domenica 29 marzo 2020

Coronavirus, dall'Albania Edi Rama invia 30 medici in Italia



"Lo so che a qualcuno qui in Albania sembrerà strano che trenta medici e infermieri della nostra piccola armata in tenuta bianca partano oggi per la linea del fuoco in Italia. So che trenta medici e infermieri non rovesceranno il rapporto tra la forza micidiale del nemico invisibile e le forze in tenuta bianca che lo stanno combattendo nella linea del fuoco da quella parte del mare. Ma so anche che anche laggiù è oramai casa nostra: da quando l’Italia e le nostre sorelle e i fratelli italiani ci hanno salvati, ospitati e adottati in casa loro quando l’Albania bruciava di dolori immensi. Noi stiamo combattendo lo stesso nemico invisibile; e le risorse umane e logistiche della nostra terra non sono illimitate. Ma oggi noi non possiamo tenere le forze di riserva in attesa che vengano chiamate, mentre in Italia (dove si stanno curando negli ospedali di guerra anche albanesi feriti del nemico) hanno un enorme bisogno di aiuto. È vero che tutti sono rinchiusi dentro le loro frontiere. E anche Paesi ricchissimi hanno girato la schiena agli altri. Ma forse esattamente perché noi non siamo ricchi, e neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà.
Questa è una guerra dove nessuno può vincere da solo. E voi, cari membri coraggiosi di questa missione per la vita, state partendo per una guerra che è anche la nostra. E l’Italia la deve vincere - e la vincerà questa guerra: anche per noi, e anche per l’Europa e il mondo intero". 


Questo il messaggio che il primo ministro Edi Rama ha pronunciato, prima in albanese e poi anche in italiano, di fronte alla squadra di trenta medici e infermieri partita da Tirana per dare man forte alla sanità lombarda in difficoltà.
Un messaggio pregno di consapevolezza e di tanta dignità: Rama sa perfettamente che trenta operatori sanitari non sono che un piccolissimo contributo davanti ai numeri dell'emergenza mondiale, ancora tutta in escalation.
Per chi frequenta le chiese e ha qualche nozione dei vangeli, tuttavia, questo piccolo aiuto dovrebbe ricordare qualcosa: l'accostamento con la vedova povera nel Tempio, che offriva alla questua la sua unica moneta, è fin troppo naturale...

Senza farci cogliere da fin troppo facili sentimentalismi, ma pure senza sottovalutare l'apporto dell'Albania alla tragedia che viviamo ogni giorno a causa del coronavirus, è ovvio che questa mossa di Edi Rama ha un chiaro significato politico. Come tutto, del resto.
Il Paese delle Aquile, solo lo scorso ottobre 2019, ha infatti subìto una cocente delusione quando il vertice sull'allargamento dell'Unione Europea nei Balcani ha siglato un brusco stop alle aspirazioni di Albania e Macedonia, che agognavano l'ingresso nella UE.

La candidatura dell'Albania, in realtà, era già stata presa in esame e sembrava avere serie possibilità di poter entrare tra i 27... Fu la Francia, in sede di Consiglio Europeo, a porre un chiaro veto al riguardo. Vuoi per un miglioramento dei suoi rapporti con Mosca, vuoi per un (non dichiarato) timore che l'allargamento dei confini comunitari a Tirana avrebbe avuto delle conseguenze sulle rotte e sui cicli migratori.

In questo senso la mossa dell'Albania, che con umiltà riconosce di non essere un Paese ricco, ma che pure sottolinea come Paesi ricchissimi (e membri della stessa UE) si stiano voltando le spalle a vicenda, va letto come il tentativo di riannodare le fila di un percorso interrotto. Un voler rimarcare che quei valori di solidarietà e di fraternità internazionale sono molto sentiti da Rama e dal suo popolo.

Non si tratta probabilmente di una frecciatina a Macron; ma che il ruolo e le intenzioni del presidente francese debbano definirsi una buona volta è più che mai sotto gli occhi degli osservatori.
La Francia non può fare e disfare come più piace al suo governo, senza mantenere una linea di continuità tra i giorni. Ma è indubbio che il voto di Parigi pesi, e molto, tra i 27.
 Sia che si parli di Albania, sia che si parli di eurobond.

