venerdì 14 febbraio 2014

Monografie dallo schermo #15 - Anna Scott from Notting Hill


Quello che nessuno si degna mai di pensare è che, nonostante tutto, anche una grande attrice di Hollywood resta, comunque, solo una ragazza. Una ragazza come tante, una persona semplice cui può piacere persino mangiare in un fast food, o scavalcare con la complicità della notte la recinzione di un giardino solo per sedersi su una panchina in pietra e baciare un ragazzo appena conosciuto. 
Sono Anna Scott, la donna del momento, la stella più pagata del cinema: è innegabile. 
Ma pure sono, e resto, quella bambina innamorata dei cartoni animati al punto di registrarsi negli alberghi come la "signora Flinstone". 
Sono una ragazzina con il sogno di una vacanza in giro per il mondo che mi è rimasto strozzato qui, in gola, dalle necessità impellenti della mia fulminante carriera. Probabilmente è stato per questo motivo, per ingollare ancora una volta la pillola delle mie dorate restrizioni, che mi sono intrufolata di soppianto in un affollato quartiere londinese per mettere piede in un negozio di libri sui viaggi. 

Tuttavia nessuno sceneggiatore, neppure il più audace tra i registi che ho conosciuto, avrebbe mai osato propormi un copione secondo cui, varcata quella soglia, la ventenne di successo più desiderata al mondo avrebbe finito con l'innamorarsi del classico commesso, sfigatello e spiantato, dal capello "floscio" eppure così sensuale... 


Julia Roberts performing Anna Scott; 
Notting Hill (1999)

domenica 26 gennaio 2014

Poesie sparse... 40


Si sfiorano le nubi a inamidare
riverberi di cielo rosa e azzurro
confusi come certe ore d'autunno

Giorni passati a domandare strade
che scorgano la propria fine altrove -
 nel mito di una donna, di un portone -

sono ormai schiusi e immaginano viaggi
senza un rumore che non sia di vento
perché è così che fanno i vivi e i matti...

Austera come un'ombra di betulle
e sola in mezzo ai battiti avventati
di case in dormiveglia ti ho alle spalle:

appena so chi sei ma riconosco
la figurina tua, la camminata
il dubbio sciolto grazie alla sciarada.

Sfioriscono i lampioni concentrati
a indovinare sagome nel buio:
fuori dal mondo cadono i divieti.

Calcato nella pagina il silenzio,
c'è chi non crede, c'è chi sopravvive
di desideri e di già perse sfide.

Negli occhi tuoi bivacchi beduini
Negli occhi miei un deserto senza fini.





Ricordo come fosse ieri quando e dove è nata la lirica che ha inaugurata le PoesieSparse, poi etichettata come Città di notte #1: ero al quarto anno di liceo, costretto a frequentare un corso di recupero in matematica. Chiesi di andare in bagno e, passando lungo il corridoio, ebbi l'occasione di vedere tutte quelle aule vuote e buie, illuminate appena dai lampioni esterni, per la strada: ... uno spettacolo così inusuale, e irreale, per uno studente...!
Da allora è passato un po' di tempo, già cinque anni.
Certe PoesieSparse le ho postate veramente per gioco e di qualcuna oggi mi vergognerei profondamente. Ma non ne cancellerò nessuna (per ora); innanzitutto per non sballare troppo la successione numerica e poi perché ognuna ha a suo modo contribuito a migliorarmi, è parte di un itinerario che ho percorso... Quello dell'esercizio poetico, dello sforzo alla scrittura, anche quando non se ne avrebbe voglia, anche su temi che di poetico avrebbero di per sé poco o niente...

Dalla n.26 in poi, specialmente, qualcuna l'ho amata davvero. E, nonostante poi gli abbia attribuito un nome, per me continuano a chiamarsi, appunto, ps#26, #32, #39... con oggi si arriva alla quarantesima. La figlia di una evoluzione difficile e affatto scontata,  un prodotto che mi ha fatto molto penare per ventiquattro ore buone, di una musicalità studiata - tutta assonanze e consonanze, carica di suggestioni e presentata in una forma per me insolita.

Le voglio bene e, a ragione, credo di poterla definire come il miglior "buon 2014" che mi potessi augurare.

domenica 12 gennaio 2014

Poesie sparse...38


E' assurdo in una notte partorire
senza disegno, senza poi motivo
la voglia più improvvisa del suo viso. 

