Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

giovedì 27 aprile 2017

Poesie sparse... 54 - Whydah Gally


Whydah Gally

Il sogno si esaurì - non era aurora
ancora giunta il mondo a ingravidare.
Brillava minacciosa e lesta l'ombra
della tempesta, il mare era una scossa
continua e perpetrata, era uno spasmo
di morte e gola: il mare era affamato.

La nave imbottigliata nel suo inganno
a depistare ostacoli e scommesse
sperava di nascondersi al destino,
di conservare intatti i suoi tesori.

Ma il mondo fuori è un attimo, è bestemmia
è pescecani è rabbia ed è uragani
... ed è ingiustizia, è insidia, è di cristallo.
È una burrasca infida, è il disagio
di una gomena da infilare all'ago.

Sfinito il sogno non bastò l'aurora
a risvegliarci, non bastò la schiuma
delle onde che girovaghe la faccia
solleticano... adesso inutilmente.


sabato 15 aprile 2017

Poesie sparse... 53 - Camelotian


Ci sono a volte dei fraintendimenti
dei passi fatti sciaguratamente
che il cuore affretta, ma nel camminarli
stupiscono gli odori e le paure
e la facilità che li ha percorsi.
Pertanto non ti puoi rimproverare
alcuna colpa, 'fragile Ginevra:
hai visto Lancillotto. Lo hai baciato.

Donato Giancola

lunedì 13 marzo 2017

Poesie sparse... 52 - Salgariana #1


Salgariana #1 

I tropici in trionfo, gli uragani 
hanno sfondato ormai tutti gli scafi 
così non resta loro che danzare 
violentemente idioti e tristi e soli 
sopra lo specchio infranto del mio mare. 
Cosa è rimasto, cosa sopravvive? 
La tigre forse - ciò che non si doma,
che pure alla pietà ruggisce uccisa. 
La tigre - e rossa o bianca non importa:
uno è il suo sguardo, identica la caccia. 
... e la sua caccia in fondo è lo svenire 
ogni avversario - pecora o fucile,
è un dimostrare intatto che ferita 
vale cento carogne, che sfinita 
può far tremare ancora la paura. 


mercoledì 1 marzo 2017

Poesie sparse... 51 - Salgariana #2


Salgariana #2

Al sud del tuo arcipelago scomposto
dove veleggia e impazza un'altra estate
resisto ancora, Mompracem perduta
invasa da quei venti rumorosi
del nord che alle passioni non riservano
più fughe o traiettorie d'abbordaggio.
Le scimitarre esauste altri rubini
non bramano, ma perle sovrapposte
semmai - dove è impossibile specchiare
quella che l'orizzonte mi impedisce.
La sola che l'oltraggio intenerisce.
Tu: il mio dolore vivo, tumefatto.
Tu: il terremoto che non ha epicentro.


domenica 26 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 12 + epilogo

-->
- Voglio rischiare anche io, Amedeo.
- Che cosa vuoi dire, Erin?
- Forse c'è un modo... forse posso diventare io umana e capire veramente la vita come la racconti tu.
- Puoi veramente farlo? Tu rinunceresti a essere una sirena?
- Lo desidero con tutto il cuore. Ma ci sono dei rischi.
- Quali rischi, Erin?
La sirena non rispose.
- Mi ci vorrà una notte intera. Domani sera non andare alla cala oltre la scogliera. Verrai a cercarmi lì dopodomani mattina. Devi fidarti di me.
- Come potrei non fidarmi di te? Solo vorrei sapere...
- È meglio di no. Io non sapevo davvero dei rischi che hai corso tu; potevo solamente intuirli. Deve essere lo stesso per te. Prometti che rispetterai il mio desiderio.
- Te lo prometto Erin.
- E io ti prometto che ci vedremo dopodomani mattina allora.
Erin aveva capito fin troppo bene.
Accettare un rischio non è un gesto del cuore. È un atto della volontà, del raziocinio, cui il cuore si lega. Dà senso alle cose, ma non ne avrebbe da solo, come puro istinto. Non poteva essere qualcosa di inspiegabile e improvviso, e non poteva trattarsi di una magia: proprio come per i colori con l'acqua di mare. Non si poteva pretendere da subito. Ci voleva tempo: il tempo necessario a ottenere la giusta mistura.
A capire dove sta davvero il disavanzo e dove invece inizia il guadagno. E forse aveva ragione, il guadagno maggiore cui si potesse ambire era la speranza di poter essere più di sé stessi. La speranza di essere più d'uno solo e di diventare due.
Al tramonto del giorno dopo si recò alla caletta oltre la scogliera.
Strisciò appena oltre il bagnasciuga e si riversò sulla sabbia calda. Quindi cominciò a scavare una buca: quando la reputò abbastanza profonda ci infilò dentro la sua coda. Poi la ricoprì completamente. E si sdraiò supina, ad aspettare l'alzarsi della marea.
Era un rischio, un atto della volontà che il suo cuore avvalorava: rinunciava a essere una sirena seppellendo la sua coda. Il mare, avanzando durante la notte, la avrebbe lasciata con il busto interamente sommerso.
Al termine della notte, se la sua volontà era veramente salda e se ciò era davvero quanto il suo cuore desiderava, si sarebbe ritrovata con due gambe al posto della sua unica pinna.
Il rischio c'era, e lo sapeva bene, perché se avesse funzionato sarebbe stata improvvisamente umana: con le gambe bloccate dal fondale e sotto forse anche un paio di metri d'acqua di mare.
Ci devo credere, si diceva, altrimenti non saprò mai dare un corretto significato alla parola "amore".

Ma senza conoscerlo, questo significato, che senso avrebbe mai vivere?
Grazie Amedeo, grazie per avermelo fatto capire.
Adesso sono tua più di prima, più di qualsiasi promessa pronunciata al tramonto.
La marea comincia ad alzarsi e sarà la fifa, ma per la prima volta l'acqua in cui sono nata mi sembra fredda. So che avrei paura di doverci tornare.
Mi è chiaro perché tu hai avuto bisogno di rischiare tanto, perché non potevi fingere oltre di vivere come avevi finto fino a quel momento.
Amedeo, questo mare non mi appartiene più e dubito mi sia mai appartenuto.
Forse non ci appartiene proprio un bel niente in realtà.
Forse possiamo unicamente scegliere di appartenere noi a qualcosa.
E allora io appartengo a te, al tuo cuore; e posso dirlo perché so che il tuo cuore tu hai deciso che appartenesse a me. E prima non lo sapevo, non sapevo di averlo avuto tra le mani. Non sapevo cosa volesse dire. Non potevo saperlo.
Adesso mi è chiaro: domani mattina lo avrò dimenticato?
La marea è salita, l'aria della notte non può più sfiorarmi ma riesco ancora a vedere la luna. È sbiadita da qui sotto. A un tratto gli occhi mi bruciano. Strano, non era mai successo. È così rinunciare a qualcosa? Cambiano sempre così drasticamente le contingenze che abbiamo con il mondo? Mi sta bene rinunciare, mi sta bene che gli occhi mi brucino se è utile a rivedere i tuoi, se è utile affinché possa essere guardata ancora da te come mi hai guardata da quella prima volta in poi.
Non respiro più. L'acqua salata mi scende nella gola. Anche questo brucia. Potrei scuotere la pinna e liberarmi: è forte e ne sarebbe capace. Ma non la sento più.
Comincio a vedere nero. Un'ombra sta coprendo la luna. Non mi arriva più la luce.
È così morire?
Sento due mani morbide che mi afferrano, che si chiudono dietro le mie scapole.
Sento che mi tirano su, in superficie.
Scopro quanta soddisfazione dia il respirare dopo un po' che non ci si riusciva. 

- Che cosa allora, piedi o pinna? - domandò Erin stanca, con la fronte premuta contro il petto di Amedeo e gli occhi chiusi e la paura di riaprirli.
- Noi due!

***

La mattina seguente il dottor Bartolomeo si recò come tutte le altre mattine alla casa sulla scogliera.
Ma Amedeo non c'era.
Il medico lo cercò ovunque, preoccupato, ma invano.
Corse in paese a chiedere aiuto.
Perlustrarono ogni dove, ma del figlio dell'ambasciatore non vi era segno alcuno.
L'unico indizio disponibile: una doppia fila di impronte, che dalla cala nascosta si dirigevano verso gli scalini della scogliera. Delle due tracce, una apparteneva a due piedi piccoli, probabilmente di ragazza. L'altra testimoniava il passaggio di un piede solo, accompagnato da una gruccia che scendeva a fondo nella sabbia.
Perlustrando la spiaggia, con la bassa marea, si accorsero di uno strano relitto: una lunga pinna di pesce, acefala, semi-seppellita e in stato di decomposizione.
Ma quando un'onda più forte delle altre riuscì a bagnarla tutta, le squame verdi che ne rimanevano si sciolsero in spuma di mare e scomparirono.
Più tardi, al molo, qualcuno si rese conto che delle barche a vela ormeggiate ne mancava una. 

