venerdì 6 novembre 2009














Il caffè, la sigaretta,
l'attesa,
l'attesa, la sigaretta
i miei occhi sono più azurri
-Ghiannis Ritsos-


venerdì 30 ottobre 2009

L'importanza di chiamarsi Bagheera


“Tutti la conoscevano e nessuno osava tagliarle la strada perché era astuta come Tabaqui, coraggiosa come il bufalo selvaggio e temeraria come l’elefante ferito. Ma aveva una voce dolce e una pelle più morbida della piuma”



Bagheera: il primo vecchio lupo (e conseguentemente il primo capo-scout) che ho conosciuto, dieci anni fà ormai, in una fredda sera tra gennaio e febbraio 2000, poco dopo avere compiuto 8 anni, nella vecchia tana del branco.
Il Bagheera della situazione, all'epoca, era quel pirla del mio attuale capo-clan: un figuro ambiguo tutto particolare, conosciuto ai più con l'appellativo di "Barzo"...!
Barzo-Bagheera è quindi il ragazzo che mi "inizia" allo scoutismo.
Dopo dieci anni comincio il mio primo servizio nelle branche come Vecchio Lupo al mitologico "Dhak", assumendo proprio il nome di Bagheera.

Se va avanti così otterrò il record come Bagheera più assenteista della storia del Gruppo. Questo mi dispiacerebbe. Sopratutto perchè, nonostante gli scazzi, il fatto che i lupetti sò bambini e gli devi stare sempre appresso, che te devi inventà una cazzata ogni due minuti per farli felici, che te fai un mazzo tanto per fà le cose fatte bene sennò li rincoglionisci e non hai risolto niente, nonostante tutto questo e tante altre cose, io quei bambini già li adoro.
Il servizio in branca (forse proprio il servizio con i bambini, chissà...) era il senso che mancava alla mia vita.
Il senso che serviva per farmi più responsabile, per farmi comprendere davvero il significato che ha "DEL NOSTRO MEGLIO", una parola maestra imparata troppi anni fà e mai capita davvero fino a ora; il senso che mi mancava per farmi studiare di più (perchè se non studio non posso andare a fare Bagheera...); il senso che mi impedisce di pensare alle tante pippe mentali inutili dentro cui sguazzerei solitamente, se non avessi avuto la possibilità di conoscere i lupetti, di diventare il loro fratellone maggiore, il loro educatore, il loro Bagheera.

Grazie Bagheera, per il senso che stai dando alla mia esistenza...

« Zampe che non fanno rumore, occhi che vedono nell'oscurità, orecchie che odono il vento delle tane, denti bianchi e taglienti »

sabato 24 ottobre 2009

Mentre al bar si chiedono dove sei finita

Un po' di pubblicità per mio cugino Filippo e per Cervellonero, il suo mitologico blog... Mi aspetto che nelle prossime settimane la sua pagina si riempia di vostri commenti entusiasti, schifati, inorriditi, esaltati, strafatti... pieno di sregolatezze di ogni genere, senza un'effettiva direzione, cinico senza dubbio nè paura, autoironico, entusiasmante, terribile.
Questo è Cervellonero.

Sei come una bella storia.
(...)
di chi scrive di te perché non ti avrà mai.
E di chi di notte t’ascolta…
con la testa sul cuscino e gli occhi chiusi,
raccontata piano piano nell’orecchio…
perché a me non piace che le belle storie siano di tutti.
Piano piano nell’orecchio…
senza che nessuno ti senta,
mentre al bar si chiedono dove sei finita.

Peccato che
come spuma sulla cresta dell’onda
non riusciamo a non vivere sulla superficie di noi stessi,
soffocati dai battiti del nero cuore dell’accadere.

Non sei una terapia
sei solo un’utopia.
Non sei una terapia
sei solo una miopia.

In mancanza d’altro
sono quello che vedo.
Un pezzo di pane
in bilico sul lavandino
di una cucina.

Io e te,
come gatti,
ci graffiamo
attratti
a tratti.

Che pena.
E’ la più bella,
ma si vergogna a uscire di casa.
Dopo che gliel'ho fracassata contro il muro,
non riesce più a montarsi la testa.

Dicembre.
Giorno qualunque
col cuore che piange
col domani che spinge
Ti penso alle cinque.