Tra i passi dell'istinto ciò che appare 
spesso è un dettaglio, un'impressione, un mondo 
che sgorga da un'occhiata trasparente 
oppure dalle labbra ancora aperte 
e c'è un sospiro o forse uno stupore 
ma non si sa smorzare né finire 
e non si può fissare o trattenere. 

Se ne esce appena un alito, una nebbia 
avvolge tutto e allora anche i sorrisi 
si schiudono a imitare i girasoli...




Visto che oggi è oggi, approfitto per farmi un paio regali: il primo è questo video; il secondo è il senso che finalmente ottiene nei confronti della poesia che si sforza di presentare...


... e, se c'è, il segreto è fare tutto come se vedessi solo il sole 
e non qualcosa che non c'è.






giovedì 2 gennaio 2014

Poesie sparse... 39


Due regali per cominciare al meglio questo 2014: il primo è mio mio; il secondo viene dagli studios della Disney...

Nel buio dei ricordi la calura
torna di quella notte - dal vestito
rispuntano le gambe e tra le pieghe
profonde e sottilissime un contorno
c'è indefinito come in un presagio.
Svanisce ogni misura, le parole
perduto il tempo sono ormai smarrite:
C'era la luna, già si denudava?
O casta sotto il mondo era nascosta?
Tu c'eri, ma al riparo dalle stelle
tra cenni non distinti e foglie d'olmo.
Io c'ero, capitato in un silenzio
che senza una ragione il tuo mistero
muto un momento ha fatto palpitare.




C'è, naturalmente, una Poesie Sparse #38... ma ci tenevo particolarmente a iniziare l'anno con questa e nessuna altra poesia... e ciò che è giusto è giusto. A presto, prestissimo, la numero 38!

venerdì 27 dicembre 2013

Poesie sparse... 37 - Penny Lane

Ciao,
oggi voglio presentarvi una signorina pronta a fare il suo ingresso ufficiale in società.
Non ha ancora un nome, purtroppo. O meglio; nella mia testa il nome c'è e sarebbe "Bende atte a tamponar sorrisi": solo che non è opera mia. Questo bellissimo verso appartiene infatti ad Alessandro Riccioni, un poeta - tra le altre cose - che ho avuto il piacere di incontrare in un paio di occasioni. Lui, pure pure, probabilmente mi concederebbe il privilegio di utilizzare questa successione di parole per etichettare la mia giovane creatura; ma il suo editore potrebbe non essere d'accordo... Tant'è.
In assenza di un codice connotativo, posso dirvi che la bambina è in qualche modo figlia primogenita di Montaditos e che poeticamente (non sentimentalmente) rappresenta, più della madre e della "zietta" Marilina#4, una sorta di Pagliaccina 2.0.

Questo finale di 2013 ha voluto regalarmi suggestioni nuove e, soprattutto, antenne in grado di captare e ritrasmettere queste suggestioni.
C'è da dire che tra madre, figlia e zia mi sta capitando come non mai di scrivere... e di essere felice: felice come non mi era mai capitato di essere davanti a un prodotto della fantasia. Tutto ciò non è affatto scontato; anzi! Ed è un piacere che sta continuando a tornare, a cadenze più o meno regolari, da qualche mese a questa parte...

Quindi: lettore avvisato, mezzo salvato.
Siate gentili con lei, trattatela bene e non fatele fare troppo tardi: è timidissima e non saprebbe proprio dirvi di no...


E' sera sei per strada tra la gente
e parli ad alta voce tra te e te
mentre seduta al tavolo con gli altri
zitta preferiresti far parlare. 
Ma il mondo è un ladro in cerca dei tuoi raggi
e ti ha portata anche se non volevi
a muovere le labbra - un po' ti scoccia; 
così cominci a raccontare notti
come fosse d'un altro e non più tuo
ciò che è accaduto tra aliti e lenzuola.
La sala si è riempita di un silenzio
denso di fiati a stento trattenuti
le orecchie si son fatte lunghe e rosse
le lingue si impietriscono, un tremore 
si aggrappa a ogni creatura che respira.
E poi non dici più, perché qualcosa
qualcosa ti stupisce - lo rivelano
le ciglia come pagine sfogliate: 
senza saperlo ti spalanchi al mondo. 
Qualcuno lo ha capito e si ritaglia
questo attimo di te come un regalo
che sconfinato nella tenerezza
mostra quanto davvero sei da sola. 
Solo vorrei riaccenderti quegli occhi.



