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giovedì 24 gennaio 2013

postilla a Secret Garden


Ogni storia merita il suo finale, la sua giusta evoluzione.
Per questo, a distanza di anni, ho riscritto una parte di Io & BRUCE: Secret Garden che non mi era mai piaciuta veramente.
Particolarmente soddisfatto del risultato, ecco il primo post del 2013, ultima fatica di un non breve 2012.

A questo link, la storia inserita nel contesto, l'aggiornamento dell'episodio Secret Garden nella rubrica Io & BRUCE.


Continuava a camminare in salita da ormai troppo tempo; la cima non si vedeva ancora. Camminava in salita religiosamente lungo la strada asfaltata, in modo da non perdersi: un puntino nero in mezzo all'assurdità del bianco. Già, perché intorno a lui il bosco era stato sommerso da un manto di neve affatto soffice. Era neve acuminata, prossima al ghiacciamento, senza un tocco di buoni sentimenti. Di quella neve che non nasconde solo le cose in sé, ma che pure elimina gli odori. Di quella neve cattiva, che fa sentire soli. Tuttavia, ringraziò il cielo di vedere ancora esclusivamente il bianco tutto intorno, perché sapeva che se avesse cominciato a vedere il nero, quello sarebbe stato il sintomo inequivocabile di quello stato di salute che precede di appena una manciata di secondi lo svenimento. E sapeva bene che in quel luogo svenire, cadere, fermarsi, erano sinonimi di morire. Nessuno sarebbe passato di lì: nessuno sapeva dove fosse andato; quindi nessuno sapeva dove cercarlo.
Doveva almeno arrivare in cima. Stringere i denti il più possibile, ma arrivare alla vetta. Per un attimo, un attimo solo, riuscì a guardarsi dall'esterno: si vide, si esaminò, tirò le somme, espresse un giudizio. E comprese come lo avrebbe definito qualsiasi persona dotata di buon senso che avesse potuto conoscere il motivo di quel suo tanto penoso vagare: un folle. Non trovò argomentazioni per controbattere all'accusa e accettò suo malgrado la sentenza.
Non esiste persona o cosa al mondo, si diceva, per cui valga la pena morire. Eppure lui era lì, di sua unica volontà, pronto a rischiare il tutto per tutto, per il motivo più naturale e insieme più assurdo che si possa immaginare: aveva perso una cosa, una cosa troppo importante che voleva, anzi doveva, ritrovare a ogni costo. Non si trattava di un oggetto materiale, di quelli che si toccano con le mani, ma nemmeno di un astratto concetto esistenziale, tipo la dignità, l'amore, la fiducia o quant'altro possa venirvi in mente. Non cercava la chiave di un forziere, né la promessa di un domani migliore.
Niente di tutto ciò: aveva perso la Poesia.
La Poesia che sta nella risata di un bambino, dentro a un ramo d'autunno con un sola foglia ancora appiccicata, in quel minuto d'attesa che occorre per gustare un caffè, o nel gatto che vedeva tutte le mattine mangiare da un piatto di plastica sotto casa sua... non la vedeva più. L'aveva avuta, l'aveva vissuta... ma non riusciva più a trovarla. Cosa che, pensava, era decisamente più terribile rispetto a perdere una mano, un piede o un occhio. Specie per chi, come lui, aveva il cuore straziato. Per chi soffriva di quel male che tutti, in un modo o nell'altro, sperano un giorno di poter provare, perdere la Poesia, la propria umanità, l'essenza prima delle cose medesime, equivaleva un po' a svenire lungo quella strada che si stava sforzando di percorrere.

Prima perdere la cognizione di ciò che è intorno, come coprendo tutto con un velo maledettamente bianco. Non distinguere i contorni, sentire di colpo gli odori che non ci sono più, che sono svaniti. E passare, altrettanto rapidamente, da quell'assoluta immensità di bianco, al margine opposto della cognizione. 
Dall'arcobaleno delle cose al bianco; dal bianco al nero.

Fu in quel momento, quando meno se lo aspettava, mentre era assorto in queste riflessioni, che fu colto dallo stupore di veder finire la strada asfaltata, gli alberi innevati, il cielo senza umore. Era in cima, al valico, pronto alla discesa: e, verso quell'altro costone, nella valle che gli si stagliava dinnanzi agli occhi, vide uno spettacolo che non sapeva spiegarsi e che non avrebbe mai avuto il coraggio di raccontare definendosi sano di mente.
Il sole illuminava i campi coltivati che cominciavano a ingiallirsi, come in una primavera già inoltrata. Abbondanti erano le porzioni di maggese, in preponderanza rispetto al resto, dove le balle di fieno annoiavano gli spettatori a furia di farsi contare. Un ruscello veniva giù rigoglioso, ma non troppo: giusto quanto bastava per far girare, seppur lentamente, la ruota del mulino ad acqua. In lontananza, un tendone tutto rosso e bandierine variopinte, ed eco di grida infantili provenienti da un sogno, o forse da un ricordo lontano. Più vicino una masseria, simile a tante che si vedono nella regione centro - meridionale, collegata in qualche modo con il mulino.
Una figura si muoveva, avvicinandosi all'argine del fiumiciattolo. Non era un contadino, non ne aveva la corporatura... L'uomo che cercava la Poesia fece per avvicinarsi e iniziò la discesa; ma mise un piede in fallo, o forse si mosse troppo rapidamente, e inciampò. La caviglia doveva essersi contusa. Tentò comunque di trascinarsi il più possibile a valle, strusciando di sedere, come se fosse stato ancora sulla neve e a bordo di uno slittino. Non si trovava vicino quanto avrebbe desiderato, ma era tuttavia abbastanza da poter distinguere e capire. Quella figura che, accomodata sulla riva osservava il suo stesso riflesso nell'acqua era una ragazza, e più precisamente un clown del circo. La pagliaccina si sistemò un fiore appena colto color arancio sul cappello mezzo sfondato, si aggiustò il trucco controllando con cura l'effetto che sembrava fare, si tirò giù le maniche della camiciona prima arrotolate.

Una nidiata di fate nel frattempo aveva circondato l'uomo infilandogli in mano un taccuino e una matita apparsi da chissà dove. Una di loro, quindi, cominciò a battere un po' più forte le sue alette setate e si librò più in alto, finché non gli si trovò vicino all'orecchio.
"Avanti caprone, ce l'hai fatta... adesso scrivi!"
... ma fu inutile. Lui aveva già cominciato.




venerdì 28 dicembre 2012

IO & BRUCE: Nothing Man


Il cuore per preservarsi tende a dimenticare tutto ciò che occorre

Non ricordava come si fosse sentito. Non ricordava come si fosse sentito quando espresse per la prima volta i suoi sentimenti davanti a una ragazza. Non ricordava come si fosse sentito nei giorni immediatamente successivi al "no" di lei. Non ricordava come avesse passato quel compleanno. Non ricordava, ma si conosceva; e per questo motivo sapeva, o almeno "credeva di immaginare" quello che plausibilmente aveva fatto. Sapeva di avere camminato e camminato e camminato per circa 7-8 km, da mezzanotte fino all'una del mattino abbondante. Sapeva di essersi sfogato un paio di minuti con la sua migliore amica in un'affollata piazza della movida cittadina. Sapeva di aver poi proseguito per almeno un altro miglio a piedi fino a casa sua. Sapeva perciò di avere rincasato piuttosto tardi per i suoi standard (o, comunque, per quelli che all'epoca erano i suoi standard). Sapeva di averne pagato fio subendo abbondante metaforica sodomia da parte di suo padre. Sapeva di avere festeggiato i suoi 18 anni con uno sforzatissimo sorriso stampato sulla faccia; sapeva di avere mal accolto e mal sopportato i familiari suoi ospiti; sapeva di non averne digerito le telefonate di auguri.
Sapeva: perché in effetti aveva una memoria di ferro che difficilmente tendeva a dimenticare.
Ciò che invece non ricordava, ciò che aveva dimenticato, erano le sue emozioni di allora.
Non ricordava se il suo sopracciglio, improvvisamente ballerino davanti alle incazzature, lo avesse o meno tradito mentre le era di fronte; non ricordava se avesse avuto bisogno di fumare; non ricordava quanto il cuore gli si fosse agitato dentro il petto mentre vagava da solo per le strade notturne di una metropoli quel sabato sera incredibilmente deserta. Non ricordava neppure se la città, quella sera, fosse stata veramente così deserta o se era stata semplicemente la solitudine a fargliela apparire così.

