Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

martedì 29 settembre 2009

Finchè Inverno Non Ci Separi

Questa era un sacco di tempo che volevo postarla: è un raccontino breve, d'amore, tutto particolare. L'ha scritto Luisa Iervolino, una scrittrice d'effetto e di talento oltre che, come primissima cosa, un' amica. La stessa CheshireCat delle foto, tra l'altro. I suoi blog li potete vedere nella colonna a sinistra, sono lì da un po'. In caso spizzate anche da qui e da qui.

Grazie Lu, per avermi permesso di postare questa tua magnifica perla e di poterla condividere con i due lettori due che ho...


C’era una volta un Giardino bellissimo, che sorgeva vicino al mare. Lì stavano moltissime e diversissime floreali creature, ognuna con il suo incantevole aroma, che si mischiava in una piacevole danza con quello del sale marino. In questo Giardino c’erano tanti Arbusti da frutto, tanti Cespugli a macchie gialle, rosa, viola e blu; tutti in gruppo, ognuno col suo simile, come sull’arca di Noè.

Ma in quella biblica scena solo una verde creatura era rimasta senza compagno. Un’unica pianta di Giglio, sola. Non bella, non brutta, ma solida e resistente al vento. Stava in disparte nel Giardino, così che sembrava che anche i cespugli la guardassero con disprezzo. La pianta generò un solo Bocciolo con tutte le sue forze, a fatica, come a voler dimostrare alle altre piante crudeli di saper mettere al mondo un Giglio bellissimo, dal candido colore. La neomadre voleva ora sentire le dolci parole del Padrone di casa, che lì l’aveva piantata; voleva essere orgogliosa del suo pargolo.

Eccolo! Arriva! Sembrano gridare i Cespugli quando il vecchio Padrone di casa si trascina fino al Giardino. Lento il passo, stretto tra le sue dita stava un gambo ignoto. Sul capo del verde corpo, un piccolo vermiglio Bocciolo, ancora acerbo. Ai piedi della pianta di Giglio, il Padrone apre una buca e vi poggia le caviglie mozze di quella nuova pianta. Una accanto all’altro, sotto lo stesso Cielo, una Rosa rossa piantata accanto alla solitaria, linfatica, stanca creatura di Giglio vestita.

“Piccolo figlio mio, destati! Ammira questo essere che il Destino ci ha posto vicino!”

Alle parole della dolce Madre, il bianco fiore si dischiude, stropicciandosi i petali con le foglioline addormentate. Impossibile distoglierle gli occhi di dosso. Calamitanti sfumature la vestono. Splendido il suo profumo, più dolce del miele che portano le Api nell’aria.

Amore a prima vista. Lui guardava lei, lei non lo guardava affatto. E i Cespugli attorno ridevano. “Che ridano pure!” dicevano al Giglio le Api rumorose, e lui rispondeva guardando solo la sua bella Rosa, come se fosse stato colpito in pieno dal classico fulmine a ciel sereno. La sera, alla luce della Luna, il Giglio cantava per Lei con la voce del Vento. Era consapevole dell’impossibilità di quell’Amore. “Madre, Lei è così bella ed elegante. Come potrebbe mai amarmi se neanche sa che esisto? Mi si gela la linfa al solo pensiero di rivolgerle la parola. Vorrei, ma ho il labbro muto, e non so parlare.” Piangeva il Giglio sulle foglie della genitrice. “Non posso che amarla da lontano, sperando che almeno gradisca il mio canto.” E passavano i soli e le lune sulle loro chiome. Un bel giorno di Primavera, quando le Cavolaie si inseguono in una passionale coreografia, il Padrone scese in Giardino. Teneva in mano un oggetto che le piante avevano visto molte volte. Il Padrone le chiama Forbici e le usa per accorciare i rami degli Alberi da frutto del Giardino. Ma stavolta no. “Si sposa sua figlia!” gridò un Cipresso, che aveva sentito uscire, dalla sua altezza, le parole della finestra della camera della giovane. “Vorrà un bouquet!” Le Piante restano mute, trattengono il fiato, sperando di non essere proprio loro a dover ornare la Sposa. Poi, dal nulla, un urlo vegetale. Alla pianta di Giglio viene portato via suo Figlio, recise le sue caviglie con le Forbici, letale strumento.

