Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

venerdì 27 dicembre 2013

Poesie sparse... 37 - Penny Lane

Ciao,
oggi voglio presentarvi una signorina pronta a fare il suo ingresso ufficiale in società.
Non ha ancora un nome, purtroppo. O meglio; nella mia testa il nome c'è e sarebbe "Bende atte a tamponar sorrisi": solo che non è opera mia. Questo bellissimo verso appartiene infatti ad Alessandro Riccioni, un poeta - tra le altre cose - che ho avuto il piacere di incontrare in un paio di occasioni. Lui, pure pure, probabilmente mi concederebbe il privilegio di utilizzare questa successione di parole per etichettare la mia giovane creatura; ma il suo editore potrebbe non essere d'accordo... Tant'è.
In assenza di un codice connotativo, posso dirvi che la bambina è in qualche modo figlia primogenita di Montaditos e che poeticamente (non sentimentalmente) rappresenta, più della madre e della "zietta" Marilina#4, una sorta di Pagliaccina 2.0.

Questo finale di 2013 ha voluto regalarmi suggestioni nuove e, soprattutto, antenne in grado di captare e ritrasmettere queste suggestioni.
C'è da dire che tra madre, figlia e zia mi sta capitando come non mai di scrivere... e di essere felice: felice come non mi era mai capitato di essere davanti a un prodotto della fantasia. Tutto ciò non è affatto scontato; anzi! Ed è un piacere che sta continuando a tornare, a cadenze più o meno regolari, da qualche mese a questa parte...

Quindi: lettore avvisato, mezzo salvato.
Siate gentili con lei, trattatela bene e non fatele fare troppo tardi: è timidissima e non saprebbe proprio dirvi di no...


E' sera sei per strada tra la gente
e parli ad alta voce tra te e te
mentre seduta al tavolo con gli altri
zitta preferiresti far parlare. 
Ma il mondo è un ladro in cerca dei tuoi raggi
e ti ha portata anche se non volevi
a muovere le labbra - un po' ti scoccia; 
così cominci a raccontare notti
come fosse d'un altro e non più tuo
ciò che è accaduto tra aliti e lenzuola.
La sala si è riempita di un silenzio
denso di fiati a stento trattenuti
le orecchie si son fatte lunghe e rosse
le lingue si impietriscono, un tremore 
si aggrappa a ogni creatura che respira.
E poi non dici più, perché qualcosa
qualcosa ti stupisce - lo rivelano
le ciglia come pagine sfogliate: 
senza saperlo ti spalanchi al mondo. 
Qualcuno lo ha capito e si ritaglia
questo attimo di te come un regalo
che sconfinato nella tenerezza
mostra quanto davvero sei da sola. 
Solo vorrei riaccenderti quegli occhi.



P.S.: la canzone dei Beatles è frutto di una sinapse nata per un curioso caso di omofonia

domenica 22 dicembre 2013

Giorgia: Recensione e commento album Senza paura - alla ricerca del significato

Sebbene sia stata la compagnia acustica di tantissimi viaggi in auto della mia tarda infanzia, non posso dire di essere un fan accanito di Giorgia, né di averla sempre apprezzata senza condizioni. E, tuttavia, quando ho saputo dell'imminente uscita di Senza paura, ammetto di avere sbracciato parecchio per poterlo ascoltare quanto prima, incuriosito sì da un paio di interviste lette in rete, ma soprattutto dall'enigmatico video del singolo di lancio Quando una stella muore: il mistero di quei due vestiti identici, l'uno bianco e l'altro nero, così semplici eppure così preziosi, continua ad attanagliarmi lasciandomi dopo ogni visualizzazione in profonda crisi interpretativa.


Innanzitutto, perché "quando una stella muore fa male"? E a chi, poi? Alla stella stessa o a chi ci si affidava, come a un punto di riferimento? Rivolgere un pensiero ad Alex Baroni sarebbe forse fin troppo semplice - non per questo "sbagliato", si intenda - ma l'impressione è che per trovare una risposta esauriente dovremmo entrare all'interno di una sfera talmente intima da farci vergognare almeno un po' di avervi voluto fare irruzione... tanto meglio, perciò, prendere la canzone per quello che è, lasciando che parli a ognuno della particolare realtà che si ha dentro. Perché è questo che fanno le canzoni: al di là del messaggio dell'autore, riferiscono né più né meno ciò che ciascuno vuole sentirci.

L'album intero rappresenta, nel suo complesso, il prodotto che ci si aspetta da un lavoro di Giorgia Todrani, con sonorità più o meno spezzate, tendenti alle volte all'elettronico, alle volte a quel genere di armonia semplice e orecchiabile, fatta di tastiere e grancasse, che ha caratterizzato tanta efficace canzone popolare. Pure la componente vocalica, da parte sua, vede tentativi innovativi e in ottima parte riusciti: la voce dell'anima che apre Riflesso di me partendo da un piano di volume sottomesso offre davvero un'impressione di stream of consciousness, di sfogo emotivo che resta confinato nel cervello prima dell'esposizione vera e propria. E un discorso analogo potrebbe essere fatto per Perfetto.

Ciò che stupisce, in assoluto, è di trovarsi di fronte a una Giorgia così semplice e nuda: il che, a voler vedere, permetterebbe di far seguire al titolo "Senza paura" qualcosa sul genere "di parlare di me" o "di raccontare tutto". Diciamocelo, lascia sconcertati ascoltare la bella cantante romana lacrimare "non mi ami: perché non mi ami?". Non che non ci avesse avvisati: quell'occhio lucido che fa capolino da sopra la spalla scoperta, sulla copertina dell'album, non ci prometteva nulla di meno...


C'è un dato che mi preme sottolineare: specie a livello di testi, difficilmente si trova qualcosa che stupisca, immagini originali da lasciare con le braccia spalancate... Un po' una sorta di distintivo visto e considerato che, a essere onesti, tolta qualche perla come Girasole o Di sole e d'azzurro, non si può certo dire che Giorgia abbia creato figure "indimenticabili". Ora, la domanda fondamentale: è, questa, una pecca? Per chi scrive la risposta è "certamente no". Diverso sarebbe se la nostra ci proponesse di continuo delle assolute banalità (brani impostati secondo lo schema "baby i love you", scevri di quell'umanità tutta dubbi e difficoltà che appassione, tanto per capirci); ma, nel caso specifico, il "banale", per quanto sia parzialmente ingiusto definirlo così, riguarda tuttalpiù alcune metafore: e parliamo di metafore sì adoperate fino alla svalutazione, ma perché riuscitissime: quindi valide e parte a tutti gli effetti del patrimonio comune. Ci si riferisce, naturalmente, a suggestioni quali "il nostro cielo nella stanza" di Perfetto, "il grigio del cemento della civiltà" o "il volo di gabbiani attraversare il mare" di Avrò cura di te. Ma ci sono anche, va detto, piccole e isolate trovate compositive dalla magia superiore: nel bijoux Vedrai com'è brilla un "troppe domande troppe risposte rotte" in un singhiozzo che è tutta poesia. E quando, con L'amore si impara, sentiamo dirci che "la vita rende scomodo cambiare persino un dolore" capiamo di essere davanti a una massima proverbiale, dall'effetto originale e garantito.

Insomma, se è vero che il momento della confessione, in cui ci si racconta senza paura, generalmente precede una qualche evoluzione allora è legittimo arrivare a dire che ci troviamo davanti a un lavoro sicuramente unico e irripetibile, a tratti meraviglioso e riuscitissimo, a ogni modo testimone di una fase, di un momento, di un passaggio.

Giorgia non "sta cambiando": è cambiata e ce lo ha voluto comunicare con il suo cd più intimistico, attraverso brani guida quali Oggi vendo tutto, tematiche sfumate dai contorni racchiusi in poco più di un epigramma (Vedrai com'è e Ogni fiore) e altre perle inedite nella forma ma comunque riuscitissime (vedi Pregherò - I will pray nel conturbante duetto con Alicia Keys).

