Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

sabato 15 aprile 2017

Poesie sparse... 53 - Camelotian


Ci sono a volte dei fraintendimenti
dei passi fatti sciaguratamente
che il cuore affretta, ma nel camminarli
stupiscono gli odori e le paure
e la facilità che li ha percorsi.
Pertanto non ti puoi rimproverare
alcuna colpa, 'fragile Ginevra:
hai visto Lancillotto. Lo hai baciato.

Donato Giancola

lunedì 13 marzo 2017

Poesie sparse... 52 - Salgariana #1


Salgariana #1 

I tropici in trionfo, gli uragani 
hanno sfondato ormai tutti gli scafi 
così non resta loro che danzare 
violentemente idioti e tristi e soli 
sopra lo specchio infranto del mio mare. 
Cosa è rimasto, cosa sopravvive? 
La tigre forse - ciò che non si doma,
che pure alla pietà ruggisce uccisa. 
La tigre - e rossa o bianca non importa:
uno è il suo sguardo, identica la caccia. 
... e la sua caccia in fondo è lo svenire 
ogni avversario - pecora o fucile,
è un dimostrare intatto che ferita 
vale cento carogne, che sfinita 
può far tremare ancora la paura. 


mercoledì 1 marzo 2017

Poesie sparse... 51 - Salgariana #2


Salgariana #2

Al sud del tuo arcipelago scomposto
dove veleggia e impazza un'altra estate
resisto ancora, Mompracem perduta
invasa da quei venti rumorosi
del nord che alle passioni non riservano
più fughe o traiettorie d'abbordaggio.
Le scimitarre esauste altri rubini
non bramano, ma perle sovrapposte
semmai - dove è impossibile specchiare
quella che l'orizzonte mi impedisce.
La sola che l'oltraggio intenerisce.
Tu: il mio dolore vivo, tumefatto.
Tu: il terremoto che non ha epicentro.


domenica 26 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 12 + epilogo

-->
- Voglio rischiare anche io, Amedeo.
- Che cosa vuoi dire, Erin?
- Forse c'è un modo... forse posso diventare io umana e capire veramente la vita come la racconti tu.
- Puoi veramente farlo? Tu rinunceresti a essere una sirena?
- Lo desidero con tutto il cuore. Ma ci sono dei rischi.
- Quali rischi, Erin?
La sirena non rispose.
- Mi ci vorrà una notte intera. Domani sera non andare alla cala oltre la scogliera. Verrai a cercarmi lì dopodomani mattina. Devi fidarti di me.
- Come potrei non fidarmi di te? Solo vorrei sapere...
- È meglio di no. Io non sapevo davvero dei rischi che hai corso tu; potevo solamente intuirli. Deve essere lo stesso per te. Prometti che rispetterai il mio desiderio.
- Te lo prometto Erin.
- E io ti prometto che ci vedremo dopodomani mattina allora.
Erin aveva capito fin troppo bene.
Accettare un rischio non è un gesto del cuore. È un atto della volontà, del raziocinio, cui il cuore si lega. Dà senso alle cose, ma non ne avrebbe da solo, come puro istinto. Non poteva essere qualcosa di inspiegabile e improvviso, e non poteva trattarsi di una magia: proprio come per i colori con l'acqua di mare. Non si poteva pretendere da subito. Ci voleva tempo: il tempo necessario a ottenere la giusta mistura.
A capire dove sta davvero il disavanzo e dove invece inizia il guadagno. E forse aveva ragione, il guadagno maggiore cui si potesse ambire era la speranza di poter essere più di sé stessi. La speranza di essere più d'uno solo e di diventare due.
Al tramonto del giorno dopo si recò alla caletta oltre la scogliera.
Strisciò appena oltre il bagnasciuga e si riversò sulla sabbia calda. Quindi cominciò a scavare una buca: quando la reputò abbastanza profonda ci infilò dentro la sua coda. Poi la ricoprì completamente. E si sdraiò supina, ad aspettare l'alzarsi della marea.
Era un rischio, un atto della volontà che il suo cuore avvalorava: rinunciava a essere una sirena seppellendo la sua coda. Il mare, avanzando durante la notte, la avrebbe lasciata con il busto interamente sommerso.
Al termine della notte, se la sua volontà era veramente salda e se ciò era davvero quanto il suo cuore desiderava, si sarebbe ritrovata con due gambe al posto della sua unica pinna.
Il rischio c'era, e lo sapeva bene, perché se avesse funzionato sarebbe stata improvvisamente umana: con le gambe bloccate dal fondale e sotto forse anche un paio di metri d'acqua di mare.
Ci devo credere, si diceva, altrimenti non saprò mai dare un corretto significato alla parola "amore".

