedita E quellinchiostro blu no non scompare.. p.s. ricordi per te ero l'amore


sabato 9 gennaio 2010

Cancellare ciò che tu non vuoi (Canzoni che mi uccidono - 4 -)

"Cancellare ciò che tu non vuoi"
Questa espressione, che vedo da circa dieci anni scritta su un muro sotto casa, è parte di una canzone dei Lunapop, il complesso con cui esordì Cesare Cremonini. Per quanto la musica di quel gruppo non mi sia mai piaciuta particolarmente ho scaricato qualche loro brano, tra cui lo stesso in cui è contenuto quel verso e il cui titolo è Vorrei.
E' una canzone molto breve, con una melodia delicatissima, e come in tutte le strafottutissime canzoni dei Lunapop tutto è limpido e chiaro: c'è veramente poco da capire.
E tuttavia quel verso...!
"Vorrei.. vorrei cancellare ciò che tu non vuoi..."
Nonostante le capacità poetiche che, a sentire gli altri, mi appartengono, ho sempre stentato a comprendere quelle parole: "cancellare ciò che tu non vuoi"... ma cosa cazzo significa?!
Non mi sembra una frase romantica, perdio... Cioè, se cancelli qualcosa che lei non vuole sia cancellato dove cazzo sta l'amore? Questo è egoismo, senza dubbio... Invece, come spesso accade, per capire veramente certe cose spesso bisogna averle vissute. E adesso come non mai arrivo al senso di quelle parole: l'adolescente Cremonini non suggeriva questo, e neppure di eliminare a priori tutto ciò che non le gusta alla ragazzetta di turno, quanto in verità di CANCELLARE il ricordo di un vecchio amore ancora troppo vivo, scritto con troppa forza sulla carta del cuore.
E la gomma, il bianchetto, quellochecazzoè lo strumento di sovraincisione è lo stesso Cesare. Subito dopo infatti afferma "Sono nato per regalarti quel che ancora tu non hai": la medicina per i dolori di lei è lui stesso!

Se l'avessi capito anche solo una settimana fa avrei considerato tutte queste cose una bambineria; adesso invece è tutto diverso. E non potrebbe essere altrimenti, perchè queste parole ormai mi si sono scritte sulla fronte, sono il primo e l'ultimo pensiero che ogni minuto mi girano per il cervello.

Da adesso in poi ogni mattina, passando di fronte a quel murales mi fermerò: penserò un momento a quella maledetta canzone e la terrò tuttavia come un breviario: ricorderò la frase che le ho detto dopo le rispettive intimità confessate, quello che sarà il senso della mia vita nei prossimi mesi

- Io ho la testa più dura di te; non mi interessa nulla: ti aspetterò.
- Non valgo così tanto...
-Per me sì.
... Ti aspetterò!!

martedì 29 dicembre 2009

Canzoni che mi uccidono - 3 - L'amore ai tempi del caos

Piove. Piove fottutamente. Piove come se tutti gli angeli del cielo si fossero messi in fila, uccello in mano, a spegnere le braci di un fuoco ormai morente. Piove, più o meno ininterrottamente, da 4-5 giorni, dalla vigilia di Natale. Piove, alle volte con tanta forza che temo l'ombrello sia lì lì per cedere sotto tutta quell'acqua; altre volte all'inglese, senza quasi che ci si faccia caso. Piove. E a questa mia sciocca testolina di credente piace pensare che Cristo, a furia di sentire il suo nome bestemmiato nelle più diverse lingue, sia sceso a controllare la situazione del mondo e che poi, tornato nella gloria dei cieli, si sia messo a piangere. Lacrime di pioggia quindi, per dirla alla Venditti. Quando invece sono più cinico (di solito dopo avere bevuto) smetto di illudermi e, se proprio voglio restare sul teologico/blasfemo, torno alla prima idea degli angeli piscianti.