Edi Rama ha fatto la sua mossa. Per tutto il resto, la palla passa (da tempo) dall'Eliseo.

sabato 28 marzo 2020

Qualcuno era Europeista

L'attuale pandemia del coronavirus sta distruggendo, tra le altre cose, anche quel poco che c'era dell'Unione Europea. La Comunità, al momento della prova più dura, si sta dimostrando disunita come non mai.
Le dichiarazioni del premier olandese risuonano ancora nella mia testa: davvero non posso credere che abbia espresso un concetto tanto sconcertante.
Ho già avuto in passato motivo di temere che tutto fosse ormai lì lì per finire: l'ho temuto ai tempi del tracollo finanziario greco; l'ho temuto quando la Germania espelleva i profughi siriani; l'ho temuto durante la Brexit, evento questo che mi ha reso triste da piangere, quasi.

Victor Hugo una volta disse: "Non siamo più inglesi né francesi né tedeschi. Siamo europei. Non siamo più europei, siamo uomini. Siamo l’umanità. Non ci resta che abdicare dal più grande degli egoismi: la nostra patria".
Fa rabbia - fa tanta, tanta rabbia - rendersi conto che oggi, nell'ora più buia, al più grande degli egoismi noi continuiamo ad aggrapparci, come dei bambini timorosi, certi dei loro diritti e delle loro ragioni perché incapaci di osservare le cose con una prospettiva più lunga.

Malgrado tutto, però, io mi sento europeo. Voglio sentirmi europeo. Io sono europeo.
E questo canto del cigno per un' Europa Unita, che ho vomitato fuori in una notte, indegnamente, prendendo a prestito la base di un grandissimo brano di Giorgio Gaber, non avrei mai desiderato scriverlo.


Qualcuno era europeista perché era nato a Berlino.
Qualcuno era europeista perché l'Austria, l’Italia, la Francia, la Germania... la Svizzera no.
Qualcuno era europeista perché vedeva l'euro come una promessa, Bruxelles come una poesia, l’Europea unita come il paradiso dei popoli.
Qualcuno era europeista perché si sentiva solo.
Qualcuno era europeista perché aveva avuto un’educazione troppo francofona. Ahi ahi ahi ahi
Qualcuno era europeista perché i bandi della regione lo erano, quelli della provincia pure, il progetto Erasmus non ne parliamo: lo erano tutti.
Qualcuno era europeista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era europeista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era europeista perché prima, prima prima, era liberal-socialista.
Qualcuno era europeista perché aveva capito che la Commissione andava piano, ma lontano.
Qualcuno era europeista perché De Gasperi era una brava persona.
Qualcuno era europeista perché LePen non era una brava persona.
Qualcuno era europeista perché era ricco ma per il sociale.
Qualcuno era europeista perché ascoltava Barenboim e si commuoveva alla nona di Beethoven.
Qualcuno era europeista perché era così affascinato dalle stelle che aveva bisogno di riconoscersi in dodici di esse.
Qualcuno era europeista perché amava tanto gli spagnoli che voleva mollare tutto e aprire un locale da loro.
Qualcuno era europeista perché non ne poteva più di vivere in Italia.
Qualcuno era europeista perché trasferendosi dal Belgio in sù otteneva l'aumento di stipendio.
Qualcuno era europeista perché gli Stati Uniti d'Europa oggi no, domani è ancora presto, ma dopodomani sicuramente.
Qualcuno era europeista perché, la CECA, Schenghen il trattato di Maastricht cazzo.
Qualcuno era europeista per fare rabbia a chi parlava ancora della lira.
Qualcuno era europeista perché guardava solo La7.
Qualcuno era europeista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era europeista perché voleva far circolare tutto. Minchia.
Qualcuno era europeista perché non conosceva le guardie doganali, i frontalieri e affini.
Qualcuno era europeista perché aveva scambiato il manifesto di Ventotene per il vangelo secondo Spinelli.
Qualcuno era europeista perché era convinto di avere dietro di sé l'intera NATO. Oh cazzo.
Qualcuno era europeista perché si sentiva più europeo degli altri.
Qualcuno era europeista perché credeva in una Banca Centrale Europea.
Qualcuno era europeista malgrado ci fosse la Banca Centrale Europea.
Qualcuno era europeista perché non c'era niente di meglio.
Qualcuno era europeista perché abbiamo avuto il peggior parlamento nazionale d'Europa.
Qualcuno era europeista perché il debito peggio che da noi, solo la Grecia.
Qualcuno era europeista perché non ne poteva più di vent'anni di governi berlusconiani, incapaci e mafiosi.
Qualcuno era europeista perché Platone, Federico di Svevia, Cristoforo Colombo, Shakespeare, Victor Hugo, Gaudì eccetera eccetera eccetera
Qualcuno era europeista perché chi era per la storia era europeista.
Qualcuno era europeista perché non sopportava più quella piccola cosa gretta che ci ostiniamo a chiamare nazionalismo.
Qualcuno credeva di essere europeista, e forse era qualcos'altro.
Qualcuno era europeista perché sognava una libertà diversa da quella dei due blocchi.
Qualcuno era europeista perché credeva di poter essere libero e felice, solo se avevano il diritto di esserlo anche gli altri.
Qualcuno era europeista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una diversità comune.
Forse era solo un ideale, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare radicalmente il modo di pensare, la convinzione che insieme si sarebbe cambiato per sempre un modo di vivere.
Sì: qualcuno era europeista perché con accanto queste diversità si poteva essere molto più di sé stessi. Si diventava tante storie in una.
Da una parte la personale radice di ciascuno, fatta di panorami, di ricordi, di odori... e dall'altra, il senso di appartenenza a un unico seme, pronto finalmente a scostare le ultime zolle di terra, per presentare il suo germoglio alla luce...
Sì, sono molti i rimpianti. Forse molti di noi hanno semplicemente preso i frutti della vigna... senza avere mai avuto alcuna intenzione di coltivarla.
E ora? Ora ci sente soli come non mai. Da una parte ciascuno, rinchiuso in sé stesso, che attraversa rigidamente la limitatezza del proprio recinto quotidiano; e dall'altra, quel germoglio: che non ha più nemmeno l'intenzione di fiorire, perché ormai il seme si è rinsecchito.
Ventisette miserie per un solo guscio vuoto.