Ma senza conoscerlo, questo significato, che senso avrebbe mai vivere?
Grazie Amedeo, grazie per avermelo fatto capire.
Adesso sono tua più di prima, più di qualsiasi promessa pronunciata al tramonto.
La marea comincia ad alzarsi e sarà la fifa, ma per la prima volta l'acqua in cui sono nata mi sembra fredda. So che avrei paura di doverci tornare.
Mi è chiaro perché tu hai avuto bisogno di rischiare tanto, perché non potevi fingere oltre di vivere come avevi finto fino a quel momento.
Amedeo, questo mare non mi appartiene più e dubito mi sia mai appartenuto.
Forse non ci appartiene proprio un bel niente in realtà.
Forse possiamo unicamente scegliere di appartenere noi a qualcosa.
E allora io appartengo a te, al tuo cuore; e posso dirlo perché so che il tuo cuore tu hai deciso che appartenesse a me. E prima non lo sapevo, non sapevo di averlo avuto tra le mani. Non sapevo cosa volesse dire. Non potevo saperlo.
Adesso mi è chiaro: domani mattina lo avrò dimenticato?
La marea è salita, l'aria della notte non può più sfiorarmi ma riesco ancora a vedere la luna. È sbiadita da qui sotto. A un tratto gli occhi mi bruciano. Strano, non era mai successo. È così rinunciare a qualcosa? Cambiano sempre così drasticamente le contingenze che abbiamo con il mondo? Mi sta bene rinunciare, mi sta bene che gli occhi mi brucino se è utile a rivedere i tuoi, se è utile affinché possa essere guardata ancora da te come mi hai guardata da quella prima volta in poi.
Non respiro più. L'acqua salata mi scende nella gola. Anche questo brucia. Potrei scuotere la pinna e liberarmi: è forte e ne sarebbe capace. Ma non la sento più.
Comincio a vedere nero. Un'ombra sta coprendo la luna. Non mi arriva più la luce.
È così morire?
Sento due mani morbide che mi afferrano, che si chiudono dietro le mie scapole.
Sento che mi tirano su, in superficie.
Scopro quanta soddisfazione dia il respirare dopo un po' che non ci si riusciva. 

- Che cosa allora, piedi o pinna? - domandò Erin stanca, con la fronte premuta contro il petto di Amedeo e gli occhi chiusi e la paura di riaprirli.
- Noi due!

***

La mattina seguente il dottor Bartolomeo si recò come tutte le altre mattine alla casa sulla scogliera.
Ma Amedeo non c'era.
Il medico lo cercò ovunque, preoccupato, ma invano.
Corse in paese a chiedere aiuto.
Perlustrarono ogni dove, ma del figlio dell'ambasciatore non vi era segno alcuno.
L'unico indizio disponibile: una doppia fila di impronte, che dalla cala nascosta si dirigevano verso gli scalini della scogliera. Delle due tracce, una apparteneva a due piedi piccoli, probabilmente di ragazza. L'altra testimoniava il passaggio di un piede solo, accompagnato da una gruccia che scendeva a fondo nella sabbia.
Perlustrando la spiaggia, con la bassa marea, si accorsero di uno strano relitto: una lunga pinna di pesce, acefala, semi-seppellita e in stato di decomposizione.
Ma quando un'onda più forte delle altre riuscì a bagnarla tutta, le squame verdi che ne rimanevano si sciolsero in spuma di mare e scomparirono.
Più tardi, al molo, qualcuno si rese conto che delle barche a vela ormeggiate ne mancava una. 

http://previews.123rf.com/images/borojoint/borojoint1208/borojoint120800012/15199591-Olio-dipinto-originale-del-tramonto-bello-oltre-oceano-mare-su-canvas-Modern-Impressionismo-Archivio-Fotografico.jpg

