Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

mercoledì 23 marzo 2011

Poesie sparse...21



Mia madre, quando fumo, dice sempre
che puzzo di vergogna indecorosa.
Ma dal mio tavolino i toscanelli
che Claudio gusta sull'uscio del bar
distinguo dall'odore e il cuore sa
di Anice di Grappa di Caffè...
Quando me ne compravo anch'io qualcuno
tu mi riconoscevi da lontano
mi davi un bacio e poi mi rivelavi
che avevo il buon profumo di un ricordo.


sabato 12 marzo 2011

IO & BRUCE: Dancing in the Dark

A volte è necessario aspettare molto tempo prima di tornare a leggere una storia scritta tempo prima e poterne uscire decentemente, con la faccia pulita e la forza di guardarsi allo specchio.
Di questa storia, in qualche modo, mi vergognavo. E me ne vergogno tuttora (non che sia tutto vero, per carità!). Ma è passato un anno esatto da quando l'ho buttata giù e, volente o nolente, credo sia giunto il momento di confrontarsi con certe vecchie paure, di esorcizzarle, di prenderle a calci nei coglioni... Torna la serie di "racconti" con le canzoni di Springsteen come sottofondo: oggi abbiamo "dancing in the dark".


Amici da 14 anni in un mercedes

Apro la porta del frigorifero, ma le mie attese sembrano volermi deludere: tre bottiglie d'acqua del rubinetto, una frizzante, 5 litri di latte, svariati formaggi e prosciutti, un paio di ragù da scaldare, un'immensità di altre cose verdi non identificate. Cazzo! Nemmeno l'ombra di una birra. Questa non ci voleva. Una birra almeno mi calmerebbe. Chiamo Andrea: ho bisogno di farmi tirare su, ho bisogno di parlare, ho bisogno soprattutto di qualcuno che mi stia a sentire e, magari, che mi consigli.
Cerco il numero del mio amico tra le chiamate recenti e premo il telefono verde. Dall'altra parte squilla.
"Andrè...!"
"Vincè; come stai?"
"Un pò 'no schifo... mò che fai?"
"Dovrei andare da un sarto a piazza Istria"
"Ti accompagno. Andiamo a fette?"
"A dire il vero pensavo di prendere l'auto"
"Da paura. Sto scendendo"
Dopo nemmeno cinque minuti ci ritroviamo entrambi di fronte al mercedes di suo padre.
"Andrè, non mi ricordo nemmeno: si può fumare in auto?"
"Certo, però abbassa il finestrino"
Consolato dalla notizia estraggo dal pacchetto da dieci di Winston blu una sigaretta al drum che mostro al mio compagno di avventure
"Beh, sta imparando a rollare benino la ragazza, eh?"
Sorride.
"Insomma, Vincè, che è successo?" mi fa dopo avere passato gli incroci più impegnativi del tragitto.
"... che non hai litigato con i tuoi l'ho capito, e già questo è un passo avanti!"
Come mi conosce...!
"Potevo essere abbacchiato per una litigata con i miei? Quello che mi dicono da una parte mi entra e dall'altra mi esce!" gli rispondo, spostando la mano da un orecchio all'altro. Tiro un sospiro e gli racconto le ultime puntate della mia pseudo storia d'amore: spiego, con una sintesi degna dei riassunti di Beautiful, come lo strafottutissimo pacchetto di prima sia stato -per lei- portatore di dubbi e di incertezze.
"Mi viene l'ansia" mi aveva detto poche ore prima. L'ansia di fare una scelta, di prendere una decisione? O forse ero io l'ansia? Io, con le mie gentilezze GRATUITE e, in quanto tali, incomprensibili...?
Quel santo del mio amico si sorbisce tutto il pippone con pazientemente. Poi, dopo qualche momento di silenzio, mi fa: "Ascolta Vinni, ti conosco da anni... tu non stai tentando di comprarla; è ovvio. Certi gesti, certe tenerezze ti riescono spontanee, lo so. So che non stai nemmeno a pensarci su. Mettiti nei suoi panni però: Spiegale chiaramente che le cose che fai non hanno un secondo fine. Tranquillizzala e rassicurala; secondo me ne ha bisogno."
Poi, mentre parcheggia, aggiunge: "... se di te se ne fregasse completamente, non verrebbe nemmeno a farteli certi discorsi..."
La sartoria è a pochi metri da noi.
"Era da tanto che non fumavo in auto..."
Sbrigate un paio di commissioni torniamo a casa. Sceso dal sedile e chiuso il mercedes, guardo il mio amico "Grazie Andrè. Mi serviva proprio uscire e svagarmi un pò..."