http://previews.123rf.com/images/borojoint/borojoint1208/borojoint120800012/15199591-Olio-dipinto-originale-del-tramonto-bello-oltre-oceano-mare-su-canvas-Modern-Impressionismo-Archivio-Fotografico.jpg

venerdì 24 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 11

--> Amedeo spense la luce e si versò un bicchiere di brandy. Il chiaro di luna che riflettendosi sul mare entrava da fuori la finestra bastava e avanzava a illuminare la piccola stanza.
Non era tornato alla caletta, dopo che il mare gli aveva restituito la tela rubata.
La fatica compiuta per ri-issarsi sugli scalini della scogliera lo aveva fatto crollare esausto, quella notte. Le mille domande e le delusioni lo avevano persuaso a starsene a casa le seguenti. Ma l'indomani ci sarebbe tornato, eccome. Lo aveva promesso, no?
Lo aveva promesso, sì.
A chi, non lo sapeva più. Probabilmente non lo aveva mai saputo davvero.
Fece per mandare giù l'ultimo sorso di acquavite insieme ai pensieri che gli turbavano l'umore. Se ne sarebbe andato a dormire.
Per poco, invece, non si strozzò.
Erin lo osservava affacciata sull'interno della stanza.
- Ciao Amedeo.
Lui deglutì rumorosamente. Nonostante si trovasse in controluce, non si poteva non vedere quanto fosse bella. E non si poteva non capire che era nuda. Lo guardava con quel sorriso strano di chi sta compiendo un passo particolarmente lungo e desidera apparire tranquillo, per darsi coraggio, ma che pure sta esplodendo dentro in tifone di emozioni troppo forti e troppo poco chiare.
- Tu non ti vesti mai? - le domandò Amedeo provando un'intonazione scanzonata.
- Volevo vedere come stavi - squittì invece lei.
- Bene - mentì lui: - sono in ottima forma - e per poco non perse l'equilibrio mentre lo diceva.
Trattennero entrambi un sorriso di circostanza.
- Non vai più a dipingere alla cala? - gli chiese con una nota di tristezza.
- Sì. Cioè, oggi non ci sono riuscito; ma domani sarei tornato.
- Capisco.
- E tu?
- Io c'ero. Quando... beh, lo sai.
- Perché non ti sei fatta vedere? Mi avrebbe fatto piacere.
- È... complicato.
- Capisco.
Un silenzio rarefatto si diffuse nell'ambiente, facendo mancare il fiato a tutti e due.
- Però mi devi spiegare una cosa...
Erin sollevò le sopracciglia attenta.
- Come hai fatto ad arrivare qui? Quella finestra dà sugli scogli, non la si raggiunge se non dal mare. Sei mica matta a nuotare a quest'ora?
- Io nuoto sempre.
- Sì, avevo capito che ti piacesse ma...
- Non hai capito.
Inspirò profondamente prima di esplodere:
- Amedeo, c'è una cosa che ti devo dire.
- Va bene.
- Prima però baciami. Abbracciami e baciami, ti prego: almeno una volta sola.
- D'accordo.
- Sì però... - scattò mentre lui cominciava ad avvicinarsi: - Ce la fai a venire con gli occhi chiusi?
Amedeo le rispose con un silenzio carico di curiosità.
- Per favore - insistette.
- Ce la faccio - le rispose lui.
Si avvicinò alla finestra claudicante e disorientato. Erin aveva steso una mano verso di lui, per poterne indirizzare gli ultimi passi.
Quando le sue dita gli sfiorarono il torace Amedeo le porse a sua volta la mano, a carezzarle il braccio. E con una naturalezza dolce da lasciare sbigottiti, ma pure fatta di esitazioni palpitanti, di quelle che mettono a repentaglio la stabilità di un cuore, fecero porto l'uno verso l'altro. Le labbra sembrarono avere trovato un ormeggio, le lingue si accarezzarono come due ancore che arrivano al fondale attutite e che sanno di non voler riprendere più alcuna rotta.
Le mani di Erin si depositarono ai fianchi di Amedeo e salirono quasi fin sotto le ascelle, a sostenerlo. Lui, con le sue, le accarezzò la nuca incastonando le dita sotto i capelli umidi.
Durò un'eternità comunque troppo breve.
Quando si separarono, Erin piangeva.
- Ecco perché... - si limitò a far uscire, strozzato, dalla gola.
Amedeo impiegò poco a capire ciò cui Erin si riferiva: la sua coda da sirena, piegata in due, le sventolava dietro la schiena, opacamente verde sotto i raggi della luna.
Amedeo la osservò frastornato, Erin trattene un singhiozzo.
- Che dire? Credo di averlo sempre saputo, che non eri una ragazza come le altre.
Si riebbe subito.
A Erin si illuminarono gli occhi, stupefatta dalla speranza impossibile che per un solo secondo le si affacciò alla mente.
- Non sei arrabbiato?
- No; perché dovrei?
- Non lo so. Perché ti ho mentito.
- Non sono arrabbiato Erin. E poi tu mi hai salvato: so che sei stata tu. Comunque la si metta, conoscerti è stata forse la cosa più importante della mia vita.
- Allora non ti faccio schifo? Mi vuoi sempre bene?
- Come il primo giorno.
- Anche se sono una sirena?
Amedeo le accarezzò la guancia. Erin spalancò un'espressione di gioia pura: era felice come una bambina; mai e poi mai avrebbe veramente sperato che le cose potessero andare così bene.
Solo un pensiero oscuro giunse a offuscarle il sorriso.
- Amedeo, mi dispiace così tanto per la tua gamba!
- Ne ho ancora una: sono più fortunato di altri, no?
- Amore mio - sospirò sporgendosi di più, a farsi accogliere tra le sue braccia:
- È colpa mia. Mio padre era furioso, mi aveva impedito di tornare. E ha scatenato la tempesta proprio perché non voleva che ci rivedessimo.
- Non mi sembra che questo ti abbia fermata, vero?
Erin lo baciò di nuovo. Era un bacio meno istintivo, dai confini più netti rispetto al primo. Quando si staccarono lei continuò a tenergli il viso tra le mani.
- Vieni via con me - gli sussurrò.
- Dove?
- Convincerò il Re del Mare: lui può darti una pinna come la mia. Lo costringerò a scegliere tra me e sé stesso. Così potremo vivere insieme sotto la superficie del mare, dove nessuno ci farà del male.
- No, Erin.
La sirena guardò il suo uomo con due occhi inaspettatamente sbarrati, a un tratto nuovamente tristi.
- Perché no, Amedeo? Vedo quanto soffri. Ti osservo tutti i giorni dalla notte che ti ho riportato a riva. Vedo la fatica che fai tutte le mattine per sollevarti. Vedo quanto stringi i denti mentre il tuo medico ti pulisce la cicatrice. Se diventassi un tritone... - non voleva dirlo, ma ormai vi era praticamente costretta: - se diventassi un tritone avresti una vita normale. Una vita nuova, ma normale. E ti sentiresti di nuovo intero.
Amedeo serrò le mascelle. Erin pensò che forse aveva esagerato. Amedeo le lesse sul viso la preoccupazione e sorridendone tornò a rilassarsi.
- Erin, ascolta: io sono più uomo adesso di quando ero intero.
Lei lo guardava senza capire.
- È vero: vivere su una gamba sola mi costa fatica, fisicamente. Ma quando guardo il mio moncherino, tutte le volte, penso al motivo per cui mi sono ridotto così. E so per certo che in un certo senso non ho perso un bel niente; semmai ci ho guadagnato.
- Amedeo, non ti seguo.
- Te lo spiego subito. Vedi, Erin, c'è un motivo molto chiaro se io non ho più una gamba.
Si prese un attimo di pausa prima di continuare.
- E il motivo è che ho rischiato. Per una volta nella mia vita ho rischiato qualcosa. E l'ho fatto per una serie di ragioni che sono più importanti addirittura della mia stessa vita. Ho rischiato per i marinai della mia nave, per salvare le loro vite. E facendolo ho dato un senso alla mia, di vita. Ma quando ho chiesto di partecipare a quella spedizione l'ho fatto anche, soprattutto, per te. Ho preso il largo perché stavo cercando te. Perché non trovandoti più non aveva più senso niente di ciò che facevo e perché non avevano senso i quadri che dipingevo. E adesso tu sei qui, a dimostrarmi che ha avuto senso rischiare. Che in qualche modo ti ho trovata. Quando penso alla gamba che non ho più mi rendo conto che comunque ha avuto senso rischiare. E che nulla di ciò che ho fatto ha avuto un senso, prima che rischiassi tanto. Perché mi ha costretto a credere in qualcosa, perché mi sta portando adesso a dirti che ti amo anche se sei una sirena. Perché sto vivendo questo istante. E allora capisco che una gamba in meno vale bene il prezzo di tutto questo. E che non tornerei indietro per tutto l'oro e per tutte le gambe del mondo. Riesci a capirlo, Erin?
Lo capiva, certo. Erano parole che stimolavano dolcezze e si rendeva conto di amarlo anche perché le stava pronunciando. Perché capiva che gli costava fatica pronunciarle, anche se sembrava sereno. 


Van Gogh - notte stellata sul Rodano

mercoledì 22 febbraio 2017

La politica matrimoniale - racconto breve sulla scissione del pd

il testo seguente, di fantasia, è proprietà intellettuale esclusiva del sottoscritto Michele G. Picozzi, che ne è l'unico autore.

Questo racconto satirico è per forza di cose ispirato alla scissione attualmente in atto nel Partito Democratico.
Ogni riferimento a fatti o persone reali, tuttavia, è da ritenersi casuale e quindi non voluto.

https://www.nuovatlantide.org/wp-content/uploads/2015/09/pd-fass.jpg


La Politica Matrimoniale 
- racconto breve -
Dedicato ai compagni; quelli "veri"... 


Massimo si svegliò parecchio urtato quella mattina. Gli atteggiamenti di sua moglie negli ultimi giorni lo stavano snervando.
Non andava bene, non andava affatto bene che lui tornasse dal lavoro a sera inoltrata e che trovasse ad aspettarlo solo un frigo vuoto.
Si sentiva trascurato. Trascurato e offeso. Trascurato, offeso e ferito.
Era arrivato il momento di sputare tutto il veleno che aveva accumulato nelle ultime settimane, di mettere le carte in tavola.
Quello che avrebbe dovuto essere sarebbe stato.
Cercò con i piedi le pantofole a occhi chiusi, si stiracchiò e, alzatosi, si diresse verso la cucina.
Sua moglie stava finendo di fare colazione. Aveva preparato il caffè. Con la moka piccola. Massimo non dubitava che ormai fosse già maledettamente vuota.
- Ben svegliato - lo salutò Doriana.
- Buongiorno - rispose laconico lui.
Prese in mano la moka e la scutugliò appena. Non ebbe bisogno di avvicinare il beccuccio alla tazzina per scoprire, come d'altronde sospettava, che sì, era già stata svuotata.
Non riuscì a trattenere un verso istintivo di insofferenza.
- E questo che cos'era? - gli domandò Doriana con un filo nel tono della voce intessuto per metà di disappunto e per metà di curiosità.
Massimo restò in silenzio e prese a fissare il piccolo televisore all'angolo del cucinino, acceso, che passava il tg della mattina.
- Allora? Che cosa hai? - insistette Doriana.
Massimo continuava a fissare le immagini che scorrevano sullo schermo. Il primo ministro, con quella sua aria tra il flemmatico e lo scocciato, ribadiva gli stessi concetti che aveva in bocca da settimane: l'opportunità politica, il momento storico, la volta buona per dare una scossa alla situazione internazionale...
- Insomma? - chiese sua moglie per la terza volta.
Massimo a quel punto scosse la testa.
- Niente. Pensavo al presidente del consiglio.
Lei lo guardò curiosa, presa alla sprovvista.
- Al presidente del consiglio? È per colpa sua che digrigni i denti già di prima mattina?
- Proprio così. Perché, c'è qualcosa di strano?
- No, no. Figurati.
Massimo tornò a guardare il televisore con aria un pochino più convinta.
- Già - ripeté, come a convincersi della scusa che aveva appena partorito:
- È proprio uno stronzo.

