Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

venerdì 27 dicembre 2013

Poesie sparse... 37 - Penny Lane

Ciao,
oggi voglio presentarvi una signorina pronta a fare il suo ingresso ufficiale in società.
Non ha ancora un nome, purtroppo. O meglio; nella mia testa il nome c'è e sarebbe "Bende atte a tamponar sorrisi": solo che non è opera mia. Questo bellissimo verso appartiene infatti ad Alessandro Riccioni, un poeta - tra le altre cose - che ho avuto il piacere di incontrare in un paio di occasioni. Lui, pure pure, probabilmente mi concederebbe il privilegio di utilizzare questa successione di parole per etichettare la mia giovane creatura; ma il suo editore potrebbe non essere d'accordo... Tant'è.
In assenza di un codice connotativo, posso dirvi che la bambina è in qualche modo figlia primogenita di Montaditos e che poeticamente (non sentimentalmente) rappresenta, più della madre e della "zietta" Marilina#4, una sorta di Pagliaccina 2.0.

Questo finale di 2013 ha voluto regalarmi suggestioni nuove e, soprattutto, antenne in grado di captare e ritrasmettere queste suggestioni.
C'è da dire che tra madre, figlia e zia mi sta capitando come non mai di scrivere... e di essere felice: felice come non mi era mai capitato di essere davanti a un prodotto della fantasia. Tutto ciò non è affatto scontato; anzi! Ed è un piacere che sta continuando a tornare, a cadenze più o meno regolari, da qualche mese a questa parte...

Quindi: lettore avvisato, mezzo salvato.
Siate gentili con lei, trattatela bene e non fatele fare troppo tardi: è timidissima e non saprebbe proprio dirvi di no...


E' sera sei per strada tra la gente
e parli ad alta voce tra te e te
mentre seduta al tavolo con gli altri
zitta preferiresti far parlare. 
Ma il mondo è un ladro in cerca dei tuoi raggi
e ti ha portata anche se non volevi
a muovere le labbra - un po' ti scoccia; 
così cominci a raccontare notti
come fosse d'un altro e non più tuo
ciò che è accaduto tra aliti e lenzuola.
La sala si è riempita di un silenzio
denso di fiati a stento trattenuti
le orecchie si son fatte lunghe e rosse
le lingue si impietriscono, un tremore 
si aggrappa a ogni creatura che respira.
E poi non dici più, perché qualcosa
qualcosa ti stupisce - lo rivelano
le ciglia come pagine sfogliate: 
senza saperlo ti spalanchi al mondo. 
Qualcuno lo ha capito e si ritaglia
questo attimo di te come un regalo
che sconfinato nella tenerezza
mostra quanto davvero sei da sola. 
Solo vorrei riaccenderti quegli occhi.



P.S.: la canzone dei Beatles è frutto di una sinapse nata per un curioso caso di omofonia

domenica 22 dicembre 2013

Giorgia: Recensione e commento album Senza paura - alla ricerca del significato

Sebbene sia stata la compagnia acustica di tantissimi viaggi in auto della mia tarda infanzia, non posso dire di essere un fan accanito di Giorgia, né di averla sempre apprezzata senza condizioni. E, tuttavia, quando ho saputo dell'imminente uscita di Senza paura, ammetto di avere sbracciato parecchio per poterlo ascoltare quanto prima, incuriosito sì da un paio di interviste lette in rete, ma soprattutto dall'enigmatico video del singolo di lancio Quando una stella muore: il mistero di quei due vestiti identici, l'uno bianco e l'altro nero, così semplici eppure così preziosi, continua ad attanagliarmi lasciandomi dopo ogni visualizzazione in profonda crisi interpretativa.


Innanzitutto, perché "quando una stella muore fa male"? E a chi, poi? Alla stella stessa o a chi ci si affidava, come a un punto di riferimento? Rivolgere un pensiero ad Alex Baroni sarebbe forse fin troppo semplice - non per questo "sbagliato", si intenda - ma l'impressione è che per trovare una risposta esauriente dovremmo entrare all'interno di una sfera talmente intima da farci vergognare almeno un po' di avervi voluto fare irruzione... tanto meglio, perciò, prendere la canzone per quello che è, lasciando che parli a ognuno della particolare realtà che si ha dentro. Perché è questo che fanno le canzoni: al di là del messaggio dell'autore, riferiscono né più né meno ciò che ciascuno vuole sentirci.

