Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

lunedì 8 ottobre 2018

Frost October 2018

Ore 17, meno qualchecosa. La giornata è conclusa, le famiglie dei ragazzi sono già tutte via, sulla strada del ritorno a casa. Con gli amici di una vita siamo tra gli ultimi ad andarcene: prima di salutare questo luogo ci siamo inoltrati nella radura, a cavare dai pali i chiodini a U che vi sono stati appiccati il giorno prima. Le cose degli altri vanno restituite in perfetto ordine. 
Apro lo sportello della macchina, e per alcuni istanti ho bisogno di restare così, seduto e immobile in questo spazio chiuso. Unica concessione a questo temporaneo isolamento: il finestrino abbassato. Entra prepotente il silenzio del bosco, e lo posso sentire distintamente, toccare con mano mentre si riempie sul mio palmo spalancato, indeciso sulla leva del cambio. 
Com'è che diceva quel poeta americano che amo tanto? Aveva scritto dei versi che suonavano così: 

Lá fuori il bosco è bello e buio e fitto. 

Mi guardo intorno, ma come proseguisse quella poesia lo ricordo solo in lingua originale. 

But i have promises to keep 
and miles to go before i sleep, 
and miles to go before i sleep.

Non è per questo che sono tornato?, mi chiedo. 
Le promesse vanno mantenute e, prima di dormire, le miglia battute. Altre miglia van battute. 
Una leggera malinconia mi ha colto durante la messa. E come da peggior luogo comune su Roma e i romani, il mio cervello mi ha riproposto le immagini dell'addio al calcio di Totti. Il capitano è al centro dello stadio, ricorda il momento più bello della sua carriera, il 17 giugno 2001. "Maledetto tempo!" esclama a un tratto, con quella voce che esce strozzata, che non riesce a trattenersi. 
Meno male che quest'oggi, per me, dovrebbe essere un nuovo inizio! Non riesco nemmeno a tenere lontana la nostalgia... 
... la nostalgia: che è preziosa come il vino. E gratis come la tristezza. Fatta a forma di nuvola, di nuvola di dubbi e di bellezza. Per una volta, però, nemmeno De Andrè e le sue perle riescono a farmi vedere le cose da una diversa prospettiva. 
Guardo cosa ho sul petto, vicino al cuore. Mi focalizzo sulla spilletta commemorativa che ho ricevuto in mattinata. Ci sono due date impresse, piccole, su un lato del disegno. Non posso fare a meno di pensare che l'intervallo tra queste due date, due anni tondi, corrisponde esattamente al periodo in cui sono stato lontano. E capisco a cosa era dovuto il pensiero di prima. 
Quanto tempo è passato. Maledetto tempo. 
Adesso capisco. 
Davanti agli occhi passano veloci frammenti di scene vissute, e sono tante che non riesco nemmeno a coglierle tutte. Sono sul tetto (sul tetto!) di un vecchio fuoristrada Land-Rover stipato di cianfrusaglie che corre sulla Tiburtina. Poi su una catasta di legna alta due metri e larga almeno sei. Sono bambino davanti al mio Akela, che mi mette al collo il mio primo fazzolettone: torno da Tagliacozzo e la radio passa il successo di quell'estate, 50 special dei Lunapop. Al buio di una tenda, una sera di un maggio lontano, la radio gracchia che la Roma ha appena vinto la Coppa Italia. Un coccodrillo di cartapesta spalanca le sue fauci su un palcoscenico. Sul mare del nord, in Scozia, fa capolino una rarissima aurora boreale mentre finiamo di montare le tendine igloo. Dalla terrazza di Morino sto lanciando una secchiata d'acqua diretta a un prete che parla come Oliver Hardy di Stanlio e Ollio, del quale dice di essere il nipote. Sulla croda del becco il lago di Braies sembra un francobollo, e siamo tanto a precipizio che per scattare una foto dobbiamo sdraiarci. Sto tornando al Sirente dopo tredici anni dal mio primo campo scout da esploratore, e quando la montagna si staglia all'improvviso nel buio più assoluto delle nove di sera senza luna sento il bisogno di fermare l'auto, di respirare la notte e di strillare "sono tornato a casa!", da solo come un imbecille, o come un esaltato. 
"Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi" è l'unica frase che riesca a rendere, e a congiungere, ciò che ricordo e che provo, perché di vita si tratta, e ricordando solo determinati fatti, ne sto lasciando fuori tantissima. 
"Ho visto cose che non potreste immaginarvi... e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia." 
I volti intorno a me non sono gli stessi che ho lasciato. Ho registrato molti assenti.
Penso a perché sono stato lontano tanto a lungo, e ne conosco le ragioni. 
SO anche quale obiettivo mi sono dovuto dare. 
Mi trovo nella scena di un altro film, molto più recente ma non meno famoso. C'è un dialogo struggente, di appena quattro battute, che sento mi riguardi parecchio. 