La domanda fondamentale

Tuttavia, se ne restò fuori a far gelare il culo. Con buona pace per il suo raffreddore. Restò lì, come aveva fatto per buona parte della primavera, per tutta l'estate e per quell'inizio d'autunno. Restò lì, come aveva intenzione di fare poi per tutto l'inverno, ormai neanche troppo lontano a venire. Per le stagioni successive, chissà. Ma credeva di conoscere la risposta. Aveva fatto come un patto con le sue emozioni: lui le drogava, le imbottiva di morfina, le anestetizzava mal simulando un fittizio senso di pace all'interno di uno squallido tran tran che, almeno per un po', lo aveva illuso di poter un giorno essere felice. In cambio, loro non lo uccidevano. Non era tanto la depressione a fargli paura. Per quella, anche se inconsapevolmente, ci era passato: ci era finito dentro e poi ne era uscito, aveva saputo andare oltre. Non sapeva come: probabilmente grazie a quell'illusione, quel mondo ad hoc che si era creato su misura. Quindi no, non era la prospettiva di una nuova crisi a spaventarlo. Era ciò che ne sarebbe probabilmente derivato: la fine, la fine di tutto, la morte del cuore. Un cuore straziato da tempo, è vero; ma, per quanto assurdo possa sembrare, l'essere umano non scende mai a compromessi quando deve porsi la domanda fondamentale: vivere o morire? Se poi questa domanda arriva improvvisamente, e senza farsi attendere, allora la risposta è tanto più repentina. Istinto di autoconservazione, lo chiamano gli antropologi. Gente che ha studiato.

"Se capovolgi il mondo, lo specchio ti riflette..."

Tesoro, dammi un bacio...
Dio, dammi la forza...
E limitatevi a capire questo: io sono il signor nessuno.
Sono il signor nessuno.
E' questo che pensava sotto a un cielo terribilmente nero, orfano come lui della luna e delle stelle. E osservando quella fortuita vacuità del cielo sentì una feroce carica di freddo percuotergli il corpo, facendolo rabbrividire tutto lungo la spina dorsale. Il gelo passava di vertebra in vertebra, come un treno provinciale lungo le stazioni di tutti i paesi. Fu in quel momento che realizzò. Realizzò che quella sensazione di gelo non sarebbe passata mai. Realizzò che un altro anno, invece, era appena passato.
Girò la testa verso sinistra, si specchiò in una vetrina e credette di essere invecchiato. Non era vero, ma lo credette. Un'automobile fece manovra e parcheggiò a ridosso del marciapiede, dritto per dritto rispetto dove era lui.
La luce dei fari si proiettò sul vetro annullando l'effetto specchio e lui vide la sua immagine sparire.

Manet - I bevitori di assenzio

Da quelle parti tutti hanno perso qualcosa. Ed è il motivo, l'unico possibile, per cui tutti ci si ritrovano, seduti a sorseggiare intrugli di ogni genere, seduti all'aperto, incuranti di che tempo faccia, a un po' tutte le ore del giorno.
Si tratta di una realtà, di una logica, non troppo nuova e nemmeno troppo originale. Un pittore francese, Manet, l'aveva saputa rappresentare perfettamente con un disegno pure piuttosto famoso.
Quali fossero i problemi degli altri, quale il motivo del loro stare lì, sinceramente non gli importava. Sapeva il suo; e il suo, ne era convinto, bastava per due vite di solitudine in un bar.
Aveva finalmente messo a fuoco la questione, però. Aveva analizzato il problema. Però il problema ancora persisteva. Però era ancora lì. Però il cielo era ancora nero sebbene, quella volta, fosse nero perché gravido di pioggia.
Niente di nuovo, dunque; almeno per un osservatore esterno.
Ma una differenza c'era, e lui la conosceva. Era sottile, ma c'era: si era trovato un secondo motivo, un secondo perché. Meno probabile di quello principale, è vero. Ma ce lo aveva.
Faticava a stare in piedi da solo, ma intanto esisteva: lui lo avrebbe retto fintantoché gli sarebbe tornato utile.
In fondo si trattava di una farsa, e sapeva bene anche questo. Ma era di altro, in verità, che aveva bisogno? Il problema stava tutto lì.
Non aveva risposte sul lungo termine, ma aveva imparato a confezionarsene tante a breve scadenza. Si sarebbe illuso ancora, perché no? E poi avrebbe provato a sostituire la nuova illusione alla vecchia, o a far sì che tutte e due si annullassero a vicenda. Da due segni "-" a un segno "+". Se era possibile in matematica perché non poteva essere lo stesso anche nella vita...?
In fondo non c'era niente di nuovo, né di originale. Niente che altri prima di lui non avessero già passato.
E, se non era migliore di tanti altri, pure sapeva di non esserne peggiore. Era un signor nessuno, un uomo come tanti altri; forse un filino più prudente di molti. E, con estrema cautela, riprese lentamente ad affacciarsi verso la vita.


venerdì 15 luglio 2011

just a brilliant disguise... analisi di Tunnel of Love, di Bruce Springsteen



Oggi proponiamo un commento con annessa analisi dell'elegia del dubbio targata Springsteen. Nella fattispecie, per i non addetti ai lavori, parliamo della triade presente in Tunnel of Love (1987) e composta da (in ordine) Two Faces, Brilliant Disguise e One Step Up.
Viste la foga e la voglia che mi hanno portato a scrivere, questo post sarà visibile anche sotto la voce IO & Bruce (a lato, sx) pur non essendo un racconto né un trito psicologismo.
C'è dell'altro?...
Ce n'è. Il sottostante è dedicato a tutti coloro che hanno dimenticato di venire dalla strada. Modo di dire che sa di frase fatta, ma con cui voglio intendere, per "venire dalla strada", "non avere avuto niente". Perchè le nostre esperienze le portiamo addosso, e pian piano fanno massa, anche se non ce ne accorgiamo subito: prima che ci temprassero, che ci forgiassero, che ci plasmassero, che ci modificassero, non avevamo nulla. Come coloro che vengono dalla strada. Il resto è storia.

Questa è la storia di Tunnel of Love, 8° album in studio di Bruce Springsteen. Un disco che, per la verità, non ebbe su scala mondiale lo stesso successo dei precedenti (citiamo per comodità gli stra-noti Born to run, Darkness on the edge of town e Born in the USA), forse a causa della sonorità più tendente all'elettronica e meno al rock, sull'onda degli anni '80.
Ma sarei ridicolo se attaccassi un pippone tecnico-musicale; e so che risulterei poco credibile.
Voglio parlare della poesia di Tunnel of Love e, soprattutto, della triade del dubbio di cui prima.

Il tema ricorrente, se non unificante, di ToL è infatti la crisi della coppia, il fallimento del vivere insieme nella quotidianità, il dubitare l'uno dell'altro.
Non è un caso che Two Faces, Brilliant Disguise e One Step Up occupino rispettivamente l'ottava, la nona e la decima traccia; dopo Tougher than the rest e Walk like a man, ma soprattutto prima di When you're alone e Valentine's Day. Perchè è dopo il momento del mettersi in gioco, della decisione, che seguono la vita vissuta e il dubbio. Ed è dopo, solo dopo, che arriva la solitudine, accompagnata come da manuale dall'ironia dei ricordi.
Non è un caso. E, probabilmente, i testi sono ispirati dal divorzio che Springsteen ebbe in quel periodo con la prima moglie, Julianne Philips.

In Two Faces la storia viene raccontata nella sue essenzialità, spoglia di preziosismi, con una semplicità che per forza di cose lascia inquieti.

I met a girl and we ran away

Ma capiamo presto il perchè: un inizio così roseo non può narrarci una storia a lieto fine. E infatti

I swore I'd make her happy every day
And how I made her cry
Two faces have I

L'uomo, stavolta il colpevole è lui. Già all'inizio della relazione sembra avvertire un presentimento, un peso, l'ombra di un presagio. Ma non è lui, o meglio: è lui, ma è una voce di dentro a parlare. La voce dell'esperienza, forse, o dell'abitudine che sa come vanno le cose. Resta il fatto che chi parla sente il dibattito, la contraddizione, e quindi (per forza di cose) ci crede e finisce per realizzarla. Anche se non è ciò che vorrebbe.




Sometimes mister I feel sunny and wild
Lord I love to see my baby smile
Then dark clouds come rolling by
Two faces have I

One that laughs one that cries
One says hello one says goodbye
One does things I don't understand
Makes me feel like half a man

At night I get down on my knees and pray
Our love will make that other man go away
But he'll never say goodbye
Two faces have I


I colori assumono tinte più fosche con il brano successivo. Ciò che in Two Faces era appena accennato come un presagio ancora lontano diventa, in Brilliant Disguise, una realtà che va attuandosi fino al suo drammatico epilogo. Il video ufficiale della canzone, in proposito, ci spiegherebbe da solo tutto nel suo insieme.





