Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

domenica 31 maggio 2009

Poesie sparse...4

















"L'AQUILONE"

Tra macchine perennemente in fila
musiche sfilacciate
binari senza treni di passaggio
antenne su terrazze sconosciute
e nuvole che non vanno a dormire
un aquilone giallo e azzurro vola


Per tutti coloro che non si rendono conto che spesso le cose semplici sono le più belle.
... E per citare Coppola, "Aspetto la bellezza"...

martedì 19 maggio 2009

Poesie sparse....3

Il problema è essenzialmente uno: dancer o denser?
Il senso della canzone cambia completamente: Nel primo caso (Are we human or are we dancer) si intenderebbe "siamo uomini o marionette?" (e allora c'è un destino incontrollabile che ha già deciso per me e al quale non mi posso opporre).
Oppure, prendendo per buono "denser", cioè "più denso", tradurremmo "siamo uomini o siamo qualcosa di più?"
Cazzo se è poetico.
Cosa c'entra questo? Niente, era tanto per introdurre 'sti due versi, sotto cui c'è molto meno di quanto possa sembrare:

Tu scendi dalle scale e del mio cuore
non ci capisci una beata mazza
Non so se non mi ami o se fai finta:
Il cuore parte a ritmo sussultorio.
Tu passi di sfuggita e io ti vedo
solo attraverso cancelli e finestre.
Sono le cose che non vuoi capire
cose che non puoi proprio attraversare

Quando una donna va con gli occhi a terra
piange e rivela cose che non dice


Il commento del magister: persegue una linea di moderno dolcestilnovo che vorrebbe farsi rabbioso senza riuscirci...

domenica 10 maggio 2009

Dovevamo saperlo che l'amore -parte 3-

Se non vi degnate di commentare nemmeno questo, si vede che di storia e/o politica, non capite proprio un cazzo... dal già citato libro del professor Ligotti...