Guidava la sua macchina nera nella notte della città.
Era cattivo.
Non c’erano particolari motivi perché lo fosse.
La famiglia l’amava, gli amici lo rispettavano, la donna lo credeva il miglior compagno che avesse mai avuto.
Ma era cattivo. Crudele. Spietato.
Era nato così.
80. 90. 100 all’ora. Non andava da nessuna parte. Non pensava.
Stringeva i denti e accelerava.

Continuo a ripetermi
che non tutte le donne sono puttane.
Lo sono solo le mie.

-Charles Bukowski-

Saludos hermano querido!

mercoledì 14 ottobre 2009

Poesie sparse...10 - Il first man è solo il cantante -

Al basso sono bravo, è risaputo
(probabilmente per affinità di toni)
come chitarra no, non vado male
alle tastiere faccio divertire
e se do il ritmo so tenerlo bene
ma nonostante questo non mi vedi.
Il first man della band, si sa, è il cantante.

martedì 29 settembre 2009

Finchè Inverno Non Ci Separi

Questa era un sacco di tempo che volevo postarla: è un raccontino breve, d'amore, tutto particolare. L'ha scritto Luisa Iervolino, una scrittrice d'effetto e di talento oltre che, come primissima cosa, un' amica. La stessa CheshireCat delle foto, tra l'altro. I suoi blog li potete vedere nella colonna a sinistra, sono lì da un po'. In caso spizzate anche da qui e da qui.

Grazie Lu, per avermi permesso di postare questa tua magnifica perla e di poterla condividere con i due lettori due che ho...


C’era una volta un Giardino bellissimo, che sorgeva vicino al mare. Lì stavano moltissime e diversissime floreali creature, ognuna con il suo incantevole aroma, che si mischiava in una piacevole danza con quello del sale marino. In questo Giardino c’erano tanti Arbusti da frutto, tanti Cespugli a macchie gialle, rosa, viola e blu; tutti in gruppo, ognuno col suo simile, come sull’arca di Noè.

Ma in quella biblica scena solo una verde creatura era rimasta senza compagno. Un’unica pianta di Giglio, sola. Non bella, non brutta, ma solida e resistente al vento. Stava in disparte nel Giardino, così che sembrava che anche i cespugli la guardassero con disprezzo. La pianta generò un solo Bocciolo con tutte le sue forze, a fatica, come a voler dimostrare alle altre piante crudeli di saper mettere al mondo un Giglio bellissimo, dal candido colore. La neomadre voleva ora sentire le dolci parole del Padrone di casa, che lì l’aveva piantata; voleva essere orgogliosa del suo pargolo.

Eccolo! Arriva! Sembrano gridare i Cespugli quando il vecchio Padrone di casa si trascina fino al Giardino. Lento il passo, stretto tra le sue dita stava un gambo ignoto. Sul capo del verde corpo, un piccolo vermiglio Bocciolo, ancora acerbo. Ai piedi della pianta di Giglio, il Padrone apre una buca e vi poggia le caviglie mozze di quella nuova pianta. Una accanto all’altro, sotto lo stesso Cielo, una Rosa rossa piantata accanto alla solitaria, linfatica, stanca creatura di Giglio vestita.

“Piccolo figlio mio, destati! Ammira questo essere che il Destino ci ha posto vicino!”

Alle parole della dolce Madre, il bianco fiore si dischiude, stropicciandosi i petali con le foglioline addormentate. Impossibile distoglierle gli occhi di dosso. Calamitanti sfumature la vestono. Splendido il suo profumo, più dolce del miele che portano le Api nell’aria.

Amore a prima vista. Lui guardava lei, lei non lo guardava affatto. E i Cespugli attorno ridevano. “Che ridano pure!” dicevano al Giglio le Api rumorose, e lui rispondeva guardando solo la sua bella Rosa, come se fosse stato colpito in pieno dal classico fulmine a ciel sereno. La sera, alla luce della Luna, il Giglio cantava per Lei con la voce del Vento. Era consapevole dell’impossibilità di quell’Amore. “Madre, Lei è così bella ed elegante. Come potrebbe mai amarmi se neanche sa che esisto? Mi si gela la linfa al solo pensiero di rivolgerle la parola. Vorrei, ma ho il labbro muto, e non so parlare.” Piangeva il Giglio sulle foglie della genitrice. “Non posso che amarla da lontano, sperando che almeno gradisca il mio canto.” E passavano i soli e le lune sulle loro chiome. Un bel giorno di Primavera, quando le Cavolaie si inseguono in una passionale coreografia, il Padrone scese in Giardino. Teneva in mano un oggetto che le piante avevano visto molte volte. Il Padrone le chiama Forbici e le usa per accorciare i rami degli Alberi da frutto del Giardino. Ma stavolta no. “Si sposa sua figlia!” gridò un Cipresso, che aveva sentito uscire, dalla sua altezza, le parole della finestra della camera della giovane. “Vorrà un bouquet!” Le Piante restano mute, trattengono il fiato, sperando di non essere proprio loro a dover ornare la Sposa. Poi, dal nulla, un urlo vegetale. Alla pianta di Giglio viene portato via suo Figlio, recise le sue caviglie con le Forbici, letale strumento.