Tirando le somme, se quella cui stiamo assistendo è davvero un'evoluzione, presto sentiremo parlare ancora tanto (e bene) di Giorgia Todrani.

E poi sarà come finire...

mercoledì 18 dicembre 2013

bye bye, roses in the rain

"I lupi sono una specie in via di estinzione"

(wolves are endangered)

Mercoledì 18 settembre 2013: dopo tre anni abbondanti, alla mezzanotte di ieri, si è concluso il progetto poetico di RintR che tanto mi ha appassionato dall'ultimo anno di liceo fino a oggi.
Come accade spesso, ci è voluta qualche ora buona prima che mi rendessi conto di averne scritto, inconsapevolmente, la parola "fine". Nello specifico, è successo mentre cercavo un titolo adeguato per l'ultima sezione della raccolta: ad aiutarmi nella scelta è giunto, per la terza volta nel giro di appena un paio di settimane, un verso di Elisa.
Mi è sembrato giusto, e in qualche modo scontato, che l'ultima fase di questo percorso assumesse come nome proprio "Ci saranno nuove rose". Un riferimento quasi obbligato, vista la title track Roses in the rain e visto, poi, che il brano cui scelgo di fare riferimento ha un doppio titolo a dir poco indicativo: Una poesia anche per te - Life goes on.
Si tratta di un augurio, forse; o forse parliamo soltanto dell'ennesima inconsapevole presa d'atto che mostrerà veramente le sue ragioni con il passare del tempo.

Restano da chiarire, per il momento, giusto un paio di fatti: ...
Tutto è iniziato con la Pagliaccina: la mia prima cosa bella, la prima importante svolta poetica.
... il primo mito: sulla Pagliaccina, sulle sue esili spallucce, si reggono buona parte delle rose nella pioggia.
Semplicemente, c'è che quel mito non è più sufficiente a mantenere legata a sé la totalità delle emozioni che attualmente mi ribollono dal cuore al cervello.
Questo perché si cresce; ed è chiaro che, tra i 18 anni e i 22, è stato tanto a cambiare. A "cambiare"; non a "perdersi". La pagliaccina non si è svuotata; ma questo non implica che tutto debba continuare a riferirglisi. Le cinque poesie di Marilyn -Marilina, a questo proposito, hanno avuto l'effetto di un ariete su un portone di legno marcio. E lo stesso si può dire, ancora di più, per Montaditos e le sue figlie...

C'è, in secondo luogo, un discorso più prettamente tecnico, o di gusto, a seconda di come la si voglia vedere. A 18 anni prediligevo l'epigrammatico; sulla soglia dei 22 mi rendo conto di scrivere in maniera più corposa. L'incisività, dolceamara a seconda delle occasioni, ha fatto spazio a un tratto maggiormente discorsivo, ma decisamente più delicato e "musicale".
Alle cicche spente con lo spensierato, ignorante menefreghismo della mia tarda adolescenza attualmente preferisco uno sguardo alle nuvole, o le foglioline appena spuntate da un ramo a contatto con le dita.

Cambiare non è perdere; e non è nemmeno dimenticare. Non dirò che le Rose nella pioggia non mi rappresentino più, perché non è vero.
Dirò, invece, che il motore del mezzo si è acceso, che le quattro ruote si sono messe in moto, che i petali che fino a poco fa infradiciavano il parabrezza sono volati via, chissà dove.

Dirò che ci saranno nuove rose.
O altri fiori...
18.IX.2013
17:26





Post Scrisptum: Non voglio che questa "spiegazione" venga fraintesa: Roses in the rain è qualcosa più "seria" della prima raccolta autoprodotta di un poetastro sconosciuto; pertanto non va considerata come "la mia prima raccolta", ma come qualcosa di diverso... un modo per trasmettere un "brivido" di momenti che forse non si sono mai conclusi, che ho considerato e che continuerò a considerare comunque indimenticabili. 

God may forgive us


mercoledì 4 dicembre 2013

Recensione album Mondovisione di Ligabue - inediti 2013


L'osservazione più perspicace e pertinente su Mondovisione, l'ultimo album di inediti di Ligabue, l'ha fatta il mio amico Filippo, un accaloratissimo fan classe '87 dalla scorza dura e dai ricordi radicati al primo magico Campovolo. Sapendo che, immerso tra le scazzottate con la prima influenza stagionale, smaniavo per scriverne una recensione, il mio amico si è premurato di farmi pervenire il suo punto di vista:

La differenza più evidente tra il nuovo e il vecchio Liga
 si sintetizza con un'assenza di storie. 
Prima ci cantava di Walter, di Veleno, di Lui e Lei, 
di Mario, di Elvis, dei ragazzi che erano in giro, 
della bambolina che si trasformava in barracuda. 
Ora sente l'esigenza di parlare di sé, del suo amore, della sua famiglia. 
Come se avesse paura di essere dimenticato.


Tolte le conclusioni, che mi trovano leggermente in disaccordo, direi che l'analisi è quasi perfetta. 
C'è un'assenza di storie; questo è indubbio: tuttavia non è nemmeno una novità. Luciano Ligabue è sempre stato un cantautore dalle venature a tratti profondamente ermetiche e il suo ermetismo ha sempre  offuscato un po' le identità dei vari personaggi rappresentati. Niente di male in tutto ciò; anzi: è proprio l'avere creato personaggi sì caratterizzati (eccome!) ma allo stesso tempo dai contorni sfumati, quasi anonimi o comunque con nomi piuttosto vaghi (Elvis, Veleno, Mario il barista, Lui e Lei) ad avere favorito una sorta di identificazione tra i personaggi stessi e il pubblico. Perché, in realtà, è questo ciò che il pubblico vuole. Il pubblico vuole ritrovarsi nella canzone; a chi ascolta piace che la canzone parli un po' anche di sé. 

Più propriamente è dai tempi di Nome e cognome che i personaggi di Ligabue sono scomparsi per lasciare spazio a situazioni, a stati dell'essere, a realtà e modi di vivere più convenzionali, più alla portata di tutti. Sia chiaro, non stiamo descrivendo una regressione: ogni artista si evolve; e gli fa bene: la ripetitività alle lunghe annoierebbe. Più che altro è possibile rintracciare una questione "pittorica", di intrecci narrativi e di tinte, di punti di partenza e di conclusioni al presente. 
Né è vero che i personaggi siano effettivamente scomparsi tutti: se ammettiamo, infatti, che le storie del primo Ligabue avessero al loro interno del vissuto, in prima persona o per conto di terzi, allora ci accorgiamo che, più semplicemente, si è spostato l'asse di riferimento da cui il nostro attinge i suoi miti. 

Sarà un caso, mi domando, che in ognuno degli ultimi due album (Arrivederci Mostro! nel 2010 e Mondovisione per questo finale di 2013) fosse presente un brano che si rifà al Ligabue più propriamente letterario, ossia Il peso della valigia e La neve se ne frega? Miti interni, quindi, sostituiti ai miti esterni. Non che ci voglia poi chissà quale mago Walter per creare un mito, o comunque un'immagine funzionale e "funzionante" partendo dal vissuto: la persona "con il nome da straniera, da chi è sempre stata sola" di Tu sei lei è sin troppo facilmente identificabile con Barbara, la nuova moglie di Luciano. "Barbara" d'altronde non significa forse "straniera"? Alle volte è così semplice... 