L'album intero rappresenta, nel suo complesso, il prodotto che ci si aspetta da un lavoro di Giorgia Todrani, con sonorità più o meno spezzate, tendenti alle volte all'elettronico, alle volte a quel genere di armonia semplice e orecchiabile, fatta di tastiere e grancasse, che ha caratterizzato tanta efficace canzone popolare. Pure la componente vocalica, da parte sua, vede tentativi innovativi e in ottima parte riusciti: la voce dell'anima che apre Riflesso di me partendo da un piano di volume sottomesso offre davvero un'impressione di stream of consciousness, di sfogo emotivo che resta confinato nel cervello prima dell'esposizione vera e propria. E un discorso analogo potrebbe essere fatto per Perfetto.

Ciò che stupisce, in assoluto, è di trovarsi di fronte a una Giorgia così semplice e nuda: il che, a voler vedere, permetterebbe di far seguire al titolo "Senza paura" qualcosa sul genere "di parlare di me" o "di raccontare tutto". Diciamocelo, lascia sconcertati ascoltare la bella cantante romana lacrimare "non mi ami: perché non mi ami?". Non che non ci avesse avvisati: quell'occhio lucido che fa capolino da sopra la spalla scoperta, sulla copertina dell'album, non ci prometteva nulla di meno...


C'è un dato che mi preme sottolineare: specie a livello di testi, difficilmente si trova qualcosa che stupisca, immagini originali da lasciare con le braccia spalancate... Un po' una sorta di distintivo visto e considerato che, a essere onesti, tolta qualche perla come Girasole o Di sole e d'azzurro, non si può certo dire che Giorgia abbia creato figure "indimenticabili". Ora, la domanda fondamentale: è, questa, una pecca? Per chi scrive la risposta è "certamente no". Diverso sarebbe se la nostra ci proponesse di continuo delle assolute banalità (brani impostati secondo lo schema "baby i love you", scevri di quell'umanità tutta dubbi e difficoltà che appassione, tanto per capirci); ma, nel caso specifico, il "banale", per quanto sia parzialmente ingiusto definirlo così, riguarda tuttalpiù alcune metafore: e parliamo di metafore sì adoperate fino alla svalutazione, ma perché riuscitissime: quindi valide e parte a tutti gli effetti del patrimonio comune. Ci si riferisce, naturalmente, a suggestioni quali "il nostro cielo nella stanza" di Perfetto, "il grigio del cemento della civiltà" o "il volo di gabbiani attraversare il mare" di Avrò cura di te. Ma ci sono anche, va detto, piccole e isolate trovate compositive dalla magia superiore: nel bijoux Vedrai com'è brilla un "troppe domande troppe risposte rotte" in un singhiozzo che è tutta poesia. E quando, con L'amore si impara, sentiamo dirci che "la vita rende scomodo cambiare persino un dolore" capiamo di essere davanti a una massima proverbiale, dall'effetto originale e garantito.

Insomma, se è vero che il momento della confessione, in cui ci si racconta senza paura, generalmente precede una qualche evoluzione allora è legittimo arrivare a dire che ci troviamo davanti a un lavoro sicuramente unico e irripetibile, a tratti meraviglioso e riuscitissimo, a ogni modo testimone di una fase, di un momento, di un passaggio.

Giorgia non "sta cambiando": è cambiata e ce lo ha voluto comunicare con il suo cd più intimistico, attraverso brani guida quali Oggi vendo tutto, tematiche sfumate dai contorni racchiusi in poco più di un epigramma (Vedrai com'è e Ogni fiore) e altre perle inedite nella forma ma comunque riuscitissime (vedi Pregherò - I will pray nel conturbante duetto con Alicia Keys).