Il Boss è ritratto, in bianco e nero, in un interno domestico, una cucina. Ma l'ambiente non ci tranquillizza affatto, e per diversi motivi:
1) prima di tutto l'artista è solo, con la sua chitarra. Il ritmo che dà subito l'avvio alla frase musicale ci catapulta all'interno del momento della creazione. Bruce sembra inventare la canzone lì, in quel preciso istante. I "colpi" che sfodera sulle corde sembrano violenti, dettati più dalla rabbia che dal piacere della composizione. E poi c'è la voce: sembra sgraziata, quasi stonata, come di qualcuno che ha appena finito di piangere.
2) La scelta della ripresa in bianco e nero conferma le ipotesi. Il video, pure se lo volesse, non potrebbe essere a colori, perchè il mondo dell'artista non è più a colori. Ma questo lo capiremo meglio strada facendo...
3) La telecamera, quasi impercettibilmente, zooma sempre di più, come a restringere il campo d'azione in cui il protagonista può muoversi. L'arredamento, il tavolo, la stessa chitarra svaniscono lentamente e finisce che sullo schermo resta solo lo sguardo evidentemente addolorato di chi canta.

Qui il dubbio la fa da padrone. Se i primi due versi potevano ingannarci

I hold you in my arms
As the band plays

Ecco sbucare, immediatamente dopo, le ombre raddoppiate, elevate alla potenza, della canzone precedente.

What are those words whispered baby
Just as you turn away

Lui non si fida più. Per questo la segue, le gira intorno, ma vede ovunque uno spettro che non sa spiegarsi, e non riesce più a collocare nemmeno sè stesso all'interno di un "qualcosa" di definito. Per questo le sue parole, mentre canta, suonano strozzate...

I saw you last night
Out on the edge of town
I wanna read your mind
To know just what I've got in
This new thing I've found
So tell me what I see
When I look in your eyes
Is that you baby
Or just a brilliant disguise

Cosa vedo quando guardo dentro ai tuoi occhi? Sei veramente tu o è solo un travestimento ben riuscito? Con questa immagine delicatissima il sentimento di sfiducia si innalza indiscutibilmente a poesia. Ma siamo solo all'inizio: tutto questo si trasforma in ansia, e allora sono dolori. Qualsiasi cosa, vista o immaginata che sia, diventa motivo di cruccio. Il tutto, però, è ancora visto dall'interno della coppia (ne è prova, in questo senso, il salice presente anche prima, in Two Faces: Last night as I kissed you 'neath the willow tree/He swore he'd take your love away from me): stiamo assistendo al suo inesorabile sgretolarsi, siamo nel bel mezzo della tragedia.

I heard somebody call your name
From underneath our willow
I saw something tucked in shame
Underneath your pillow

Ma, ecco il colpo di scena: Bruce è disposto a prendersi le sue colpe. Non capisce come una donna così possa desiderare il tipo d'uomo che è lui. Tuttavia, l'idea dell'esame di coscienza funziona solo in parte: l'artista non riesce, infatti, a progredire in positivo, non cerca in sè il modo per andare avanti, per rimettere insieme le cose: si ferma alla radice del problema, e continuare ad anatomizzarlo non giova più di tanto. Difatti...

Now look at me baby
Struggling to do everything right
And then it all falls apart
When out go the lights
I'm just a lonely pilgrim
I walk this world in wealth
I want to know if it's you I don't trust
'Cause I damn sure don't trust myself

Il problema è chiaro, ma le cose non prendono la piega che dovrebbero. Springsteen sposta l'asse dell'attenzione da lei a lui, ma così facendo non trova certo una medicina ai suoi mali: lei potrà sempre recitare la parte della donna innamorata e lui quella dell'uomo fedele; ma se per caso qualcuno dovesse provare a leggergli la mano, allora sarebbero guai. Qui l'artista si abbandona al ricordo più intimo che ha: il giorno del suo matrimonio. Ricorda che, con la neo-moglie, andò proprio a farsi leggere le mani da una zingara, la quale preannunciò un futuro roseo per i due. Ma il ricordo, così dolce, si sovrappone al presente, ricordando che ogni rosa ha le sue spine: dopo quella bellissima giornata, infatti, sono arrivati anche i momenti difficili. Forse, allora, la zingara aveva mentito...

So when you look at me
You better look hard and look twice
Is that me baby
Or just a brilliant disguise

Il finale non può che lasciarci sconvolti. Tristissimo e meraviglioso al tempo stesso. L'apoteosi della tragedia del quotidiano. Il quadro è chiaramente cambiato. L'altro uomo ha vinto.

Tonight our bed is cold
I'm lost in the darkness of our love
God have mercy on the man
Who doubts what he's sure of

Per quanto brutta sia questa resa in italiano, vi invito a riflettere su queste specifiche parole; nonostante avremmo potuto facilmente tradurre in maniera decisamente migliore.

Dio abbia pietà dell'uomo che dubita di ciò di cui dovrebbe essere sicuro

Questo quadro finale, quello dell'uomo rimasto solo e pieno di incertezze, ci catapulta involontariamente dentro il brano successivo.

Anche per One step up il video diventa qualcosa di imprescindibile dalla musica e dal testo, se vogliamo arrivare alla totale comprensione dell'opera. L'aggancio con Brilliant Disguise è evidente

Woke up this morning my house was cold

La casa è sempre quella, il narratore pure. Se ci fosse, però, qualche dubbio in proposito, questo viene sfatato immediatamente: il protagonista entra in macchina, nella sua vecchia Ford. Perchè lo fa? Dove dovrà andare?

We've given each other some hard lessons lately
But we ain't learnin'

Il viaggio ha dunque una connotazione insieme fisica e psicologica. Il viaggio assume valenza di "viaggio alla ricerca/riscoperta di sè". Il viaggio è, d'altronde, sì un mito antico, ma sopratutto un mito tipicamente insito nell'essenza americana "born in the USA". E, tuttavia, proprio il viaggio sembra immediatamente essere sconsolato, come svuotato dei suoi significati.

We're the same sad story that's a fact
One step up and two steps back

Anche questa volta il video risulta essenziale.


L'entrata in città è ripresa dall'interno di una macchina (la stessa su cui l'autore sta viaggiando) e assume quasi la connotazione di un porto di mare. Dovremmo trovarci, quindi, in un momento di forte speranza, di aspettative; ma veniamo subito disillusi: l'automobile viene inquadrata dall'esterno mentre è costretta a fermarsi di fronte a un passaggio a livello. Le possibilità di redenzione e rinascita vengono irrimediabilmente negate.
A questo punto la scena cambia e veniamo catapultati nella location che occuperà tutta (o quasi) la parte finale del clip. L'autore/attore entra in un locale. Probabilmente è ormai notte e il posto puzza lontano un miglio di night pieno zeppo di signorine compiacenti, spogliarelli, alcolici e via dicendo. Nonostante ci sia anche una donna apparentemente più "seria" che lo guarda, lui si siede appartato. Da questo momento parte il primo di una serie di clip in bianco e nero fortemente simbolici: due mani che si avvicinano fino a intrecciarsi. Nel momento del contatto osserviamo spruzzi d'acqua e cariche elettriche che dilagano per lo schermo. Inoltre (aspetto da non sottovalutare) agli anulari spiccano con decisione le fedi, gli anelli nuziali.
Il senso di disagio è chiaramente comunicato dalle parole

Bird on a wire outside my motel room
But he ain't singin'
Girl in white outside a church in June
But the church bells they ain't ringing

Il video, in questo senso, segue il testo. L'artista ci fa partecipi del suo stato d'animo.

I'm sittin' here in this bar tonight
But all I'm thinkin' is
I'm the same old story same old act
One step up and two steps back

La voce narrante ha raggiunto la consapevolezza della sua posizione. Guarda le ragazze che ballano in bikini, ma con fare annoiato. Probabilmente sarebbe facile per lui allungare una banconota verso quelle forme curvilinee e passare, così, una serata d'oblio. Ma questa fase, ormai, è stata superata. I flashes si fanno più insistenti e sempre meno chiari: rotaie ferroviarie, piedi che scivolano, mani (sempre munite d'anello) che vanno a sfiorare altri corpi.
L'esperienza amorosa c'è stata, ed è di quelle che non può essere dimenticate. Di più: non è nemmeno di quelle in cui si può semplicemente dire "basta" per porre fine alla storia. Lei non se ne andrà mai dal cuore dell'artista, a meno che non sia quello stesso cuore a cancellarla d'improvviso.
Lui si guarda allo specchio. Si vede, e non si piace. Tira le somme, mette su un bilancino la sua esistenza, la sua personale esperienza.