Altri personaggi minori, poi, si sono evoluti in figure ancora più vaghe e, perciò, ancora più facilmente sovrapponibili a categorie reali di persone vere. Sono perlopiù miti negativi, mostri del vero, del sonno della ragione per dirla alla maniera di Goya: il ragioniere prima, professore nella seconda edizione di La ballerina del carillon, potrebbe essere, oggi, "il capitano che vi fa l'inchino", oppure l'uomo velatamente presente con "le ragazze nella sala degli specchi".

C'è da dire che evocare immagini così manifestamente negative è, almeno in prima battuta, davvero alla portata di tutti: gli "avvocati che alzano il calice al cielo sentendosi Dio" in Il Muro del suono, "la promessa che non costa niente" del Sale della terra sono veramente icone di ogni giorno. Mantenendo il contesto così vago, creando "le figure dietro le figure" e prendendosela con "chi doveva pagare e non ha mai pagato" si rischia pure di creare invettive vuote, contro tutti e contro nessuno, all'insegna di una (per quanto lucida) demagogia che potrebbe fare chiunque. Certo, specie a salvare questi brani che si sforzano di essere impegnati, interviene sicuramente il suono: strumenti a tasti (di sottofondo) e a corde si masturbano rabbiosamente con complessi di percussioni decisamente aggressivi, certamente popolarissimi, e contribuiscono senza ombra di dubbio alla creazione di quel sound così difficile da scovare in un disco italiano e che non può non essere fonte e ragione di complimenti e di ovazioni quasi unanimi. L'unico fattore che mi preme sottolineare, semmai, è che la stessa Buonanotte all'Italia, perla della raccolta Primo Tempo, potrebbe a modo suo essere considerata una canzone impegnata. Con la differenza che "Il muschio ingiallito dentro questo presepio che non viene cambiato e non viene smontato e zanzare e vampiri che la succhiano lì se lo pompano in pancia un bel sangue così" come pure "l'Italia che si fa o si muore o si passa la notte a volerla comprare" sono riferimenti non troppo difficilmente scoperchiabili; inoltre, qui l'invettiva si fonde meravigliosamente a un inno che resta comunque d'amore e che, pertanto, avvalora e conferisce ancora più potere a una melodia dai picchi di per sé già molto alti. 

Ascoltando Con la scusa del rock 'n roll sembra quasi di veder tornare, sul suo inconfondibile maggiolone cabriolet, quel Marlon Brando che per anni ha infiammato tutte le piazze d'Italia; solo con i capelli corti e non più tinti. La scelta migliore all'interno di Mondovisione, a ogni modo, è stata quella di concludere il lavoro con Sono sempre i sogni a dare forma al mondo, brano dalla rara bellezza, quasi indescrivibile, che abbraccia suggestioni diversissime l'una dall'altra, eppure inscindibilmente essenziali: riflessione esistenziale, amore, sogni, vita, tenerezza, unicità di ogni individuo e speranza si fondono nell'alone di un alito volutamente onirico che fa terminare, con una punta di verde, un discorso generale dai colori più o meno accesi, accattivanti e convincenti. 

Tanto per essere chiari, si fatica a comprendere cosa ci stia a fare Nati per vivere una volta che è presente Siamo chi siamo. Così pure Ciò che rimane di noi e Per Sempre faticano a trovare una propria dimensione e a convincere appieno l'ascoltatore dal momento che La neve se ne frega e Tu sei lei hanno detto la loro. 
Fortunatamente, torniamo a ripeterlo, la barca Mondovisione ha in dotazione diversi salvagente nel "fattore suono". Piuttosto, quei fans di Ligabue che hanno seguito con attenzione i regali fatti dal loro beniamino ad altri artisti del panorama musicale si chiederanno dove siano andate a finire quella verve, quella capacità di introspezione psicologica e di osservazione dell'altro che hanno reso certe sue canzoni vere e proprie frecciate d'amore al cuore della gente. Cosa ne è dell'autore di Da qui, cantata dai Rio, che poteva essere un po' il seguito di Ho messo via? Dove è l'uomo che ha scritto, per farla cantare da una donna, Io posso dire la mia sugli uomini (interprete Mannoia) o la recentissima A modo tuo, una bellissima canzone sul rapporto madre-figlio contenuta ne L'Anima vola di Elisa? Per non parlare di quel conturbante duetto che fu Gli ostacoli del cuore, sempre con la ragazza di Monfalcone... 

Io non lo so: ma il fatto che Liga continui a produrre brani di tale intensità, che abbia la grandezza d'animo di regalarli (e perché no, pure che si possa permettere questo lusso) può tranquillizzare davvero tutti al riguardo di una realtà ancora incontrovertibile: possiamo continuare ad aspettarci ciò che non ci sogniamo da Luciano Ligabue.




Post Scriptum:

... giusto per chiudere una volta per tutte il discorso relativo ai "miti". La riprova di quanto le ultime canzoni di Ligabue parlino di "noi" piuttosto che di "loro" o di "me", inteso come "io narrante", sta proprio nel brano Siamo chi siamo. Dopo aver fornito due veloci ritratti distanti l'uno dall'altro prima di ogni altra cosa geograficamente (La ragazza di Torino e quella di Salerno), per sottolineare tutto ciò che ci lega Luciano fa ricorso a un vasto campionario di immagini, appena accennate, riferibili alla tradizione, ai proverbi, ai luoghi comuni, alla nostra cultura più o meno di base.
Nel mezzo del cammin di nostra vita è l'incipit della Commedia di Dante; il prezzo della mela per Adamo è un riferimento al primo tra tutti gli errori, dalla Genesi. E chi ha mai dimenticato una delle prime poesie che ci facevano studiare a scuola da bambini, San Martino di Giosuè Carducci, il cui verso iniziale è proprio La nebbia agli irti colli che forse sale?
A ragione, quindi, possiamo supporre che Non ci si bagna nello stesso fiume sia omaggio a Eraclito, uno dei pochi filosofi della Grecia antica generalmente simpatico agli studenti, indicato come autore della famosissima Pánta rhêi (πάντα ῥεῖ‎) ovvero Tutto scorre. E ci è legittimo, con un volo un po' pindarico, azzardare che persino Non si finisce mai di avere fame sia mutuato dal celebre motto del pensatore tedesco Feuerbach, L'uomo è ciò che mangia.
Come a dire, insomma, che queste canzoni sono nostre, che a parlare siamo noi e che noi siamo, appunto, tutti uguali, proprio perché figli della stessa cultura, delle stesse storie. Il significato di Siamo chi siamo è perciò quello di un Inno all'interno del quale stanno, come in un po' tutti gli inni, Identità, Ricordi e Tradizione.



martedì 3 dicembre 2013

A volte ritornano... Poesie Sparse # 32




Dopo circa sei mesi di assenza, una poesia ha deciso di tornare: e non una poesia qualsiasi
Credo, senza mezze misure, che sia la mia cosa più riuscita da dopo La Pagliaccina; salvando forse solo Poesie sparse... 26
Certo, da giugno a oggi ci sono state Marilina #4, Montaditos e sicuramente almeno un'altra perla su cui ho appena finito di lavorare... Getti di immagini potenti, che tuttavia nulla tolgono a questa Ps#32. Questi versi hanno dovuto essere eliminati per due ordini di motivi: il terzo lo trovate nel video a seguire. Oggi sono tornati, sebbene implichino ancora molte cose. Sono tornati perché, essenzialmente, mi mancavano. E sono tornati perché, a ogni modo, credo sia giusto non rinnegare mai ciò che si ha provato. Credo che nessun uomo dovrebbe vergognarsi dei propri sentimenti. Credo che sia necessario crederci. Non si scrive mai solo per se stessi. 


mi piace la mattina se ti aspetto
se resto assorto nella condizione
del dubbio - dove inizi l'orizzonte
mi piace udire il brontolio sommesso
di macchine e motori andare pigri
e alzare gli occhi e mettermi a contare
le nuvole gli uccelli le ombre i pruni
provare se tra l'afa scorgo i monti
mi piace il sole sopra il marciapiede
sbirciare i bus di là tenendo il conto
pensare che magari stai tornando
o che, al contrario, ancora stai dormendo
la brezza picchiettare appena il collo
le foglie smosse e la cenere inerme
mi piace che la testa all'improvviso
scarti di lato faccia capolino
quando ha il sentore di quei tuoi passetti
tutti in avanti un po' disordinati
di te il prurito lungo le mie mani
di quel respiro teso ma smorzato
di un cuore che d'un colpo si riavvia
pronto al sordo fruscio dei tuoi capelli
In tutto questo pianto le radici
tra cose che non posso dire mie
che sono unitamente casa esilio
stupore lontananza Itaca e mare



venerdì 22 novembre 2013

Poesie sparse... 36



La strada è zuppa e madida - qui dentro
piano si va vuotando ogni bicchiere
Le foglie impiastricciate nella luce
sanno un po' di lampione e con la brezza
di certe sere, specie se d'autunno
batte la pioggia quasi in ogni cuore.