venerdì 24 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 11

--> Amedeo spense la luce e si versò un bicchiere di brandy. Il chiaro di luna che riflettendosi sul mare entrava da fuori la finestra bastava e avanzava a illuminare la piccola stanza.
Non era tornato alla caletta, dopo che il mare gli aveva restituito la tela rubata.
La fatica compiuta per ri-issarsi sugli scalini della scogliera lo aveva fatto crollare esausto, quella notte. Le mille domande e le delusioni lo avevano persuaso a starsene a casa le seguenti. Ma l'indomani ci sarebbe tornato, eccome. Lo aveva promesso, no?
Lo aveva promesso, sì.
A chi, non lo sapeva più. Probabilmente non lo aveva mai saputo davvero.
Fece per mandare giù l'ultimo sorso di acquavite insieme ai pensieri che gli turbavano l'umore. Se ne sarebbe andato a dormire.
Per poco, invece, non si strozzò.
Erin lo osservava affacciata sull'interno della stanza.
- Ciao Amedeo.
Lui deglutì rumorosamente. Nonostante si trovasse in controluce, non si poteva non vedere quanto fosse bella. E non si poteva non capire che era nuda. Lo guardava con quel sorriso strano di chi sta compiendo un passo particolarmente lungo e desidera apparire tranquillo, per darsi coraggio, ma che pure sta esplodendo dentro in tifone di emozioni troppo forti e troppo poco chiare.
- Tu non ti vesti mai? - le domandò Amedeo provando un'intonazione scanzonata.
- Volevo vedere come stavi - squittì invece lei.
- Bene - mentì lui: - sono in ottima forma - e per poco non perse l'equilibrio mentre lo diceva.
Trattennero entrambi un sorriso di circostanza.
- Non vai più a dipingere alla cala? - gli chiese con una nota di tristezza.
- Sì. Cioè, oggi non ci sono riuscito; ma domani sarei tornato.
- Capisco.
- E tu?
- Io c'ero. Quando... beh, lo sai.
- Perché non ti sei fatta vedere? Mi avrebbe fatto piacere.
- È... complicato.
- Capisco.
Un silenzio rarefatto si diffuse nell'ambiente, facendo mancare il fiato a tutti e due.
- Però mi devi spiegare una cosa...
Erin sollevò le sopracciglia attenta.
- Come hai fatto ad arrivare qui? Quella finestra dà sugli scogli, non la si raggiunge se non dal mare. Sei mica matta a nuotare a quest'ora?
- Io nuoto sempre.
- Sì, avevo capito che ti piacesse ma...
- Non hai capito.
Inspirò profondamente prima di esplodere:
- Amedeo, c'è una cosa che ti devo dire.
- Va bene.
- Prima però baciami. Abbracciami e baciami, ti prego: almeno una volta sola.
- D'accordo.
- Sì però... - scattò mentre lui cominciava ad avvicinarsi: - Ce la fai a venire con gli occhi chiusi?
Amedeo le rispose con un silenzio carico di curiosità.
- Per favore - insistette.
- Ce la faccio - le rispose lui.
Si avvicinò alla finestra claudicante e disorientato. Erin aveva steso una mano verso di lui, per poterne indirizzare gli ultimi passi.
Quando le sue dita gli sfiorarono il torace Amedeo le porse a sua volta la mano, a carezzarle il braccio. E con una naturalezza dolce da lasciare sbigottiti, ma pure fatta di esitazioni palpitanti, di quelle che mettono a repentaglio la stabilità di un cuore, fecero porto l'uno verso l'altro. Le labbra sembrarono avere trovato un ormeggio, le lingue si accarezzarono come due ancore che arrivano al fondale attutite e che sanno di non voler riprendere più alcuna rotta.
Le mani di Erin si depositarono ai fianchi di Amedeo e salirono quasi fin sotto le ascelle, a sostenerlo. Lui, con le sue, le accarezzò la nuca incastonando le dita sotto i capelli umidi.
Durò un'eternità comunque troppo breve.
Quando si separarono, Erin piangeva.
- Ecco perché... - si limitò a far uscire, strozzato, dalla gola.
Amedeo impiegò poco a capire ciò cui Erin si riferiva: la sua coda da sirena, piegata in due, le sventolava dietro la schiena, opacamente verde sotto i raggi della luna.
Amedeo la osservò frastornato, Erin trattene un singhiozzo.
- Che dire? Credo di averlo sempre saputo, che non eri una ragazza come le altre.
Si riebbe subito.
A Erin si illuminarono gli occhi, stupefatta dalla speranza impossibile che per un solo secondo le si affacciò alla mente.