lunedì 23 marzo 2020

Disinformazione e covid19: come la politica entra nel virus

Le fake news rendono più forte il coronavirus (e la Russia) ... e sempre più debole l’Europa

"dezinformatzija" (дезинформация): tattica russa risalente al 1923. La parola disinformazione fu usata dal KGB per indicare «la manipolazione del sistema di intelligence di una nazione attraverso la somministrazione di dati credibili ma fuorvianti».

… Perché ho scritto la definizione di disinformazione nella strategia adoperata storicamente dal KGB? Perché ci sono alcune cose che non mi tornano… e non mi riferisco tanto alla crisi planetaria, che è evidente, quanto a diverse distorsioni che vedo nel mondo dell’informazione - tanto quella ufficiale quanto quella sul web, a proposito del caro amico CoronaVirus.

La paura che viviamo oggi a causa di questa pandemia è purtroppo rafforzata da una serie di notizie false e di appelli pieni d’odio che un po’ tutti, ogni giorno, finiamo per trovare sugli schermi dei nostri cellulari.
Perché il mio ragionamento sia chiaro a tutti, devo riassumere la storia e il decorso di certe fake-news create a regola d’arte che negli ultimi anni hanno modificato la storia globale. Noi oggi sappiamo, in maniera indiscutibile, che una società russa ha inficiato l’ultima campagna presidenziale americana. Lo sappiamo, nel senso che abbiamo le prove che una manipolazione psicologica su larga scala c’è stata: attraverso la creazione di migliaia di profili falsi sui social network che hanno diffuso notizie capziose e fuorvianti, con diverse tecniche (proprie, appunto, dei meccanismi della guerra psicologica e dell’intelligence).

Mi fermo un istante per ricordare quali sono i bersagli tipici di ogni populismo: i media mainstream, i politici, i lobbisti, i giudici, i burocrati e tutto ciò che è establishment in generale.
Ricordato questo aim, stampato nella nostra testa come un segnale di allerta, possiamo proseguire.