Il vino è già finito - questa notte
ha chiuso col riempirsi più di vero.
Tra le certezze nuove, quelle vere
vere e profonde che durano un'ora
resta qualcosa - appena un'impressione
che se si dice forte è detta bene.










mercoledì 23 ottobre 2013

Elisa e L'anima vola - analisi e recensione - inediti 2013

Scrivere è un'attività che coinvolge contemporaneamente cuore e cervello, due merci sempre più rare. 

Così si leggeva tra le pagine del più noto romanzo di Carlos Ruiz Zafon, L'ombra del vento.
E se questa affermazione ha valore per chi scrive, come dire, "su carta" (per la narrativa, per la poesia, per il teatro), allora ha tanto più valore se riferita a coloro che, per natura o per mestiere, producono canzoni: musica e parole...

Perché riesca, perché riesca davvero, alla radice del prodotto artistico, quale esso sia, è veramente necessario un solo ingrediente; uno soltanto: la sincerità.
Il vero artista è più di chiunque altro sincero: anche lui può naturalmente cedere a facili indulgenze verso sé stesso; ma ciò dipende dal fatto che siamo umani e che, essenzialmente, non finiamo mai di sbagliare, di imparare e, in ultima analisi, di crescere.
Vedere un artista crescere è qualcosa che ha dell'indescrivibile: crescere non significa semplicemente cambiare, né tantomeno migliorare. Crescere significa evolversi. Dove l'evoluzione contempla e richiede almeno una base da cui partire, se non diversi strati sovrapposti di vita su cui costruire. Nulla si rade al suolo, se si tratta di crescere: si può piuttosto utilizzare come metafora il famoso precetto della fisica "nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma".

Ma dicevamo: il cuore e il cervello, la simbiosi tra musica e parole, l'indispensabile sincerità. Tutto questo contribuisce a creare il "cantautore": un termine senza dubio inflazionato e, purtroppo, attribuito con troppa faciloneria e troppo al ribasso.
Il fatto è questo: il cantautore, il cantautore vero, è e deve essere un artista completo. Deve essere musicista, paroliere se non poeta, editore, curatore, cantante, osservatore, perché no? un po' ballerino, compositore e regista. Non semplicemente un songwriter, perciò, ma proprio un cantautore, perché è questa la parola giusta.
Ora, di cantautori veri persino in Italia, la patria della canzone d'autore, se ne contano sì e no sulle dita di due mani: tra loro c'è senza dubbio Elisa Toffoli da Monfalcone, in arte Elisa e basta. Se qualcuno nutrisse dubbi in proposito, "L'anima vola" li spazzerà via come voglie secche per la strada.
La prova del nove per un cantautore vero (o, in questo caso, per una cantautrice vera) sta nel manifestare tutte le doti di cui prima, dimostrando però di essere più poeta che paroliere, con un lavoro che sia omogeneo, coerente e con appena quel tocco di misterioso che occorre per costringere chi ascolta a restare lì e pensarci sù, perché non è certo al 100% di averne afferrato il significato in tutte le sue sfumature.

Di Elisa sapevamo quanto fosse davvero una cantautrice: Dancing, Heaven out of hell, Luce, la stessa Life goes on, ritrasformata in Una poesia anche per te ce lo hanno dimostrato ampiamente nel corso degli anni. E stiamo citando solo i titoli probabilmente più noti. Ma stiamo citando, pure, solo singole canzoni, parti interne separate e forza da quell'unica struttura organica che è un album.

Non è possibile partire se non facendo un discorso d'insieme: dove è il mistero de L'anima vola?
In tutto ciò che si è scelto di non dire, naturalmente; in quella zona della comunicazione che a stento è definibile come "verbale". Ascoltando Pagina bianca si ha l'impressione di sentire Elisa singhiozzare, in Un filo di seta negli abissi c'è un mugugno, o comunque un mormorio sommesso, come di qualcosa che non si sa o non si vuole dire. Con A modo tuo notiamo addirittura la presenza di vagiti, in un'atmosfera iniziale che sa di ciucci e di carillon per la ninnananna, mentre E scopro cos'è la felicità ha un vaghissimo che di campane a festa e di organi spiritual. La voce di Non fa niente ormai sembra echeggiare appena, come in una caverna nascosta tra le scogliere e, da parte loro, le vocali di Ecco che appaiono "sbavate", quasi confuse nella brezza di un fresco vento primaverile, che le strozza e le trasporta come e dove vuole...

Tutto ciò, questo varissimo turbine di suggestioni è possibile in quanto Elisa sa bene cosa voglia dire "scrivere con il cuore e col cervello". E perché sa essere umile, ma di un'umiltà intelligente.
Nel suo ultimo lavoro sono presenti infatti ben 4 collaborazioni  di un certo spessore: E scopro cos'è la felicità è legata al nome di Tiziano Ferro, che non a caso si muove perfettamente a suo agio tra i sussurri e i gorgheggi che lo caratterizzano; A modo tuo ed Ecco che sono firmate rispettivamente da Luciano Ligabue e da Giuliano Sangiorgi, mentre la musica di Ancora qui appartiene nientemeno che a Ennio Morricone.
Si badi bene: chiedere aiuto come mettersi a disposizione e accettare qualcosa come condividere non sono gesti solitamente istintivi per un creativo: tutt'altro. Vero è che i rapporti di amicizia e di forte stima possono favorirli, ed è questo il doppio caso di Sangiorgi e Ligabue. Abbiamo accennato, tanto per essere chiari, a una "umiltà intelligente": i regali bisogna saperli accettare. Saperli accettare davvero implica una cooperazione attiva. Ed Elisa è abile a prendere solo ciò che le serve.
Capiamolo così: se non lo sapessimo, potremmo pure credere che il testo di E scopro cos'è la felicità non sia stato scritto pensando a un neonato; però, una volta che la canzone è messa lì, accanto ad A modo tuo, è istintivo dedurlo. E, per il medesimo discorso, vista la storia di chi canta, entrambe le canzoni stanno meravigliosamente nel repertorio di una conclamata, fresca mamma.
Ma la scoperta della maternità non è certo l'unico tema dell'album. Un vero e proprio tema, in effetti, non c'è; ma c'è un filone narrativo esistenziale che, per sua natura, parla di tutto e di niente. Ci sono le scelte (e la difficoltà nel fare delle scelte), le delusioni, la durezza del rialzarsi, l'allontanamento da sé stessi, la genuina gioia di vivere, il desiderio di correre - e spesso non è importante la direzione, quanto il movimento.