- Non sei arrabbiato?
- No; perché dovrei?
- Non lo so. Perché ti ho mentito.
- Non sono arrabbiato Erin. E poi tu mi hai salvato: so che sei stata tu. Comunque la si metta, conoscerti è stata forse la cosa più importante della mia vita.
- Allora non ti faccio schifo? Mi vuoi sempre bene?
- Come il primo giorno.
- Anche se sono una sirena?
Amedeo le accarezzò la guancia. Erin spalancò un'espressione di gioia pura: era felice come una bambina; mai e poi mai avrebbe veramente sperato che le cose potessero andare così bene.
Solo un pensiero oscuro giunse a offuscarle il sorriso.
- Amedeo, mi dispiace così tanto per la tua gamba!
- Ne ho ancora una: sono più fortunato di altri, no?
- Amore mio - sospirò sporgendosi di più, a farsi accogliere tra le sue braccia:
- È colpa mia. Mio padre era furioso, mi aveva impedito di tornare. E ha scatenato la tempesta proprio perché non voleva che ci rivedessimo.
- Non mi sembra che questo ti abbia fermata, vero?
Erin lo baciò di nuovo. Era un bacio meno istintivo, dai confini più netti rispetto al primo. Quando si staccarono lei continuò a tenergli il viso tra le mani.
- Vieni via con me - gli sussurrò.
- Dove?
- Convincerò il Re del Mare: lui può darti una pinna come la mia. Lo costringerò a scegliere tra me e sé stesso. Così potremo vivere insieme sotto la superficie del mare, dove nessuno ci farà del male.
- No, Erin.
La sirena guardò il suo uomo con due occhi inaspettatamente sbarrati, a un tratto nuovamente tristi.
- Perché no, Amedeo? Vedo quanto soffri. Ti osservo tutti i giorni dalla notte che ti ho riportato a riva. Vedo la fatica che fai tutte le mattine per sollevarti. Vedo quanto stringi i denti mentre il tuo medico ti pulisce la cicatrice. Se diventassi un tritone... - non voleva dirlo, ma ormai vi era praticamente costretta: - se diventassi un tritone avresti una vita normale. Una vita nuova, ma normale. E ti sentiresti di nuovo intero.
Amedeo serrò le mascelle. Erin pensò che forse aveva esagerato. Amedeo le lesse sul viso la preoccupazione e sorridendone tornò a rilassarsi.
- Erin, ascolta: io sono più uomo adesso di quando ero intero.
Lei lo guardava senza capire.
- È vero: vivere su una gamba sola mi costa fatica, fisicamente. Ma quando guardo il mio moncherino, tutte le volte, penso al motivo per cui mi sono ridotto così. E so per certo che in un certo senso non ho perso un bel niente; semmai ci ho guadagnato.
- Amedeo, non ti seguo.
- Te lo spiego subito. Vedi, Erin, c'è un motivo molto chiaro se io non ho più una gamba.
Si prese un attimo di pausa prima di continuare.
- E il motivo è che ho rischiato. Per una volta nella mia vita ho rischiato qualcosa. E l'ho fatto per una serie di ragioni che sono più importanti addirittura della mia stessa vita. Ho rischiato per i marinai della mia nave, per salvare le loro vite. E facendolo ho dato un senso alla mia, di vita. Ma quando ho chiesto di partecipare a quella spedizione l'ho fatto anche, soprattutto, per te. Ho preso il largo perché stavo cercando te. Perché non trovandoti più non aveva più senso niente di ciò che facevo e perché non avevano senso i quadri che dipingevo. E adesso tu sei qui, a dimostrarmi che ha avuto senso rischiare. Che in qualche modo ti ho trovata. Quando penso alla gamba che non ho più mi rendo conto che comunque ha avuto senso rischiare. E che nulla di ciò che ho fatto ha avuto un senso, prima che rischiassi tanto. Perché mi ha costretto a credere in qualcosa, perché mi sta portando adesso a dirti che ti amo anche se sei una sirena. Perché sto vivendo questo istante. E allora capisco che una gamba in meno vale bene il prezzo di tutto questo. E che non tornerei indietro per tutto l'oro e per tutte le gambe del mondo. Riesci a capirlo, Erin?
Lo capiva, certo. Erano parole che stimolavano dolcezze e si rendeva conto di amarlo anche perché le stava pronunciando. Perché capiva che gli costava fatica pronunciarle, anche se sembrava sereno. 