***

- No, signora Speranza, non dico che non deve annaffiare gli oleandri sulla tangenziale. Solo non capisco perché deve farlo dal terrazzo di casa sua.
Domandò Massimo alla malefica vecchina durante la riunione di condominio.
- Mi scusi, sa, ma io ho una certa età. Che cosa pretende, che vada ad annaffiarli personalmente uno ad uno, scendendo in strada? Mi ci vorrebbero... quante bottiglie di plastica? Lo sa lei quanto è distante la fontanella più vicina?
- Signora, io non metto in dubbio le sue difficoltà e non sto suggerendo questo. Ma questa sua "abitudine" potrebbe diventare pericolosa, se ne rende conto?
- Questo non lo credo proprio, giovanotto. Io annaffio gli oleandri solo dopo le ventidue, quando la strada è chiusa al traffico. Non vedo come potrebbe rappresentare un pericolo per qualcuno.
- Va bene; diciamo allora che potrebbe diventare "fastidioso" per chi passeggia davanti quel muro a piedi. Per me che torno sempre dal lavoro a quell'ora, che spesso e volentieri mi scordo della sua premura nei confronti degli oleandri e che, pertanto, mi ritrovo tante volte a subire una doccia non richiesta.
- Giovanotto, se lei non sta attento non è un mio problema. Il regolamento comunale dispone che si dia acqua alle piante solo dopo una certa ora; e io questa regola la rispetto in pieno. Se pure mi limitassi a bagnare solo i fiori del mio terrazzo lei, distratto com'è, si beccherebbe comunque tutto ciò che scola comunque dai sottovasi. Con la differenza che la questione non esisterebbe. Quelle povere piante hanno bisogno di qualcuno che si occupi di loro e io non ho intenzione di abbandonarle a sé stesse solo perché lei non fa attenzione a dove mette i piedi.
Massimo abbandonò la riunione con i nervi a fior di pelle. Sua moglie lo seguì dimessa, con il viso rosso dalla vergogna.
- Massimo, che diamine! Ma dovevi proprio prendertela con la signora Speranza?
- Scusa, ma perché no? È una maleducata egoista. Per quale motivo dovrei sottostare al suo egoismo e alla sua maleducazione?
- Per quieto vivere, Massimo. Per quieto vivere.
- Per quieto vivere? Per quieto vivere la prossima volta chiamo i vigili e le faccio fare una multa grossa così!
- Illuso... - gli rise in faccia sua moglie: - Ti sei dimenticato che quella signora è la mamma del vicecomandante della municipale? Non daranno mai retta a te per mettersi contro suo figlio!
- Ah, è così?
Il giorno seguente Massimo si recò alla sede locale del partito di maggioranza del suo municipio. Mancava meno di un anno alle elezioni amministrative e l'episodio della sera precedente lo aveva riempito di frustrazione, caricandolo di quella rabbia che lo stava spingendo a candidarsi come assessore alle strade.
In fondo era un professionista molto stimato e relativamente conosciuto. Il funzionario del partito fu ben lieto di tesserare un cittadino esemplare come lui.
Massimo tirò fuori il meglio di sé e l'anno successivo, quando il partito del quale ormai faceva parte vinse come, era prevedibile, le amministrative, lui fu nominato amministratore delle strade.
La signora Speranza, per tutto quel tempo, aveva naturalmente continuato ad annaffiare gli oleandri al bordo della tangenziale con la canna da irrigazione dal terrazzo di casa sua.
Massimo, con la sua nuova autorità di assessore, le mandò i vigili a casa.
La signora Speranza dovette pagare la sua bella multa.
- Come mai sei così di buon umore, caro? - domandò Doriana a suo marito.
- Perché alla fine ho vinto io!
-  E cosa ti riferisci?
Massimo e rispose quasi sdegnoso:
- Alla signora Speranza, ovviamente. Non hai sentito della multa che ha ricevuto?
- Sì, ne parlava stamattina con il vedovo del terzo piano. Perché? Tu che cosa c'entri?
- Che cosa c'entro? Glieli ho mandati io i vigili!
Sua moglie lo osservava interrogativa.
- Così la smetterà di allagare la strada dal terrazzo di casa sua! Si sentiva impunita, al di sopra della legge e dei regolamenti di buon vicinato... e io le ho dimostrato che aveva torto!
Doriana alzò le spalle con indifferenza:
- Se la cosa ti fa stare meglio - disse andandosene a fare una doccia.

***

- Doriana, davvero, non riesco più a comprendere la tua ostinazione.
- Hai poco da capire e ancora meno da arrabbiarti: io non mi sento pronta.
- Non ti senti pronta. Non ti senti pronta a diventare madre a 37 anni.
- Hai riassunto perfettamente. Vuol dire che mi hai capita.
- No che non ho capito. Non ti capisco.
Marito e moglie restarono in silenzio, senza voltare il capo ma pure senza guardarsi, con lo sguardo assente, Massimo proiettato alla ricerca di una risposta, Doriana nell'indifferenza noiosa di chi aspetta che un certo momento passi via e basta.
- Non ti senti pronta per avere un bambino o non vuoi averlo?
- Fa differenza?
- Sì, Doriana. Per me fa differenza.
- Allora scegli tu.
- Scegli tu che cosa?
- Scegli tu quale delle due. Io per ora non voglio pensarci.
Massimo uscì di casa senza salutare.
Il lavoro in comune era diventato noioso. Si era stancato, dopo quattro anni, di svolgere l'ordinaria amministrazione senza poter dire mai la sua. Anzi, a essere onesti la sua poteva dirla. Ma contava quanto il due di coppe quando regna bastoni.
Il sindaco pareva lontano, disinteressato alle idee personali di uno dei suoi assessori più virtuosi. Sapeva che Massimo svolgeva bene il suo lavoro' e tanto gli bastava. Perché risolvere tutti i problemi del Comune, a suo modo di vedere? Perché mai? Su che cosa avrebbe puntato, alle prossime amministrative, se per un caso sfortunoso si fosse davvero impegnato a risolvere tutti i problemi della città? Che cosa avrebbe potuto più promettere in campagna elettorale?
Massimo non era uno stupido: aveva compreso da tempo le regole del gioco.
Semplicemente, da quella mattina quelle regole non gli andarono più a genio.
Quella mattina si ammalò di telefonate: contattò colleghi stufi e colleghi ambiziosi, professionisti affermati come era stato lui fino a qualche anno prima, qualche amico di comprovata fiducia.
Quindi, a ridosso delle prime candidature utili, iscrisse il suo nome. Era in corsa per diventare sindaco. Con il partito che aveva fondato idealmente la mattina che aveva discusso con Doriana.
Inaspettatamente, Massimo vinse le elezioni.

***

Massimo venne eletto sindaco per due mandati consecutivi.
Sul finire del suo decennale incarico aveva bene di che essere soddisfatto. Con le sue sole forze era riuscito a creare un soggetto politico nuovo, vitale e competente. Aveva governato con cognizione e prudenza, compensando la relativa inesperienza iniziale rispetto a chi il politico di professione lo aveva fatto sin da giovanissimo.
Era arrivato il momento di cedere il passo, dopo dieci anni di pubblico incarico.
All'interno del suo partito erano cresciuti dei giovani interessanti e uno in particolare, Gianmatteo, si faceva avanti, ancora tra le righe, per succedergli come prossimo candidato sindaco. Era uno tosto, Gianmatteo: tosto, furbo e dinamico. Fin troppo dinamico, a suo modo di vedere. Di lui sapeva che intratteneva relazioni con i suoi vecchi compagni di partito, del partito con il quale era iniziata la sua avventura come semplice assessore. Dopo un quindicennio nell'ambiente Massimo aveva imparato che le relazioni personali, per chi è del mestiere, non possono non riguardare anche quanto si porta nel lavoro.
Non era che Gianmatteo gli dispiacesse proprio, ma le sue frequentazioni no che non gli andavano giù. Avrebbe preferito, ecco, che come suo delfino venisse indicato un qualche altro, magari più dimesso, più ordinato, meno "esplosivo". Qualcuno di più serio, ecco.
Ci rifletteva spesso. Di tanto in tanto si rispondeva che forse si trattava di una sua fissazione, probabilmente dovuta all'età: oramai era arrivato ai cinquanta anni. Doriana ne aveva 47. Non avevano mai avuto figli. Forse era questo il motivo per cui era diventato così geloso delle sue cose, a tratti così irritabile?
Poteva anche essere. Certo che poteva essere.
Restava il fatto che il suo partito a Gianmatteo davvero non avrebbe voluto cederlo.
Il tempo oramai era giunto al limite. A breve avrebbe dovuto pronunciare il discorso di fine mandato e sciogliere il consiglio comunale.
Dopo le vacanze estive, certo. Dopo le vacanze estive, l'iter sarebbe stato quello per forza di cose. E al diavolo tutto, pure Gianmatteo, che facesse ciò che voleva.
Lui aveva dato.
Anche, e soprattutto, con il suo matrimonio.
Tornando a casa, avrebbe annunciato a Doriana la sua volontà di divorziare. Ci aveva riflettuto a lungo. Per anni. Il momento era arrivato.
Era finalmente certo. Certo che le fatidiche parole non sarebbero mai uscite dalla sua bocca.