Tirando le somme, se quella cui stiamo assistendo è davvero un'evoluzione, presto sentiremo parlare ancora tanto (e bene) di Giorgia Todrani.

E poi sarà come finire...

mercoledì 18 dicembre 2013

bye bye, roses in the rain

"I lupi sono una specie in via di estinzione"

(wolves are endangered)

Mercoledì 18 settembre 2013: dopo tre anni abbondanti, alla mezzanotte di ieri, si è concluso il progetto poetico di RintR che tanto mi ha appassionato dall'ultimo anno di liceo fino a oggi.
Come accade spesso, ci è voluta qualche ora buona prima che mi rendessi conto di averne scritto, inconsapevolmente, la parola "fine". Nello specifico, è successo mentre cercavo un titolo adeguato per l'ultima sezione della raccolta: ad aiutarmi nella scelta è giunto, per la terza volta nel giro di appena un paio di settimane, un verso di Elisa.
Mi è sembrato giusto, e in qualche modo scontato, che l'ultima fase di questo percorso assumesse come nome proprio "Ci saranno nuove rose". Un riferimento quasi obbligato, vista la title track Roses in the rain e visto, poi, che il brano cui scelgo di fare riferimento ha un doppio titolo a dir poco indicativo: Una poesia anche per te - Life goes on.
Si tratta di un augurio, forse; o forse parliamo soltanto dell'ennesima inconsapevole presa d'atto che mostrerà veramente le sue ragioni con il passare del tempo.

Restano da chiarire, per il momento, giusto un paio di fatti: ...
Tutto è iniziato con la Pagliaccina: la mia prima cosa bella, la prima importante svolta poetica.
... il primo mito: sulla Pagliaccina, sulle sue esili spallucce, si reggono buona parte delle rose nella pioggia.
Semplicemente, c'è che quel mito non è più sufficiente a mantenere legata a sé la totalità delle emozioni che attualmente mi ribollono dal cuore al cervello.
Questo perché si cresce; ed è chiaro che, tra i 18 anni e i 22, è stato tanto a cambiare. A "cambiare"; non a "perdersi". La pagliaccina non si è svuotata; ma questo non implica che tutto debba continuare a riferirglisi. Le cinque poesie di Marilyn -Marilina, a questo proposito, hanno avuto l'effetto di un ariete su un portone di legno marcio. E lo stesso si può dire, ancora di più, per Montaditos e le sue figlie...

C'è, in secondo luogo, un discorso più prettamente tecnico, o di gusto, a seconda di come la si voglia vedere. A 18 anni prediligevo l'epigrammatico; sulla soglia dei 22 mi rendo conto di scrivere in maniera più corposa. L'incisività, dolceamara a seconda delle occasioni, ha fatto spazio a un tratto maggiormente discorsivo, ma decisamente più delicato e "musicale".
Alle cicche spente con lo spensierato, ignorante menefreghismo della mia tarda adolescenza attualmente preferisco uno sguardo alle nuvole, o le foglioline appena spuntate da un ramo a contatto con le dita.

Cambiare non è perdere; e non è nemmeno dimenticare. Non dirò che le Rose nella pioggia non mi rappresentino più, perché non è vero.
Dirò, invece, che il motore del mezzo si è acceso, che le quattro ruote si sono messe in moto, che i petali che fino a poco fa infradiciavano il parabrezza sono volati via, chissà dove.

Dirò che ci saranno nuove rose.
O altri fiori...
18.IX.2013
17:26





Post Scrisptum: Non voglio che questa "spiegazione" venga fraintesa: Roses in the rain è qualcosa più "seria" della prima raccolta autoprodotta di un poetastro sconosciuto; pertanto non va considerata come "la mia prima raccolta", ma come qualcosa di diverso... un modo per trasmettere un "brivido" di momenti che forse non si sono mai conclusi, che ho considerato e che continuerò a considerare comunque indimenticabili. 