Lo hanno ammazzato.
Da non credere. Questa è la fine. La fine di tutto. La fine della politica.
Certo, non era un santo. Era pure stato difensore d’ufficio delle malefatte della DC. Ma che c’entrava ammazzarlo?
Ha vinto l’oscurità, la doppiezza, l’impostura. Da questo momento sarà impossibile tornare a fare politica come servizio. Hanno vinto i poteri occulti.
Adesso li arresteranno, si faranno arrestare, uno per uno. Qualcuno poi incomincerà a parlare. Ma non dirà mai tutto. Ammesso che questo qualcuno sappia qualcosa. Ma qualcuno sa. E poi non si scappa. O fra loro c’erano infiltrati, o in ogni caso si sono lasciati utilizzare, ‘sfruttare’. Ma non lo sapremo mai. Avevo visto giusto. E anche Tomasi aveva visto giusto. Anche se per lui non fa differenza. Per lui brigatisti, Berlinguer, Pajetta e company discendono tutti dalla stessa matrice, dallo stesso ceppo, ed è un ceppo maledetto… L’assassinio di Moro per lui è la conferma della sua premonizione, come un anatema: il comunismo crollerà. Stavolta ha rifinito il concetto: anche il PCI morirà. Prima si affloscerà, poi scomparirà. Non arriveremo al duemila che il PCI scomparirà dalla scena. Per una volta tanto spero che abbia ragione. Al posto del PCI, un grande partito veramente democratico, azionista, intransigente. Ma non credo che ci sarà spazio. Anche questo progetto hanno fatto fuori. Direi, soprattutto questo progetto. No, non era il PCI a fare paura: era l’intransigenza delle coscienze. Altro che compagni che sbagliano, questi sono killer coscienti e prezzolati. Hanno ucciso la politica, hanno segnato il futuro, lo hanno marcato a sangue, almeno per i prossimi cinquant’anni. Signori miei, mettetevi il cuore in pace. Ma su una cosa Tomasi sbaglia. Quando dice che, una volta presi, questi non usciranno più di galera. No. Questi signori dell’omertà usciranno di galera. È, probabilmente, il prezzo che avranno pattuito. Usciranno e apriranno dei salotti letterari. Poi si convertiranno alle ragioni di quella che continueremo a chiamare ‘democrazia’.
Quelli saranno tempi duri. Il clima sarà mutato. E non parlo del clima politico. Sarà quasi impossibile uscire di casa. Le piazze saranno divenute un manicomio. Una marea di macchine. La consacrazione del nuovo feticcio. Il loro numero raggiungerà quello delle teste pensanti. E non ci sarà più gara. Solo targhe. Tutti vittime. E carnefici. E soprattutto dovremo fare finta di niente. Magari ci consoleremo con qualche nuovo aggeggio tecnologico, di quelli che sulle prime ti fa dire ‘no, non me lo farò mai, io non sto nel gregge’. Ma poi te lo fai, sì che te lo fai. Te lo acquisti. E non è detto che siano tutti da buttare via. Tanto per non sentirti del tutto isolato. Dalle illusioni, dal futuro, da nuove prospettive. Perché è così. Perché per l’uomo tutto si riduce a questo. E non è una cosa astratta, una fola, una nuvola. Le nuvole non si costruiscono. Ma l’affanno per il futuro, per la solidità del futuro, per un futuro di soddisfazioni, questo sì che si costruisce, si medita, alle volte si pianifica pure. Anche i vecchi, nel tumulto dell’arteriosclerosi, parlano della felicità. E per questo vogliono scendere in strada. Tutti vorremmo scendere in strada. Il problema della felicità è legato a quello dello spostamento e della vista. Per questo hanno creato l’automobile. Per farci spostare, per aprirci gli orizzonti, per essere più felici. Ma poi si è scoperto l’imbroglio. Gli spazi si sono ristretti, gli orizzonti sono stati cementati, le automobili hanno invaso la battigia. Fra poco saremo tutti isterici. E allora la felicità mostrerà il suo vero volto: quello di un’angoscia mai sazia. A quel punto ci guarderemo attorno e scopriremo qualche altro marchingegno, ecco come ci arriveremo, qualcosa che ti permetta di essere perfettamente solo, perfettamente inebetito, ma trasognato. Allora nessuno si ricorderà di questo 9 maggio.
Sono stanco. Adesso chiamo Rino, giù in Sicilia, lui è uno psichiatra, sì, lo chiamo e mi sfogo con lui:
“Pronto… Rino, hai sentito?”
“Ho sentito, sì. Ma…”
“… che c’è?”
“C’è… di peggio.”
“Cosa?”
“Oggi stesso. Lo hanno ammazzato. Hanno ammazzato il mio amico…”
Non avrei mai conosciuto Peppino Impastato.
Da quel giorno esatto ho smesso di fare politica.