Chiamatemi pazzo. O cretino. Sì, forse cretino è più appropriato, vista la cazzata che sto per dire; anche se illuso, pirla, sciocco, inutile e quant'altro vi venga in mente su questo tipo va benissimo lo stesso.
Chiamatemi come vi pare, insomma, ma alcuni di questi giorni di pioggia, con nubi, luce e acqua dosate in u certo modo, mi fanno sorridere. Perchè, vi chiederete. Perchè era un giorno così la prima volta che sono uscito da solo con lei.
Ridete, ridete pure. Lo so bene che, in fondo, resto solo un sentimentale del cazzo. E avete ragione a ridere. Avete ragione, perchè in fondo quella prima volta insieme non è stata proprio niente di che (anzi...); perchè, se proprio vogliamo fare due conti spassionati, sono 4 mesi che le vado dietro e ancora non ho concluso una ceppa; perchè preferisco tenere le mie emozioni per me piuttosto che mostrarle apertamente, di fronte a tanta gente; perchè in fondo sono timido (nonostante l'atteggiamento da cazzone) e i timidi in questo mondo lo prendono in culo. Avete ragione a ridere. E ridete dunque!
Ridete, perchè è ridicolo sorridere dinnanzi alla pioggia, tanto più dinnanzi a un ricordo.
E' ridicolo ricordare sorridendo quell'ultimo giorno di vacanze estive quando, tutti e due sotto gli ombrelli e sotto la pioggia, attraversando la Nomentana, le ho detto ".. solo non vorrei che stiamo andando a vuoto..."
E' ridicolo ricordare con piacere la sua risposta "Chi se ne frega; alla peggio ci siamo fatti una passeggiata insieme.."
Nelle giornate così non ascolto, come facilmente si potrebbe immaginare In un giorno di pioggia dei Modena City Ramblers. No. La canzone che mi fa sussultare nel profondo è sempre firmata MCR, ma è di una dolcezza ancora più intima e gentile, come una poesia lontana... L'amore ai tempi del Caos.


Era un giorno freddo d'inverno
e sulla strada ho incontrato il mio amore,
mentre intorno gente correva,
gridava certezza vendeva opinioni...
Pioveva forte là fuori,
lei mi ha raccolto e mi ha preso per mano
"E' arrivato il tempo"
mi ha detto dolce
"di asciugarmi" e mi ha offerto riparo...
Se il vento soffia
e grida forte
e la notte è gelida e scura
il mio amore è un uccello che canta
e mi aspetta sotto la luna

martedì 29 settembre 2009

Finchè Inverno Non Ci Separi

Questa era un sacco di tempo che volevo postarla: è un raccontino breve, d'amore, tutto particolare. L'ha scritto Luisa Iervolino, una scrittrice d'effetto e di talento oltre che, come primissima cosa, un' amica. La stessa CheshireCat delle foto, tra l'altro. I suoi blog li potete vedere nella colonna a sinistra, sono lì da un po'. In caso spizzate anche da qui e da qui.

Grazie Lu, per avermi permesso di postare questa tua magnifica perla e di poterla condividere con i due lettori due che ho...


C’era una volta un Giardino bellissimo, che sorgeva vicino al mare. Lì stavano moltissime e diversissime floreali creature, ognuna con il suo incantevole aroma, che si mischiava in una piacevole danza con quello del sale marino. In questo Giardino c’erano tanti Arbusti da frutto, tanti Cespugli a macchie gialle, rosa, viola e blu; tutti in gruppo, ognuno col suo simile, come sull’arca di Noè.

Ma in quella biblica scena solo una verde creatura era rimasta senza compagno. Un’unica pianta di Giglio, sola. Non bella, non brutta, ma solida e resistente al vento. Stava in disparte nel Giardino, così che sembrava che anche i cespugli la guardassero con disprezzo. La pianta generò un solo Bocciolo con tutte le sue forze, a fatica, come a voler dimostrare alle altre piante crudeli di saper mettere al mondo un Giglio bellissimo, dal candido colore. La neomadre voleva ora sentire le dolci parole del Padrone di casa, che lì l’aveva piantata; voleva essere orgogliosa del suo pargolo.