God may forgive us


mercoledì 4 dicembre 2013

Recensione album Mondovisione di Ligabue - inediti 2013


L'osservazione più perspicace e pertinente su Mondovisione, l'ultimo album di inediti di Ligabue, l'ha fatta il mio amico Filippo, un accaloratissimo fan classe '87 dalla scorza dura e dai ricordi radicati al primo magico Campovolo. Sapendo che, immerso tra le scazzottate con la prima influenza stagionale, smaniavo per scriverne una recensione, il mio amico si è premurato di farmi pervenire il suo punto di vista:

La differenza più evidente tra il nuovo e il vecchio Liga
 si sintetizza con un'assenza di storie. 
Prima ci cantava di Walter, di Veleno, di Lui e Lei, 
di Mario, di Elvis, dei ragazzi che erano in giro, 
della bambolina che si trasformava in barracuda. 
Ora sente l'esigenza di parlare di sé, del suo amore, della sua famiglia. 
Come se avesse paura di essere dimenticato.


Tolte le conclusioni, che mi trovano leggermente in disaccordo, direi che l'analisi è quasi perfetta. 
C'è un'assenza di storie; questo è indubbio: tuttavia non è nemmeno una novità. Luciano Ligabue è sempre stato un cantautore dalle venature a tratti profondamente ermetiche e il suo ermetismo ha sempre  offuscato un po' le identità dei vari personaggi rappresentati. Niente di male in tutto ciò; anzi: è proprio l'avere creato personaggi sì caratterizzati (eccome!) ma allo stesso tempo dai contorni sfumati, quasi anonimi o comunque con nomi piuttosto vaghi (Elvis, Veleno, Mario il barista, Lui e Lei) ad avere favorito una sorta di identificazione tra i personaggi stessi e il pubblico. Perché, in realtà, è questo ciò che il pubblico vuole. Il pubblico vuole ritrovarsi nella canzone; a chi ascolta piace che la canzone parli un po' anche di sé. 

Più propriamente è dai tempi di Nome e cognome che i personaggi di Ligabue sono scomparsi per lasciare spazio a situazioni, a stati dell'essere, a realtà e modi di vivere più convenzionali, più alla portata di tutti. Sia chiaro, non stiamo descrivendo una regressione: ogni artista si evolve; e gli fa bene: la ripetitività alle lunghe annoierebbe. Più che altro è possibile rintracciare una questione "pittorica", di intrecci narrativi e di tinte, di punti di partenza e di conclusioni al presente. 
Né è vero che i personaggi siano effettivamente scomparsi tutti: se ammettiamo, infatti, che le storie del primo Ligabue avessero al loro interno del vissuto, in prima persona o per conto di terzi, allora ci accorgiamo che, più semplicemente, si è spostato l'asse di riferimento da cui il nostro attinge i suoi miti. 

Sarà un caso, mi domando, che in ognuno degli ultimi due album (Arrivederci Mostro! nel 2010 e Mondovisione per questo finale di 2013) fosse presente un brano che si rifà al Ligabue più propriamente letterario, ossia Il peso della valigia e La neve se ne frega? Miti interni, quindi, sostituiti ai miti esterni. Non che ci voglia poi chissà quale mago Walter per creare un mito, o comunque un'immagine funzionale e "funzionante" partendo dal vissuto: la persona "con il nome da straniera, da chi è sempre stata sola" di Tu sei lei è sin troppo facilmente identificabile con Barbara, la nuova moglie di Luciano. "Barbara" d'altronde non significa forse "straniera"? Alle volte è così semplice... 

Altri personaggi minori, poi, si sono evoluti in figure ancora più vaghe e, perciò, ancora più facilmente sovrapponibili a categorie reali di persone vere. Sono perlopiù miti negativi, mostri del vero, del sonno della ragione per dirla alla maniera di Goya: il ragioniere prima, professore nella seconda edizione di La ballerina del carillon, potrebbe essere, oggi, "il capitano che vi fa l'inchino", oppure l'uomo velatamente presente con "le ragazze nella sala degli specchi".