Minuti, lunghissimi minuti dopo, il bianco fiore si ritrovò in un vaso trasparente, con l’acqua che gli solleticava i piedi feriti e accanto ad altri fiori recisi come lui. Mai aveva provato il contatto con altri che non fossero sua Madre. Nella moltitudine di odori e colori la vide. La sua amata Rosa gli era capitata accanto nel caos del vaso. Il giovane Giglio ci mise circa tre ore per convincersi a parlare. E con voce emozionata riuscì solo a dirle “Ti amo”. Lei, imbarazzata (non curante di essere rossa già dalla nascita), emise un sospiro di sollievo, rilassando i petali vermigli della sua chioma. “Meno male…” disse a bassa voce, “non volevo essere io a dirlo per prima.”

Nel dì delle nozze della Figlia del Padrone di casa, stretti nel bouquet c’erano un bellissimo Giglio e una splendida Rosa rossa, i più belli tra i Fiori del mazzo.

Quel giorno i due giovani esseri vegetali si sposarono. E vissero felici e contenti, lo spazio di un mattino.

sabato 19 settembre 2009

Kabul, 17.IX.2009

Dei nostri fratelli Babilonia
beve il sangue e mastica la carne
è secco di dolore perchè ha pianto
diciannove lacrime il deserto

Alessandro Riccioni, di cui
avremmo parlato sicuramente a breve, torna tristemente attuale con il 29° componimento tratto da "50 grammi d'epos" (TerreSommerse editore), il cui titolo era Nassirya.
Passa il tempo. Cambiano le facce. Le situazioni purtroppo sono sempre le stesse. Questa volta il deserto è quello afghano, lo scenario è Kabul, le lacrime piante "solo" sei. Sei lacrime, la più grande delle quali aveva 37 anni, e non vedrà mai il proprio bambino andare a scuola; altre due invece stavano programmando il matrimonio...
E piangiamo tutti quanti allora, perchè la colpa è la nostra. Quei ragazzi vanno a morire in missione di pace, sì perchè il territorio è ostile, ma gli ostili, al tempo debito, ci faceva comodo sovvenzionarli giusto perchè combattessero una guerra volta ad abbassare il livello dello spauracchio sovietico. E adesso la frittata è stata voltata,
ora gli ostili si sono rivelati per quello che erano (ma tanto che ce fregava finchè non sò venuti a rompere le palle a noi?), allora siamo intervenuti, li abbiamo respinti, ma non definitivamente, perciò... siamo ancora lì.
Provo un profondo disprezzo per coloro che dicono che siamo lì come servi degli americani, per il loro petrolio. Queste persone le voglio vedere dopo che l'Italia sarà colpita da un attentato "in casa".
Ma basta, ho scritto pure troppo: di fronte al dolore la politica deve scomparire. Riscopriamoci per un momento Fratelli, uniti nel dolore di questi figli, madri, fidanzate, mogli per la scomparsa dei rispettivi padri, figli, ragazzi, sposi.

Ma crediamo che, almeno, non siano morti per nulla.


Aggancia la fune di vincolo
Spalanca nel vento la botola
Assumi la forma di un angelo
.. E via, pel tuo nuovo destin...

lunedì 14 settembre 2009

'A Mammà...!