***

Al termine delle vacanze Massimo era ancora sposato con Doriana. L'estate era stata tremendamente noiosa. Come sempre.
Si sentiva zeppo fino all'orlo di rancori e di frustrazioni quando giunse alla sala assembleare del Comune per tenere il suo discorso di fine mandato. E per annunciare la candidatura di Gianmatteo come suo successore, come infine era stato deciso.
Continuava a essere contrario in proposito, e come lui anche diversi tra i suoi collaboratori più antichi mostravano diverse perplessità.
Ma una volta avvicinatosi al microfono qualcosa, una molla di sopportazione nascosta e portata alla pressione estrema, scattò dentro di lui.
Dopo avere pronunciato l'ultima parola del suo discorso, inaspettatamente, lasciando gli astanti sbigottiti, annunciò una scissione interna al suo partito.

martedì 21 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 10

--> Il Re del Mare si era davvero infuriato, quella volta. Non aveva creduto nemmeno per un istante che sua figlia avrebbe smesso di essere irragionevole, né che non avrebbe più sbirciato le navi degli umani. Ma, che diamine, almeno per un po' sperava avrebbe mantenuto un basso profilo! E cosa succedeva, invece? Che Erin prendeva e spariva immediatamente, per un altro giorno e un'altra notte interi!
Conosceva troppo bene sua figlia per non sapere che a interrogarla nuovamente non ci avrebbe cavato una perla da un'ostrica, perciò convocò alla sua corte i pesce-palla con cui Erin era solita giocare. Se un pesce-palla da solo è un gran vigliacco, un banco di pesce-palla può diventare un gran bel mucchio di vigliacchi chiacchieroni, qualora si abbiano i mezzi per sgonfiarli e tirargli fuori le cose. E lui, non per niente, era il Re del Mare.
Era assolutamente certo che avrebbe avuto di che risentirsi, ma gli atteggiamenti di Erin questa volta superavano ogni limite: mischiarsi agli umani che facevano il bagno in un golfo? Addirittura uscire in superficie a prendere il sole su uno scoglio e chiacchierare con uno di loro? Queste erano violazioni belle e buone alle sue regole, alla sua stessa autorità. E, cosa peggiore, il popolo del mare lo sapeva. Ne chiacchierava.
Insomma, era arrivato il momento di ristabilire il giusto ordine e di impartire una punizione esemplare.
Il Re Tritone pose la figlia ribelle sotto la sorveglianza di un piccolo granchio di sua fiducia che viveva a corte da sempre. Da questi apprese che i gabbiani con i quali Erin chiacchierava sempre raccontavano che il suo bel marinaio avrebbe presto preso il largo con vele non amiche.  Quindi attese, attese l'umano con cui Erin aveva parlato per regalargli venti contrari e onde da burrasca. Prese la direzione di Coracania in un battibaleno, con in mano il tridente delle grandi occasioni e gli occhi di corallo vermiglio: faceva paura quella notte.
Voleva la sua nave. Al momento propizio gli mandò contro le condizioni più avverse ed esultò quando la tempesta che stava preparando gli strappò le vele. Gioì nell’attimo in cui la palla di cannone della città gli infranse il timone.
Quando lo vide tuffarsi in mare in quelle condizioni comprese che ormai era condannato e soddisfatto della sua opera se ne andò via.
Erin piangeva e si contorceva tutta, rosa dai dubbi e dalla preoccupazione. Alla fine non resistette più:
- Sebastiano, fai come vuoi. Avvisa mio padre, se lo credi. Ma io nuoto comunque a salvare il mio umano.
L'anziano carapace scosse la testa rassegnato: aveva il cuore tenero, come tutti quelli della sua specie, e sapeva che se la figlia del Re del Mare si fosse intestardita lui non sarebbe stato in grado di impedirle un bel niente. La aveva vista muovere i primi colpi di pinna e cantare le prime canzoni, e le voleva sinceramente bene: no, non si sarebbe mai permesso di vederla soffrire a causa sua. Anche se questo significava non eseguire un ordine del suo sovrano.
Si aggrappò ai capelli della sirena e insieme nuotarono fino al golfo della battaglia navale.
Sebastiano consigliò Erin di emergere lontana, presso le sponde opposte dell'isola, e di domandare ai gabbiani sui quali suo padre non aveva potere di informarla circa l'evolversi del combattimento.
Quando finalmente le correnti marine smisero di ribollire come impazzite la sirena e il granchio seppero per certo che il Re Tritone aveva fatto ritorno a palazzo.
I gabbiani mantennero la parola e si precipitarono solerti, ma garrivano incomprensibili, isterici. Erin non ebbe bisogno di spiegazioni dettagliate per capire che c'era qualcosa di enorme che non andava, e si tuffò senza aspettare il povero Sebastiano.
Fece giusto in tempo a recuperarlo, Amedeo, mentre affondava come un sacco. Lui fece giusto in tempo a sorriderle prima di perdere i sensi.
Era ridotto in condizioni pietose. Perdeva molto sangue, aveva bisogno di cure che solo gli umani potevano dargli.
Lo riportò in superficie e caricatoselo sulle spalle nuotò radente il filo dell'acqua fino alla riva del suo paesello. Non le venne in mente un posto migliore e soprattutto aveva bisogno di sapere che sarebbe stato in buone mani. Lo lasciò sul molo e gli carezzò la fronte dolcemente. I suoi amici, i gabbiani, le erano venuti dietro.
Facevano al caso suo: con il baccano infernale che procuravano avrebbero svegliato mezzo paese. Avrebbero salvato Amedeo.
- Vegliate su di lui! Non abbandonatelo finché gli altri umani non se ne staranno occupando! - si raccomandò ai volatili prima di tornare negli abissi.
Le finestre delle abitazioni si illuminavano tutte.
La gente si affacciò alle finestre e scese per le stradine, domandandosi cosa mai facesse strillare i gabbiani a quella maniera. 


Claudio Malacarne - la voce del mare

giovedì 16 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 9

--> Il dottor Bartolomeo poteva sembrare un ingenuo, ma non era stupido. Negli anni aveva sviluppato una sorta di dolcezza, di affezione alle cose della vita che non gli impediva di porsi domande problematiche ma che tuttavia gli permetteva di assorbire qualsiasi situazione con levità.
Carlotta lo aveva guardato ben strano dopo quella sua buffa domanda.
Perché le tue labbra non sanno di mare? Che diavolo di domanda era?
Il dottore era un uomo di scienza e si comportò come tale: applicò un metodo scientifico. Prese a segnare, su un taccuino, le varie ore della giornata e se sentiva sapore di sale sulle labbra. Domandò a Carlotta di fare altrettanto, di annotare ogni volta che lo baciava se i suoi baci sapessero di sale oppure no.
Sua moglie lo amava troppo per non prenderlo sul serio anche se, in effetti, questa di annotare ore e sapore dei baci che si scambiavano le mancava proprio! A ogni modo lo assecondò.
Dopo una settimana Bartolomeo incrociò i dati che aveva accumulato e ne dedusse qualcosa di inaspettato: i suoi baci avevano un vago retrogusto salino, a dire di sua moglie, solo ed esclusivamente la mattina presto e solo dopo che Bartolomeo era tornato dalla visita di Amedeo.
Il medico ci pensò su a lungo, finché non realizzò un'altra curiosa coincidenza: non ricordava mai la strada percorsa tra l'abitazione di quel paziente e l'uscio di casa sua. Mai.
Avere vuoti di memoria così non gli era mai capitato, tantomeno gli era mai capitato di avere vuoti di memoria così precisi e circostanziati.
Il dottor Bartolomeo poteva sembrare un ingenuo, ma non era stupido. E siccome era un uomo di scienza, si comportò come tale.
Non sapeva cosa succedesse mentre percorreva quella strada, ma il sapore del sale sulle sue labbra rimaneva. Quello non lo dimenticava, naturalmente, perché non si trattava di un ricordo, ma di un gusto. Di un gusto che a quanto pareva gli restava appiccicato per un po' sulle labbra. Il segreto stava nelle sue labbra.
Passò qualche giornata buona riflettendoci. La sintomatologia persisteva. Aveva smesso di parlarne con sua moglie, comunque, e per non farla preoccupare aveva scelto di non accennarle mai alla faccenda delle perdite di memoria.
Infine, giunse a una possibile soluzione: a una contromisura che poteva rivelarsi inutile e bizzarra ma che comunque valeva la pena tentare.
Se ne andò a dormire tutto soddisfatto di sé stesso e la mattina seguente non vedeva l'ora di uscire di casa. Visitò Amedeo con la solita perizia, ma fremeva all'idea di vedere cosa sarebbe successo sulla strada di casa.
- Bene. Devo avere smesso di farti pena se non porti più da fare la colazione insieme - gli disse il reduce di guerra al termine dell'usuale pulizia.
Bartolomeo lo guardò desolato: divorato come era dalla curiosità si era dimenticato di passare dal fornaio e di portarsi il latte da casa.
- Perdonami Amedeo: è che ho un altro appuntamento presto - improvvisò.
Poi, quando fu il momento di congedarsi, domandò al suo paziente se per caso avesse del coppale in casa. Amedeo gli rispose di sì e glielo indicò. Bartolomeo allora tirò fuori dal taschino della giacca un pennellino, lo intinse nel barattolo e, con immenso stupore di Amedeo, se lo passò lungo le labbra come un rossetto.
Terminata l'operazione, dovette avvinarsi velocemente alla finestra a sputacchiare fuori, disgustato.
Il giovane lo osservava con fare interrogativo, decisamente basito.
- Fa veramente schifo, lo sai?
- Non lo avrei mai detto... - rispose Amedeo tra i denti, imbarazzato.
- Non guardarmi così, fanciullo: è per un esperimento. Non ci sono limiti ai sacrifici che si fanno per la scienza. Ma adesso è proprio ora di andare. Non disturbarti ad accompagnarmi, la strada la conosco. A domani!
E come se avesse avuto un diavolo alle calcagna, si defilò.
Percorse con attenzione tutto il selciato senza notare niente di particolare. Raggiunse il ponte di legno. Non si stupì particolarmente nel sentire un singhiozzare addolorato: poteva essere l'indizio che cercava. Individuò la fonte del piagnucolio provenire da sotto il ponte; quindi tornò indietro, scese le scale e, proprio al di sotto dell'arcata, vide una ragazza piuttosto bellina, nuda, che se ne stava per metà immersa nel corso d'acqua che si univa al mare, piangendo sommessamente.
Erin, come tutti i giorni, gli domandò notizie di Amedeo.
Come tutti i giorni, Bartolomeo le raccontò come stava il suo paziente.
- Per favore, ho bisogno di essere abbracciata - gli disse Erin in lacrime.
Bartolomeo si avvicinò alla riva pensieroso, roso dai dubbi.
La ragazza, con un movimento fulmineo, lo prese per gli avambracci e si spinse a baciarlo sulle labbra.
- Ci siamo! - pensò il medico.
Quella, infatti, gli si allontanò quasi immediatamente, disgustata e troppo impegnata a sputare quel saporaccio di lacca per poter pensare da subito di doversene scappare via.
- Forse è arrivato il momento che mi racconti come stanno le cose, Erin.
Lei lo squadrò spaventata e ammutolita.
- Sì - continuò lui: - Conosco il tuo nome. E lo sai perché? Perché Amedeo mi ha parlato di te. Perché ti vuole bene, sciocca! Adesso, io non so niente di voi due, né quanto ci sia di vero nelle cose che lui crede di sapere di te. Però sono sicuro che noi due, invece, non ci vediamo oggi per la prima volta; non è così?
Erin deglutì senza rispondere. Bartolomeo la guardò con tenerezza e proseguì:
- Già. Vedi, io non so come abbia fatto a farmi dimenticare di te; ma intuisco che questa storia sta andando avanti da un po' ormai. Quindi credo, oltre ogni ragionevole dubbio, che anche tu tenga a lui. Allora perché continui a narcotizzarmi? Per avere il suo bollettino medico? Bambina... - le disse con voce mielata sporgendosi verso di lei:
- Hai idea di quanto lo renderesti felice se glielo domandassi di persona, come sta?
- Non posso - rispose finalmente lei, ma avvilita, trattenendo le lacrime.
- Come sarebbe a dire "non puoi"?
- Non posso. Non si può. Non merito il suo bene e lui si merita... di meglio. E poi è colpa mia se adesso è ridotto così.
- Dimmi la verità: sei stata tu a salvarlo dal naufragio, sì? Mi sono sempre domandato come avesse fatto ad arrivare fino a riva in quelle condizioni.
Lei fece cenno di sì con la testa.
- Ma allora lo vedi: come puoi dire di non meritarlo se gli hai salvato la vita?
- Perché è colpa mia! - esplose lei stridula: - lui ha partecipato a quella stupida guerra per colpa mia! Gli avevo promesso che sarei tornata alla cala e non l'ho fatto. E lui si è imbarcato nella speranza di... di non so cosa! Se avesse saputo subito, di certo non sarebbe mai partito.
- Erin, che cosa dici? Che cosa avrebbe dovuto sapere? Perché non dovresti meritarlo se gli vuoi tanto bene? Cosa c'è che non va in una ragazza carina e coraggiosa come te?
- Che non sono una ragazza, tanto per cominciare - sputò fuori lei, guardando il salmastro dell'acqua con odio. Quindi si poggiò alla banchina e fece emergere la sua maestosa pinna da sirena: lunga più di un metro, interamente ricoperta di brillanti squame verde smeraldo.
Bartolomeo si ritrovò con il sedere a terra per lo stupore.
- Poffarbacco... questa poi! 