Bacco e la combriccola

Una serata tra soli uomini. Una gran bella serata tra soli uomini, e non una delle tante in cui la fica manca perchè non ne ha proprio voluto sapere di uscire con te, quanto una di quelle in cui sei tra soli uomini perchè era esattamente ciò che volevi. Il bello dell'essere senza donne (o dell'averle lasciate a casa) è che puoi fare e dre tutto quello che ti pasa per la testa, stando sicuro che resterà all'interno della comitiva. E' bello, periodicamente, ritrovare gli amici di una vita fa e riscoprirsi sempre più cretini.
Ci sediamo al tavolo di un'osteria "Osteeee! Portace 'n siluro!" Il siluro è un grande cilindro da 5 l. circa, pieno di birra. Il luppolo esce da un apposito rubinetto, il che fa sentire ognuno molto perfetto barista di se stesso. Questa sera, di siluri, ce ne siamo sparati tre in sette. E considerando che, come sempre, c'è chi beve di più, chi di meno e chi non beve proprio, direi che ci siamo sturati almeno due litri a testa di quel nettare degli dei che a West chiamano "Birra". Io me ne esco tranquillamente con il boccale in mano, così posso continuare a bere mentre torno a casa... e intanto gli ho fregato il bicchiere! Appena se ne rendono conto, dalla parte dei miei amici partono applausi e standing ovation etiliche, finchè arriviamo sulla tangenziale. Danny, certamente tra i più ciucchi della combriccola, sale su una specie di guardrail tra marciapiede e strada e si produce in qualcosa di più simile a un carpiato che a una capriola, rotolando prima sul tetto di un'auto parcheggiata, poi in strada. Quindi corre a pisciare in uno di quei cessi chimici che si trovano nei cantieri. Andrea intanto ha cominciato a delirare: sta prendendo a calci un coso triangolare di plastica (non so proprio cosa diavolo sia, o comunque sono troppo ubriaco anch'io per focalizzarlo) rubato dal cantiere di prima.
"Andrè... ma che cavolo stai a ffà?!"
Quello si volta e ci risponde pacatamente "Mi sto allenando!".
All'esplodere dele nostre risate ci regala un'occhiata che gelerebbe il peggiore Lee Van Cleef, quindi afferma sprezzante: "Ecco perchè non diventerai mai il vero ZORRO!"
Poi comincia a calciare una pigna, dribblando avversari inesistenti, manco fosse Pelè.
Inseguendolo ci itroviamo di fronte a un pub e a un ristorante cinese chiuso. Quel mongoloide, come ci vede arrivare, sa pronunciare ancora solo due parole "rhum&pera! rhum&pera!". Mentre gli altri cominciano una battaglia -persa in partenza- per convincerlo che altro alcol lo stenderebbe, Danny si ferma a fissare le lampade rosse di fronte all'insegna di ideogrammi. Con il muso all'insù, l'espressione ebete e quell'unica frase ripetuta ".. ma che figata..." è veramene uno spasso. Poi, d'improvviso, salta, allunga il braccio e, in una mossa sola, ha strappato tutti gli strass dorati che pendevano dall'attrezzo luminoso. Mi chiedo come abbia fatto a non tirare giù pure quello.
"Edoardo, guarda che bello!" mostra fiero.
Ecco, ora abbiamo veramente sgravato. Ma il fatto stesso che non riesca a pensarci senza sbellicarmi dalle risate sottolinea come, in fondo, non me ne freghi proprio un cazzo. Se certe boiate non le facciamo ora...