Van Gogh - notte stellata sul Rodano

mercoledì 22 febbraio 2017

La politica matrimoniale - racconto breve sulla scissione del pd

il testo seguente, di fantasia, è proprietà intellettuale esclusiva del sottoscritto Michele G. Picozzi, che ne è l'unico autore.

Questo racconto satirico è per forza di cose ispirato alla scissione attualmente in atto nel Partito Democratico.
Ogni riferimento a fatti o persone reali, tuttavia, è da ritenersi casuale e quindi non voluto.

https://www.nuovatlantide.org/wp-content/uploads/2015/09/pd-fass.jpg


La Politica Matrimoniale 
- racconto breve -
Dedicato ai compagni; quelli "veri"... 


Massimo si svegliò parecchio urtato quella mattina. Gli atteggiamenti di sua moglie negli ultimi giorni lo stavano snervando.
Non andava bene, non andava affatto bene che lui tornasse dal lavoro a sera inoltrata e che trovasse ad aspettarlo solo un frigo vuoto.
Si sentiva trascurato. Trascurato e offeso. Trascurato, offeso e ferito.
Era arrivato il momento di sputare tutto il veleno che aveva accumulato nelle ultime settimane, di mettere le carte in tavola.
Quello che avrebbe dovuto essere sarebbe stato.
Cercò con i piedi le pantofole a occhi chiusi, si stiracchiò e, alzatosi, si diresse verso la cucina.
Sua moglie stava finendo di fare colazione. Aveva preparato il caffè. Con la moka piccola. Massimo non dubitava che ormai fosse già maledettamente vuota.
- Ben svegliato - lo salutò Doriana.
- Buongiorno - rispose laconico lui.
Prese in mano la moka e la scutugliò appena. Non ebbe bisogno di avvicinare il beccuccio alla tazzina per scoprire, come d'altronde sospettava, che sì, era già stata svuotata.
Non riuscì a trattenere un verso istintivo di insofferenza.
- E questo che cos'era? - gli domandò Doriana con un filo nel tono della voce intessuto per metà di disappunto e per metà di curiosità.
Massimo restò in silenzio e prese a fissare il piccolo televisore all'angolo del cucinino, acceso, che passava il tg della mattina.
- Allora? Che cosa hai? - insistette Doriana.
Massimo continuava a fissare le immagini che scorrevano sullo schermo. Il primo ministro, con quella sua aria tra il flemmatico e lo scocciato, ribadiva gli stessi concetti che aveva in bocca da settimane: l'opportunità politica, il momento storico, la volta buona per dare una scossa alla situazione internazionale...
- Insomma? - chiese sua moglie per la terza volta.
Massimo a quel punto scosse la testa.
- Niente. Pensavo al presidente del consiglio.
Lei lo guardò curiosa, presa alla sprovvista.
- Al presidente del consiglio? È per colpa sua che digrigni i denti già di prima mattina?
- Proprio così. Perché, c'è qualcosa di strano?
- No, no. Figurati.
Massimo tornò a guardare il televisore con aria un pochino più convinta.
- Già - ripeté, come a convincersi della scusa che aveva appena partorito:
- È proprio uno stronzo.