Eccolo! Arriva! Sembrano gridare i Cespugli quando il vecchio Padrone di casa si trascina fino al Giardino. Lento il passo, stretto tra le sue dita stava un gambo ignoto. Sul capo del verde corpo, un piccolo vermiglio Bocciolo, ancora acerbo. Ai piedi della pianta di Giglio, il Padrone apre una buca e vi poggia le caviglie mozze di quella nuova pianta. Una accanto all’altro, sotto lo stesso Cielo, una Rosa rossa piantata accanto alla solitaria, linfatica, stanca creatura di Giglio vestita.

“Piccolo figlio mio, destati! Ammira questo essere che il Destino ci ha posto vicino!”

Alle parole della dolce Madre, il bianco fiore si dischiude, stropicciandosi i petali con le foglioline addormentate. Impossibile distoglierle gli occhi di dosso. Calamitanti sfumature la vestono. Splendido il suo profumo, più dolce del miele che portano le Api nell’aria.

Amore a prima vista. Lui guardava lei, lei non lo guardava affatto. E i Cespugli attorno ridevano. “Che ridano pure!” dicevano al Giglio le Api rumorose, e lui rispondeva guardando solo la sua bella Rosa, come se fosse stato colpito in pieno dal classico fulmine a ciel sereno. La sera, alla luce della Luna, il Giglio cantava per Lei con la voce del Vento. Era consapevole dell’impossibilità di quell’Amore. “Madre, Lei è così bella ed elegante. Come potrebbe mai amarmi se neanche sa che esisto? Mi si gela la linfa al solo pensiero di rivolgerle la parola. Vorrei, ma ho il labbro muto, e non so parlare.” Piangeva il Giglio sulle foglie della genitrice. “Non posso che amarla da lontano, sperando che almeno gradisca il mio canto.” E passavano i soli e le lune sulle loro chiome. Un bel giorno di Primavera, quando le Cavolaie si inseguono in una passionale coreografia, il Padrone scese in Giardino. Teneva in mano un oggetto che le piante avevano visto molte volte. Il Padrone le chiama Forbici e le usa per accorciare i rami degli Alberi da frutto del Giardino. Ma stavolta no. “Si sposa sua figlia!” gridò un Cipresso, che aveva sentito uscire, dalla sua altezza, le parole della finestra della camera della giovane. “Vorrà un bouquet!” Le Piante restano mute, trattengono il fiato, sperando di non essere proprio loro a dover ornare la Sposa. Poi, dal nulla, un urlo vegetale. Alla pianta di Giglio viene portato via suo Figlio, recise le sue caviglie con le Forbici, letale strumento.

Minuti, lunghissimi minuti dopo, il bianco fiore si ritrovò in un vaso trasparente, con l’acqua che gli solleticava i piedi feriti e accanto ad altri fiori recisi come lui. Mai aveva provato il contatto con altri che non fossero sua Madre. Nella moltitudine di odori e colori la vide. La sua amata Rosa gli era capitata accanto nel caos del vaso. Il giovane Giglio ci mise circa tre ore per convincersi a parlare. E con voce emozionata riuscì solo a dirle “Ti amo”. Lei, imbarazzata (non curante di essere rossa già dalla nascita), emise un sospiro di sollievo, rilassando i petali vermigli della sua chioma. “Meno male…” disse a bassa voce, “non volevo essere io a dirlo per prima.”

Nel dì delle nozze della Figlia del Padrone di casa, stretti nel bouquet c’erano un bellissimo Giglio e una splendida Rosa rossa, i più belli tra i Fiori del mazzo.

Quel giorno i due giovani esseri vegetali si sposarono. E vissero felici e contenti, lo spazio di un mattino.