P.S.: la canzone dei Beatles è frutto di una sinapse nata per un curioso caso di omofonia

domenica 22 dicembre 2013

Giorgia: Recensione e commento album Senza paura - alla ricerca del significato

Sebbene sia stata la compagnia acustica di tantissimi viaggi in auto della mia tarda infanzia, non posso dire di essere un fan accanito di Giorgia, né di averla sempre apprezzata senza condizioni. E, tuttavia, quando ho saputo dell'imminente uscita di Senza paura, ammetto di avere sbracciato parecchio per poterlo ascoltare quanto prima, incuriosito sì da un paio di interviste lette in rete, ma soprattutto dall'enigmatico video del singolo di lancio Quando una stella muore: il mistero di quei due vestiti identici, l'uno bianco e l'altro nero, così semplici eppure così preziosi, continua ad attanagliarmi lasciandomi dopo ogni visualizzazione in profonda crisi interpretativa.


Innanzitutto, perché "quando una stella muore fa male"? E a chi, poi? Alla stella stessa o a chi ci si affidava, come a un punto di riferimento? Rivolgere un pensiero ad Alex Baroni sarebbe forse fin troppo semplice - non per questo "sbagliato", si intenda - ma l'impressione è che per trovare una risposta esauriente dovremmo entrare all'interno di una sfera talmente intima da farci vergognare almeno un po' di avervi voluto fare irruzione... tanto meglio, perciò, prendere la canzone per quello che è, lasciando che parli a ognuno della particolare realtà che si ha dentro. Perché è questo che fanno le canzoni: al di là del messaggio dell'autore, riferiscono né più né meno ciò che ciascuno vuole sentirci.

L'album intero rappresenta, nel suo complesso, il prodotto che ci si aspetta da un lavoro di Giorgia Todrani, con sonorità più o meno spezzate, tendenti alle volte all'elettronico, alle volte a quel genere di armonia semplice e orecchiabile, fatta di tastiere e grancasse, che ha caratterizzato tanta efficace canzone popolare. Pure la componente vocalica, da parte sua, vede tentativi innovativi e in ottima parte riusciti: la voce dell'anima che apre Riflesso di me partendo da un piano di volume sottomesso offre davvero un'impressione di stream of consciousness, di sfogo emotivo che resta confinato nel cervello prima dell'esposizione vera e propria. E un discorso analogo potrebbe essere fatto per Perfetto.

Ciò che stupisce, in assoluto, è di trovarsi di fronte a una Giorgia così semplice e nuda: il che, a voler vedere, permetterebbe di far seguire al titolo "Senza paura" qualcosa sul genere "di parlare di me" o "di raccontare tutto". Diciamocelo, lascia sconcertati ascoltare la bella cantante romana lacrimare "non mi ami: perché non mi ami?". Non che non ci avesse avvisati: quell'occhio lucido che fa capolino da sopra la spalla scoperta, sulla copertina dell'album, non ci prometteva nulla di meno...


C'è un dato che mi preme sottolineare: specie a livello di testi, difficilmente si trova qualcosa che stupisca, immagini originali da lasciare con le braccia spalancate... Un po' una sorta di distintivo visto e considerato che, a essere onesti, tolta qualche perla come Girasole o Di sole e d'azzurro, non si può certo dire che Giorgia abbia creato figure "indimenticabili". Ora, la domanda fondamentale: è, questa, una pecca? Per chi scrive la risposta è "certamente no". Diverso sarebbe se la nostra ci proponesse di continuo delle assolute banalità (brani impostati secondo lo schema "baby i love you", scevri di quell'umanità tutta dubbi e difficoltà che appassione, tanto per capirci); ma, nel caso specifico, il "banale", per quanto sia parzialmente ingiusto definirlo così, riguarda tuttalpiù alcune metafore: e parliamo di metafore sì adoperate fino alla svalutazione, ma perché riuscitissime: quindi valide e parte a tutti gli effetti del patrimonio comune. Ci si riferisce, naturalmente, a suggestioni quali "il nostro cielo nella stanza" di Perfetto, "il grigio del cemento della civiltà" o "il volo di gabbiani attraversare il mare" di Avrò cura di te. Ma ci sono anche, va detto, piccole e isolate trovate compositive dalla magia superiore: nel bijoux Vedrai com'è brilla un "troppe domande troppe risposte rotte" in un singhiozzo che è tutta poesia. E quando, con L'amore si impara, sentiamo dirci che "la vita rende scomodo cambiare persino un dolore" capiamo di essere davanti a una massima proverbiale, dall'effetto originale e garantito.