***

- No, signora Speranza, non dico che non deve annaffiare gli oleandri sulla tangenziale. Solo non capisco perché deve farlo dal terrazzo di casa sua.
Domandò Massimo alla malefica vecchina durante la riunione di condominio.
- Mi scusi, sa, ma io ho una certa età. Che cosa pretende, che vada ad annaffiarli personalmente uno ad uno, scendendo in strada? Mi ci vorrebbero... quante bottiglie di plastica? Lo sa lei quanto è distante la fontanella più vicina?
- Signora, io non metto in dubbio le sue difficoltà e non sto suggerendo questo. Ma questa sua "abitudine" potrebbe diventare pericolosa, se ne rende conto?
- Questo non lo credo proprio, giovanotto. Io annaffio gli oleandri solo dopo le ventidue, quando la strada è chiusa al traffico. Non vedo come potrebbe rappresentare un pericolo per qualcuno.
- Va bene; diciamo allora che potrebbe diventare "fastidioso" per chi passeggia davanti quel muro a piedi. Per me che torno sempre dal lavoro a quell'ora, che spesso e volentieri mi scordo della sua premura nei confronti degli oleandri e che, pertanto, mi ritrovo tante volte a subire una doccia non richiesta.
- Giovanotto, se lei non sta attento non è un mio problema. Il regolamento comunale dispone che si dia acqua alle piante solo dopo una certa ora; e io questa regola la rispetto in pieno. Se pure mi limitassi a bagnare solo i fiori del mio terrazzo lei, distratto com'è, si beccherebbe comunque tutto ciò che scola comunque dai sottovasi. Con la differenza che la questione non esisterebbe. Quelle povere piante hanno bisogno di qualcuno che si occupi di loro e io non ho intenzione di abbandonarle a sé stesse solo perché lei non fa attenzione a dove mette i piedi.
Massimo abbandonò la riunione con i nervi a fior di pelle. Sua moglie lo seguì dimessa, con il viso rosso dalla vergogna.
- Massimo, che diamine! Ma dovevi proprio prendertela con la signora Speranza?
- Scusa, ma perché no? È una maleducata egoista. Per quale motivo dovrei sottostare al suo egoismo e alla sua maleducazione?
- Per quieto vivere, Massimo. Per quieto vivere.
- Per quieto vivere? Per quieto vivere la prossima volta chiamo i vigili e le faccio fare una multa grossa così!
- Illuso... - gli rise in faccia sua moglie: - Ti sei dimenticato che quella signora è la mamma del vicecomandante della municipale? Non daranno mai retta a te per mettersi contro suo figlio!
- Ah, è così?
Il giorno seguente Massimo si recò alla sede locale del partito di maggioranza del suo municipio. Mancava meno di un anno alle elezioni amministrative e l'episodio della sera precedente lo aveva riempito di frustrazione, caricandolo di quella rabbia che lo stava spingendo a candidarsi come assessore alle strade.
In fondo era un professionista molto stimato e relativamente conosciuto. Il funzionario del partito fu ben lieto di tesserare un cittadino esemplare come lui.
Massimo tirò fuori il meglio di sé e l'anno successivo, quando il partito del quale ormai faceva parte vinse come, era prevedibile, le amministrative, lui fu nominato amministratore delle strade.
La signora Speranza, per tutto quel tempo, aveva naturalmente continuato ad annaffiare gli oleandri al bordo della tangenziale con la canna da irrigazione dal terrazzo di casa sua.
Massimo, con la sua nuova autorità di assessore, le mandò i vigili a casa.
La signora Speranza dovette pagare la sua bella multa.
- Come mai sei così di buon umore, caro? - domandò Doriana a suo marito.
- Perché alla fine ho vinto io!
-  E cosa ti riferisci?
Massimo e rispose quasi sdegnoso:
- Alla signora Speranza, ovviamente. Non hai sentito della multa che ha ricevuto?
- Sì, ne parlava stamattina con il vedovo del terzo piano. Perché? Tu che cosa c'entri?
- Che cosa c'entro? Glieli ho mandati io i vigili!
Sua moglie lo osservava interrogativa.
- Così la smetterà di allagare la strada dal terrazzo di casa sua! Si sentiva impunita, al di sopra della legge e dei regolamenti di buon vicinato... e io le ho dimostrato che aveva torto!
Doriana alzò le spalle con indifferenza:
- Se la cosa ti fa stare meglio - disse andandosene a fare una doccia.

***

- Doriana, davvero, non riesco più a comprendere la tua ostinazione.
- Hai poco da capire e ancora meno da arrabbiarti: io non mi sento pronta.
- Non ti senti pronta. Non ti senti pronta a diventare madre a 37 anni.
- Hai riassunto perfettamente. Vuol dire che mi hai capita.
- No che non ho capito. Non ti capisco.
Marito e moglie restarono in silenzio, senza voltare il capo ma pure senza guardarsi, con lo sguardo assente, Massimo proiettato alla ricerca di una risposta, Doriana nell'indifferenza noiosa di chi aspetta che un certo momento passi via e basta.
- Non ti senti pronta per avere un bambino o non vuoi averlo?
- Fa differenza?
- Sì, Doriana. Per me fa differenza.
- Allora scegli tu.
- Scegli tu che cosa?
- Scegli tu quale delle due. Io per ora non voglio pensarci.
Massimo uscì di casa senza salutare.
Il lavoro in comune era diventato noioso. Si era stancato, dopo quattro anni, di svolgere l'ordinaria amministrazione senza poter dire mai la sua. Anzi, a essere onesti la sua poteva dirla. Ma contava quanto il due di coppe quando regna bastoni.
Il sindaco pareva lontano, disinteressato alle idee personali di uno dei suoi assessori più virtuosi. Sapeva che Massimo svolgeva bene il suo lavoro' e tanto gli bastava. Perché risolvere tutti i problemi del Comune, a suo modo di vedere? Perché mai? Su che cosa avrebbe puntato, alle prossime amministrative, se per un caso sfortunoso si fosse davvero impegnato a risolvere tutti i problemi della città? Che cosa avrebbe potuto più promettere in campagna elettorale?
Massimo non era uno stupido: aveva compreso da tempo le regole del gioco.
Semplicemente, da quella mattina quelle regole non gli andarono più a genio.
Quella mattina si ammalò di telefonate: contattò colleghi stufi e colleghi ambiziosi, professionisti affermati come era stato lui fino a qualche anno prima, qualche amico di comprovata fiducia.
Quindi, a ridosso delle prime candidature utili, iscrisse il suo nome. Era in corsa per diventare sindaco. Con il partito che aveva fondato idealmente la mattina che aveva discusso con Doriana.
Inaspettatamente, Massimo vinse le elezioni.