C'è da dire che evocare immagini così manifestamente negative è, almeno in prima battuta, davvero alla portata di tutti: gli "avvocati che alzano il calice al cielo sentendosi Dio" in Il Muro del suono, "la promessa che non costa niente" del Sale della terra sono veramente icone di ogni giorno. Mantenendo il contesto così vago, creando "le figure dietro le figure" e prendendosela con "chi doveva pagare e non ha mai pagato" si rischia pure di creare invettive vuote, contro tutti e contro nessuno, all'insegna di una (per quanto lucida) demagogia che potrebbe fare chiunque. Certo, specie a salvare questi brani che si sforzano di essere impegnati, interviene sicuramente il suono: strumenti a tasti (di sottofondo) e a corde si masturbano rabbiosamente con complessi di percussioni decisamente aggressivi, certamente popolarissimi, e contribuiscono senza ombra di dubbio alla creazione di quel sound così difficile da scovare in un disco italiano e che non può non essere fonte e ragione di complimenti e di ovazioni quasi unanimi. L'unico fattore che mi preme sottolineare, semmai, è che la stessa Buonanotte all'Italia, perla della raccolta Primo Tempo, potrebbe a modo suo essere considerata una canzone impegnata. Con la differenza che "Il muschio ingiallito dentro questo presepio che non viene cambiato e non viene smontato e zanzare e vampiri che la succhiano lì se lo pompano in pancia un bel sangue così" come pure "l'Italia che si fa o si muore o si passa la notte a volerla comprare" sono riferimenti non troppo difficilmente scoperchiabili; inoltre, qui l'invettiva si fonde meravigliosamente a un inno che resta comunque d'amore e che, pertanto, avvalora e conferisce ancora più potere a una melodia dai picchi di per sé già molto alti. 

Ascoltando Con la scusa del rock 'n roll sembra quasi di veder tornare, sul suo inconfondibile maggiolone cabriolet, quel Marlon Brando che per anni ha infiammato tutte le piazze d'Italia; solo con i capelli corti e non più tinti. La scelta migliore all'interno di Mondovisione, a ogni modo, è stata quella di concludere il lavoro con Sono sempre i sogni a dare forma al mondo, brano dalla rara bellezza, quasi indescrivibile, che abbraccia suggestioni diversissime l'una dall'altra, eppure inscindibilmente essenziali: riflessione esistenziale, amore, sogni, vita, tenerezza, unicità di ogni individuo e speranza si fondono nell'alone di un alito volutamente onirico che fa terminare, con una punta di verde, un discorso generale dai colori più o meno accesi, accattivanti e convincenti. 

Tanto per essere chiari, si fatica a comprendere cosa ci stia a fare Nati per vivere una volta che è presente Siamo chi siamo. Così pure Ciò che rimane di noi e Per Sempre faticano a trovare una propria dimensione e a convincere appieno l'ascoltatore dal momento che La neve se ne frega e Tu sei lei hanno detto la loro. 
Fortunatamente, torniamo a ripeterlo, la barca Mondovisione ha in dotazione diversi salvagente nel "fattore suono". Piuttosto, quei fans di Ligabue che hanno seguito con attenzione i regali fatti dal loro beniamino ad altri artisti del panorama musicale si chiederanno dove siano andate a finire quella verve, quella capacità di introspezione psicologica e di osservazione dell'altro che hanno reso certe sue canzoni vere e proprie frecciate d'amore al cuore della gente. Cosa ne è dell'autore di Da qui, cantata dai Rio, che poteva essere un po' il seguito di Ho messo via? Dove è l'uomo che ha scritto, per farla cantare da una donna, Io posso dire la mia sugli uomini (interprete Mannoia) o la recentissima A modo tuo, una bellissima canzone sul rapporto madre-figlio contenuta ne L'Anima vola di Elisa? Per non parlare di quel conturbante duetto che fu Gli ostacoli del cuore, sempre con la ragazza di Monfalcone... 

Io non lo so: ma il fatto che Liga continui a produrre brani di tale intensità, che abbia la grandezza d'animo di regalarli (e perché no, pure che si possa permettere questo lusso) può tranquillizzare davvero tutti al riguardo di una realtà ancora incontrovertibile: possiamo continuare ad aspettarci ciò che non ci sogniamo da Luciano Ligabue.