Nella campagna pro Trump di tale società russa, solo su Facebook sono stati attivamente impiegati 470 account che hanno prodotto un totale di 80'000 post, raggiungendo almeno 29 milioni di profili in maniera diretta - ma si stima che gli utenti raggiunti in assoluto siano stati circa 126 milioni, a fronte dei 140 milioni di elettori nel sistema americano.
Ovvio, molta di quella roba era palesemente spazzatura e tanta gente sicuramente non gli ha dato peso. Ma il punto è che sono stati pochi, pochissimi anzi, i post che erano diretti endorsement per Trump. Chi ha studiato il tema sa che su Twitter, con un numero maggiore di profili controllati e di bot che ne hanno fatto girare i tweet, sono stati messi in circolazione quasi un milione e mezzo di contenuti… ma solo per l’8% erano tweet politici.
Questo è un dato importante.
La vera disinformazione lavora solo per l’8% direttamente al suo obiettivo. Il restante 92% del lavoro si focalizza su una strategia diversa. Quale? Quella di attaccare media, politici, lobbisti, giudici, burocrati e tutto ciò che è establishment… in maniera molto, molto, molto indiretta.
Prendiamo come esempio la pagina fb “Figli di Putin”. È una pagina satirica, spesso divertente: la seguo anche io. Non ho nessun elemento per affermare che sia una pagina nata appositamente per plasmare le opinioni degli utenti in maniera indiretta. Ma che svolga una accurata promozione dell’attività del Presidente russo è indiscutibile; e pur sotto la maschera della satira, tale promozione avviene con gli stessi meccanismi della disinformazione.
Figli di Putin, Pastorizia Never Dies, Degrado Post Sovietico e quante altre ve ne vengano in mente… sono pagine i cui post, al 92% (?) non sono politici. Utilizzando l’ironia fanno leva su una serie di “anti-valori” che per una serie diversa di ragioni, spesso solo per gioco, ci sentiamo di poter condividere o di apprezzare lateralmente. Insomma: il burino di paese con la tuta dell’adidas strafatto ci fa ridere… così come ci fa ridere l’impresa di costruzione di zio Pino o de mi cuggino, che non hanno le scale e si inventano sistemi pericolosi per ovviare alle loro necessità… il contadino che si fa il bagno in un bidone… la scorta di birra Finkbrau, perché siamo stati tutti ragazzi con pochi soldi in tasca… la mega-braciolata riciclando in maniera povera ma intelligente rottami d’auto o attrezzi di campagna…: questo intendo per apprezzare lateralmente. Sono contenuti che ci fanno sorridere. Solo in maniera minore, all’8%, ci si propongono post più diretti. Uno contro Renzi “presidente che non è stato mai eletto”, uno dove Putin fa il gentiluomo porgendo il braccio a un’anziana Regina, uno di Di Maio che ripetendo uno stesso concetto finisce per contraddirsi, uno di Putin pronto a risolvere una crisi internazionale… insomma, avete capito quello che voglio dire.

Qual è la connessione tra gli obiettivi della disinformazione e quei meme molto stupidi ma apparentemente innocui? La connessione c’è. Se ci pensate, molti di quei meme usano locuzioni come “Ma tu non sei studiato, quindi…”; “Quando ti dicono di fare, ma…”; e via discorrendo. Questo modello di comunicazione finisce per creare nella mente di chi legge una dissonanza che, in un certa misura, sdogana i bassi istinti, l’ignoranza, la faciloneria e l’incompetenza. Così facendo, ci fa sentire tutti più vicini, più semplici, più veri. E, alla lunga, tale strategia comunicativa ha dato anche a quelle pagine un ruolo di “media company”, in un certo senso. Perché, tra una cazzata e l’altra, diffondono delle notizie: Putin che risolve una crisi internazionale solo con la sua determinazione, in confronto ai governanti europei che incespicano con le loro leggi, è una notizia. E noi, lettori di Figli di Putin, di Degrado e di Pastorizia, piacevolmente narcotizzati da tutta quella serie di post divertenti che ci sono sempre piaciuti, in una certa misura finiamo per dare credito a quella notizia. Ci convinciamo che abbiano un certo credito, le frasi che troviamo su quei meme, e per tante ragioni!
Poiché ci divertono, ci abituiamo a esse; e poiché ci siamo abituati, finiamo per fidarci di ciò che dicono. È in questo modo che il messaggio politico, quello che riguarda solo l’8% di quei post, piano piano ci avvolge, ci permea, ci scende in profondità senza che ce ne accorgiamo: e noi finiamo per condividerlo. Per condividerlo; o quantomeno per ammettere che abbia delle ragioni.

È da questo genere di prossimità con contenuti inquinati che poi nascono le fake news, diciamo così, “classiche”: quelle dei profili che diffondono notizie false partendo da dati reali, spesso senza una reale consapevolezza da parte dell’utente che le ha prodotte.
È piuttosto indicativo il caso di un cittadino americano di nome Eric Tucker. Tucker, in piena campagna presidenziale, ha creato da solo il collegamento mentale tra un certo numero di bus turistici nella sua zona (da lui ritenuto insolito) e una manifestazione anti-Trump. Cosa ha fatto, dunque? Ha scritto un tweet affermando che i pullman visti vicino casa sua erano pieni di manifestanti pagati (da Hillary, che in questo modo creava ad hoc degli eventi contro il suo rivale). E in effetti i “manifestanti” erano stati affittati… ma da Tableau, una società di software, per riempire una hall in occasione di un suo congresso. Sarebbe bastato andare a chiedere a uno degli autisti dei bus cosa ci facessero lì. Ma il germe della disinformazione, dell’odio per l’establishment, era ormai tanto radicato da non far nemmeno prendere in considerazione al povero Tucker la possibilità di porsi una domanda così banale.