Tutte queste fila sono, appunto, i turbamenti di un'anima, di un'anima che ha il privilegio di volare e di vedersi dall'alto, proprio come vedrebbe un altro diverso da sé. Essendo genuino, lo sguardo d'insieme è generalmente semplice, ma vive pure picchi di intensa incisività e di acutissima perspicacia. Esattamente come capita a tutti i comuni mortali. Si passa quindi dagli sconsolati e "rinfacciosi" E tu prova ad uscirne adesso...! all'enigmatico Non è amore: è uno specchio riflesso; dal formalmente semplice ma non per questo usuale Non mi comprare niente: sorriderò se ti accorgi di me tra la gente al sofisticato e un po' ermetico motto E gridavo al cielo "porta via questa rabbia, così se io non ci riesco saprò che tu l'hai data al vento".

La compenetrazione tra segno e senso, il fulcro del messaggio, si raggiunge per forza di cose attraverso l'apparato musicale. I suoni sono più che mai attori protagonisti delle vicende: in Specchio riflesso sembrano addirittura tremare, o comunque balbettare sempre una stessa frase, e non è difficile capirne il perché, visto il tema del brano: una magnifica elegia del dubbio nell'amore.
Le percussioni corrispondono più che mai ai battiti di un cuore e gli strumenti in generale, usando una metafora che alla stessa Elisa piace molto, "respirano", proprio come dei polmoni che rendono il fiato lungo o corto a seconda delle diverse occasioni: ed è un effetto, questo, incredibile se pensiamo che sono il pianoforte e le tastiere a dettare legge nella stragrande maggioranza dei brani. Strumenti a tasti quindi; non a corde o, come ci si potrebbe aspettare, a fiato.

Ma l'ingrediente segreto della ricetta resta comunque quella conturbante semplicità con cui si riesce a passare da Anche il dolce miele è un po' più amaro adesso fino all'esito originale del Filo di seta che ci univa e scendeva dall'universo giù negli abissi che Elisa decide infine di andare a cercare, da sola, "senza pluf"...!
O meglio: tra le lyrics ufficiali, quelle del libretto, figura "senza paura", ma ciò che si sente veramente è un "senza pluf". Ed è infinitamente più giusto e più bello che sia così.
Perché L'anima vola è l'album fotografico in autoscatto che un'anima ha fatto di sé stessa: ed è perciò con diritto che, di tanto in tanto, qualche angolo venga tagliato.
Un'anima non esiste in un dato momento: l'anima vola; esiste, perciò, nel passato, nel presente e nel futuro allo stesso tempo.
Un'anima si vede, ma non sempre si riconosce: potrà non essere logico, ma è la verità; quindi può starci anche un no-sense, o un che di inafferrabile.
Può starci, deve starci, insomma, anche un "pluf"...

lunedì 14 ottobre 2013

Monografie dallo schermo #14 - Oscar Diggs/ Il mago di Oz

Un giorno una ragazzina con delle magiche (e improbabili) scarpette d'argento verrà a insegnarmi che uno spaventapasseri può desiderare un cervello, che un uomo di latta non ricerca altro che un cuore e che persino un leone a volte si vergogna del coraggio che non ha... Ma questa è la storia di quello che è successo poi; e sono certo che voi tutti ne siete al corrente.
Quello che invece non sapete è come mi sia ritrovato ad abitare questo palazzo di smeraldo e, soprattutto, chi sia veramente lo stregone di cui sentite parlare da quando eravate bambini.
Ebbene, una volta esisteva Oscar Diggs, un prestigiatore da quattro soldi che girava per le provincie del Kansas dispensando numeri buoni solo per i creduloni e, a volte, nemmeno per quelli...
Poi è arrivata la mongolfiera, e un tornado che, d'un tratto, ha preso a erodere tutte le mie certezze e le mie priorità.
A cosa serve, in fondo, impugnare uno scettro, o bere da calici dorati e inzaccherati di rubini?
A cosa serve desiderare abiti d'alta sartoria, a cosa adescare ingenue fanciulle con il trucco, vecchio come il mondo, del carillon della nonna?
A cosa serve, insomma, essere un grand'uomo se non si possiede la bontà d'animo?
La tempesta mi ha catapultato, senza preavviso, diretto nella terra del mio cuore, tra logorroiche scimmie volanti, principessine dalle fattezze di porcellana, streghe buone e cattive: tutto per arrivare a capire che la magia, alle volte, sta nel riparare una bambola con la colla e il pennellino, nel porre rimedio alle proprie ottusità smettendo la maschera dell'avarizia, nel far brillare i fuochi d'artificio o nell'accendere un proiettore.
Smettere una maschera; che poi non significa per forza di cose rinunciare a quel gusto narcisistico che continuo a provare sapendo che, ogni qual volta si parli di me, tutti mi indicano come il grande e potente Oz .

Oscar Diggs; Il grande e potente Oz (2013)


venerdì 20 settembre 2013

Monografie dallo schermo #13 - San Mononoke


Da che ne ho memoria, la mia famiglia sono i lupi della foresta sacra al dio cervo.
Vivo in un' angusta grotta che domina la valle, la cui unica entrata è un ponte di roccia sospeso nel vuoto, praticamente inaccessibile per chiunque non abbia una muscolatura ferina.
Quando i kodama, gli spiritelli degli alberi, hanno cominciato a diradarsi e i cinghiali a trasformarsi in demoni alimentati dall'odio, per me e per i miei fratelli la vita ha preso a coincidere con la sopravvivenza in un' angosciosa ed estenuante guerriglia. Contro gli umani della Città del ferro, naturalmente; contro quegli spregevoli spara-sassi al veleno, dissacratori di un universo che non possono comprendere.
Per questo li odio; perché, che se ne rendano conto o meno, odiano l'essenza stessa della vita. E in nome di questo infruttuoso scambio di risentimenti mi hanno affibbiato un nome che gli fa paura: Mononoke, "spirito vendicativo".
... ma tutti, tranne me forse, sanno che, nonostante le maschere tribali e le pellicce con cui mi calo in battaglia, in fondo sono umana a mia volta. Lo sa fin troppo bene quello straniero dal cuore puro che desidera non prendere posizione, perché convinto che in realtà siamo tutti "buoni" e che sia l'odio il solo nemico da cui dobbiamo guardarci.
Quando stavo per ucciderlo lui non ha avuto niente di meglio da dire se non che mi trovava bellissima: a me, la figlia di Moro, la regina dei lupi! Non ho potuto fare altro che desistere dal mio proposito, prendermi cura di lui, medicarlo e nutrirlo all'unica maniera che conosco: masticando al posto suo quegli alimenti che non era in grado di ingurgitare e versandoglieli poi in bocca, con una pratica molto simile a ciò che gli uomini chiamano "bacio".


San; Princess Mononoke (1997)

martedì 10 settembre 2013

Elisa vs Laura Pausini - ovvero L'interpretazione e l'esecuzione


Personalmente ho sempre trovato "speciali" (non sapendo in quale altro modo definirli) quei gesti compiuti all'insegna della collaborazione dagli artisti della musica che regalano brani di propria creazione ai colleghi. Gli esempi sono tantissimi: basti pensare al rapporto simbiotico tra Bob Dylan e Joan Baez, nel quale i confini tra la proprietà intellettuale dell'uno e dell'altra si sono resi labili fino all'indefinito; oppure, per trovare un corrispettivo italiano, è lecito ricordare le tantissime canzoni firmate da Ivano Fossati e rese celebri attraverso Fiorella Mannoia (anche questo, un caso di rapporto artistico sfociato poi nella relazione sentimentale).
Ma gli esempi non si esauriscono certo qui: l'indimenticabile Minuetto, conosciuta attraverso le corde vocali dell' indimenticata Mia Martini, era opera del "maestro" Franco Califano; e in tempi più recenti Luciano Ligabue è riuscito a entrare nell'anima delle donne con brani che un uomo non avrebbe mai potuto cantare - Gli ostacoli del cuore e Io posso dire la mia sugli uomini, donati rispettivamente a Elisa e, ancora, a Fiorella Mannoia.