It's the same thing night on night
Who's wrong baby who's right
Another fight and I slam the door on
Another battle in our dirty little war
When I look at myself I don't see
The man I wanted to be
Somewhere along the line I slipped off track

e capisce che, più si è mosso, più è rimasto fermo. Anzi, peggio...

I'm caught movin' one step up and two steps back

A questo punto, cambia la prospettiva: il narratore vede una donna; un'altra.

There's a girl across the bar
I get the message she's sendin'
Mmm she ain't lookin' to married
And me well honey I'm pretending

Deduce che, come lui, anche lei finge di non essere sposata. potrebbe mettere una pietra sopra il suo passato, abbandonarsi al piacere della ri-scoperta... ma poi si rende conto che ciò non è veramente più possibile. Perchè lei, l'altra donna, è sempre lì.

Last night I dreamed I held you in my arms
The music was never-ending
We danced as the evening sky faded to black
One step up and two steps back

E lui non ha più certezze, se non quelle che riguardano il suo stesso modo di vivere. Per un passo in avanti, ce ne sono sempre stati due indietro. Guardare avanti non è più possibile, perchè lei è ancora lì, nel profondo del cuore, e non sembra volersene andare (per quanto, nella realtà, abbia già levato le tende, e da parecchio).
Le mani che nel primo clip si intrecciavano ora si staccano di colpo. Tutte quelle micro-scene si ripropongono con un rewind a rallentatore. Ultima tinta del quadro, la faccia dell'artista, ripresa in primo piano, che va progressivamente invecchiando per tornare poi, all'ultimo, normale ed estraniata al massimo. Quasi stupita, forse. Come se avesse avuto una rivelazione.

sabato 12 marzo 2011

IO & BRUCE: Dancing in the Dark

A volte è necessario aspettare molto tempo prima di tornare a leggere una storia scritta tempo prima e poterne uscire decentemente, con la faccia pulita e la forza di guardarsi allo specchio.
Di questa storia, in qualche modo, mi vergognavo. E me ne vergogno tuttora (non che sia tutto vero, per carità!). Ma è passato un anno esatto da quando l'ho buttata giù e, volente o nolente, credo sia giunto il momento di confrontarsi con certe vecchie paure, di esorcizzarle, di prenderle a calci nei coglioni... Torna la serie di "racconti" con le canzoni di Springsteen come sottofondo: oggi abbiamo "dancing in the dark".


Amici da 14 anni in un mercedes

Apro la porta del frigorifero, ma le mie attese sembrano volermi deludere: tre bottiglie d'acqua del rubinetto, una frizzante, 5 litri di latte, svariati formaggi e prosciutti, un paio di ragù da scaldare, un'immensità di altre cose verdi non identificate. Cazzo! Nemmeno l'ombra di una birra. Questa non ci voleva. Una birra almeno mi calmerebbe. Chiamo Andrea: ho bisogno di farmi tirare su, ho bisogno di parlare, ho bisogno soprattutto di qualcuno che mi stia a sentire e, magari, che mi consigli.
Cerco il numero del mio amico tra le chiamate recenti e premo il telefono verde. Dall'altra parte squilla.
"Andrè...!"
"Vincè; come stai?"
"Un pò 'no schifo... mò che fai?"
"Dovrei andare da un sarto a piazza Istria"
"Ti accompagno. Andiamo a fette?"
"A dire il vero pensavo di prendere l'auto"
"Da paura. Sto scendendo"
Dopo nemmeno cinque minuti ci ritroviamo entrambi di fronte al mercedes di suo padre.
"Andrè, non mi ricordo nemmeno: si può fumare in auto?"
"Certo, però abbassa il finestrino"
Consolato dalla notizia estraggo dal pacchetto da dieci di Winston blu una sigaretta al drum che mostro al mio compagno di avventure
"Beh, sta imparando a rollare benino la ragazza, eh?"
Sorride.
"Insomma, Vincè, che è successo?" mi fa dopo avere passato gli incroci più impegnativi del tragitto.
"... che non hai litigato con i tuoi l'ho capito, e già questo è un passo avanti!"
Come mi conosce...!
"Potevo essere abbacchiato per una litigata con i miei? Quello che mi dicono da una parte mi entra e dall'altra mi esce!" gli rispondo, spostando la mano da un orecchio all'altro. Tiro un sospiro e gli racconto le ultime puntate della mia pseudo storia d'amore: spiego, con una sintesi degna dei riassunti di Beautiful, come lo strafottutissimo pacchetto di prima sia stato -per lei- portatore di dubbi e di incertezze.
"Mi viene l'ansia" mi aveva detto poche ore prima. L'ansia di fare una scelta, di prendere una decisione? O forse ero io l'ansia? Io, con le mie gentilezze GRATUITE e, in quanto tali, incomprensibili...?
Quel santo del mio amico si sorbisce tutto il pippone con pazientemente. Poi, dopo qualche momento di silenzio, mi fa: "Ascolta Vinni, ti conosco da anni... tu non stai tentando di comprarla; è ovvio. Certi gesti, certe tenerezze ti riescono spontanee, lo so. So che non stai nemmeno a pensarci su. Mettiti nei suoi panni però: Spiegale chiaramente che le cose che fai non hanno un secondo fine. Tranquillizzala e rassicurala; secondo me ne ha bisogno."
Poi, mentre parcheggia, aggiunge: "... se di te se ne fregasse completamente, non verrebbe nemmeno a farteli certi discorsi..."
La sartoria è a pochi metri da noi.
"Era da tanto che non fumavo in auto..."
Sbrigate un paio di commissioni torniamo a casa. Sceso dal sedile e chiuso il mercedes, guardo il mio amico "Grazie Andrè. Mi serviva proprio uscire e svagarmi un pò..."


Bacco e la combriccola

Una serata tra soli uomini. Una gran bella serata tra soli uomini, e non una delle tante in cui la fica manca perchè non ne ha proprio voluto sapere di uscire con te, quanto una di quelle in cui sei tra soli uomini perchè era esattamente ciò che volevi. Il bello dell'essere senza donne (o dell'averle lasciate a casa) è che puoi fare e dre tutto quello che ti pasa per la testa, stando sicuro che resterà all'interno della comitiva. E' bello, periodicamente, ritrovare gli amici di una vita fa e riscoprirsi sempre più cretini.
Ci sediamo al tavolo di un'osteria "Osteeee! Portace 'n siluro!" Il siluro è un grande cilindro da 5 l. circa, pieno di birra. Il luppolo esce da un apposito rubinetto, il che fa sentire ognuno molto perfetto barista di se stesso. Questa sera, di siluri, ce ne siamo sparati tre in sette. E considerando che, come sempre, c'è chi beve di più, chi di meno e chi non beve proprio, direi che ci siamo sturati almeno due litri a testa di quel nettare degli dei che a West chiamano "Birra". Io me ne esco tranquillamente con il boccale in mano, così posso continuare a bere mentre torno a casa... e intanto gli ho fregato il bicchiere! Appena se ne rendono conto, dalla parte dei miei amici partono applausi e standing ovation etiliche, finchè arriviamo sulla tangenziale. Danny, certamente tra i più ciucchi della combriccola, sale su una specie di guardrail tra marciapiede e strada e si produce in qualcosa di più simile a un carpiato che a una capriola, rotolando prima sul tetto di un'auto parcheggiata, poi in strada. Quindi corre a pisciare in uno di quei cessi chimici che si trovano nei cantieri. Andrea intanto ha cominciato a delirare: sta prendendo a calci un coso triangolare di plastica (non so proprio cosa diavolo sia, o comunque sono troppo ubriaco anch'io per focalizzarlo) rubato dal cantiere di prima.
"Andrè... ma che cavolo stai a ffà?!"
Quello si volta e ci risponde pacatamente "Mi sto allenando!".
All'esplodere dele nostre risate ci regala un'occhiata che gelerebbe il peggiore Lee Van Cleef, quindi afferma sprezzante: "Ecco perchè non diventerai mai il vero ZORRO!"
Poi comincia a calciare una pigna, dribblando avversari inesistenti, manco fosse Pelè.
Inseguendolo ci itroviamo di fronte a un pub e a un ristorante cinese chiuso. Quel mongoloide, come ci vede arrivare, sa pronunciare ancora solo due parole "rhum&pera! rhum&pera!". Mentre gli altri cominciano una battaglia -persa in partenza- per convincerlo che altro alcol lo stenderebbe, Danny si ferma a fissare le lampade rosse di fronte all'insegna di ideogrammi. Con il muso all'insù, l'espressione ebete e quell'unica frase ripetuta ".. ma che figata..." è veramene uno spasso. Poi, d'improvviso, salta, allunga il braccio e, in una mossa sola, ha strappato tutti gli strass dorati che pendevano dall'attrezzo luminoso. Mi chiedo come abbia fatto a non tirare giù pure quello.
"Edoardo, guarda che bello!" mostra fiero.
Ecco, ora abbiamo veramente sgravato. Ma il fatto stesso che non riesca a pensarci senza sbellicarmi dalle risate sottolinea come, in fondo, non me ne freghi proprio un cazzo. Se certe boiate non le facciamo ora...