Scrivo, perchè ultimamente abbiamo avuto delle discussioni, e visto che certe faccende... beh, diciamo che con te è difficile affrontarle... ti compilo una bella letterina, come sei solita fare tu ('e chè? 'O pòi fà solo te??!)
Puoi immaginare senza fatica cosa riguardi, ma tanto per mettere i puntini sulle "i" lo scrivo lo stesso: il mio servizio come aiuto per quest'anno. In tutta sincerità pensavo che questa tua (e forse a torto uso il termine) "fissazione" sarebbe scomparsa dopo il superamento dell'esame di recupero. Ero convinto che la tua ansia fosse legata ai miei (in)"successi" scolastici dello scorso anno... ma probabilmente sbagliavo anche qui, perchè nonostante a Siena ti abbia spiegato piuttosto chiaramente (o almeno così credevo) i motivi che per un anno mi hanno discostato dal liceo Giulio Cesare e dalla scuola in generale, nonostante abbia risanato il mio debito alla grande, tu ancora continui a porre paletti e obiezioni.
le questioni di cui prima non le riprenderò in esame. Sono certo che le hai capite perfettamente a suo tempo; ma non gli hai dato il peso che meritavano.
Non ripeterò in questa sede cosa mi abbia allontanato dallo studio: tu lo sai
bene, come sai bene che non è stato certo il servizio al centro rifugiati, tra l'altro finito a febbraio.

L'unica vera "presa di ricarica per la batteria" quest'anno, è inutile negarlo, è stata proprio la comunità di clan. Certo, prima di ogni riunione dovevo passare il rituale interrogatorio di Marco... della serie "Hai studiato?; Guarda che te bastono!; Come è andato il compito?, La vuoi smette di fare incazzà tua madre?! ..." Un po' peante sul momento, se cerchi di rilassarti e non pensare alla scuola, ma non è anche questo ciò che dovrebbe fare un capo, un fratello maggiore?
Quest'anno finalmente mi sono state date le prime indicazioni per iniziare a fare, a mia volta, il fratello maggiore. Come sai bene, un paio di volte mi è pure stato richiesto di dare una mano sul campo... per tappare i buchi. E l'esperienza è stata semplicemente stupenda!
Mi ricorderai, senza dubbio, che tu mi hai già concesso i du
e campi, cosa che papà non voleva... E' vero. E probabilmente non ti ringrazierò mai abbastanza. Ma non tanto perchè, per dieci giorni, mi sono divertito da matti... tra varie cose...no. Ti ringrazio, invece, perchè stando lì ho ricevuto forti segni di affetto dai ragazzi, specialmente i più piccoli. Vedere i novizi esploratori alla pizzata che mi si mettevano vicino per chiacchierare, chiedendomi se sarei rimasto con loro anche l'anno prossimo... o i lupetti, che l'ultimo giorno, prima della messa, mi venivano tutti intorno a fare domande... Vedi mamma, finalmente ho capito quale sia la forza cui attingo da un paio di anni, in cosa consista veramente: io per loro sono IMPORTANTE. Importante come lo si può essere per un ragazzino, è chiaro... Ma, a livello interiore, questa è l'unica cosa di cui ho bisogno per stare bene: sapere che c'è qualcuno che conta su di me e qualcuno per cui sono un punto di riferimento, per cui devo fare DEL MIO MEGLIO per essere un ESEMPIO, per essere il fratello maggiore, la spalla su cui consolarsi, la voce che fa divertire. E io quelle voci, quei visi divertiti, quella voglia d'avventura, quella fantasia, quella curiosità propria dei ragazzini, mi sento in dovere di fare tutto il possibile, nel mio piccolo, per stimolarle... per farli crescere, così come i miei capi hanno fatto e continuano a fare con me. Non è facile. Farli giocare per un giorno è una cazzata; farli crescere col gioco, ma non per gioco no. E per farlo devo armarmi della stessa fantasia, personalità, costanza (e presenza) che hanno avuto Matteo, Lucio, Simone, Marco, Fabrizio, Luca ecc. quando erano i miei vecchi lupi. Certo, il mio impegno deve essere quello di uno studente che si appresta alla maturità, sono d'accordo... ma i rovers maturandi (e io ne ho avuti alcuni come capi) solitamente prendevano l'incarico e lo portavano avanti fino ad Aprile... ALLORA si chiudevano a studiare, sì.
Dopo questo discorso, che spero ti abbia aperto un occhio su parte dell'universo scout, dimmi: che senso avrebbe agli occhi di un bambino fare l'aiuto (se va bene) da gennaio a marzo? Molto poco credo.
Dici che ormai la mia crescita è quasi finita, che lo scoutismo non ha più molto da darmi... Dimmi allora: è poco, secondo te, sapere che, indossata la divisa per andare a riunione, vedrò un bambino sorridermi e venirmi incontro, divertirsi con giochi che avrò inventato proprio per lui, vederlo crescere? Questa è la mia forza: l'ho riscoperta proprio durante l'ultimo campo, e mi è chiaro che resterà sempre una parte inscindibile di me. E' poco?
.. E la fiducia che mi hai sempre insegnato.... è poco?