Neopapà per una settimana


Sabato, in tarda mattinata, mi incontro con Simone. Ormai, a causa della sua scuola serale, ci vediamo sempre meno. Ma, ogni volta, quante ne abbiamo da raccontarci...!
Mi chiede, come sempre, se ci sono progressi negli amori, ascolta le mie paranoie e mi dà pure dei consigli buoni. E che è?! Poi tace per una manciata di secondi. Mi guarda e sorride. "Sai che per poco non la mettevo incinta?"
".... Eh..?"
La sua donna è una ragazza madre: suo figlio ha festeggiato tre anni pochi giorni fa.
Simone, per usare un eufemismo, "non adora" farlo con il profilattico. E la settimana scorsa lei ha avuto un ritardo, oltre a un nuovo accumulo di latte al seno. Tutto si è poi risolto (anche se non capisco bene come), ma pare siano stati sette giorni di terrore. Diciottenne, senza lavoro nè diploma, potevano tenere un bambino? No, certo che no.
"In caso" mi ha confessato il mio amico "lei avrebbe abortito... e le cose tra di noi sarebbero cambiate". Un istante dopo, però, il suo volto si è riacceso e ha continuato: "Però lo sai che, come idea, mi piaceva un sacco? Un piccolo 'Mone... un piccolo stronzo come me... figlio mio, cui ho dato io la vita!".
Beh, credetemi se vi dico che in quel momento, di fronte a tanta spensierata fiducia in un sogno, sono stato felice. Tornando a casa siamo passati per piazza Winckelmann: un buco di mondo, quando eravamo piccoli noi un cesso a cielo aperto, che ci ha visti crescere. Oggi, tutto sommato, è davvero un bel posticino: giostre, scivoli, tappeti elastici e trenini e altalene e biliardini e patatine e coca-cola e sole e bambini e tanti bambini... "Meno male che ci sono i bambini. Pensa te se non ci fossero... Te non lo vorresti un figlio?"
Tutto questo è stato Simone a dirlo.
"Certo che sì! Non ora, è chiaro... ma in assoluto sì".
Non avevo mai sentito il mio amico fare discorsi così seri e profondi: "Quando eravamo bimbi noi, 'sto posto era 'no schifo... tutte siringhe pe' terra, e poi ce stava solo 'na giostra e un'altalena.. Guarda mò che bello!... e un giorno ce verranno a giocà i nostri figli... e forse un giorno pure i figli dei nostri figli... e per venire uno può metterci anche solo du' minuti... Cioè, pe' fà un bambino, pe' fà 'na vita, bastano due minuti..."