Insomma, se è vero che il momento della confessione, in cui ci si racconta senza paura, generalmente precede una qualche evoluzione allora è legittimo arrivare a dire che ci troviamo davanti a un lavoro sicuramente unico e irripetibile, a tratti meraviglioso e riuscitissimo, a ogni modo testimone di una fase, di un momento, di un passaggio.

Giorgia non "sta cambiando": è cambiata e ce lo ha voluto comunicare con il suo cd più intimistico, attraverso brani guida quali Oggi vendo tutto, tematiche sfumate dai contorni racchiusi in poco più di un epigramma (Vedrai com'è e Ogni fiore) e altre perle inedite nella forma ma comunque riuscitissime (vedi Pregherò - I will pray nel conturbante duetto con Alicia Keys).

Tirando le somme, se quella cui stiamo assistendo è davvero un'evoluzione, presto sentiremo parlare ancora tanto (e bene) di Giorgia Todrani.

E poi sarà come finire...

mercoledì 18 dicembre 2013

bye bye, roses in the rain

"I lupi sono una specie in via di estinzione"

(wolves are endangered)

Mercoledì 18 settembre 2013: dopo tre anni abbondanti, alla mezzanotte di ieri, si è concluso il progetto poetico di RintR che tanto mi ha appassionato dall'ultimo anno di liceo fino a oggi.
Come accade spesso, ci è voluta qualche ora buona prima che mi rendessi conto di averne scritto, inconsapevolmente, la parola "fine". Nello specifico, è successo mentre cercavo un titolo adeguato per l'ultima sezione della raccolta: ad aiutarmi nella scelta è giunto, per la terza volta nel giro di appena un paio di settimane, un verso di Elisa.
Mi è sembrato giusto, e in qualche modo scontato, che l'ultima fase di questo percorso assumesse come nome proprio "Ci saranno nuove rose". Un riferimento quasi obbligato, vista la title track Roses in the rain e visto, poi, che il brano cui scelgo di fare riferimento ha un doppio titolo a dir poco indicativo: Una poesia anche per te - Life goes on.
Si tratta di un augurio, forse; o forse parliamo soltanto dell'ennesima inconsapevole presa d'atto che mostrerà veramente le sue ragioni con il passare del tempo.

Restano da chiarire, per il momento, giusto un paio di fatti: ...
Tutto è iniziato con la Pagliaccina: la mia prima cosa bella, la prima importante svolta poetica.
... il primo mito: sulla Pagliaccina, sulle sue esili spallucce, si reggono buona parte delle rose nella pioggia.
Semplicemente, c'è che quel mito non è più sufficiente a mantenere legata a sé la totalità delle emozioni che attualmente mi ribollono dal cuore al cervello.
Questo perché si cresce; ed è chiaro che, tra i 18 anni e i 22, è stato tanto a cambiare. A "cambiare"; non a "perdersi". La pagliaccina non si è svuotata; ma questo non implica che tutto debba continuare a riferirglisi. Le cinque poesie di Marilyn -Marilina, a questo proposito, hanno avuto l'effetto di un ariete su un portone di legno marcio. E lo stesso si può dire, ancora di più, per Montaditos e le sue figlie...

C'è, in secondo luogo, un discorso più prettamente tecnico, o di gusto, a seconda di come la si voglia vedere. A 18 anni prediligevo l'epigrammatico; sulla soglia dei 22 mi rendo conto di scrivere in maniera più corposa. L'incisività, dolceamara a seconda delle occasioni, ha fatto spazio a un tratto maggiormente discorsivo, ma decisamente più delicato e "musicale".
Alle cicche spente con lo spensierato, ignorante menefreghismo della mia tarda adolescenza attualmente preferisco uno sguardo alle nuvole, o le foglioline appena spuntate da un ramo a contatto con le dita.

Cambiare non è perdere; e non è nemmeno dimenticare. Non dirò che le Rose nella pioggia non mi rappresentino più, perché non è vero.
Dirò, invece, che il motore del mezzo si è acceso, che le quattro ruote si sono messe in moto, che i petali che fino a poco fa infradiciavano il parabrezza sono volati via, chissà dove.

Dirò che ci saranno nuove rose.
O altri fiori...
18.IX.2013
17:26





Post Scrisptum: Non voglio che questa "spiegazione" venga fraintesa: Roses in the rain è qualcosa più "seria" della prima raccolta autoprodotta di un poetastro sconosciuto; pertanto non va considerata come "la mia prima raccolta", ma come qualcosa di diverso... un modo per trasmettere un "brivido" di momenti che forse non si sono mai conclusi, che ho considerato e che continuerò a considerare comunque indimenticabili. 

God may forgive us