  • Ci sei riuscito? 
  • Sì. 
  • Quanto ti è costato? 
  • Troppo. 

La strada è di nuovo qui, e non so se sia dischiusa come un'amica. 
Il prete, appena un'ora fa, ha sottolineato l'importanza nella vita di ognuno di seguire la propria strada. 
Facile a dirsi, ho pensato, ma come lo sai quando una strada è la tua? Come fai quando la strada non c'è? Non ho fatto in tempo a chiedermelo, che già stavo sogghignando. 
"Quando la strada non c'è, fattela". 
Ho ricevuto un'accetta per questo, alcuni anni fa. 
Arrivano gli ultimi due ricordi. Ma in realtà sono qualcosa di meno, forse solo due riflessioni. 
La prima è che diciamo Riparto, e non Reparto. 
Riparto significa "ri-parto". 
Poi ricordo che sono sempre stato restio a lavare il mio maglione, quando tornando da un'uscita con pernottamento si trovava appiccicato quell'odore deciso di legna bruciata. 
Nulla vale l'odore di quel fuoco. 

Ho paura, eccome. Vuol dire che in corpo avrò una consistente dose di coraggio. 
Due strade divergevano nel bosco... se ho sempre scelto quella meno battuta ci sarà una ragione. Da questo, comunque, è venuta tutta la differenza. 
Non prenderò subito la Cassia, allora. Farò un giro diverso da quello dell'andata; passerò per alcuni paesi. 
Il bosco attorno è bello e buio e fitto. 
E una storia d'amore assurda come quella per un giglio non meritava certo un finale insulso. 
Il motore è acceso. 

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'Cause i've promises to keep 
and miles to go before i sleep. 

And miles to go before i sleep.

mercoledì 27 settembre 2017

Poesie sparse... 55


Le scarpe che si slacciano, sconfitte 
La strada ride e pare un labirinto 
Il sole è tramontato, rifrazione 
ne resta, ed è un ricordo, è irrisolvibile. 
Una panchina in pietra, sto a parlare 
un poco con chi è solo e non conosco: 
due facce inani, una medaglia stanca. 
Se fossi a casa so che avrei contato 
col dito in processione, incolonnate, 
le vertebre che danno la tua schiena. 




giovedì 27 aprile 2017

Poesie sparse... 54 - Whydah Gally


Whydah Gally

Il sogno si esaurì - non era aurora
ancora giunta il mondo a ingravidare.
Brillava minacciosa e lesta l'ombra
della tempesta, il mare era una scossa
continua e perpetrata, era uno spasmo
di morte e gola: il mare era affamato.

La nave imbottigliata nel suo inganno
a depistare ostacoli e scommesse
sperava di nascondersi al destino,
di conservare intatti i suoi tesori.

Ma il mondo fuori è un attimo, è bestemmia
è pescecani è rabbia ed è uragani
... ed è ingiustizia, è insidia, è di cristallo.
È una burrasca infida, è il disagio
di una gomena da infilare all'ago.

Sfinito il sogno non bastò l'aurora
a risvegliarci, non bastò la schiuma
delle onde che girovaghe la faccia
solleticano... adesso inutilmente.


sabato 15 aprile 2017

Poesie sparse... 53 - Camelotian


Ci sono a volte dei fraintendimenti
dei passi fatti sciaguratamente
che il cuore affretta, ma nel camminarli
stupiscono gli odori e le paure
e la facilità che li ha percorsi.
Pertanto non ti puoi rimproverare
alcuna colpa, 'fragile Ginevra:
hai visto Lancillotto. Lo hai baciato.

Donato Giancola

lunedì 13 marzo 2017

Poesie sparse... 52 - Salgariana #1


Salgariana #1 

I tropici in trionfo, gli uragani 
hanno sfondato ormai tutti gli scafi 
così non resta loro che danzare 
violentemente idioti e tristi e soli 
sopra lo specchio infranto del mio mare. 
Cosa è rimasto, cosa sopravvive? 
La tigre forse - ciò che non si doma,
che pure alla pietà ruggisce uccisa. 
La tigre - e rossa o bianca non importa:
uno è il suo sguardo, identica la caccia. 
... e la sua caccia in fondo è lo svenire 
ogni avversario - pecora o fucile,
è un dimostrare intatto che ferita 
vale cento carogne, che sfinita 
può far tremare ancora la paura. 