Vittorio Corona - onda marina e sirene del mare


giovedì 9 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 8

--> Erin non tornò il giorno dopo, e nemmeno il giorno dopo ancora.
Amedeo passò diversi tramonti ad attenderla inutilmente alla cala nascosta.
Continuava a recarvisi, ma con il passare del tempo si conservò solo il gesto, l'abitudine. Svuotata da ogni speranza, da ogni pretesa.
Niente gli toglieva dalla testa che la ragazza della scogliera fosse la stessa che aveva visto, per un secondo, dall'oblò della nave mentre faceva vela verso Cresa.
Si rendeva conto di quanto fosse folle questa convinzione, eppure non poteva fare a meno di crederci. Anzi; l'aurea assurdamente irreale che circondava quella giovane e i loro pochi incontri, gli sguardi contati e le parole misurate contribuivano a farlo sprofondare dentro un vortice di sensazioni affatto chiare e pure così avvolgenti che con non poche difficoltà gli riusciva di pensare ad altro.
Ad altro, tuttavia, fu costretto presto a pensare: la vicina isola di Coracania aveva preso ad applicare dazi doganali molto vantaggiosi a quanti vi facevano porto.
Questa mossa del piccolo governo isolano, naturalmente, squilibrò e non poco gli assetti commerciali di tutta la zona, perché Coracania si trovava in una posizione tatticamente vantaggiosa, lontana dalle coste ma equidistante da tutti i grandi porti della riviera. Chi voleva commerciare con il continente fu presto allettato dalla possibilità di trattare in maniera privilegiata con i Coracaniesi anziché con l'entroterra.
Il governatore della regione intimò all'isola di rivedere le sue più recenti posizioni, ma non ricevette mai risposta.
Non si poteva arrivare che a una risoluzione e attorno a Coracania fu imposto un blocco navale totale. Tutti i giovani uomini vennero richiamati sotto le armi e imbarcati sulle navi da guerra dell'alleanza delle città portuali.
Il padre di Amedeo utilizzò tutta la sua influenza di modo che il figlio non venisse arruolato. Il ragazzo, però, scandalizzò il suo vecchio richiedendo, e ottenendo, di partecipare all'impresa in qualità di comandante e armatore di una nave della sua compagnia di spedizioni. L'ambasciatore non riusciva a capire: Amedeo non aveva mai manifestato uno spirito particolarmente patriottico; non era mai stato una testa calda, tutt'altro; aveva sempre fatto di tutto per rifuggire gli impegni ufficiali e la mondanità, tant'è che aveva eletto lo sconosciuto paesino di Cresa come alcova della sua vita riservata e dei suoi occhi da sognatore.
Era una decisione incomprensibile per chiunque.
Per chiunque non conoscesse il desiderio, la fame, la smania che Amedeo provava in quei giorni di mare. Di ritrovarsi in mare. Di ritrovarla in mare.
Non aveva senso; per questo era l'unica cosa che poteva avere un po' di senso.
Lo inserirono nella flotta come forza riservista. Amedeo fu un comandante dimesso ma premuroso nei confronti degli uomini che gli affidarono. Non prese particolari iniziative, seguì alla lettera ogni direttiva del comando unificato e quando fu il momento di stringere il blocco attorno alla cittadina di mare fortificata non si tirò indietro, nonostante la sua posizione comunque privilegiata glielo avrebbe consentito.
L'ordine di avvicinarsi e di cominciare i primi cannoneggiamenti fu dato per una sera. Il cielo era privo di stelle, tirava un australe da far rabbrividire anche i lupi di mare più esperti e le onde scuotevano con prepotenza le chiglie delle imbarcazioni facendole ballare come su una giostra.
Amedeo stava scendendo preoccupato dal ponte di comando, concentrato sulle decine di luci tremolanti del porto di Coracania. Un marinaio, intento a fissare una paratia, mormorò:
- Vento contrario e mare che promette solo guai: il vecchio Re Tritone deve essere proprio di pessimo umore stanotte.
Il suo comandante gli rivolse uno sguardo curioso:
- Il Re Tritone?
- Certo ragazzo - si intromise il secondo ufficiale, un uomo già attempato sulla cinquantina, con diverse leghe di navigazione alle spalle.
Era il marinaio più esperto tra quelli che gli erano stati assegnati e un ottimo soldato: Amedeo soprassedeva sul fatto che lui solo gli si rivolgesse senza chiamarlo "capitano" o "comandante".
- ... il re di tutti i mari - continuò quello: - il signore dei venti e delle onde. Tutti i veri marinai ne hanno sentito parlare e lo rispettano. Vive in una città sottomarina, completamente diversa da qualsiasi altra cosa tu abbia mai visto o immaginato. La sua corte è formata da ippocampi grossi come puledri di terra e da crostacei che hanno le dimensioni di uno scoglio.
- Il re di tutti i mari... - ripeté Amedeo, senza riuscire a sorriderne: - E c'è un modo per ottenere la sua benedizione?
- Sinceramente? - fece il secondo ufficiale sornione: - Più che essere protetto dal Re del mare, ragazzo, pregherei di non finire mai sulla sua lista nera. Il cielo protegga la nave di chi se lo inimica...
Con le superstizioni dell'equipaggio aveva decisamente fatto il pieno. Senza dire una parola, si congedò dai due uomini. Poco dopo, uno scampanellio sordo attirò l'attenzione di tutti. Proveniva dalla nave più vicina.
Si trattava del segnale concordato. Amedeo fece accendere i segnalatori luminosi, pronti a ricevere gli ordini che dall'ammiraglia si diramavano a tutta la flotta.
Il responso non tardò ad arrivare, e stupì tutti. Il comando supremo aveva deciso infine per una manovra a tenaglia che avrebbe dovuto dividere la potenza di fuoco delle fortificazioni mentre le forze dell'alleanza continentale si sarebbero concentrate a colpire le navi dei Coracaniesi ormeggiate al porto. Una decisione improvvisa e totalmente diversa dal piano di battaglia originario.
Era una follia: era chiara l'intenzione dei nemici di non cercare lo scontro navale, e con quel tempaccio, quando potevano tranquillamente difendersi dalla città.
Era una follia che esponeva inutilmente le forze riserviste ai cannoni ben protetti dalle mura di Coracania. Sarebbe stato un massacro inutile.
Lo intuivano i soldati, lo sapeva Amedeo, lo sapeva il secondo ufficiale che lo guardò di sottecchi, preoccupato:
- Cosa facciamo, signor Capitano?
Amedeo tirò un sorriso di circostanza: era il momento di ballare, il tempo dei giochi era concluso e il fatto che il suo secondo ufficiale lo apostrofasse come avrebbe sempre dovuto stava lì a sottolinearlo.
- Andiamo a fare un po' di musica, signor Fani. Dia l'ordine al timoniere di cominciare la manovra. Prepariamo i nostri strumenti per l'orchestra. E ricordi ai ragazzi che a un concerto ci si va vestiti bene.
La nave di Amedeo era ancorata tra le più esterne sul versante occidentale della formazione; dunque sarebbe stata una delle prime ad avvicinarsi alla terraferma e avrebbe avuto, essenzialmente, il compito di fornire fuoco di copertura alle omologhe provenienti dal versante orientale, deputate principalmente a colpire i bersagli in porto dei Coracaniesi.
Amedeo non poté fare a meno di domandarsi se sarebbe più tornato alla cala nascosta e se avrebbe più rivisto Erin. Un fulmine illuminò la notte e un tuono cancellò lo spazio concesso a qualsiasi altro pensiero che non riguardasse la battaglia.