Neopapà per una settimana


Sabato, in tarda mattinata, mi incontro con Simone. Ormai, a causa della sua scuola serale, ci vediamo sempre meno. Ma, ogni volta, quante ne abbiamo da raccontarci...!
Mi chiede, come sempre, se ci sono progressi negli amori, ascolta le mie paranoie e mi dà pure dei consigli buoni. E che è?! Poi tace per una manciata di secondi. Mi guarda e sorride. "Sai che per poco non la mettevo incinta?"
".... Eh..?"
La sua donna è una ragazza madre: suo figlio ha festeggiato tre anni pochi giorni fa.
Simone, per usare un eufemismo, "non adora" farlo con il profilattico. E la settimana scorsa lei ha avuto un ritardo, oltre a un nuovo accumulo di latte al seno. Tutto si è poi risolto (anche se non capisco bene come), ma pare siano stati sette giorni di terrore. Diciottenne, senza lavoro nè diploma, potevano tenere un bambino? No, certo che no.
"In caso" mi ha confessato il mio amico "lei avrebbe abortito... e le cose tra di noi sarebbero cambiate". Un istante dopo, però, il suo volto si è riacceso e ha continuato: "Però lo sai che, come idea, mi piaceva un sacco? Un piccolo 'Mone... un piccolo stronzo come me... figlio mio, cui ho dato io la vita!".
Beh, credetemi se vi dico che in quel momento, di fronte a tanta spensierata fiducia in un sogno, sono stato felice. Tornando a casa siamo passati per piazza Winckelmann: un buco di mondo, quando eravamo piccoli noi un cesso a cielo aperto, che ci ha visti crescere. Oggi, tutto sommato, è davvero un bel posticino: giostre, scivoli, tappeti elastici e trenini e altalene e biliardini e patatine e coca-cola e sole e bambini e tanti bambini... "Meno male che ci sono i bambini. Pensa te se non ci fossero... Te non lo vorresti un figlio?"
Tutto questo è stato Simone a dirlo.
"Certo che sì! Non ora, è chiaro... ma in assoluto sì".
Non avevo mai sentito il mio amico fare discorsi così seri e profondi: "Quando eravamo bimbi noi, 'sto posto era 'no schifo... tutte siringhe pe' terra, e poi ce stava solo 'na giostra e un'altalena.. Guarda mò che bello!... e un giorno ce verranno a giocà i nostri figli... e forse un giorno pure i figli dei nostri figli... e per venire uno può metterci anche solo du' minuti... Cioè, pe' fà un bambino, pe' fà 'na vita, bastano due minuti..."


100 giorni

Domenica 14 marzo 2010. Nonostante la serata non sia stata nulla di speciale, scendere dal letto mi costa molta più fatica del previsto: la sveglia suona alle 8:30, ma quando finalmente sono in salotto a fare colazione le lancette segnano le nove e sette minuti. Mi lavo e mi cambio, facendo in modo di poter approfittare di questo fortuito ritardo quanto basta per non essere intercettato dalla solita suora pronta, come ogni domenica, ad accollarmi una lettura. Anzi, per non sbagliarmi mi fermo anche a fumare una sigaretta. Riscaldato dal sole e dal tabacco che brucia, la dose mattutina di veleno mi sveglia completamente, restituendomi tutte le funzioni cerebrali ancora inattive. E' un attimo: connetto che giorno è, capisco cosa significhi. 100 giorni. Tra cento giorni, la prima prova degli esami di maturità. Per voler essere romantico, gli ultimi cento giorni della mia adolescenza. Evvai! A voler fare i conti, vista Pasqua e diverse altre cazzate tra cui ponti e assemblee, sono rimasti 70 giorni scarsi di scuola effettiva.
La giornata sembra magica, risulta chiaro che farò qualche cazzata, come a sottolineare che la maggiore età non mi ha preso e non mi prenderà ancora per un pò. Tutto scorre liscio fino alle 16:00 circa, quando mi chiamano al telefono: è un mio amico; mi dice di scendere, che c'è lei che mi vuole vedere, mi vuole parlare. Sul momento non mi rendo conto di ciò che dico, delle conseguenze che le mie parole potrebbero comportare "Aò, è appena iniziato il secondo tempo... Dille che non scendo, poi forse la chiamo io..."
Deve passare del tempo prima che qualcosa si muova. Dopo il 4' di recupero, dopo il triplice fischio finale. E non è per il pareggio. Non è neppure per il rigore sbagliato. capisco solo che qualcosa non va. Mi chiedo se lei sia incazzata. Considero che, effettivamente, non essere preferita a una partita di calcio non è il massimo. Resto due ore inebetito, con un buco nello stomaco. Ho come l'impressione che le mura della stanza mi si stiano stringendo addosso. Fino a quando decido che è troppo. Mi infilo la giacca di pelle, controllo la temperatura esterna, annuncio: "Esco a riflettere su tutte le cazzate che ho fatto fino ad ora".
Papà, come per ogni cosa leggermente fuori dall'ordinario, non vuole capire; Mamma risponde come un nastro registrato "Ricordati che alle otto in punto si cena".
Esco, trovo il coraggio necessario e la chiamo.
"Ehi... senti, ti volevo chiedere scusa per prima; mi dispiace davvero non essere sceso..."
Lei, dall'altro capo, risponde, voce più dubbiosa e leggera rispetto al solito (ma forse è solo una mia impressione): "Figurati... ma dovevi studiare tanto?"
?!
"No, cioè... sì, sì, una cifra! Poi era sceso un mio cugino da Milano..."
E' fatta. Torno a casa canticchiando "Grande figlio di puttana" degli Stadio. In cucina c'è mia madre. "Non puoi capire quanto ho sculato" le faccio "Non ha capito che l'ho pisciata per la Roma!". Lei mi guarda sprezzante: "Quanto sei rozzo... e, comunque, sei proprio una canaglia!"


Dancing in the Dark

Alcuni parlano di "teoria del piano inclinato"; io parlo di dama, di pedine nelle mani del destino. La libertà è vera solo per metà. La metà scarsa della nostra vita dipende dalle nostre scelte e dalle nostre azioni; tutto il resto dipende dalle scelte e dalle azioni del mondo che ci circonda. La cosa più preoccupante è che ciò che chiamiamo "controllo" non lo possiamo esercitare alla perfezione nemmeno nella fetta di fatti/azioni sotto la nostra cura. Prendete me: quanta razionalità stavo effettivamente esercitando mentre preferivo una partita di calcio alla ragazza di cui sono innamorato? La mia scelta, quindi, quanto è stata portata avanti sotto il mio diretto controllo? Nel flusso vitale intervengono in continuazione quegli elementi che, volgarmente, chiamiamo "cazzate" (vedi esempio) e "botte di culo" (lei che non connette la mia assenza con la partita della domenica).
Strano il destino: prende e dà, anche se quasi mai equamente. Dall'alto della sua onniscenza, Bruce declama:

You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark

Non puoi accendere un fuco senza una scintilla. Quando, finalmente, io e lei riusciamo a trovarci da soli, a sederci, a parlarci, non troviamo il modo di dirci praticamente nulla di nuovo. Finti scemi tutti e due, tutti e due con una fottuta paura di aprirsi veramente all'altro, tutti e due talmente bruciati da emozioni vecchie da non essere più disposti a rientrare in gioco: l'una con le parole, l'altro nei fatti.
Il fucile è in affitto, aspetta... Anche se, forse, stiamo solo ballando al buio.
Restiamo, incredibilmente, pupazzi nelle mani di qualcosa più grande dell'amore.

domenica 14 novembre 2010

IO & BRUCE: I'm on fire

Premessa: Forse, più che I'm on fire, la canzone di Springsteen più adatta a descrivere l'argomento sarebbe stata The promise. Ma l'idea nasce con I'm on fire, quindi sia I'm on fire...