mercoledì 1 marzo 2017

Poesie sparse... 51 - Salgariana #2


Salgariana #2

Al sud del tuo arcipelago scomposto
dove veleggia e impazza un'altra estate
resisto ancora, Mompracem perduta
invasa da quei venti rumorosi
del nord che alle passioni non riservano
più fughe o traiettorie d'abbordaggio.
Le scimitarre esauste altri rubini
non bramano, ma perle sovrapposte
semmai - dove è impossibile specchiare
quella che l'orizzonte mi impedisce.
La sola che l'oltraggio intenerisce.
Tu: il mio dolore vivo, tumefatto.
Tu: il terremoto che non ha epicentro.


mercoledì 22 febbraio 2017

La politica matrimoniale - racconto breve sulla scissione del pd

il testo seguente, di fantasia, è proprietà intellettuale esclusiva del sottoscritto Michele G. Picozzi, che ne è l'unico autore.

Questo racconto satirico è per forza di cose ispirato alla scissione attualmente in atto nel Partito Democratico.
Ogni riferimento a fatti o persone reali, tuttavia, è da ritenersi casuale e quindi non voluto.

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La Politica Matrimoniale 
- racconto breve -
Dedicato ai compagni; quelli "veri"... 


Massimo si svegliò parecchio urtato quella mattina. Gli atteggiamenti di sua moglie negli ultimi giorni lo stavano snervando.
Non andava bene, non andava affatto bene che lui tornasse dal lavoro a sera inoltrata e che trovasse ad aspettarlo solo un frigo vuoto.
Si sentiva trascurato. Trascurato e offeso. Trascurato, offeso e ferito.
Era arrivato il momento di sputare tutto il veleno che aveva accumulato nelle ultime settimane, di mettere le carte in tavola.
Quello che avrebbe dovuto essere sarebbe stato.
Cercò con i piedi le pantofole a occhi chiusi, si stiracchiò e, alzatosi, si diresse verso la cucina.
Sua moglie stava finendo di fare colazione. Aveva preparato il caffè. Con la moka piccola. Massimo non dubitava che ormai fosse già maledettamente vuota.
- Ben svegliato - lo salutò Doriana.
- Buongiorno - rispose laconico lui.
Prese in mano la moka e la scutugliò appena. Non ebbe bisogno di avvicinare il beccuccio alla tazzina per scoprire, come d'altronde sospettava, che sì, era già stata svuotata.
Non riuscì a trattenere un verso istintivo di insofferenza.
- E questo che cos'era? - gli domandò Doriana con un filo nel tono della voce intessuto per metà di disappunto e per metà di curiosità.
Massimo restò in silenzio e prese a fissare il piccolo televisore all'angolo del cucinino, acceso, che passava il tg della mattina.
- Allora? Che cosa hai? - insistette Doriana.
Massimo continuava a fissare le immagini che scorrevano sullo schermo. Il primo ministro, con quella sua aria tra il flemmatico e lo scocciato, ribadiva gli stessi concetti che aveva in bocca da settimane: l'opportunità politica, il momento storico, la volta buona per dare una scossa alla situazione internazionale...
- Insomma? - chiese sua moglie per la terza volta.
Massimo a quel punto scosse la testa.
- Niente. Pensavo al presidente del consiglio.
Lei lo guardò curiosa, presa alla sprovvista.
- Al presidente del consiglio? È per colpa sua che digrigni i denti già di prima mattina?
- Proprio così. Perché, c'è qualcosa di strano?
- No, no. Figurati.
Massimo tornò a guardare il televisore con aria un pochino più convinta.
- Già - ripeté, come a convincersi della scusa che aveva appena partorito:
- È proprio uno stronzo.