Grandi gesti, senza dubbio: gesti speciali che presuppongono una particolare generosità da parte di chi scrive una canzone per regalarla e una certa intelligenza, oltre che un'intrinseca attitudine, in coloro che dovranno rappresentare qualcosa che non è esattamente farina del proprio sacco.
La Mannoia, a tal proposito, è senza dubbio la regina dell'interpretazione nel panorama musicale italiano: il numero di canzoni prestatele è talmente grande da poter essere quasi confuso con la totalità del suo repertorio. Sia che si tratti di "pezzi" resi famosi da altri, sia che si tratti di creazioni propostele ad hoc per la prima volta in assoluto, la rossa romana ha sempre regalato ai suoi ascoltatori interminabili minuti di emozione pura. Non vi è dubbio, quindi, sulle sue capacità di entrare veramente nel cuore di un'opera, di comprenderla e di far ascoltare al pubblico ogni volta, nel senso più bello del termine, una "appropriazione", un'interpretazione, un secondo punto di vista, per forza di cose diverso dal primo, dalla versione di abitudine.

Io posso dire la mia sugli uomini e Gli ostacoli del cuore, dicevamo. Ambedue brani frutto di un'intelligenza artistica maschile; quella di Ligabue. Ma il rocker di Correggio non avrebbe mai potuto cantarli di persona: o meglio, avrebbe potuto e, in rarissime occasioni, ha effettivamente eseguito il secondo; per il primo, invece, l'impresa sarebbe risultata ardua al limite del ridicolo. Non per altro...! Sia chiaro: scrivere testi del genere è segno inequivocabile di una capacità d'approfondimento psicologico unica; ma non può essere un uomo a dire "quante cose che non sai di me, quante cose che non vuoi sapere". Frasi del genere stanno generalmente meglio in bocca a una donna.

E arriviamo così a Elisa. Quando uscì Gli ostacoli del cuore io avevo tra i 15 e i 16 anni e, senza dubbio incuriosito più che altro dalla collaborazione con l'allora a me molto più congeniale Ligabue, la cantante di Monfalcone cominciò a interessarmi.
A onor del vero, volendo inserire una nota di colore, devo ammettere di essere stato a lungo attratto inconsciamente dalle ragazze coi capelli tagliati a mò di fatina (il termine tecnico è "taglio pixie")...  adesso, invece, la fascinazione è totalmente conscia...: quindi, la simpatia che ho provato a pelle da subito per Elisa probabilmente deve molto anche a questo. Torniamo alla musica...

Devo ammettere che, nel mio pantheon personale di miti musicali, per molto tempo le donne hanno trovato davvero poco posto. Forse perché generalmente non apprezzo in maniera particolare le voci femminili... comunque, dal basso della mia ignoranza, sono innamorato da sempre dell'artista Mia Martini. Lo sto raccontando perché è proprio grazie a lei che sono stato in grado, nell'ordine, di apprezzare davvero Elisa dopo appena un paio di ascolti e, in definitiva, di scrivere questo post.
Per chi non lo sapesse, infatti, all'interno dell'album Soundtrack 96 - 06 è presente una magnifica versione di Almeno tu nell'universo.

Quindi: l'istintiva simpatia per la giovane artista e l'affetto incondizionato per la Grande Voce scomparsa: una somma che poteva portare a un unico risultato.
In realtà, solo con il passare del tempo ho potuto veramente capire quanto quel brano fosse speciale.
Perché il punto è tutto qui: esecuzione o interpretazione?

Laura Pausini e l'esecuzione

Personalmente ricordo di essere rimasto a dir poco basito quando uscì "Io canto", l'album in cui Laura Pausini raccoglieva i grandi pezzi della musica italiana cantati da lei (totalmente, senza nemmeno un duetto, tanto per capirci). Mi rammento di avere pensato qualcosa del tipo "Ma no, non è possibile svilire così un brano di Cocciante..." e "oddiosanto, no, Spaccacuore di Bersani no...".

Ok. Ammetterò, sempre a onor del vero, di provare a pelle, per la Pausini, un'antipatia direttamente proporzionale alla simpatia che invece riservo a Elisa... l'ho detto! Ora che è noto quanto sia di parte, e che parta comunque prevenuto, possiamo proseguire constatando quanto più oggettivamente possibile.

Partiamo dal presupposto (assurdo...!) che un autore, al momento di comporre, provi un'emozione. Questa emozione, che l'autore è intenzionato a trasmettere, non arriverà a tutti i cuori nella stessa misura, né allo stesso modo. Il frutto della creazione, con sfumature diverse, a qualcuno comunicherà qualcosa, mentre a qualcun altro comunicherà (molto probabilmente) altro ancora. Di conseguenza è legittimo supporre che, nel caso di una cover, il cantante cui "viene prestato" il brano in questione provi un'emozione differente, cantando, rispetto a quella provata dall'autore dello stesso.

Ebbene, io - pubblico ho la pretesa, o quantomeno il forte desiderio di cogliere questa differenza.
Cantando Spaccacuore la Pausini cambia il genere degli aggettivi (da maschile a femminile); ma per il resto? A livello emotivo non vi è che un copia-incolla dell'originale. Persino gli arrangiamenti sono identici, al di là di qualche sviolinata in partenza tendente all'elettronico. A dire il vero Laura prova a comunicare qualcosa, ma i suoi tentativi si traducono in banalissimi innalzamenti (molto raramente in abbasamenti) del timbro vocale. Come se a strillare ci si capisse meglio...

Questa, dunque, è un'esecuzione. L'artista non ha aggiunto niente al contenuto originale.

Elisa e l'interpretazione

Prendiamo Elisa, invece.
Almeno tu nell'universo: Mia Martini è una donna che ha sofferto e, con quella canzone, sta pregando il suo uomo, la sta implorando di starle vicino. C'è pathos, sentiamo la sua sofferenza. La musica è testimone di questa sofferenza, a tratti rabbiosa, in maniera imprescindibile: lo capisce chiunque; il ritmo deciso, eppure spezzato di tanto in tanto, è uno specchio dell'anima che sta lì a dimostrarlo.
La versione di Elisa è tutt'altra cosa: da subito ci si rende conto del tono evidentemente più dolce rispetto all'originale. L'arrangiamento è del tutto diverso, a momenti pare quasi un sussurro. Ciò che Mia Martini sta strillando per ottenere Elisa sembra già possederlo: canta, ma non soffre. Parla a una persona reale, non a un lui ipotetico, ed è una persona certamente piena di affetto per lei. Ascoltandola noi stessi ci sentiamo rassicurati.
Una stessa canzone, due chiavi di lettura.

Un'altra sua cover che mi ha colpito moltissimo è stata la versione di Ho messo via, ancora di Ligabue.
Quando è Luciano a suonarla, ci sembra di vederlo: seduto in disparte a un tavolino del Bar Mario, con una birra davanti a sé e un'espressione certo abbastanza cupa. Chi parla è un uomo disincantato che sta facendo un quadro della sua vita: lì c'è un uomo solo e ancora innamorato, convinto che la sua donna non tornerà più.
Ora canta Elisa: potrebbe essere una ragazza intenta a scrivere una pagina del suo diario. Una pagina che però, nonostante le apparenze, non è veramente triste. Anche qui il tono è diverso, se non diametralmente opposto a quello del brano di partenza. Ligabue sta riflettendo con sé stesso, la voce sembra esistere solo nella sua testa. Da parte sua, la bella friulana potrebbe anche averlo di fronte il suo uomo: a parlare non è affatto una donna abbandonata e tra le sue labbra Ho messo via diventa una sconcertante dichiarazione d'amore. Se Elisa te la dedicasse, probabilmente la baceresti.