Le imbarcazioni cominciarono le manovre come da segnali ricevuti. Coracania non restò certo alla finestra e sfruttando il vantaggio della posizione elevata anticipò il fuoco degli assedianti. Le prime navi alleate riportarono subito danni ingenti e non riuscirono a stabilire l'offensiva come sperato. I cannoni di Coracania sfruttarono quella prima titubanza per concentrarsi sui vascelli che dovevano occuparsi del porto.
Così non andava. Una palla fischiò più poderosa e sfiorò il bompresso della nave di Amedeo. Erano stati mancati!
- Signor Fani, tutti i cannoni sono armati?
- Tutti, signor capitano.
- Anche la batteria di tribordo?
- Anche quella, signor capitano.
- Faccia ammainare il trinchetto e la maestra e dia l'ordine di fare fuoco!
Il secondo ufficiale esitò appena.
- Sì signor capitano.
- E signor Fani, che gli uomini siano pronti a ri-issare le vele al mio segnale!
Il signor Fani allora comprese: avevano il vento contrario... ma certo!
- Devo mandare qualcuno anche all'argano di tribordo, capitano?
- Sarebbe molto apprezzato, signor Fani.
Quel ragazzo non sapeva nulla di guerra, ma l'inventiva non gli mancava davvero.
- Chiaro come la luce di questi lampi, signor capitano!
Avvenne tutto piuttosto rapidamente.
I cannoni di babordo sputarono fuoco e alcuni colpirono in pieno le mura fortificate di Coracania, facendole tremare. Le cime che fissavano le vele vennero immediatamente sciolte e le vele precipitarono sul ponte ma i marinai restarono in posizione, pronti a farle risalire come comandato.
Amedeo fece calare l'ancora di tribordo. La nave si avvitò su sé stessa, cogliendo di sorpresa sia gli alleati che i nemici, che infatti si trovarono a perdere tutta una scarica di colpi, sparandoli a vuoto.
La quadra e il trinchetto furono ri-issati e l'imbarcazione, a questo punto con il vento a favore, prese una rotta inversa rispetto a quella appena compiuta. Amedeo allora ordinò il fuoco dei cannoni di tribordo. Un pezzo delle mura di Coracania franò. Gli uomini esultarono. Il timoniere faticò e non poco nel far virare la nave per immetterla nuovamente secondo l'ordine di attacco stabilito.
Ma ormai l'attacco era andato oltre ogni più rosea aspettativa. Altro che fuoco di copertura, come nelle intenzioni del comando centrale: grazie alla pensata di Amedeo, l'indomani prendere la città sarebbe stato fin troppo semplice. Con le mura ormai compromesse sarebbe bastato agli assediati vedere alla luce del sole lo zoccolo duro della flotta nemica per desistere da ogni tentativo di resistenza.
Gli uomini finirono di levare nuovamente l'ancora di tribordo che tanto gli era stata preziosa.
La nave di Amedeo stava per concludere la sua manovra quando, oltre la metà della virata, il vento si infranse contro il taglio della vela maestra, squarciandola.
Era un rischio calcolato, pensò il secondo ufficiale.
Ciò che non era calcolato, però, era che un colpo nemico prendesse in pieno il timone. Ancora qualche metro e sarebbe stato un buco nell'acqua: invece lo distrusse. La nave non era più governabile e, peggio, puntava inderogabile il porto di Coracania, in eventuale rotta di collisione con le traiettorie alleate che provenivano da oriente.
- Signor Fani! Faccia sciogliere le paratie e che gli uomini non si preoccupino di abbandonare le vele sul ponte. Dobbiamo rallentare questa maledetta!
- Signorsì capitano.
- E suoni la campana: pronti ad abbandonare la nave!
L'equipaggio eseguì rapidamente, nonostante tutto. Il fuoco nemico ovviamente si stava concentrando su di loro, sempre più assurdamente vicini alla costa. Le scialuppe vennero calate sul solo lato di tribordo.
- Signor Fani.
- Signor capitano?
- Abbia cura di sé - disse Amedeo al suo secondo ufficiale mentre questi saliva sull'ultima scialuppa.
Lui sbarrò gli occhi preoccupato: - Lei non viene, signor capitano? -
Amedeo gli sorrise triste:
- Devo assicurarmi che questa vecchia carcassa non sia d'intralcio per le altre navi della flotta. Farò in modo che superi la loro traiettoria, oppure getterò le ancore prima.
Il secondo ufficiale tacque: doveva essere così e lo sapeva.
- È stato un onore, signor Capitano.
- Vento in poppa a lei, signor Fani.
I due uomini si congedarono. Amedeo si avvicinò al bompresso. Tentò, per quanto possibile, di ripararsi dalle palle di cannone che ormai gli fischiavano incessantemente tutto intorno dietro l'albero di trinchetto.
Doveva resistere ancora un altro poco. Vedere se riusciva a superare lo sbarramento della flotta che continuava a colpire il porto. In caso, gettare le ancore prima.
Il suo ruolo stava diventando troppo importante: con quella manovra apparentemente inconcepibile, suicida, era diventato un oggetto terrificante e impazzito per i suoi nemici che confusi gli indirizzavano una buona parte del fuoco altrimenti destinabile agli assedianti del porto.
Quando gli fu chiaro che procedendo avrebbe davvero finito per speronare una nave della flotta, Amedeo si decise. Scattò fulmineo a gettare l'ancora di tribordo: sciolse l'argano e il pesante supporto da ormeggio si inabissò. Soddisfatto, corse verso l'ancora a babordo. Una palla franò sul cassero, pochi passi davanti a lui. Una pioggia di schegge esplose in tutte le direzioni, graffiandolo per tutto il corpo. Amedeo strillò di dolore. Un frammento grande come una mano gli si era conficcato nella gamba sinistra, sbriciolandogli il ginocchio. Inciampò nella crepa che si era formata tra le assi. La nave, incontrollabile, stava girando lentamente su sé stessa.
Con uno sforzo supremo Amedeo si trasse fuori da quella trappola mortale, ma non aveva certo la forza di rialzarsi in piedi.
Strisciando raggiunse anche il secondo argano, vi si arrampicò fino in cima, ne fece scattare il meccanismo e fissò così definitivamente la sua nave al fondo del mare. A breve ci sarebbe finita per intero. Gli fischiavano le orecchie, forse sanguinavano. Con fatica, mentre intorno a lui era sempre più un inferno, tornò strisciando alla murata di tribordo.
Non avrebbe mai saputo dire quanto tempo ci impiegò, se minuti od ore.
Ormai la nave veniva bombardata ripetutamente, con facilità.
Per un colpo di fortuna, trovò sulla sua strada una piccola botte che doveva contere della pece, o forse un lucido per il legno. Facendo leva sulla forza della disperazione, Amedeo la sollevò e la gettò tra i flutti. Quindi si issò sulla murata e si lasciò cadere. L'acqua era ghiacciata, e in qualche modo gli attenuò per un poco il dolore della ferita.
Per un poco, perché successivamente tornò, e più intenso di prima: tanto che quando giunse davvero al cervello gli impedì di pensare, più violento e torbido della peggiore ubriacatura. Le onde erano alte e lo sommergevano continuamente: con la gamba trafitta così era impossibile restare a galla. Cominciò ad andare a fondo, il corpo come trafitto da mille aghi. Fece in tempo a ricordare un'ultima volta il viso di Erin, mentre la dipingeva alla cala. La ricordò tra gli scogli, e prima ancora mentre faceva il bagno al largo, e mentre lo spiava da fuori lo scafo del vascello che lo portava a Cresa.
Continuò a vederne l’espressione mentre lo guardava, mentre non aveva occhi che per lui; ma a un tratto non aveva più lo sguardo dolce della sera in cui la ritraeva. Lo guardava spaventata, piena d'angoscia.
La vide senza rendersene conto, senza riuscire a non sorriderne. E si perse nei suoi occhi preoccupati, senza sapere se la stava ricordando, se la stava immaginando, o se il cielo gli stava concedendo il miracolo di vederla davvero un'ultima volta, prima di affogare felice e moribondo. 