giovedì 7 maggio 2009

Domani

L'abbiamo dimostrato ancora una volta. Lo dimostriamo sempre: spesso e volentieri ci abbandoniamo a facili campanilismi e a razzismi intestini (Milano in fiamme! Roma ladrona! Napoli merda! e via discorrendo...), ma quando c'è un problema vero e reale è come se tutte queste parole non le avessimo nemmeno mai pensate. La tragedia ci apre il cuore, la morte tira fuori la nostra parte più intima, ciò che siamo veramente. Ed è qui che scatta l'istinto di fratellanza nazionale che troppo spesso tendiamo a scordare.
Non è vero che servono i mondiali di calcio per riscoprirci nazione.
6.IV.2009, ore 03:32 circa: la terra, emblema di rifugio e sicurezza, si rivela una puttana traditrice. Alle 10:00 di mattino l'emergenza primaria è il sangue? In meno di sette ore quell'emergenza non esisteva più. Tutta l'Italia si è privata di qualcosa per tappare la ferita, ancora profonda cicatrice, che ha intaccato una delle sue regioni più belle. L'Italia ha veramente dato il sangue per l'Abruzzo, l'ho già detto: quando alle 18:00 di lunedì sono andato all'AVIS per fare una donazione mi è stato risposto che non ce ne era più bisogno.
Anche in termini pratici, di "mani", un solo pensiero è passato per la testa di tantissimi italiani "Andiamo... aiutiamo!".
Certo, significa anche, nel caos creatosi "Andiamo... e intralciamo"; è vero. Ma l'importante è che questo sentimento ci sia stato: il sentimento di servizio gratuito, dettato dal cuore.. Come in Friuli, in Irpinia, o a Firenze dopo l'alluvione... Dopo un solo giorno i volontari erano due per abitante. Molti che volevano partire hanno rinunciato: avevano capito che sarebbero stati solo d'intralcio.
Ora, lentamente, l'asse dell'attenzione collettiva si sta spostando: il mondo ci passa ogni giorno segnali contrastanti e di scarso interesse ( Noemi e il suo "papi", la nuova xenofobia messicana per la febbre suina, il magnate Flick che non compre più la Roma...)
Dove i giornalisti vanno viavia scemando (alleluja), la musica riporta una grande ulteriore vittoria, provando quando possa unire nella diversità.
21.IV.2009 In seguito a un'idea di Giuliano Sangiorgi, Lorenzo Jovanotti e Mauro Pagani, 56 artisti del panorama musicale italiano si incontrano allo studio di registrazione di quest'ultimo per incidere "Domani 21/04/2009", un brano alla maniera di "We are the world" e "Do they know it's Christmas?".
Il 6 maggio, alle 3:30, a un mese esatto dal terremoto, il pezzo entra in rotazione radiofonica e televisiva. Gli artisti hanno lavorato a titolo completamente gratuito, e il ricavato sarà devoluto per la ricostruzione del conservatorio "Alfredo Casella".
Tutti sono perfettamente integrati: è vero, si canta (molto) poco per ognuno, ma il ritmo convincente in cui si inseriscono senza difficoltà anche i rappers è sublimato dal delicatissimo violino di Mauro Pagani e dai voluti contrasti vocali tra i cantanti (Gianna Nannini ed Elisa, che cantano una dopo l'altra), e tutto questo non può non piacere.
Non mi vergogno a dire che al primo ascolto mi sono venuti i brividi, al secondo mi sono commosso e al terzo ho pianto.
La poesia del testo, che "scorre" da una bocca all'altra, resta intrisa della drammatica attualità ("Estraggo un foglio nella risma nascosto
scrivo e non riesco forse perché il sisma m' ha scosso" o "non bastano le lacrime ad impastare il calcestruzzo
eccoci qua cittadini d' Abruzzo"
e "aumentano dintensità le lampadine una frazione di
secondo prima della fine"), condita in certi momenti da un forte realismo personale ("la tua patria da ricostruire,
comu le scole, le case e specialmente lu core
e puru nu postu cu facimu l'amore") e da metafore di sicuro effetto (come l'aquila che vola libera tra il sole e i sassi/ siamo sempre diversi e siamo sempre gli stessi/) il cui scopo è sottolineare quanto detto prima: il dolore uscito dalla terra ha intaccato anche noi, e non potevamo fare finta di niente. I volontari non sono angeli scesi dal cielo: sono sempre le stesse normalissime persone con cui scherzi, bevi assieme e ti confronti. Semplicemente hanno risposto subito al muto richiamo di aiuto "Siamo così soli". E' la comunità che si riscopre, l'uomo catapultato bruscamente da un modello di vita che favorisce l'individualismo a un altro in cui, senza avere molto, si mette quel poco che si ha a disposizione del vicino, che magari fino al giorno prima era un perfetto sconosciuto. E non è facile.
Forse non è vero che "con un po' di fortuna si può dimenticare"; ma la speranza è che "domani si passa il confine: e di nuovo la vita sembra fatta per me: e comincia... domani.."
Se siamo insieme, DOMANI E' GIA' QUI!

venerdì 1 maggio 2009

Poesie sparse... 2

I gatti non mi miagolano attorno
se non cercano cibo e sono femmine
La notte traditrice sfuma tutta
la morte dei palazzi e i contorni
di te di me e della città incosciente..
Ascolto quell'odore non preciso:
la voglia inaspettata di Milano.
Le antenne non trasmettono l'amore.



P.S.: La canzone nel video è "La città che muore" di Fabrizio Coppola, che sarà a Roma sabato 9 maggio, al Contestaccio. E' evidente che mi sono ispirato molto a questa canzone per questi versi; ma come dice lo stesso Coppola, nemmeno lui può "mettersi a inventare delle cose: prende delle cose e le mette insieme".... e ci mette sopra del suo.
Bag your pardon se in questa poesiola c'è qualcosa di suo...