Edipo

Gli psichiatri affermano, supportati dalle tesi sul complesso di Edipo, che il primo uomo che ogni donna ami nella sua vita sia riconducibile alla figura paterna, quando non vi corrisponde perfettamente.
Quindi sentirsi dire da una donna cose della serie "Assomigli un sacco al mio papà" non deve essere visto come motivo d'offesa (della serie "quanto sei vecchio..."), ma per ciò che vuole veramente dire il più spontaneo dei complimenti dettati dall'inconscio.
Questo stesso sentimento, a essere sinceri, non so con certezza se si sviluppi o meno anche nell'esemplare maschio nei confronti della madre. Poco ci importa, in fondo, perchè noi uomini, per quanto riguarda le donne, lo sappiamo. E questo, senza dubbio, ci aiuta in qualche modo a comprenderle.
Perciò quando Springsteen canta "Ehi little girl is your daddy home" mi posso sentire autorizzato a tradurre "Ehi bambina c'è il tuo uomo in casa".
Certi testi hanno tutto il diritto, quando devono essere tradotti, di essere (anche) "interpretati". Cosa che, alle volte, può fare comodo.

Promettere

I'm on fire. Sono in fiamme, sono nel fuoco.
Due, anzi tre, sono i giuramenti cosiddetti solenni e inviolabili: Il primo è quello "con lo sputo", molto usato sotto i tredici anni (e con pochissimo senso, se si vede con gli occhi dell'adulto); il secondo si fa con il fuoco (un'ustione suggella il patto); il terzo è la "promessa sul (proprio) sangue", che ha molto a che fare con la religione o (più spesso) con le sette.
Ero in Scozia, sull'isola di Skye (detta anche "isola delle nuvole"). Vi ero giunto come con un mattone che non sapeva ancora se piantarsi nel cuore o scendere giù nello stomaco. Sapevo che se stavo arrivando ai confini con il circolo polare artico doveva esserci un motivo: avevo una colpa da pagare, o almeno così credevo...
Beh, l'isola delle nuvole è stata consigliera in proposito. Poco dopo avere posato il culo su uno dei promontori che guardano il mare del Nord avevo capito cosa dovevo fare.
Il destino, l'ho già detto, esiste, ed è rapportabile a una partita di poker: cosa farai con le carte che vedi puoi deciderlo solo tu; ma quali carte avrai in mano non dipende da te.
Ecco, sta tutto qui il destino: sono le carte che peschi. Puoi giocarle al meglio, ma se non lo fai a ogni mossa sbagliata ne deve seguire almeno una giusta. Sennò sei fuori. E le chiacchiere stanno a zero.
Questo mi ha fatto capire l'isola di Skye: in passato ho avuto una mano fantastica, forse la migliore della mia vita. L'ho giocata male. Non nel modo peggiore, ma comunque male. Dovevo rimediare. Fare in modo che non avrei mai più giocato quelle carte. Non così. Dovevo giurarlo. Sul mio sangue.

Nobiltà

La nobiltà non è un fatto di sangue; è determinata dalle nostre azioni. Così chi rinuncia a quanto ha di più caro per il bene di altri, questi è nobile.
Dio mi ha fatto un dono: se lo avessi usato con coscienza sarebbe stato un ottimo talento da impiegare; ma non è andata così. Ho abusato del mio dono. E così facendo ho rischiato che potesse recare danni alle persone che amo. La parabola dei talenti ci insegna che il Signore si aspetta il massimo da ognuno di noi: restituire "solo" quanto ci era stato affidato è punito nel peggiore dei modi. "Mai sotterrare un talento, dunque!" sembra essere la morale.
E se il talento non fosse stato restituito affatto, cosa ne sarebbe stato del servo? Se questi avesse sì impiegato il suo talento, ma in modo sbagliato, e tanto da perderlo, cosa ne sarebbe stato di lui? Forse è meglio sotterrare che perdere completamente. Forse no. E forse sì. Almeno c'è la possibilità di dissotterrare ciò che era stato nascosto in precedenza. Non mi è dato saperlo e non lo so. So invece che le mie scelte non hanno minimamente tenuto conto di Dio, quanto delle sole persone che amo e della loro sicurezza. Bastavano e basterebbero ancora mille volte a farmi giurare sul sangue di rinunciare a quanto avevo e ho tuttora di più singolare. A farmi tentare per minuti troppo eterni un'incisione con un coltello senza lama. A farmi scegliere un ago da cucito come mezzo per ferirmi. A farmi sentire nobile. E' l'amore a farmi nobile, non Dio. Non Dio da solo, almeno.

Feudalesimo

Porgi l'altra guancia, ci insegnano i testi sacri. Non è un suggerimento dettato solo dalle beatitudini celesti o dal gran comandamento al perdono, quanto da un'usanza medievale.
I nobili non consideravano i plebei loro pari. Questo disprezzo di casta era tanto forte da indurli a colpire gli uomini "subalterni" con il dorso della mano: non con il "dritto" quindi, ma con il "rovescio". In questi termini porgere l'altra guancia diventava un atto di sfida: il servo della gleba obbligava così il suo padrone a colpirlo con il dritto anzichè con il rovescio. Accusando il colpo l'uomo semplice aveva obbligato il signore ad "abbassarsi" al suo stesso livello. Perdendo vinceva. E un atto di apparente umiltà e sottomissione si trasformava in mossa vincente, almeno sotto il profilo ideologico.
.. Quante battaglie potremmo vincere solo chinando APPARENTEMENTE il capo! e sto pensando, senza voli pindarici, alla vita di tutti i giorni. Con ciò non voglio dire che questo sia l'unico atteggiamento gusto da adottare, sia ben chiaro!
Proprio il giorno che apprendevo questo costume risalente al medioevo, un mio amico mi manifestava apprezzamento per il mio modo di fare diametralmente opposto. "Mi ha colpito" diceva "il fatto che rispondi sempre ai tuoi Tiranni.. Non chini mai il capo, non porgi mai l'altra guancia, anche se sai che resistere è inutile.. che non cambierai niente... Ci vuole coraggio".
O stupidità. O tutti e due.

Vivere

Più o meno so cosa sarà della mia vita. Ho visto e capito la mia strada attorno alle 12:30 di un 10 luglio molto caldo, mentre ero di fronte a me stesso e a un vodka liscio senza ghiaccio.
Diventerò professore. Non so quando, ma questo è il mio destino, il mio karma, il motivo per cui esisto, e succederà nel momento in cui dovrà arrivare, come i fiori quando sbocciano: tempo al tempo. Ho le idee chiare, ma ciò non mi impedisce di continuare a sognare. Ho tre sogni: tutti e tre diversissimi, ognuno completamente scollegato dagli altri, ognuno irrealizzabile o quasi... non per niente si chiamano "sogni"... ma non credo che vi interessino. Forse non interessano davvero nemmeno a me. Perchè tutti e tre insieme non valgono nemmeno lontanamente quella magia per cui, si dice, vale la pena vivere.
Quella magia per cui sono in fiamme.


mercoledì 31 marzo 2010

Io & BRUCE: Secret Garden


Questo racconto appartiene alla serie di prose intitolata Io & Bruce. La canzone di Springsteen che condisce queste parole, che gli fa da sottofondo, è la meravigliosa Secret Garden: un brano immenso attorno al quale la filmografia e la critica si sono sprecati. Non ho la pretesa di credere di avere scritto una bella storia: anzi, questa è una storia di cui mi vergogno. Magari, però, la musica di Springsteen la salverà un po'. Solo un po'...


Deja Vù (100 giorni - parte 1)

La strada corre, lucida dei riflessi della neve, procedendo altalenante tra le curve della strada di montagna. Due giorni di assoluto fancazzismo. Due giorni potenzialmente destinati al devasto. Porcaeva, se ne avevo bisogno! Ne avevamo bisogno tutti, probabilmente. Gli amici automuniti arrivano, i mezzi carichi fino a scoppiare più di alcol bevibile che di cibo solido.
La neve è alta almeno mezzo metro. Qualcosa mi dice che domani farà quasi caldo, ma anche che non sarà una giornata bellissima all day long. Non ce ne è una da lunedì, non vedo perché oggi dovrebbe essere diverso.
Questo panorama di montagna è qualcosa di fantastico; la luce sembra giocare con gli occhi attraverso mille sfumature. Eppure c'è qualcosa che non mi convince. E' la stessa certezza che mi dice che domani farà caldo, ma non sarà una bella giornata. E' una sensazione di qualcosa come già vissuto.
Sarà la nebbia che avanza. Deja vù.