***

- No, signora Speranza, non dico che non deve annaffiare gli oleandri sulla tangenziale. Solo non capisco perché deve farlo dal terrazzo di casa sua.
Domandò Massimo alla malefica vecchina durante la riunione di condominio.
- Mi scusi, sa, ma io ho una certa età. Che cosa pretende, che vada ad annaffiarli personalmente uno ad uno, scendendo in strada? Mi ci vorrebbero... quante bottiglie di plastica? Lo sa lei quanto è distante la fontanella più vicina?
- Signora, io non metto in dubbio le sue difficoltà e non sto suggerendo questo. Ma questa sua "abitudine" potrebbe diventare pericolosa, se ne rende conto?
- Questo non lo credo proprio, giovanotto. Io annaffio gli oleandri solo dopo le ventidue, quando la strada è chiusa al traffico. Non vedo come potrebbe rappresentare un pericolo per qualcuno.
- Va bene; diciamo allora che potrebbe diventare "fastidioso" per chi passeggia davanti quel muro a piedi. Per me che torno sempre dal lavoro a quell'ora, che spesso e volentieri mi scordo della sua premura nei confronti degli oleandri e che, pertanto, mi ritrovo tante volte a subire una doccia non richiesta.
- Giovanotto, se lei non sta attento non è un mio problema. Il regolamento comunale dispone che si dia acqua alle piante solo dopo una certa ora; e io questa regola la rispetto in pieno. Se pure mi limitassi a bagnare solo i fiori del mio terrazzo lei, distratto com'è, si beccherebbe comunque tutto ciò che scola comunque dai sottovasi. Con la differenza che la questione non esisterebbe. Quelle povere piante hanno bisogno di qualcuno che si occupi di loro e io non ho intenzione di abbandonarle a sé stesse solo perché lei non fa attenzione a dove mette i piedi.
Massimo abbandonò la riunione con i nervi a fior di pelle. Sua moglie lo seguì dimessa, con il viso rosso dalla vergogna.
- Massimo, che diamine! Ma dovevi proprio prendertela con la signora Speranza?
- Scusa, ma perché no? È una maleducata egoista. Per quale motivo dovrei sottostare al suo egoismo e alla sua maleducazione?
- Per quieto vivere, Massimo. Per quieto vivere.
- Per quieto vivere? Per quieto vivere la prossima volta chiamo i vigili e le faccio fare una multa grossa così!
- Illuso... - gli rise in faccia sua moglie: - Ti sei dimenticato che quella signora è la mamma del vicecomandante della municipale? Non daranno mai retta a te per mettersi contro suo figlio!
- Ah, è così?
Il giorno seguente Massimo si recò alla sede locale del partito di maggioranza del suo municipio. Mancava meno di un anno alle elezioni amministrative e l'episodio della sera precedente lo aveva riempito di frustrazione, caricandolo di quella rabbia che lo stava spingendo a candidarsi come assessore alle strade.
In fondo era un professionista molto stimato e relativamente conosciuto. Il funzionario del partito fu ben lieto di tesserare un cittadino esemplare come lui.
Massimo tirò fuori il meglio di sé e l'anno successivo, quando il partito del quale ormai faceva parte vinse come, era prevedibile, le amministrative, lui fu nominato amministratore delle strade.
La signora Speranza, per tutto quel tempo, aveva naturalmente continuato ad annaffiare gli oleandri al bordo della tangenziale con la canna da irrigazione dal terrazzo di casa sua.
Massimo, con la sua nuova autorità di assessore, le mandò i vigili a casa.
La signora Speranza dovette pagare la sua bella multa.
- Come mai sei così di buon umore, caro? - domandò Doriana a suo marito.
- Perché alla fine ho vinto io!
-  E cosa ti riferisci?
Massimo e rispose quasi sdegnoso:
- Alla signora Speranza, ovviamente. Non hai sentito della multa che ha ricevuto?
- Sì, ne parlava stamattina con il vedovo del terzo piano. Perché? Tu che cosa c'entri?
- Che cosa c'entro? Glieli ho mandati io i vigili!
Sua moglie lo osservava interrogativa.
- Così la smetterà di allagare la strada dal terrazzo di casa sua! Si sentiva impunita, al di sopra della legge e dei regolamenti di buon vicinato... e io le ho dimostrato che aveva torto!
Doriana alzò le spalle con indifferenza:
- Se la cosa ti fa stare meglio - disse andandosene a fare una doccia.