Minuti, lunghissimi minuti dopo, il bianco fiore si ritrovò in un vaso trasparente, con l’acqua che gli solleticava i piedi feriti e accanto ad altri fiori recisi come lui. Mai aveva provato il contatto con altri che non fossero sua Madre. Nella moltitudine di odori e colori la vide. La sua amata Rosa gli era capitata accanto nel caos del vaso. Il giovane Giglio ci mise circa tre ore per convincersi a parlare. E con voce emozionata riuscì solo a dirle “Ti amo”. Lei, imbarazzata (non curante di essere rossa già dalla nascita), emise un sospiro di sollievo, rilassando i petali vermigli della sua chioma. “Meno male…” disse a bassa voce, “non volevo essere io a dirlo per prima.”

Nel dì delle nozze della Figlia del Padrone di casa, stretti nel bouquet c’erano un bellissimo Giglio e una splendida Rosa rossa, i più belli tra i Fiori del mazzo.

Quel giorno i due giovani esseri vegetali si sposarono. E vissero felici e contenti, lo spazio di un mattino.

sabato 19 settembre 2009

Kabul, 17.IX.2009

Dei nostri fratelli Babilonia
beve il sangue e mastica la carne
è secco di dolore perchè ha pianto
diciannove lacrime il deserto

Alessandro Riccioni, di cui
avremmo parlato sicuramente a breve, torna tristemente attuale con il 29° componimento tratto da "50 grammi d'epos" (TerreSommerse editore), il cui titolo era Nassirya.
Passa il tempo. Cambiano le facce. Le situazioni purtroppo sono sempre le stesse. Questa volta il deserto è quello afghano, lo scenario è Kabul, le lacrime piante "solo" sei. Sei lacrime, la più grande delle quali aveva 37 anni, e non vedrà mai il proprio bambino andare a scuola; altre due invece stavano programmando il matrimonio...
E piangiamo tutti quanti allora, perchè la colpa è la nostra. Quei ragazzi vanno a morire in missione di pace, sì perchè il territorio è ostile, ma gli ostili, al tempo debito, ci faceva comodo sovvenzionarli giusto perchè combattessero una guerra volta ad abbassare il livello dello spauracchio sovietico. E adesso la frittata è stata voltata,
ora gli ostili si sono rivelati per quello che erano (ma tanto che ce fregava finchè non sò venuti a rompere le palle a noi?), allora siamo intervenuti, li abbiamo respinti, ma non definitivamente, perciò... siamo ancora lì.
Provo un profondo disprezzo per coloro che dicono che siamo lì come servi degli americani, per il loro petrolio. Queste persone le voglio vedere dopo che l'Italia sarà colpita da un attentato "in casa".
Ma basta, ho scritto pure troppo: di fronte al dolore la politica deve scomparire. Riscopriamoci per un momento Fratelli, uniti nel dolore di questi figli, madri, fidanzate, mogli per la scomparsa dei rispettivi padri, figli, ragazzi, sposi.

Ma crediamo che, almeno, non siano morti per nulla.


Aggancia la fune di vincolo
Spalanca nel vento la botola
Assumi la forma di un angelo
.. E via, pel tuo nuovo destin...

venerdì 11 settembre 2009

Poesie sparse...9

La vita d'oggi non fa divertire
tra luppoli impensati strani cocktail
e nuovi volti orridi di moda.
Vestiti? Non parliamo è un'altra storia:
i sandali da schiava preromana
camicie luci strane a neon di disco
le nike su capi Gucci e HM
Partite di calcetto affaticate
e fumo di catrame brucia in gola
Carrera fino a tarda notte fonda
visi copiati da film spazzatura
.. Le facce.. io li odio per davvero