Leonid Afremov - paesaggi d'autunno
 

mercoledì 8 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 7

--> Il figlio di un ambasciatore non poteva dipingere. Proprio no. Almeno, non poteva fare della pittura la sua attività primaria. Il padre di Amedeo non avrebbe mai potuto raccontare, in ambasciata, che il suo ragazzo era un semplice pittore.
Quindi fece di tutto per creargli intorno una compagnia di spedizioni. Roba grossa: olii, vini, spezie, confetture... tutta roba che dall'entroterra della madrepatria avrebbe potuto partire via mare verso tutti i porti del mondo. Con le sue conoscenze e con il suo denaro non fu particolarmente difficile allestire un'impresa del genere. E con la sua autorità non fu particolarmente difficile nemmeno convincere quella testa vuota del figlio che questo era ciò che avrebbe dovuto fare, e basta.
Amedeo accettò, ma pose al padre una condizione. Dove porre la base di tutte le operazioni lo avrebbe deciso lui. L'ambasciatore acconsentì. Salvo poi mangiarsi le mani, quando scoprì che Amedeo, piuttosto che il porto di una grande città, aveva eletto a sua nuova dimora un'insenatura semi-sconosciuta e di poco conto come Cresa. Cresa del Mare: un paese piccolo e insignificante, una spelonchetta di terreno miracolosamente ricavata da una montagna che scendeva precipitata tra le onde. Si oppose a questa scelta, altroché. Ma davanti all'irremovibilità del suo ragazzo, persino lui dovette arrendersi.
Dovette arrendersi anche alla seconda condizione che Amedeo gli pose; anche se, rispetto alla prima, era davvero una questione di poco conto: suo figlio aveva preteso di viaggiare su un mercantile, e non come ospite d'onore, ma insieme all'equipaggio del suddetto. Rispetto alla scelta di Cresa, quest'ultima era apparsa all'ambasciatore solo come l'ennesima trovata di un figlio davvero molto bizzarro che, a quanto pareva, ne inventava di tutti i colori per far imbufalire suo padre.
Fu così che Amedeo giunse a Cresa del Mare. Amò quel paese da quando, l'ultima mattina di navigazione, lo scorse all'alba per la prima volta dal ponte di comando: non era che un piccola macchia nel verde della montagna; l'aurora in controluce non permetteva nemmeno di vederla perfettamente, ma colorava il mare di rosa come un confetto nuziale.
I contorni delle case e la sagoma del campanile diventarono visibili distintamente solo qualche ora dopo.
Era una domenica. Il golfo, nel giorno di festa, si costellava di tanti puntini abbronzati, di tanti bagnanti che si contendevano lo spazio nel gioco infinito delle onde.
Tempo una decina di minuti e il bastimento avrebbe ormeggiato, quando Amedeo fu attratto da uno di quei puntini, di quei bagnanti, che se ne nuotava al largo, piuttosto isolato rispetto a tutti gli altri.
Il figlio dell'ambasciatore si trovava nei pressi del bompresso e fu il primo a rendersi conto che la sagomina di quel nuotatore intrepido apparteneva a una ragazza. Si sporse il più possibile a osservarla meglio: aveva sottili capelli castani e spalle forti. Doveva averle, per potersi spingere così lontana dalla riva e resistere alle correnti con la naturalezza che dimostrava. Ugualmente forti e toniche dovevano essere le sue gambe, pensò Amedeo con un sorriso.
Quando la nave le fu vicina due dozzine di piedi, anche lei guardò curiosa verso la cima della murata e il suo sguardo si incrociò per primo con quello di Amedeo.
Lui ebbe una sensazione come di già noto, nonostante la distanza che li separava e che non gli consentiva di vedere per bene i dettagli del suo viso. Prese a camminare lungo la murata, in direzione del castello, senza distoglierle gli occhi di dosso. Anche lei, dall'acqua, sembrava essersi immobilizzata e non avere fatto altro che guardare lui.
Ma magari era solo un'impressione.
Poco dopo attraccarono a Cresa.
Amedeo si congedò dal capitano e si sincerò che tutti i marinai che aveva ritratto durante la traversata avessero ricevuto il proprio quadretto.
Quindi si diresse alla capitaneria di porto, dove fu ricevuto come una vera autorità.
Suo padre aveva predisposto le cose a puntino, come suo solito: ad attenderlo, all'interno della capitaneria, c'erano il sindaco e il medico del paese, l'anziano e affabile dottor Bartolomeo.
Qualche frase cerimoniosa di benvenuto, alcuni auguri per l'avvio della nuova attività commerciale che si sperava avrebbe portato guadagni a tutti e poi, finalmente, lo condussero alla sua nuova casa, una piccola costruzione intonacata di magenta a ridosso della scogliera, al termine di un sentierino selciato appena fuori dal resto del paese.
Preso possesso dell'abitazione, che era già stata arredata con semplicità, Amedeo ci mise poco a scoprire la caletta nascosta oltre gli scogli. Si doveva salire un poco per il promontorio cui la casetta era quasi incastonata per il lato est. Quindi il sentiero si biforcava: da un lato saliva ancora, a seguire il profilo dei monti lungo la costa; dall'altro scendeva, scolpito nella roccia, e con l'inserto di un doppio corrimano rigido, metallico, di scalino in scalino arrivava fino a una piccola conca mista di sabbia e di alcuni ciottoli grandi come uova.
Al calar del sole della sera stessa si trovava lì, con il cavalletto e i pennelli, a replicare su tela i riflessi che il tramonto colorava sulla parete dell'insenatura.
Terminò il lavoro e se lo rimirò soddisfatto. Stiracchiò le braccia tendendole verso il cielo con le mani unite e con i piedi ben piantati a terra, larghi, eseguì un paio di circonduzioni del bacino. Voltandosi, si accorse che qualcuno lo stava guardando.
Sdraiata in acqua, dietro la striscia di scogli bassi che proseguiva per qualche metro radente la superficie del mare, stava una ragazza. Lo osservava attenta e silenziosa, negli occhi un'espressione piacevolmente rapita.
Amedeo la riconobbe immediatamente come la bagnante di quella mattina. Da vicino risultava carina, davvero molto carina, come aveva immaginato.
- Ciao - le fece rivolgendole un'ampio sorriso che la fece arrossire.
- Ciao - rispose lei distogliendo rapidamente lo sguardo.
- Stai sempre a nuotare tu?
La ragazza assunse un'espressione decisamente imbarazzata che colpì Amedeo, facendogli provare una strana tenerezza.
- Scusa, non volevo metterti a disagio. È che ti ho visto questa mattina; e ho pensato che dovevi saper nuotare davvero molto bene per startene così al largo tutta sola.
- Sì, è vero - confermò lei senza restituirgli lo sguardo. Poi, dopo qualche momento di pausa, aggiunse:
- Anche io mi ricordo di te, sulla nave.
Tacque nuovamente. E nuovamente aggiunse, non senza esitazioni:
- Guardavi quel paese molto affascinato.
- Quel paese: tu non sei di lì?
- No, non sono di lì.
Amedeo sollevò il sopracciglio incuriosito.
- E da dove vieni allora? Non ci sono altri centri abitati da qui a diversi chilometri.
Lei deglutì e prese a voltare il capo tutto intorno, nervosamente.
Amedeo comprese che era meglio non insistere.
- D'accordo, d'accordo. Non sono fatti miei.
Si sforzò di indirizzarle un sorriso il meno invadente possibile. Non era facilissimo. Nonostante si riparasse dietro il muro degli scogli si poteva intuire che non aveva niente addosso.
- Che cosa fai qui da solo? - domandò lei, a rompere il silenzio.
Lui allargò le braccia con semplicità.
- Dipingo.
- Che cosa?
- Questo posto. Quest'ora. Sai, sono affascinato dalle luci e dai riflessi che producono, sul mare e sulle rocce... e nel cielo, chiaramente.
- Ma come fai?
- A fare cosa?
- A tirare fuori i colori.
Amedeo la guardò incuriosito.
- Scusa, non ti capisco.
- Ho visto che intingevi quello stiletto in acqua: come fai a tirare i colori fuori dal mare?
Finalmente lui capì. E sorrise. Stupito dalla sua ingenuità, sincero, sorrise.
Staccò la tela che aveva appena concluso e ne posizionò una nuova sul supporto. Quindi tirò fuori dall'astuccio un pennellino che non aveva ancora usato e lo fece scorrere un paio di volte a vuoto sul piano del quadretto, che ovviamente rimase immacolato.
- Lo vedi da te. Questo pennello da solo non ha colori. I colori starebbero qui, su questa tavolozza - spiegò mostrandole il piano dove raccoglieva i suoi pigmenti:
- Ma finché questo pennello resta rigido, impettito sulle sue, non li convince mica a venirgli appresso.
Provò a spalmare il suo attrezzo tra i pigmenti e poi a disegnare una linea. Ancora bianco.
- Il segreto sta nell'acqua. Ma nemmeno l'acqua da sola è sufficiente - continuò a spiegare.
Attese che un'onda gli arrivasse vicino e le fece bagnare la punta del pennello. Ripeté l'operazione e, per la terza volta, sulla tela non apparì nulla.
La ragazza lo seguiva incantata, con le labbra spalancate.
- Nessuno, da solo, ottiene risultati. Ma se li convinci a essere una cosa sola, invece...
Amedeo bagnò di nuovo le setole e andò a cercare il blu più deciso a sua disposizione. Lo amalgamò con sapienza alla punta del suo attrezzo e quando fu soddisfatto andò a farne incontrare la punta con la superficie della tela. E tracciò una linea, dall'estremità di destra fino a quasi il centro del quadro.
La ragazza non trattenne un sospiro di stupore.
- Allora, mi sono meritato di conoscere il nome di una così brava nuotatrice? - domandò a quel punto Amedeo con un'espressione volutamente buffa.
Lei si mise a ridere piano, educata.
- Erin. Mi chiamo Erin.
- Erin... bel nome! Io sono Amedeo. Erin, vai di fretta? Se tu potessi... - disse abbassando la voce, facendole cenno di aspettare, di rimanere ferma, mentre lui indietreggiava un poco.
- Se tu potessi aspettare ancora un poco... ecco, dovresti appena spostare il braccio, così... - proseguì rapito da un'idea, mostrandole la posizione che desiderava assumesse.
Erin non capiva cosa volesse fare, ma pure era tanto incuriosita e dalla voce appena arrochita di Amedeo non percepiva alcuna minaccia. Se ne sentiva in una certa misura attratta, anzi, perciò eseguì quanto le era stato chiesto. E lo guardava con una confusione scorgibile che non aveva mai provato prima, ma che scopriva le piaceva tanto.
Amedeo non aveva occhi che per lei: tracciando le sue linee, le sue forme, cercava e sperava in una qualche misura di riuscire a scorgerne il carattere, i gusti, i pensieri, e di riuscire a farli trasparire. Ma come si può rendere, in un'immagine statica, il continuo saliscendi della gola e il gonfiarsi ciclico delle coronarie in un deglutire di emozioni? Come si disegnano due occhi quando palpitano e tremano? Amedeo si mordeva le labbra fin quando non azzeccava un'impressione esattamente come la desiderava: allora smetteva di massacrarsele e cominciava a succhiarle, quasi si nutrisse delle sole idee spalmate sul ritratto.
Disegnare il carattere delle onde e del tramonto, per concludere degnamente il suo lavoro, fu una faccenda davvero secondaria e a quel punto decisamente molto meno impegnativa. Avendo fissato un soggetto come quella ragazza, le onde che la avevano portata alla riva non potevano che essere generose e insieme mansuete, mentre il tramonto non doveva fare altro che riflettere l'emozione dei suoi occhi: tremolante e inalterabile, di un colore corallino tra il viola e il verde.
- Eccoti qui - le fece Amedeo tutto soddisfatto mostrandole il quadro concluso.
Erin non sapeva cosa dire e si limitava a sorridere come una bambina.
Amedeo si alzò e si diresse verso di lei con la tela sottomano. Erin si ridestò da quello stato di dolce assuefazione appena in tempo:
- Fermo! - gli gridò.
Lui si bloccò immediatamente, uscendo a sua volta da una specie di sogno.
- Scusami... è che sono nuda. Lasciamelo lì sulla sabbia, lo prenderò quando sarai andata via.
Amedeo si diede dello sciocco: ecco perché gli aveva intimato di non avvicinarsi così bruscamente.
- Mica te ne andrai via a nuoto, spero... non a quest'ora almeno.
- Ho lasciato i vestiti su uno scoglio più alto, oltre la spelonca. Poi prenderò il sentiero del monte - fece lei sfuggente.
- Ti rivedrò?
Trattenero il respiro, entrambi.
- Lo spero tanto - rispose lei infine.
- Dove? E quando? - domandava lui divorato dal desiderio.
- Questo sarebbe un bel posto, non trovi?
- È vero.
- Tornerai qui a dipingere?
- Tornerò qui a dipingere tutti i giorni.
- Allora ci rivedremo presto. Credo più spesso al tramonto, però.
- Mi sta bene. Allora lo prometti?
- Hai detto che tornerai a disegnare tutti i i giorni. Tu pure lo prometti?
- Lo prometto.
- Lo prometto anch'io.
- Buonanotte Erin.
- Ci vediamo presto Amedeo. 