Perché ho fatto questo pippone? Perché, dopo Trump, si ha avuto negli anni il forte dubbio, poi diventato sospetto fondato da parte dell’autorità giudiziaria, che fondi russi abbiano finanziato la Lega in Italia. Sembra lontana anni luce, ma l’indagine sui 65 milioni di dollari grattati via da una fornitura di petrolio e sulla mediazione di Savoini è piuttosto recente. Se uno pensa al gravissimo dissesto finanziario della Lega Nord è quantomeno curioso il dispendio di energie (e di liquidità) passato negli anni attraverso la macchina elettorale dei social: la famosa Bestia che Salvini, nei suoi mesi da vicepremier, ha peraltro accollato alle casse del suo ministero come spesa di cancelleria costa dai 44 agli 84mila euro al mese (a proposito: da quando non sta più al Viminale, le spese le paga la tesoreria del gruppo a Palazzo Madama. Ancora soldi pubblici, tanto per dire).

Visto e considerato il caso americano e il caso italiano; e visto e considerato soprattutto che tutti i partiti sovranisti in Europa stanno conoscendo una renaissence impensabile fino a pochi anni fa; è legittimo domandarsi se dietro a tanti contenuti che passano ogni giorno per gli schermi dei nostri cellulari non ci sia la lunga mano russa.

Appena una settimana fa un rapporto del Servizio europeo per l'azione esterna (European External Action Service - EEAS), che per chi non lo sapesse è una sorta di mega-ministero degli affari esteri europeo, dotato di suoi analisti e di una sua intelligence, segnalava alle istituzioni una casistica di almeno 80 (ottanta!) contenuti diffusi nel web e nei social dal Cremlino per creare disinformazione legata al Coronavirus, aggravando la crisi fiduciaria dei cittadini europei nei mercati e nelle istituzioni occidentali. Tale rapporto avrebbe dovuto essere riservato… ma, come spesso accade, un giornale è riuscito a pubblicarlo. Nel caso specifico, il Financial Times (una fonte che credo possiamo considerare tutti attendibile).




Allora, ecco: di fronte a un video come quello del medico che tenta di smontare i dati relativi ai decessi per covid19, io un paio di domande me le faccio.
Il video parte da una considerazione razionale e in una certa misura ragionevole: se consideriamo il numero dei morti per coronavirus attendendoci ai dati dei soli ammalati gravi (e questo è abbastanza vero, specie per le regioni del nord) avremo un dato percentuale di decessi molto alto che spaventerà qualsiasi lettore. Ma che non corrisponde alla verità, poiché non c’è mai stata una mappatura completa della diffusione del virus, casa per casa, nemmeno in zone limitate.
Ciò che non mi convince, e che arriva tra il secondo e il terzo minuto, è l’attacco sperticato ai politici e alle istituzioni. Che poi, ai politici e alle istituzioni: ai politici e alle istituzioni non di centro-destra. Malgrado dica “ce l’ho con i politici di tutte le fasce” nomina esplicitamente Zingaretti, che ha accorpato il Forlanini al San Camillo (cosa diversa dal tanto spesso letto in giro “Zingaretti je sta bene che c’ha er coronavirus perché ha chiuso il Forlanini”); ma mai i governi lombardi che da almeno vent’anni (Formigoni 1, 2, 3, Maroni, Fontana) promuovono e investono nella sanità privata a scapito di quella pubblica.