***

- Doriana, davvero, non riesco più a comprendere la tua ostinazione.
- Hai poco da capire e ancora meno da arrabbiarti: io non mi sento pronta.
- Non ti senti pronta. Non ti senti pronta a diventare madre a 37 anni.
- Hai riassunto perfettamente. Vuol dire che mi hai capita.
- No che non ho capito. Non ti capisco.
Marito e moglie restarono in silenzio, senza voltare il capo ma pure senza guardarsi, con lo sguardo assente, Massimo proiettato alla ricerca di una risposta, Doriana nell'indifferenza noiosa di chi aspetta che un certo momento passi via e basta.
- Non ti senti pronta per avere un bambino o non vuoi averlo?
- Fa differenza?
- Sì, Doriana. Per me fa differenza.
- Allora scegli tu.
- Scegli tu che cosa?
- Scegli tu quale delle due. Io per ora non voglio pensarci.
Massimo uscì di casa senza salutare.
Il lavoro in comune era diventato noioso. Si era stancato, dopo quattro anni, di svolgere l'ordinaria amministrazione senza poter dire mai la sua. Anzi, a essere onesti la sua poteva dirla. Ma contava quanto il due di coppe quando regna bastoni.
Il sindaco pareva lontano, disinteressato alle idee personali di uno dei suoi assessori più virtuosi. Sapeva che Massimo svolgeva bene il suo lavoro' e tanto gli bastava. Perché risolvere tutti i problemi del Comune, a suo modo di vedere? Perché mai? Su che cosa avrebbe puntato, alle prossime amministrative, se per un caso sfortunoso si fosse davvero impegnato a risolvere tutti i problemi della città? Che cosa avrebbe potuto più promettere in campagna elettorale?
Massimo non era uno stupido: aveva compreso da tempo le regole del gioco.
Semplicemente, da quella mattina quelle regole non gli andarono più a genio.
Quella mattina si ammalò di telefonate: contattò colleghi stufi e colleghi ambiziosi, professionisti affermati come era stato lui fino a qualche anno prima, qualche amico di comprovata fiducia.
Quindi, a ridosso delle prime candidature utili, iscrisse il suo nome. Era in corsa per diventare sindaco. Con il partito che aveva fondato idealmente la mattina che aveva discusso con Doriana.
Inaspettatamente, Massimo vinse le elezioni.

***

Massimo venne eletto sindaco per due mandati consecutivi.
Sul finire del suo decennale incarico aveva bene di che essere soddisfatto. Con le sue sole forze era riuscito a creare un soggetto politico nuovo, vitale e competente. Aveva governato con cognizione e prudenza, compensando la relativa inesperienza iniziale rispetto a chi il politico di professione lo aveva fatto sin da giovanissimo.
Era arrivato il momento di cedere il passo, dopo dieci anni di pubblico incarico.
All'interno del suo partito erano cresciuti dei giovani interessanti e uno in particolare, Gianmatteo, si faceva avanti, ancora tra le righe, per succedergli come prossimo candidato sindaco. Era uno tosto, Gianmatteo: tosto, furbo e dinamico. Fin troppo dinamico, a suo modo di vedere. Di lui sapeva che intratteneva relazioni con i suoi vecchi compagni di partito, del partito con il quale era iniziata la sua avventura come semplice assessore. Dopo un quindicennio nell'ambiente Massimo aveva imparato che le relazioni personali, per chi è del mestiere, non possono non riguardare anche quanto si porta nel lavoro.
Non era che Gianmatteo gli dispiacesse proprio, ma le sue frequentazioni no che non gli andavano giù. Avrebbe preferito, ecco, che come suo delfino venisse indicato un qualche altro, magari più dimesso, più ordinato, meno "esplosivo". Qualcuno di più serio, ecco.
Ci rifletteva spesso. Di tanto in tanto si rispondeva che forse si trattava di una sua fissazione, probabilmente dovuta all'età: oramai era arrivato ai cinquanta anni. Doriana ne aveva 47. Non avevano mai avuto figli. Forse era questo il motivo per cui era diventato così geloso delle sue cose, a tratti così irritabile?
Poteva anche essere. Certo che poteva essere.
Restava il fatto che il suo partito a Gianmatteo davvero non avrebbe voluto cederlo.
Il tempo oramai era giunto al limite. A breve avrebbe dovuto pronunciare il discorso di fine mandato e sciogliere il consiglio comunale.
Dopo le vacanze estive, certo. Dopo le vacanze estive, l'iter sarebbe stato quello per forza di cose. E al diavolo tutto, pure Gianmatteo, che facesse ciò che voleva.
Lui aveva dato.
Anche, e soprattutto, con il suo matrimonio.
Tornando a casa, avrebbe annunciato a Doriana la sua volontà di divorziare. Ci aveva riflettuto a lungo. Per anni. Il momento era arrivato.
Era finalmente certo. Certo che le fatidiche parole non sarebbero mai uscite dalla sua bocca.

***

Al termine delle vacanze Massimo era ancora sposato con Doriana. L'estate era stata tremendamente noiosa. Come sempre.
Si sentiva zeppo fino all'orlo di rancori e di frustrazioni quando giunse alla sala assembleare del Comune per tenere il suo discorso di fine mandato. E per annunciare la candidatura di Gianmatteo come suo successore, come infine era stato deciso.
Continuava a essere contrario in proposito, e come lui anche diversi tra i suoi collaboratori più antichi mostravano diverse perplessità.
Ma una volta avvicinatosi al microfono qualcosa, una molla di sopportazione nascosta e portata alla pressione estrema, scattò dentro di lui.
Dopo avere pronunciato l'ultima parola del suo discorso, inaspettatamente, lasciando gli astanti sbigottiti, annunciò una scissione interna al suo partito.