Il Pagliaccio e la Pagliaccina


Continuava a camminare in salita da ormai troppo tempo; la cima non si vedeva ancora. Camminava in salita religiosamente lungo la strada asfaltata, in modo da non perdersi: un puntino nero in mezzo all'assurdità del bianco. Già, perché intorno a lui il bosco era stato sommerso da un manto di neve affatto soffice. Era neve acuminata, prossima al ghiacciamento, senza un tocco di buoni sentimenti. Di quella neve che non nasconde solo le cose in sé, ma che pure elimina gli odori. Di quella neve cattiva, che fa sentire soli. Tuttavia, ringraziò il cielo di vedere ancora esclusivamente il bianco tutto intorno, perché sapeva che se avesse cominciato a vedere il nero, quello sarebbe stato il sintomo inequivocabile di quello stato di salute che precede di appena una manciata di secondi lo svenimento. E sapeva bene che in quel luogo svenire, cadere, fermarsi, erano sinonimi di morire. Nessuno sarebbe passato di lì: nessuno sapeva dove fosse andato; quindi nessuno sapeva dove cercarlo.
Doveva almeno arrivare in cima. Stringere i denti il più possibile, ma arrivare alla vetta. Per un attimo, un attimo solo, riuscì a guardarsi dall'esterno: si vide, si esaminò, tirò le somme, espresse un giudizio. E comprese come lo avrebbe definito qualsiasi persona dotata di buon senso che avesse potuto conoscere il motivo di quel suo tanto penoso vagare: un folle. Non trovò argomentazioni per controbattere all'accusa e accettò suo malgrado la sentenza.
Non esiste persona o cosa al mondo, si diceva, per cui valga la pena morire. Eppure lui era lì, di sua unica volontà, pronto a rischiare il tutto per tutto, per il motivo più naturale e insieme più assurdo che si possa immaginare: aveva perso una cosa, una cosa troppo importante che voleva, anzi doveva, ritrovare a ogni costo. Non si trattava di un oggetto materiale, di quelli che si toccano con le mani, ma nemmeno di un astratto concetto esistenziale, tipo la dignità, l'amore, la fiducia o quant'altro possa venirvi in mente. Non cercava la chiave di un forziere, né la promessa di un domani migliore.
Niente di tutto ciò: aveva perso la Poesia.
La Poesia che sta nella risata di un bambino, dentro a un ramo d'autunno con un sola foglia ancora appiccicata, in quel minuto d'attesa che occorre per gustare un caffè, o nel gatto che vedeva tutte le mattine mangiare da un piatto di plastica sotto casa sua... non la vedeva più. L'aveva avuta, l'aveva vissuta... ma non riusciva più a trovarla. Cosa che, pensava, era decisamente più terribile rispetto a perdere una mano, un piede o un occhio. Specie per chi, come lui, aveva il cuore straziato. Per chi soffriva di quel male che tutti, in un modo o nell'altro, sperano un giorno di poter provare, perdere la Poesia, la propria umanità, l'essenza prima delle cose medesime, equivaleva un po' a svenire lungo quella strada che si stava sforzando di percorrere.

Prima perdere la cognizione di ciò che è intorno, come coprendo tutto con un velo maledettamente bianco. Non distinguere i contorni, sentire di colpo gli odori che non ci sono più, che sono svaniti. E passare, altrettanto rapidamente, da quell'assoluta immensità di bianco, al margine opposto della cognizione. 
Dall'arcobaleno delle cose al bianco; dal bianco al nero.

Fu in quel momento, quando meno se lo aspettava, mentre era assorto in queste riflessioni, che fu colto dallo stupore di veder finire la strada asfaltata, gli alberi innevati, il cielo senza umore. Era in cima, al valico, pronto alla discesa: e, verso quell'altro costone, nella valle che gli si stagliava dinnanzi agli occhi, vide uno spettacolo che non sapeva spiegarsi e che non avrebbe mai avuto il coraggio di raccontare definendosi sano di mente.
Il sole illuminava i campi coltivati che cominciavano a ingiallirsi, come in una primavera già inoltrata. Abbondanti erano le porzioni di maggese, in preponderanza rispetto al resto, dove le balle di fieno annoiavano gli spettatori a furia di farsi contare. Un ruscello veniva giù rigoglioso, ma non troppo: giusto quanto bastava per far girare, seppur lentamente, la ruota del mulino ad acqua. In lontananza, un tendone tutto rosso e bandierine variopinte, ed eco di grida infantili provenienti da un sogno, o forse da un ricordo lontano. Più vicino una masseria, simile a tante che si vedono nella regione centro - meridionale, collegata in qualche modo con il mulino.
Una figura si muoveva, avvicinandosi all'argine del fiumiciattolo. Non era un contadino, non ne aveva la corporatura... L'uomo che cercava la Poesia fece per avvicinarsi e iniziò la discesa; ma mise un piede in fallo, o forse si mosse troppo rapidamente, e inciampò. La caviglia doveva essersi contusa. Tentò comunque di trascinarsi il più possibile a valle, strusciando di sedere, come se fosse stato ancora sulla neve e a bordo di uno slittino. Non si trovava vicino quanto avrebbe desiderato, ma era tuttavia abbastanza da poter distinguere e capire. Quella figura che, accomodata sulla riva osservava il suo stesso riflesso nell'acqua era una ragazza, e più precisamente un clown del circo. La pagliaccina si sistemò un fiore appena colto color arancio sul cappello mezzo sfondato, si aggiustò il trucco controllando con cura l'effetto che sembrava fare, si tirò giù le maniche della camiciona prima arrotolate.

Una nidiata di fate nel frattempo aveva circondato l'uomo infilandogli in mano un taccuino e una matita apparsi da chissà dove. Una di loro, quindi, cominciò a battere un po' più forte le sue alette setate e si librò più in alto, finché non gli si trovò vicino all'orecchio.
"Avanti caprone, ce l'hai fatta... adesso scrivi!"
... ma fu inutile. Lui aveva già cominciato.

L'Ignorante e la Fata

Stavo flashando di brutto quando ho raccontato questa storia a un bambino di sette anni. A dire il vero, però, le cose non sono andate proprio così: l'unico personaggio reale di questa storia è la Poesia. La mia unica, invisibile, onnipresente compagna. E per un po' l'ho veramente persa senza riuscire a ritrovarla. E veramente l'ho ritrovata grazie alla comparsa di una fata. Una voce proveniente da non so dove ha parlato alle orecchie di un ignorante il quale, con le sue umili parole, ha tentato di ripetere quanto gli era stato suggerito. Non sapendo come apostrofarla l'ha chiamata "pagliaccina", ma nemmeno lui ne conosce il motivo. 
In mezzo a così tanti "perché?" poco chiari, il bambino non ha capito la mia storia.
Quando non capiscono, i bambini tendono a facilitare le cose, se non addirittura a renderle arbitrariamente simili a quelle dalle linee più nitide e semplici. 
Sia io che il bambino avremo la nostra verità, entrambe racconteranno una storia diversa. E tutte e due saranno, a loro modo, vere.


La psicanalisi del perdente (100 giorni - parte 2)

Noiosamente seduto per terra nel salotto di una casetta al Terminillo, me ne stavo a scrivere in tranquillità. A dire il vero non so quanto sia corretto usare il termine "scrivere"... stavo semplicemente appuntando tutte le cose che mi passavano per la testa: proverbi, aforismi e modi di dire si susseguivano secondo collegamenti logici che non saprei spiegare. Avevo praticamente finito il foglio, quando Virgy mi si è seduta accanto. "Uè poeta! Cosa scrivi?" mi ha chiesto con il suo inconfondibile accento veneto.
"Mi appunto tutte le cazzate che mi vengono in mente. Non chiedermi quali siano le connessioni logiche perché non ne ho idea..." le ho risposto, aggiungendo poi "roba da far rincoglionire gli psicanalisti"
Ha riso. Poi i suoi occhi hanno cominciato a correre da una riga all'altra, passando velocemente da un paio di versi di Ligabue a un vecchio striscione della curva sud, per andare a finire sulla citazione di scifoniana memoria "E, naturalmente, niente chiappe di Eva Kant!". Poi però quegli occhi hanno smesso di correre. Il quarto pensiero era tratto da una canzone di Zucchero.

Ridi pure, ma non ho più paura
di restare SENZA UNA DONNA!

Virgy ha alzato lo sguardo a osservarmi: "Davvero non hai più paura di restare senza una donna?"
Ho risposto allo sguardo senza proferire parola, ravvisando finalmente anche i primi segni di tutto l'alcol che, ormai da sei ore, buttavo giù quasi senza sosta.
Si è risposta da sola "Non ci credo" si è alzata ed è andata in cucina.

Il Giardino Nascosto

E' strano non vedere la donna che si ama per diversi giorni e starci male. Se lei non è la tua donna, intendo.
E' strano, come è strano spendere ore e fiumi d'inchiostro per qualcosa che non c'è.
Immagino che anche questo sia un tratto fondamentale e irrinunciabile dell'essere umano: sognare... e sperare.
Non ha molto senso... ma immagino sia proprio per questo che ci piace.