Post Scriptum:

... giusto per chiudere una volta per tutte il discorso relativo ai "miti". La riprova di quanto le ultime canzoni di Ligabue parlino di "noi" piuttosto che di "loro" o di "me", inteso come "io narrante", sta proprio nel brano Siamo chi siamo. Dopo aver fornito due veloci ritratti distanti l'uno dall'altro prima di ogni altra cosa geograficamente (La ragazza di Torino e quella di Salerno), per sottolineare tutto ciò che ci lega Luciano fa ricorso a un vasto campionario di immagini, appena accennate, riferibili alla tradizione, ai proverbi, ai luoghi comuni, alla nostra cultura più o meno di base.
Nel mezzo del cammin di nostra vita è l'incipit della Commedia di Dante; il prezzo della mela per Adamo è un riferimento al primo tra tutti gli errori, dalla Genesi. E chi ha mai dimenticato una delle prime poesie che ci facevano studiare a scuola da bambini, San Martino di Giosuè Carducci, il cui verso iniziale è proprio La nebbia agli irti colli che forse sale?
A ragione, quindi, possiamo supporre che Non ci si bagna nello stesso fiume sia omaggio a Eraclito, uno dei pochi filosofi della Grecia antica generalmente simpatico agli studenti, indicato come autore della famosissima Pánta rhêi (πάντα ῥεῖ‎) ovvero Tutto scorre. E ci è legittimo, con un volo un po' pindarico, azzardare che persino Non si finisce mai di avere fame sia mutuato dal celebre motto del pensatore tedesco Feuerbach, L'uomo è ciò che mangia.
Come a dire, insomma, che queste canzoni sono nostre, che a parlare siamo noi e che noi siamo, appunto, tutti uguali, proprio perché figli della stessa cultura, delle stesse storie. Il significato di Siamo chi siamo è perciò quello di un Inno all'interno del quale stanno, come in un po' tutti gli inni, Identità, Ricordi e Tradizione.



martedì 3 dicembre 2013

A volte ritornano... Poesie Sparse # 32




Dopo circa sei mesi di assenza, una poesia ha deciso di tornare: e non una poesia qualsiasi
Credo, senza mezze misure, che sia la mia cosa più riuscita da dopo La Pagliaccina; salvando forse solo Poesie sparse... 26
Certo, da giugno a oggi ci sono state Marilina #4, Montaditos e sicuramente almeno un'altra perla su cui ho appena finito di lavorare... Getti di immagini potenti, che tuttavia nulla tolgono a questa Ps#32. Questi versi hanno dovuto essere eliminati per due ordini di motivi: il terzo lo trovate nel video a seguire. Oggi sono tornati, sebbene implichino ancora molte cose. Sono tornati perché, essenzialmente, mi mancavano. E sono tornati perché, a ogni modo, credo sia giusto non rinnegare mai ciò che si ha provato. Credo che nessun uomo dovrebbe vergognarsi dei propri sentimenti. Credo che sia necessario crederci. Non si scrive mai solo per se stessi. 


mi piace la mattina se ti aspetto
se resto assorto nella condizione
del dubbio - dove inizi l'orizzonte
mi piace udire il brontolio sommesso
di macchine e motori andare pigri
e alzare gli occhi e mettermi a contare
le nuvole gli uccelli le ombre i pruni
provare se tra l'afa scorgo i monti
mi piace il sole sopra il marciapiede
sbirciare i bus di là tenendo il conto
pensare che magari stai tornando
o che, al contrario, ancora stai dormendo
la brezza picchiettare appena il collo
le foglie smosse e la cenere inerme
mi piace che la testa all'improvviso
scarti di lato faccia capolino
quando ha il sentore di quei tuoi passetti
tutti in avanti un po' disordinati
di te il prurito lungo le mie mani
di quel respiro teso ma smorzato
di un cuore che d'un colpo si riavvia
pronto al sordo fruscio dei tuoi capelli
In tutto questo pianto le radici
tra cose che non posso dire mie
che sono unitamente casa esilio
stupore lontananza Itaca e mare