100 giorni

Domenica 14 marzo 2010. Nonostante la serata non sia stata nulla di speciale, scendere dal letto mi costa molta più fatica del previsto: la sveglia suona alle 8:30, ma quando finalmente sono in salotto a fare colazione le lancette segnano le nove e sette minuti. Mi lavo e mi cambio, facendo in modo di poter approfittare di questo fortuito ritardo quanto basta per non essere intercettato dalla solita suora pronta, come ogni domenica, ad accollarmi una lettura. Anzi, per non sbagliarmi mi fermo anche a fumare una sigaretta. Riscaldato dal sole e dal tabacco che brucia, la dose mattutina di veleno mi sveglia completamente, restituendomi tutte le funzioni cerebrali ancora inattive. E' un attimo: connetto che giorno è, capisco cosa significhi. 100 giorni. Tra cento giorni, la prima prova degli esami di maturità. Per voler essere romantico, gli ultimi cento giorni della mia adolescenza. Evvai! A voler fare i conti, vista Pasqua e diverse altre cazzate tra cui ponti e assemblee, sono rimasti 70 giorni scarsi di scuola effettiva.
La giornata sembra magica, risulta chiaro che farò qualche cazzata, come a sottolineare che la maggiore età non mi ha preso e non mi prenderà ancora per un pò. Tutto scorre liscio fino alle 16:00 circa, quando mi chiamano al telefono: è un mio amico; mi dice di scendere, che c'è lei che mi vuole vedere, mi vuole parlare. Sul momento non mi rendo conto di ciò che dico, delle conseguenze che le mie parole potrebbero comportare "Aò, è appena iniziato il secondo tempo... Dille che non scendo, poi forse la chiamo io..."
Deve passare del tempo prima che qualcosa si muova. Dopo il 4' di recupero, dopo il triplice fischio finale. E non è per il pareggio. Non è neppure per il rigore sbagliato. capisco solo che qualcosa non va. Mi chiedo se lei sia incazzata. Considero che, effettivamente, non essere preferita a una partita di calcio non è il massimo. Resto due ore inebetito, con un buco nello stomaco. Ho come l'impressione che le mura della stanza mi si stiano stringendo addosso. Fino a quando decido che è troppo. Mi infilo la giacca di pelle, controllo la temperatura esterna, annuncio: "Esco a riflettere su tutte le cazzate che ho fatto fino ad ora".
Papà, come per ogni cosa leggermente fuori dall'ordinario, non vuole capire; Mamma risponde come un nastro registrato "Ricordati che alle otto in punto si cena".
Esco, trovo il coraggio necessario e la chiamo.
"Ehi... senti, ti volevo chiedere scusa per prima; mi dispiace davvero non essere sceso..."
Lei, dall'altro capo, risponde, voce più dubbiosa e leggera rispetto al solito (ma forse è solo una mia impressione): "Figurati... ma dovevi studiare tanto?"
?!
"No, cioè... sì, sì, una cifra! Poi era sceso un mio cugino da Milano..."
E' fatta. Torno a casa canticchiando "Grande figlio di puttana" degli Stadio. In cucina c'è mia madre. "Non puoi capire quanto ho sculato" le faccio "Non ha capito che l'ho pisciata per la Roma!". Lei mi guarda sprezzante: "Quanto sei rozzo... e, comunque, sei proprio una canaglia!"


Dancing in the Dark

Alcuni parlano di "teoria del piano inclinato"; io parlo di dama, di pedine nelle mani del destino. La libertà è vera solo per metà. La metà scarsa della nostra vita dipende dalle nostre scelte e dalle nostre azioni; tutto il resto dipende dalle scelte e dalle azioni del mondo che ci circonda. La cosa più preoccupante è che ciò che chiamiamo "controllo" non lo possiamo esercitare alla perfezione nemmeno nella fetta di fatti/azioni sotto la nostra cura. Prendete me: quanta razionalità stavo effettivamente esercitando mentre preferivo una partita di calcio alla ragazza di cui sono innamorato? La mia scelta, quindi, quanto è stata portata avanti sotto il mio diretto controllo? Nel flusso vitale intervengono in continuazione quegli elementi che, volgarmente, chiamiamo "cazzate" (vedi esempio) e "botte di culo" (lei che non connette la mia assenza con la partita della domenica).
Strano il destino: prende e dà, anche se quasi mai equamente. Dall'alto della sua onniscenza, Bruce declama:

You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark

Non puoi accendere un fuco senza una scintilla. Quando, finalmente, io e lei riusciamo a trovarci da soli, a sederci, a parlarci, non troviamo il modo di dirci praticamente nulla di nuovo. Finti scemi tutti e due, tutti e due con una fottuta paura di aprirsi veramente all'altro, tutti e due talmente bruciati da emozioni vecchie da non essere più disposti a rientrare in gioco: l'una con le parole, l'altro nei fatti.
Il fucile è in affitto, aspetta... Anche se, forse, stiamo solo ballando al buio.
Restiamo, incredibilmente, pupazzi nelle mani di qualcosa più grande dell'amore.