***

Massimo venne eletto sindaco per due mandati consecutivi.
Sul finire del suo decennale incarico aveva bene di che essere soddisfatto. Con le sue sole forze era riuscito a creare un soggetto politico nuovo, vitale e competente. Aveva governato con cognizione e prudenza, compensando la relativa inesperienza iniziale rispetto a chi il politico di professione lo aveva fatto sin da giovanissimo.
Era arrivato il momento di cedere il passo, dopo dieci anni di pubblico incarico.
All'interno del suo partito erano cresciuti dei giovani interessanti e uno in particolare, Gianmatteo, si faceva avanti, ancora tra le righe, per succedergli come prossimo candidato sindaco. Era uno tosto, Gianmatteo: tosto, furbo e dinamico. Fin troppo dinamico, a suo modo di vedere. Di lui sapeva che intratteneva relazioni con i suoi vecchi compagni di partito, del partito con il quale era iniziata la sua avventura come semplice assessore. Dopo un quindicennio nell'ambiente Massimo aveva imparato che le relazioni personali, per chi è del mestiere, non possono non riguardare anche quanto si porta nel lavoro.
Non era che Gianmatteo gli dispiacesse proprio, ma le sue frequentazioni no che non gli andavano giù. Avrebbe preferito, ecco, che come suo delfino venisse indicato un qualche altro, magari più dimesso, più ordinato, meno "esplosivo". Qualcuno di più serio, ecco.
Ci rifletteva spesso. Di tanto in tanto si rispondeva che forse si trattava di una sua fissazione, probabilmente dovuta all'età: oramai era arrivato ai cinquanta anni. Doriana ne aveva 47. Non avevano mai avuto figli. Forse era questo il motivo per cui era diventato così geloso delle sue cose, a tratti così irritabile?
Poteva anche essere. Certo che poteva essere.
Restava il fatto che il suo partito a Gianmatteo davvero non avrebbe voluto cederlo.
Il tempo oramai era giunto al limite. A breve avrebbe dovuto pronunciare il discorso di fine mandato e sciogliere il consiglio comunale.
Dopo le vacanze estive, certo. Dopo le vacanze estive, l'iter sarebbe stato quello per forza di cose. E al diavolo tutto, pure Gianmatteo, che facesse ciò che voleva.
Lui aveva dato.
Anche, e soprattutto, con il suo matrimonio.
Tornando a casa, avrebbe annunciato a Doriana la sua volontà di divorziare. Ci aveva riflettuto a lungo. Per anni. Il momento era arrivato.
Era finalmente certo. Certo che le fatidiche parole non sarebbero mai uscite dalla sua bocca.

***

Al termine delle vacanze Massimo era ancora sposato con Doriana. L'estate era stata tremendamente noiosa. Come sempre.
Si sentiva zeppo fino all'orlo di rancori e di frustrazioni quando giunse alla sala assembleare del Comune per tenere il suo discorso di fine mandato. E per annunciare la candidatura di Gianmatteo come suo successore, come infine era stato deciso.
Continuava a essere contrario in proposito, e come lui anche diversi tra i suoi collaboratori più antichi mostravano diverse perplessità.
Ma una volta avvicinatosi al microfono qualcosa, una molla di sopportazione nascosta e portata alla pressione estrema, scattò dentro di lui.
Dopo avere pronunciato l'ultima parola del suo discorso, inaspettatamente, lasciando gli astanti sbigottiti, annunciò una scissione interna al suo partito.