Il video di quel medico è stato per me illuminante, perché come tono, come tipo di comunicazione, non ho potuto non accostarlo alla lettera aperta pubblicata sabato dal cosiddetto “Comandante Alfa”, uno dei primi responsabili del GIS. Grazie ai poteri infiniti della rete, non poteva diventare ulteriormente un mito il primo capo delle “teste di cuoio” dell’arma. Se poi hai una pagina Facebook piena di foto tue con il mefisto nero sempre in testa e di frasi che richiamano all’orgoglio e alla resistenza in battaglia, beh, chiaramente un tuo pubblico te lo crei. Sono rimasto sconcertato dalla lettera delirante di questo ex carabiniere che, “non potendo più tacere”, piange i tanti morti dell’Alta Italia, correda il tutto con le foto strazianti dei camion militari che tutti sappiamo carichi di bare e… e poi che fa? Lancia un appello, si direbbe; ma è quasi un’incitazione alla rivolta, all’eversione.
I decreti non servono più a nulla, sono confusi, servono a indebolirci e non a rinforzarci”; se la prende con i politici (ma solo quelli vicini a centri sociali e sardine); con l’Europa (ovviamente) e anche con la Chiesa (ma in maniera più morbida, da buon cristiano).
Che cosa ho voluto dimostrare? Forse niente. Forse tutto. Stiamo attraversando una pagina di Storia. La situazione è drammatica, dal punto di vista umano. Stiamo pagando in termini di vite un prezzo altissimo; e quando la crisi sanitaria si sarà allontanata, a questo prezzo seguirà un contraccolpo terribile sulla nostra economia e dunque sulle nostre vite. E non c’è niente che noi possiamo fare. Proprio niente. Vale poco disperarci fin da subito, così come il tentare conti in tasche che sono irrimediabilmente già bucate. Non ho parole di speranza da infondere, perché temo che non ce ne siano. Tuttavia c’è qualcosa che ancora ci è dato di difendere, ed è un nostro preciso dovere il difenderlo: l’ideale europeo.
Quell’Europa spesso così lontana da toccare, e che nei momenti più avvilenti non abbiamo sperimentato come speravamo. Quell’Europa che forse, alle volte, ci ha deluso. L’Europa unita: si tratta di un sogno “così delicato che solo a pensarlo si potrebbe spezzare”. Ma, con tutte le sue pecche e i suoi difetti, l'ideale europeo è stato ed è ancora un faro di civiltà e di speranza per tutti i popoli liberi della Terra. E in nome di questo ideale, di questo sogno, di questo faro, io rifiuto categoricamente di lasciare mano libera a coloro che, con azioni e discorsi serpentini, tentano di distrarci, di metterci gli uni contro gli altri, di dubitare della nostra storia e del nostro futuro comune. Oltre all’attacco del virus ce ne è un altro, ugualmente invisibile e insidioso: ed è l’attacco di chi fa di tutto per istillarci il dubbio, di chi con astuzia ci vorrebbe convincere che siamo soli, che non abbiamo scelta se non di affidarci a nuovi amici, abbandonando quelli vecchi. Nei giorni scellerati della quarantena, la nostra lotta deve essere soprattutto mentale. Se il rischio del virus si può ridurre con le accortezze e con il buonsenso, solamente non cedere alla paura e alla paranoia può salvarci dalla tentazione di cadere tra le braccia di chi, con false lusinghe, oggi si professa nostro amico. Non è solo una convinzione politica, che potreste dirmi essere opinabile: non cadere nella macchina propagandistica russa significa non declinare la precisa responsabilità culturale e storica che per nascita ognuno di noi ha. Perché, se il principio della coesione che da oltre settant’anni, come europei, abbiamo scelto, dovesse cadere, ne prevarrebbe un altro, fatale per ogni ordine civile nel mondo.
È a questo proposito che oggi mi sono messo a scrivere. Io non credo che sia un caso se le mascherine e gli altri materiali sanitari provenienti dalla Cina sono stati fermati alle dogane della Repubblica Ceca e della Polonia. Non credo sia un caso che, immediatamente dopo questo scandalo internazionale, dopo questa vera e propria ruberia consumata sotto gli occhi inermi di tutta una Comunità Europea egoista e impotente, ogni Stato indaffarato con la propria emergenza, proprio Putin si sia fatto avanti tendendoci una mano. Possiamo accettare il suo aiuto; non dico di no. Ma solo con razionalità. Non dobbiamo farci illusioni su cosa stia succedendo nella nostra casa, già da tanti anni. Appelli e dichiarazioni come quelle di quel medico, o come quelle del comandante Alfa, non sono che il prodotto di un bieco populismo che spera di ridurre le complessità del mondo moderno a un messaggio di ribellionismo e di odio, che non hanno niente a che fare con i nostri veri valori. Quei valori di unità, di solidarietà e di armonia che sono riversi nel cerchio di dodici stelle su fondo blu, nei quali varrà sempre la pena credere, malgrado i tempi e le indiscutibili avversità che attraverseremo.

Concludo questo ragionamento con parole che non sono mie. Un anno fa, di questi tempi trovavo in cantina il memoriale di guerra di mio nonno. Tra quelle pagine, ho letto la testimonianza dei soldati italiani arrestati dai tedeschi dopo l’8 settembre e tradotti nei campi di concentramento in Polonia. Sebbene avessero offerto il ritorno in Patria a quanti di loro avrebbero accettato di servire la repubblichina di Salò, quasi tutti gli italiani preferirono la prigionia alla collaborazione.
“In questo rifiuto è racchiuso il contributo da essi offerto alla guerra (...) nei campi di deportazione quegli uomini attuarono una Resistenza difficile: la resistenza al freddo, alla fame e al terrore. Restò loro la vittoria su sé stessi (...) il miglior modo per conservare intatta nelle condizioni più avvilenti la propria dignità umana”.