Questa, dunque, è un'interpretazione. L'artista ha sconvolto il contenuto originale, ma senza apportarvi modifiche sostanziali. Ci sta comunicando il suo punto di vista, le sue emozioni.

Naturale, perciò, che questo tipo di operazione riesca particolarmente bene laddove si trovi un artista completo, o comunque già maturo, che abbia voglia di mettersi in gioco e che sia in grado di muoversi agevolmente tra tutte le altezze possibili della scala musicale.
Quella delle cover, insomma, è una scommessa rischiosa. Le pretese da soddisfare sono tante e il rischio più grande è proprio quello di un autogol a favore della vacuità d'intenzione.

Ma, a quanto pare, se dietro il microfono c'è Elisa questo rischio non lo corriamo.

giovedì 5 settembre 2013

Poesie sparse... 35 - Marilina #4


Il suono dei sorrisi si combina 
con palpebre che sbattono a un sussurro. 
Gli occhi dissotterrati vanno in giro: 
scopro di averli pedinati e visti 
giocare a nascondino con la luna 
eludere gli sguardi non richiesti 
trovare i loro simili per caso 
e starci come i chiodi sulla croce. 
Nasce qualcosa al ritmo delle ciglia: 
l'una nell'altro fissi già si vola 
- ma senza sospirarci mai per nome - 
Quando è il momento poi gridiamo muti.





Questa mi ha portato via più di due settimane... ma credo di poter essere stra - felice del risultato.
Riuscirla a concludere in un modo che mi convincesse appieno mi ha riempito di gioia, come non mi succedeva da un po' di tempo per qualcosa che scrivo.

Determinante è stata la visione di questo video di Elisa a Sanremo 2001. Questa ragazza friulana mi è sempre piaciuta moltissimo sotto ogni punto di vista... secondo il mio modesto parere, è la più grande voce femminile del panorama italiano. Sentirla cantare proprio "Luce" e vederla rispondere così candidamente alle domande della Carrà sul festival mi ha inondato di quel pizzico di tenerezza che mi serviva per concludere questo povero lavoro.




a ogni modo, io l'ho sempre adorata con il taglio pixie. Perciò...


sabato 31 agosto 2013

Monografie dallo schermo #12 - Anakin Skywalker / Darth Vader


Da bambino avevo come l'impressione che i granelli delle sabbie di Tatooine mi parlassero. E io seguivo le loro indicazioni, tradotte perlopiù sotto forma di istinti, le volte che il mio padrone toydoriano mi obbligava a correre sul suo sguscio per le pericolose piste delle gare organizzate dagli Hutt.
Ero l'unico essere umano in grado di guidare quelle schegge e, forse proprio per questo motivo, dicevano che sarei diventato il miglior pilota della galassia. Poi, avvolto in un poncho kaki, è arrivato a liberarmi un uomo alto e io ho capito immediatamente che fosse un cavaliere Jedi.
Ma non ho abbandonato mia madre unicamente per seguire le orme di quel saggio maestro. No. La verità è che mi sono innamorato di un angelo, una creatura di cui avevo solo confusamente sentito parlare da alcuni mercanti di passaggio: li descrivevano come gli esseri più belli dell'universo... Ecco, direi che è stato più che altro per lei, per seguirla, che sono diventato anche io uno Jedi.

Sono nato senza padre: i maestri del consiglio erano convinti che fossi stato concepito dalla Forza stessa e su di me ha sempre aleggiato una pericolosa, indecifrabile profezia che mi ha portato a dimenticare il mio nome, a distruggere tutto ciò che ho amato e, infine, a trovare la redenzione nel volto sofferente di mio figlio.

Anakin Skywalker/Darth Vader; Star Wars (1977 - 2005)

martedì 20 agosto 2013

Poesie sparse... 34


.. working in the fields 
'till you get your back burned 
working neath the wheels 
'till you get your facts learned... 

(Badlands; Bruce Springsteen)



Picchiarono due gocce sul terrazzo 
e di fronte al portone un marciapiede 
rosastro scoloriva via col tempo 
ciclicamente mesto e cadenzato. 
Perché il sole una nuvola oscurava: 
solo una sola nuvola più piena 
di tutto il cielo, meno un solo spicchio. 
Un cielo che non stava solo in cielo 
cielo pure dipinto in molti cuori - 
cuori pieni di cielo e mari e terre 
ma mari di burrasca e terre mosse. 
Perché ogni uomo è intatto - se lo è - 
solo di fuori; e in ogni geografia
dell'anima è una placca dissestata.


Appena un paio di giorni dopo Poesie sparse... 32 avevo intuito che si sarebbe profilato un periodo abbastanza lungo che non mi avrebbe visto scrivere. Il pensiero è nato immediatamente dopo questi versi che, si badi bene, sono figli di una incredibile rabbia rimasta muta, nonché di diverse suggestioni targate Hemingway: insomma, roba mia, ma della quale probabilmente non vorrei nemmeno rivendicare il possesso.
Questi giorni di fine agosto, da parte loro, hanno visto vincere ancora una volta quel solito principio per cui da due grandi fami represse (o inespresse?) - quella di versi e quella d'amore - nasca molto spesso qualcosa di insolitamente bello.
E' una consolazione, per quello che vale. Magra, magrissima, deperita pure: ma, comunque, una consolazione.

Alle prossime puntate.


mercoledì 14 agosto 2013

Monografie dallo schermo #11 - Chris



Per come la vedo io, un nero che muore per strada ha lo stesso diritto di essere seppellito nel cimitero del paese che possono avere un bianco o un cane.
... E per difendere questa mia convinzione, più che questo diritto, non mi faccio certo problemi a tirare fuori la colt, diavolo!
La mia abilità nell'estrarre il ferro dalla fondina è rinomata e, per averla al proprio servizio, molte persone sono state disposte a pagarmi profumatamente. Mi hanno sempre dato tanto, è vero, ma nessuno mi aveva mai offerto tutto: perché offrire tutto non è che una conseguenza della disperazione, specie se il tutto in questione equivale a pochissimo o a niente.
Allora non si può che accettare di mettersi in gioco, di regalare ciò che si è in nome di qualcosa molto più prezioso del denaro, di provare a cancellare per sempre tutti i Calvera che opprimono l'umanità umiliata e afflitta.
Ma, se è vero che nel West le notizie corrono pure senza bisogno di cavalli o telegrafi, qualcosa mi dice che presto saremo almeno sette pistoleros alla difesa eterna dei confini tra forza e prepotenza, pietà e misericordia.

Chris; the Magnificent 7 (1960)


domenica 4 agosto 2013

Monografie dallo schermo #10 - Owen Hunt


L'Iraq mi ha lacerato l'anima in maniera indelebile. 
Se mi chiedeste qual è l'intervento chirurgico che più ho amato, vi racconterei di quando ho dovuto tamponare con tutto il mio corpo un uomo letteralmente "aperto" dallo scoppio di una bomba fatta in casa: l'ho salvato, gli ho evitato di morire dissanguato stendendomi su di lui per più di due ore. 
Un mese dopo, dopo avermi scritto una lettera di ringraziamento per avergli salvato la vita, quel soldato si è ucciso.
Sono un uomo buono e deciso, uno che trasmette sicurezza: solo i ventilatori appesi al soffitto mi fanno perdere la testa. Probabilmente perché mi ricordano molto le pale degli elicotteri nel deserto. 
Oggi sono il primario di chirurgia del Seattle Grace - Mercy West Hospital, un trauma center di primo livello, ma da quando ho accettato questo incarico tutto si è fatto ancora più difficile: Cristina, mia moglie, è una vera e propria "drogata" di chirurgia e io non le perdono di avere abortito nostro figlio senza consultarmi. Tra le lacrime di tutti e due abbiamo firmato i documenti del nostro divorzio, anche se continuiamo a stare insieme. Eppure la nostra relazione sembra non trovare pace e, nel profondo del mio cuore, so bene che il mio incontenibile desiderio di paternità finirà per allontanarci definitivamente.