Renoir - Donne e bambini in riva al mare

martedì 7 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 6

--> Amedeo seguì il suggerimento del dottore. Verso la metà della mattinata imbracciò la gruccia che Bartolomeo gli aveva prontamente preparato e, per la prima volta, le fece tastare il terreno fuori dalla casa sugli scogli. Come aveva immaginato, nonostante avesse già imparato a muoversi piuttosto agevolmente tra le mura domestiche, camminare all'aperto nella sua nuova condizione era un'altra cosa. Il selciato appena umido alterava un poco la stabilità dei suoi movimenti e lo faceva faticare più di quanto non avrebbe creduto. Superato il ponte, però, il più era fatto.
La piazza della darsena a quell'ora era piena di gente e Amedeo ne avvertì tutti gli sguardi addosso. Tutti sguardi schivi, nascosti tra le pieghe delle bandane e dei gesti apparentemente casuali di braccia che salivano incontro alla fronte per asciugare gocce di sudore. Ma comunque attenti e presenti e tastabili. Anche senza il bisogno di incrociarli.
Si diresse verso il bar di Andrea, dove gli avventori erano alcuni pescatori che sorseggiavano il caffè e un gruppo di vecchi che giocava a carte. Con la grazia che riusciva a permettersi, si sedette a un tavolo.
Il proprietario del locale gli venne incontro.
- Amedeo! Cosa posso fare per te?
Tentava, goffamente, di sembrare naturale. Amedeo non ricordava gli avesse mai dato del tu, tanto per cominciare. Perciò tentò di metterlo a suo agio:
- Potresti portarmi un panino e una birra.
- Un panino e una birra, certo.
- E un'altra cosa, se posso permettermi.
- Ma certo. Dimmi pure.
- Tuo figlio ha da fare?
Il barista rispose, preso alla sprovvista:
- Fabrizio? Sta con me al banco, perché?
- Se me lo puoi prestare per un po', avrei un lavoretto per lui. Ovviamente gli darò qualcosa per il disturbo.
- Certo, certo. Figurati, Amedeo. Te lo chiamo subito.
Pochi minuti dopo Fabrizio, il dodicenne figliolo del barista sulla piazza della darsena, stava sull'attenti come un soldatino con il suo generale davanti ad Amedeo, pronto a riceverne gli ordini.
Amedeo lo mandò alla casa sugli scogli, a recuperare i suoi attrezzi da lavoro: il cavalletto, un paio di tele, la tavolozza dei colori e l'astuccio dei pennelli. Poi lo inviò dal falegname con il disegno di un progettino: desiderava uno sgabello, leggero e pieghevole, da potersi portare in giro.
- È tutto? - chiese Fabrizio.
- Per ora. Solo per ora - gli rispose Amedeo porgendogli una banconota.
- Ma avrò bisogno ancora di te, quindi rimani nei paraggi. E ricordati di dire al falegname che lo sgabello pieghevole è per me.
Fabrizio si congedò e filò via a eseguire.
Amedeo prese il cavalletto e lo regolò all'altezza che gli serviva. Senza muoversi dalla sedia al tavolo del bar, posizionò una tela e cominciò a dipingere i vecchi che continuavano a giocare qualche metro più in là, apparentemente impegnati nella partita a carte e nei fatti propri.
Un paio d'ore più tardi, quando il disegno era praticamente concluso, Fabrizio tornò trionfante con lo sgabello che Amedeo aveva commissionato.
- Posso fare altro?
- Devi.
Amedeo staccò la tela conclusa dal suo appoggio e, indicando il tutto al ragazzo, gli ordinò di recarsi da Rosario, l'artigiano tuttofare, e di farsi confezionare uno zaino agevole da trasportare e che potesse contenere tutta quella roba: il cavalletto, lo sgabello, gli astucci, la tavolozza e le tele.
- Digli sempre che è per me. Spiegagli che devo potermi portare appresso questa roba da solo, con la stampella.
Fabrizio sollevò un sopracciglio:
- È sicuro che le occorra? Potrei portargliele io queste cose da casa, ogni volta che desidera!
Amedeo sorrise:
- Sei gentile, ma voglio poter fare da me. Tu vai e fai come ti ho detto.
Nel pomeriggio inoltrato Fabrizio tornò con quanto gli era stato richiesto e a ridosso del tramonto, con lo zaino nuovo comodamente caricato sulle spalle, Amedeo raggiungeva la caletta nascosta appena oltre la scogliera.
A dispetto del corrimano in metallo saldamente piantato negli scalini di roccia, che si rivelò più che mai indispensabile, raggiungere la sabbia fu un'impresa titanica.
Si sarebbe abituato anche a questo, pensò. Ci si abitua a tutto, si ripeteva.
Imbracciata nuovamente la stampella, che mentre scendeva per il sentiero tra gli scogli aveva dovuto assicurare allo zaino, il giovane cominciò ad avanzare lungo il filo del bagnasciuga. Trovato un punto che gli piacque si scrollò di dosso lo zaino, ne sfilò fuori lo sgabellino e lo posizionò sulla sabbia morbida. Quindi ci si poggiò sopra e, comodamente, prese a montare cavalletto e tela. Soddisfatto, si tolse lo stivale e stese il suo unico piede a godere della risacca. Dal naufragio, quella era la prima volta che risentiva sulla pelle l'acqua di mare. Chissà come sarebbe stato nuotare, e se ci sarebbe riuscito, finì per domandarsi.
Con uno sgrullone del capo cacciò via il pensiero, prematuro e in quanto tale acerbo, ancora troppo acerbo, e tirato fuori un pennellino lo puntò verso terra, aspettando l'onda che ne avrebbe ammorbidito le setole.
Prese a dipingere l'orizzonte mentre si inghiottiva il sole.
Prestò particolare attenzione al cielo, alle sue mille sfumature così diverse che si confondevano l'una nell'altra, in soluzione di continuità. E che, pure, mantenevano tutte il proprio carattere. Bastava avere l'occhio per carpirlo e la mano addomesticata per domarlo, per ricondurlo a sfumatura.
L'astro rosso fiammeggiante era quasi scomparso totalmente quando Amedeo avvertì a ridosso della nuca una sensazione stranissima, di dolce ma impronosticabile deja vù. Come se qualcuno lo stesse osservando.
Era già accaduto. Lo ricordava bene.
Con uno scatto istintivo si volse verso la barriera degli scogli che dava a ponente.
Rapidamente, troppo rapidamente per non smarrire l'equilibrio.
Cadde. E cadendo, finì per far crollare anche il cavalletto con sopra ciò che stava finendo di dipingere.
La marea, nel frattempo, era salita un poco e dunque le lievi onde che andavano a spiaggiarsi avevano una potenza ben più chiara di quando non fosse arrivato. Quelle onde, con una spavalderia non da poco, presero a trascinargli via la tela - per il cavalletto, fortunatamente, non ne avevano la forza.
Amedeo fece per rialzarsi, dimenticando che l'estremità di una gamba non la aveva più, e si ritrovò una seconda volta a mangiare la sabbia, lì dove era naturalmente più limacciosa. Un'altra onda gli arrivò sul viso come uno scherzo di cattivo gusto e per qualche istante Amedeo fu costretto a sputacchiare l'acqua salina che involontariamente aveva ingoiato.
Quando riuscì finalmente a piazzarsi sulle ginocchia, dovette riconoscere che la tela ormai era perduta.
Attorno a lui non vi era nessuno.
Ferito nell'orgoglio, cominciò a raccogliere la sua roba. Si ricaricò lo zaino e con una certa fatica si riassestò in piedi insieme alla stampella. Come una fiera umiliata, si diresse con la coda tra le gambe verso la scala nella scogliera. L'aveva quasi raggiunta, preparato allo sforzo che avrebbe dovuto compiere per tornarci sopra, quando il vento fischiò appena e davanti a lui, come lo schizzo di un'onda, piovve il supportino con la tela che il mare gli aveva poc'anzi rapito.
Guardò fulmineo verso il mare, una frazione di secondo dopo aver sentito lo schiaffo di qualcosa che si tuffava sotto la superficie.
Avrebbe anche potuto trattarsi di una risacca particolarmente rumorosa.
Avrebbe potuto.
Ma la tela che stava nuovamente ai suoi piedi suggeriva diversamente.
Amedeo continuò a osservare il mare; la sua implacabile solidità.
Passò del tempo prima che si accorgesse davvero quanto le palpebre gli si erano gonfiate e che aveva cominciato a piangere.