Dalla comodità delle nostre case, il compito che ci spetta non è troppo diverso. Calmi, saldi e uniti in questo momento di tribolazione, con troppi giorni bui ancora davanti, tutto quello che possiamo fare è sondare la rete resistendo alle menzogne.
Perdere del tempo a smascherare certe comode menzogne, a fare fact-checking, a diffondere la verità, deve essere oggi, e tanto più oggi, nostra responsabilità morale. Non solo e non tanto perché siamo nati in un’Europa libera e pacifica. Ma perché apparteniamo alla razza umana. Perché viviamo in quella cosa, a volte imperfetta, che si chiama civiltà. E se voltiamo la testa dall’altra parte, se pensiamo che gli attacchi alla civiltà non ci riguardino, se pensiamo che non stia a noi difendere chi ci è vicino dal virus della disinformazione... allora abbiamo un problema molto più grave del covid19. Allora siamo già stati contagiati dalla più pericolosa delle pandemie.

lunedì 8 ottobre 2018

Frost October 2018

Ore 17, meno qualchecosa. La giornata è conclusa, le famiglie dei ragazzi sono già tutte via, sulla strada del ritorno a casa. Con gli amici di una vita siamo tra gli ultimi ad andarcene: prima di salutare questo luogo ci siamo inoltrati nella radura, a cavare dai pali i chiodini a U che vi sono stati appiccati il giorno prima. Le cose degli altri vanno restituite in perfetto ordine. 
Apro lo sportello della macchina, e per alcuni istanti ho bisogno di restare così, seduto e immobile in questo spazio chiuso. Unica concessione a questo temporaneo isolamento: il finestrino abbassato. Entra prepotente il silenzio del bosco, e lo posso sentire distintamente, toccare con mano mentre si riempie sul mio palmo spalancato, indeciso sulla leva del cambio. 
Com'è che diceva quel poeta americano che amo tanto? Aveva scritto dei versi che suonavano così: 

Lá fuori il bosco è bello e buio e fitto. 

Mi guardo intorno, ma come proseguisse quella poesia lo ricordo solo in lingua originale. 

But i have promises to keep 
and miles to go before i sleep, 
and miles to go before i sleep.

Non è per questo che sono tornato?, mi chiedo. 
Le promesse vanno mantenute e, prima di dormire, le miglia battute. Altre miglia van battute. 
Una leggera malinconia mi ha colto durante la messa. E come da peggior luogo comune su Roma e i romani, il mio cervello mi ha riproposto le immagini dell'addio al calcio di Totti. Il capitano è al centro dello stadio, ricorda il momento più bello della sua carriera, il 17 giugno 2001. "Maledetto tempo!" esclama a un tratto, con quella voce che esce strozzata, che non riesce a trattenersi. 
Meno male che quest'oggi, per me, dovrebbe essere un nuovo inizio! Non riesco nemmeno a tenere lontana la nostalgia... 
... la nostalgia: che è preziosa come il vino. E gratis come la tristezza. Fatta a forma di nuvola, di nuvola di dubbi e di bellezza. Per una volta, però, nemmeno De Andrè e le sue perle riescono a farmi vedere le cose da una diversa prospettiva. 
Guardo cosa ho sul petto, vicino al cuore. Mi focalizzo sulla spilletta commemorativa che ho ricevuto in mattinata. Ci sono due date impresse, piccole, su un lato del disegno. Non posso fare a meno di pensare che l'intervallo tra queste due date, due anni tondi, corrisponde esattamente al periodo in cui sono stato lontano. E capisco a cosa era dovuto il pensiero di prima. 
Quanto tempo è passato. Maledetto tempo. 
Adesso capisco. 
Davanti agli occhi passano veloci frammenti di scene vissute, e sono tante che non riesco nemmeno a coglierle tutte. Sono sul tetto (sul tetto!) di un vecchio fuoristrada Land-Rover stipato di cianfrusaglie che corre sulla Tiburtina. Poi su una catasta di legna alta due metri e larga almeno sei. Sono bambino davanti al mio Akela, che mi mette al collo il mio primo fazzolettone: torno da Tagliacozzo e la radio passa il successo di quell'estate, 50 special dei Lunapop. Al buio di una tenda, una sera di un maggio lontano, la radio gracchia che la Roma ha appena vinto la Coppa Italia. Un coccodrillo di cartapesta spalanca le sue fauci su un palcoscenico. Sul mare del nord, in Scozia, fa capolino una rarissima aurora boreale mentre finiamo di montare le tendine igloo. Dalla terrazza di Morino sto lanciando una secchiata d'acqua diretta a un prete che parla come Oliver Hardy di Stanlio e Ollio, del quale dice di essere il nipote. Sulla croda del becco il lago di Braies sembra un francobollo, e siamo tanto a precipizio che per scattare una foto dobbiamo sdraiarci. Sto tornando al Sirente dopo tredici anni dal mio primo campo scout da esploratore, e quando la montagna si staglia all'improvviso nel buio più assoluto delle nove di sera senza luna sento il bisogno di fermare l'auto, di respirare la notte e di strillare "sono tornato a casa!", da solo come un imbecille, o come un esaltato. 
"Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi" è l'unica frase che riesca a rendere, e a congiungere, ciò che ricordo e che provo, perché di vita si tratta, e ricordando solo determinati fatti, ne sto lasciando fuori tantissima. 
"Ho visto cose che non potreste immaginarvi... e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia." 
I volti intorno a me non sono gli stessi che ho lasciato. Ho registrato molti assenti.
Penso a perché sono stato lontano tanto a lungo, e ne conosco le ragioni. 
SO anche quale obiettivo mi sono dovuto dare. 
Mi trovo nella scena di un altro film, molto più recente ma non meno famoso. C'è un dialogo struggente, di appena quattro battute, che sento mi riguardi parecchio. 