Owen Hunt; Grey's Anatomy (2005 - in corso)

lunedì 22 luglio 2013

poesie sparse... 33


e Marilina è un' alba
in un inverno triste
è breve ed è il momento
del sole quando sorge
una chiusa parentesi insicura
tra un giorno che non scalda e un'altra notte.
... ma io in quel tenue lasso di illusione
quasi mi ero convinto che una stella
potesse ammainarsi giù dal cielo
e lesta finir lieve in una mano
per essere donata a una persona.



43 giorni dopo l'ultima poesia.
E, come ho già detto in passato parlando della Pagliaccina, se passo tanto tempo senza scrivere poesia significa che non vedo più poesia... con tutto ciò che questa affermazione comporta.
Tuttavia, 43 giorni dopo qualcosa è uscito: è già qualcosa.

mercoledì 3 luglio 2013

Monografie dallo schermo #9 - Alex Karev


Il mio nome, Alexander Michael, significa "difensore dei deboli - simile a Dio". Nel secondo non mi ritrovo assolutamente, ma il primo è la storia della mia vita: mio padre era un tossico; ha picchiato sua moglie fino a farle saltare i nervi e io ho dovuto cavarmela con i furtarelli nei supermercati per accudire i miei fratellini. Quando i servizi sociali se ne sono accorti mi hanno sballottato per 17 diverse famiglie adottive finché, una volta tornato a casa, ho reso a quel bastardo del mio vecchio tutto ciò che mi aveva fatto subire con gli interessi, convincendolo così a sparire per sempre.
Sono uno specializzando in chirurgia al Seattle Grace e ho una particolare predisposizione per la pediatria. Quando mi trovo con i miei piccoli pazienti emergono quei tratti gentili altrimenti nascosti sotto la scostante maschera da stronzo che sono solito indossare: credetemi, questa doppia faccia le fa impazzire, le donne.
Nell'ordine, ho avuto una storia con una paziente che è diventata letteralmente matta per il figlio che sperava di darmi; quindi ho sposato una collega che però, dopo essere stata operata con successo per un tumore al cervello, mi ha lasciato. Tutte le altre - non ne ho mai fatto un mistero, meno che mai con loro - sono state semplici storie di sesso.

Di recente mi si sono riattivati i sentimenti per una persona che ha alle spalle una storia incredibilmente simile alla mia: in linea con tutte le signore per cui ho provato qualcosa, anche Jo Wilson è una mezza psicopatica e io mi domando se sia possibile, in qualche modo, far integrare la sua pazzia alla mia. Difficile che dica a qualcuno "ti amo"; tuttavia credo di essere finalmente pronto a pronunciare queste parole e, con loro, mi auguro si possa schiudere pure per me il lieto fine che credo di meritare.





Alex Karev; Grey's Anatomy (2005 - in corso)





giovedì 27 giugno 2013

Monografie dallo schermo #8 - John Coffey


Il mio nome è Coffey: si pronuncia come la bevanda, ma è scritto in modo diverso. Se voleste credere agli occhi e alla loro tradizionale distrazione, guardandomi di sfuggita potreste pensare che sono l'archetipo perfetto del criminale e trovereste giusto che debba scontare i miei ultimi giorni qui, al miglio verde, il braccio della morte di una prigione provinciale come tante negli Stati Uniti.
Ma la verità spesso è buffa e nel mio cuore alberga solo la gentilezza: se non vi fermerete al primo sguardo scoprirete che sono il tipo d'uomo che si mette a piangere per l'assurda morte di un topolino. E, se credete a questo genere di cose, scoverete dietro ai simboli di un latente e malcelato paganesimo il dono che fu di Gesù di guarire le malattie più atroci e pure di risuscitare i morti.


John Coffey; Il miglio verde (1999)

lunedì 24 giugno 2013

Addio alle armi


Spesso un uomo desidera esser solo e anche una ragazza desidera esser sola e se si amano sono gelosi di questo l'uno per l'altro, ma io posso dire sinceramente che per noi non è mai stato così. Potevamo sentirci soli mentre eravamo insieme, soli contro gli altri. Mi è capitato così soltanto una volta. Sono stato solo mentre ero con molte ragazze e questo è il modo in cui si può essere più soli. 
< ... > Se la gente porta tanto coraggio in questo mondo, il mondo deve ucciderla per spezzarla, così naturalmente la uccide. Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide. Uccide imparzialmente i molto buoni e i molto gentili e i molto coraggiosi. 
Se non siete fra questi potete esser certi che ucciderà anche voi, ma non avrà una particolare premura.


Ernest Hemingway
A farewell to arms
(Addio alle armi)

venerdì 14 giugno 2013

Monografie dallo schermo #7 - Han Solo


Sono il Comandante del Millennium Falcon, una bagnarola perennemente guasta che spaccio per la nave più veloce della galassia, in grado di seminare persino gli incrociatori imperiali... perché è questo che racconto. La verità è che sulla mia testa pende una taglia così grossa che tutti i cacciatori dello spazio, Bova Fett in testa, sono sulle mie tracce: alla fine Jabba the Hutt si è stancato di avere alle sue dipendenze un contrabbandiere mediocre come me, pronto a scaricare nel nulla cosmico le più preziose merci al primo segnale di pericolo.
Ma un giorno, a Mos Esley, mentre me ne stavo seduto a un bar insieme a Chewbecca, il mio migliore amico wookie, mi si è presentata un'occasione facile facile, che pareva venire apposta per cancellare tutti i miei debiti. Un  "carico" di appena quattro esseri: un ragazzo, due droidi e un vecchio. Non potevo immaginare quanto sarebbe cambiata la mia vita, da quel momento.
In seno alla ribellione è venuta fuori la mia naturale stoffa del capo e, nonostante l'aria da canaglia e l'inossidabile boria che mi accompagna, a furia di tirarla fuori dai guai sono riuscito pure a far innamorare di me una principessa. Però, solo quando il cane dell'imperatore mi ha fatto congelare nell'azoto, lei si è dichiarata, finalmente! Io, con la mia imperturbabile faccia da schiaffi, le ho risposto che già lo sapevo.



Han Solo, Star Wars (1977 - 1983)

mercoledì 5 giugno 2013

poesie sparse... 32



mi piace la mattina se ti aspetto
se resto assorto nella condizione
del dubbio - dove inizi l'orizzonte
mi piace udire il brontolio sommesso
di macchine e motori andare pigri
e alzare gli occhi e mettermi a contare
le nuvole gli uccelli le ombre i pruni
provare se tra l'afa scorgo i monti
mi piace il sole sopra il marciapiede
sbirciare i bus di là tenendo il conto
pensare che magari stai tornando
o che, al contrario, ancora stai dormendo
la brezza picchiettare appena il collo
le foglie smosse e la cenere inerme
mi piace che la testa all'improvviso
scarti di lato faccia capolino
quando ha il sentore di quei tuoi passetti
tutti in avanti un po' disordinati
di te il prurito lungo le mie mani
di quel respiro teso ma smorzato
di un cuore che d'un colpo si riavvia
pronto al sordo fruscio dei tuoi capelli
In tutto questo pianto le radici
tra cose che non posso dire mie
che sono unitamente casa esilio
stupore lontananza Itaca e mare





Poesie sparse... 32 è riportata così come è uscita dalla penna 
sul taccuino rotondo con il disegno di Goya.
Non c'è punteggiatura, perché nella versione originale non c'era: 
i pensieri veramente originali, o quantomeno sinceri al 200%, a quanto ne so, non hanno punteggiatura; 
non soggiacciono alle volontà razionali della grammatica, né della logica.