martedì 21 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 10

--> Il Re del Mare si era davvero infuriato, quella volta. Non aveva creduto nemmeno per un istante che sua figlia avrebbe smesso di essere irragionevole, né che non avrebbe più sbirciato le navi degli umani. Ma, che diamine, almeno per un po' sperava avrebbe mantenuto un basso profilo! E cosa succedeva, invece? Che Erin prendeva e spariva immediatamente, per un altro giorno e un'altra notte interi!
Conosceva troppo bene sua figlia per non sapere che a interrogarla nuovamente non ci avrebbe cavato una perla da un'ostrica, perciò convocò alla sua corte i pesce-palla con cui Erin era solita giocare. Se un pesce-palla da solo è un gran vigliacco, un banco di pesce-palla può diventare un gran bel mucchio di vigliacchi chiacchieroni, qualora si abbiano i mezzi per sgonfiarli e tirargli fuori le cose. E lui, non per niente, era il Re del Mare.
Era assolutamente certo che avrebbe avuto di che risentirsi, ma gli atteggiamenti di Erin questa volta superavano ogni limite: mischiarsi agli umani che facevano il bagno in un golfo? Addirittura uscire in superficie a prendere il sole su uno scoglio e chiacchierare con uno di loro? Queste erano violazioni belle e buone alle sue regole, alla sua stessa autorità. E, cosa peggiore, il popolo del mare lo sapeva. Ne chiacchierava.
Insomma, era arrivato il momento di ristabilire il giusto ordine e di impartire una punizione esemplare.
Il Re Tritone pose la figlia ribelle sotto la sorveglianza di un piccolo granchio di sua fiducia che viveva a corte da sempre. Da questi apprese che i gabbiani con i quali Erin chiacchierava sempre raccontavano che il suo bel marinaio avrebbe presto preso il largo con vele non amiche.  Quindi attese, attese l'umano con cui Erin aveva parlato per regalargli venti contrari e onde da burrasca. Prese la direzione di Coracania in un battibaleno, con in mano il tridente delle grandi occasioni e gli occhi di corallo vermiglio: faceva paura quella notte.
Voleva la sua nave. Al momento propizio gli mandò contro le condizioni più avverse ed esultò quando la tempesta che stava preparando gli strappò le vele. Gioì nell’attimo in cui la palla di cannone della città gli infranse il timone.
Quando lo vide tuffarsi in mare in quelle condizioni comprese che ormai era condannato e soddisfatto della sua opera se ne andò via.
Erin piangeva e si contorceva tutta, rosa dai dubbi e dalla preoccupazione. Alla fine non resistette più:
- Sebastiano, fai come vuoi. Avvisa mio padre, se lo credi. Ma io nuoto comunque a salvare il mio umano.
L'anziano carapace scosse la testa rassegnato: aveva il cuore tenero, come tutti quelli della sua specie, e sapeva che se la figlia del Re del Mare si fosse intestardita lui non sarebbe stato in grado di impedirle un bel niente. La aveva vista muovere i primi colpi di pinna e cantare le prime canzoni, e le voleva sinceramente bene: no, non si sarebbe mai permesso di vederla soffrire a causa sua. Anche se questo significava non eseguire un ordine del suo sovrano.
Si aggrappò ai capelli della sirena e insieme nuotarono fino al golfo della battaglia navale.
Sebastiano consigliò Erin di emergere lontana, presso le sponde opposte dell'isola, e di domandare ai gabbiani sui quali suo padre non aveva potere di informarla circa l'evolversi del combattimento.
Quando finalmente le correnti marine smisero di ribollire come impazzite la sirena e il granchio seppero per certo che il Re Tritone aveva fatto ritorno a palazzo.
I gabbiani mantennero la parola e si precipitarono solerti, ma garrivano incomprensibili, isterici. Erin non ebbe bisogno di spiegazioni dettagliate per capire che c'era qualcosa di enorme che non andava, e si tuffò senza aspettare il povero Sebastiano.
Fece giusto in tempo a recuperarlo, Amedeo, mentre affondava come un sacco. Lui fece giusto in tempo a sorriderle prima di perdere i sensi.
Era ridotto in condizioni pietose. Perdeva molto sangue, aveva bisogno di cure che solo gli umani potevano dargli.
Lo riportò in superficie e caricatoselo sulle spalle nuotò radente il filo dell'acqua fino alla riva del suo paesello. Non le venne in mente un posto migliore e soprattutto aveva bisogno di sapere che sarebbe stato in buone mani. Lo lasciò sul molo e gli carezzò la fronte dolcemente. I suoi amici, i gabbiani, le erano venuti dietro.
Facevano al caso suo: con il baccano infernale che procuravano avrebbero svegliato mezzo paese. Avrebbero salvato Amedeo.
- Vegliate su di lui! Non abbandonatelo finché gli altri umani non se ne staranno occupando! - si raccomandò ai volatili prima di tornare negli abissi.
Le finestre delle abitazioni si illuminavano tutte.
La gente si affacciò alle finestre e scese per le stradine, domandandosi cosa mai facesse strillare i gabbiani a quella maniera. 


Claudio Malacarne - la voce del mare