  • Ci sei riuscito? 
  • Sì. 
  • Quanto ti è costato? 
  • Troppo. 

La strada è di nuovo qui, e non so se sia dischiusa come un'amica. 
Il prete, appena un'ora fa, ha sottolineato l'importanza nella vita di ognuno di seguire la propria strada. 
Facile a dirsi, ho pensato, ma come lo sai quando una strada è la tua? Come fai quando la strada non c'è? Non ho fatto in tempo a chiedermelo, che già stavo sogghignando. 
"Quando la strada non c'è, fattela". 
Ho ricevuto un'accetta per questo, alcuni anni fa. 
Arrivano gli ultimi due ricordi. Ma in realtà sono qualcosa di meno, forse solo due riflessioni. 
La prima è che diciamo Riparto, e non Reparto. 
Riparto significa "ri-parto". 
Poi ricordo che sono sempre stato restio a lavare il mio maglione, quando tornando da un'uscita con pernottamento si trovava appiccicato quell'odore deciso di legna bruciata. 
Nulla vale l'odore di quel fuoco. 

Ho paura, eccome. Vuol dire che in corpo avrò una consistente dose di coraggio. 
Due strade divergevano nel bosco... se ho sempre scelto quella meno battuta ci sarà una ragione. Da questo, comunque, è venuta tutta la differenza. 
Non prenderò subito la Cassia, allora. Farò un giro diverso da quello dell'andata; passerò per alcuni paesi. 
Il bosco attorno è bello e buio e fitto. 
E una storia d'amore assurda come quella per un giglio non meritava certo un finale insulso. 
Il motore è acceso. 

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'Cause i've promises to keep 
and miles to go before i sleep. 

And miles to go before i sleep.

mercoledì 27 settembre 2017

Poesie sparse... 55


Le scarpe che si slacciano, sconfitte 
La strada ride e pare un labirinto 
Il sole è tramontato, rifrazione 
ne resta, ed è un ricordo, è irrisolvibile. 
Una panchina in pietra, sto a parlare 
un poco con chi è solo e non conosco: 
due facce inani, una medaglia stanca. 
Se fossi a casa so che avrei contato 
col dito in processione, incolonnate, 
le vertebre che danno la tua schiena. 




giovedì 27 aprile 2017

Poesie sparse... 54 - Whydah Gally


Whydah Gally

Il sogno si esaurì - non era aurora
ancora giunta il mondo a ingravidare.
Brillava minacciosa e lesta l'ombra
della tempesta, il mare era una scossa
continua e perpetrata, era uno spasmo
di morte e gola: il mare era affamato.

La nave imbottigliata nel suo inganno
a depistare ostacoli e scommesse
sperava di nascondersi al destino,
di conservare intatti i suoi tesori.

Ma il mondo fuori è un attimo, è bestemmia
è pescecani è rabbia ed è uragani
... ed è ingiustizia, è insidia, è di cristallo.
È una burrasca infida, è il disagio
di una gomena da infilare all'ago.

Sfinito il sogno non bastò l'aurora
a risvegliarci, non bastò la schiuma
delle onde che girovaghe la faccia
solleticano... adesso inutilmente.


sabato 15 aprile 2017

Poesie sparse... 53 - Camelotian


Ci sono a volte dei fraintendimenti
dei passi fatti sciaguratamente
che il cuore affretta, ma nel camminarli
stupiscono gli odori e le paure
e la facilità che li ha percorsi.
Pertanto non ti puoi rimproverare
alcuna colpa, 'fragile Ginevra:
hai visto Lancillotto. Lo hai baciato.

Donato Giancola