She'll let you in her mouth
if the words you say are right
If you pay the price
she'll let you deep inside
But there's a secret garden
she hides



Mai ho capito la veridicità di questa canzone come quando l'ho vista, a una festa, sola, senza scambiare parola con nessuno, seduta appartata. In quel momento me ne sono reso conto, ed è proprio vero: le donne hanno un loro giardino segreto, e in pochissime permettono a qualcuno di metterci anche solo il naso.
Ah, e io sono un coglione.
Perché al suo giardino, a lei, non solo ho più volte preferito il pallone, gli amici e gli amici tossicomani, ma in quell'occasione anche una fiaschetta di vodka liscio. Perciò, alla fine dei conti, è inutile lamentarmi. Sbaglio?
In fondo è stato tristissimo, oltre che di pessimo gusto, ballare sotto invito di una vecchia amica e pensare, tenendola tra le braccia "Se tu ora fossi quell'altra ragazza, lei che forse ci starà guardando, io sarei l'uomo più felice della terra..."

sabato 20 febbraio 2010

Io & BRUCE: Valentine's Day

Bruce ha il potere di estraniarmi

Ecco. Anche oggi è finita. E' finita ufficialmente verso le 17:15, quando ho cliccato su una canzone del Boss e mi sono messo a cercare le parole di Valentine's Day.
La giornata si è ufficialmente conclusa in quel momento. E' impressionante il potere che Bruce Springsteen esercita sulla mia psiche. Quando ascolto la sua musica mi estraneo improvvisamente dal resto del mondo: l'altro giorno, in metro, ascoltando la sua versione di We shall overcome, ho perso la mia fermata; sono sceso due stazioni oltre e non mi sono accorto di nulla.

San Fetentino

Oggi è San Valentino. Sono scoglionatissimo. E' il terzo di fila che passo rosicando, pensando a quanto sono stupido.
Non che dia importanza a questa festa; anzi, non la vedo per altro se non uno stupido prodotto commerciale finalizzato a far quadrare i conti a due fabbriche di cioccolatini a forma di cuore e a un paio di produttori cinematografici dalla dubbia validità in cerca di soldi facili; ma con questo suo continuo proporsi di rose rosse e simili non fa che ricordarmi, ogni fottuto anno, che resto solo.
Per carità, la solitudine ha i suoi lati (più che) positivi, ma... Forse c'è qualcosa in me che non và. Forse, per dirla alla Scifoni, il Grande Capo mi ha mandato sulla terra senza un disegno ben preciso; forse sono in possesso di un rarissimo ormone che trasforma la merda in cocaina e CIA, KGB SIMSI ed MI6 sono sulle mie tracce, appostati per farmi impazzire...

Una stupida illusione

Qualche ora fa l'ho vista con una sua amica. Questa mi ha fatto un segno chiedendomi di avvicinarmi, e la indicava.
Lei mi è sembrata triste, o quantomeno seria. Mio Dio, è veramente speciale...!
Per un attimo ho pensato (forse solo sperato) che fosse così mogia per causa mia. Per un istante il sole mi ha illuminato la giornata. Poi sono tornato sulla terra. Mi ha chiesto "Non è che hai una sigaretta?"

Il vecchio stronzo c'ha preso ancora

Meno male che c'è Bruce. E' nei giorni come questo che il suo essere al mondo è qualcosa in più di un senso per la vita. non è mai banale. Oggi non potevo che ascoltare Valentine's Day. Voleo proprio sapere cosa ne pensasse il vecchio stronzo in proposito. Adesso sarà almeno la nona volta in tre ore che la sento. Non ho sbagliato.
Un mio amico mi è diventato padre la notte scorsa, e mentre parlava nella sua voce potevo sentire la luce... Dicono che viaggi più veloce chi viaggia da solo, ma stanotte mi manca la mia ragazza, stanotte mi manca casa mia.... E' il suono delle foglie portate dal vento lungo la strada che mi ha portato qui fuori stanotte su questa vecchia spettrale autostrada, è il grido del fiume attraversato dalla luce della luna: non è di questo che ho paura, piccola; ciò che mi spaventa è perdere te... Non era il freddo fondo di un fiume che mi è passato addosso, non era l'amarezza di un sogno che non si è avverato, non era il vento nei prati grigi che mi passava tra le braccia; no, no piccola: eri tu...

Il Boss colpisce sempre dove non ti aspetti... un po' come certi film di Muccino. Ma anche tutte le altre sue canzoni mi emozionano incredibilmente: i testi arrivano ai sentimenti senza che si conosca l'inglese, la musica è una pugnalata tra ragione e cuore...

Conclusione - per così dire -

Anche questa è andata. 15 febbraio, ore 13:35, Roma, Bar Marylin. Sono qui, come un po' tuti i giorni, a gustarmi il caffè dopo scuola. La aspetto. Continuo sempre ad aspettarla. Come, d'altronde, le ho promesso, anche se ormai i confini tra attesa e rassegnazione si fanno sempre meno nitidi. La aspetto come aspetto lo scudetto della Roma per quest'anno. probabilmente non arriverà, perchè l'Inter è troppo più forte e noi lottiamo tra continui acciacchi; però i punti di distanza sono solo 7 e si profilano ancora tre mesi di campionato all'orizzonte... perchè non crederci? Quando ci penso tutti mi prendono per matto... ma lasciatemi sognare!
Ecco, con lei è più o meno la stessa cosa. Della serie "Non succede... ma se succede!"
La musica finisce, il brano cambia. Bruce sta pacatamente urlando "I'll work for your love"...

giovedì 24 dicembre 2009

Canzoni che mi uccidono - 1 - Human Touch

Ero seriamente arrivato al limite: dopo un mese passato nella purezza di parole avevo ripreso a bestemmiare. Tutto in una sera, e di brutto. Perchè? Perchè in quel momento, come mai prima, illuminato da quella saggezza che solo quattro doppio malto seguite da quattro rum e pera possono dare, avevo finalmente compreso la verità: Dio, se realmente esisteva, se ne stava sdraiato nella sua magnificenza di nuvole e oro, ridendo di me. Ridendo. Anzi, forse proprio sbellicandosi. Nemmeno fossi un fottuto comico di zelig. Rideva, quel porco insensibile, delle mie sventure; ma non mi era ancora chiaro se tutto facesse parte di un suo piano prestabilito (estremamente condito dal più acceso sadismo, non c'è dubbio) o se il padreterno fosse semplicemente come quei deprimenti ciccioni dei classici film americani, sprofondati in poltrona con addosso un orrendo pigiama a righe e una cannottiera sudaticcia, avanzi di pizza e di birra ovunque intorno, imbambolati a guardare la televisione: tutto, fuorchè umani.
Ne avevo le palle piene in quel momento. Come se non bastasse, avevo perso il tabacco. Chissà se, a furia di bestemmiare il suo nome, e non invano, quel gran Signore si degnerà un giorno di rivalutare il suo modo di fare...
Senza un cazzo da fumare, ero proprio alla frutta. La serata era stata una vera merda, tutto quello che non era prevedibile aspettarsi era successo. Mentre mi crogiolavo in questi pensieri di alta teologia assieme a Valerio e Andrea, di gran lunga più ubriachi di me, mi resi conto che erano già le due di notte. Cazzo! E chi me la toglie, anche questa sera, l'inculata di paparino? Certo non tu, caro il mio Dio... Ormai è chiaro che sto più sulle palle a te che alla professoressa di inglese (il che è tutto dire)...
Salutai quei due alcolizzati e gli augurai buon Natale, sperando vivamente che non finissero sotto a un tir, visto il loro stato comatoso.
Mentre mi incamminavo verso casa accesi l'i-Pod: partì la riproduzione casuale e, con quella prima canzone, il tempo sembrò fermarsi. Il Boss. Il caro vecchio Bruce Springsteen. Io che l'inglese non lo capivo, di fronte all'evidenza di quelle parole, forse grazie all'alcol in quel momento sin troppo chiare, quasi mi misi a piangere...

I just want someone to talk to
And a little of that human touch...
Aint no mercy on the streets of this town
Aint no bread from heavenly skies
Aint nobody drawing wine from this blood
It's just you and me tonight...
Oh girl that feeling of safety that you prize
Well it comes at a hard hard price
You can't shut off the risk and the pain
Without losing the love that remains
Were all riders on this train...

"Human Touch". Bruce, vecchio stronzo! Come sempre mi porti a rivalutare tutto... Infilai le chiavi nel portone di casa ed entrai.