Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

domenica 14 novembre 2010

IO & BRUCE: I'm on fire

Premessa: Forse, più che I'm on fire, la canzone di Springsteen più adatta a descrivere l'argomento sarebbe stata The promise. Ma l'idea nasce con I'm on fire, quindi sia I'm on fire...


Edipo

Gli psichiatri affermano, supportati dalle tesi sul complesso di Edipo, che il primo uomo che ogni donna ami nella sua vita sia riconducibile alla figura paterna, quando non vi corrisponde perfettamente.
Quindi sentirsi dire da una donna cose della serie "Assomigli un sacco al mio papà" non deve essere visto come motivo d'offesa (della serie "quanto sei vecchio..."), ma per ciò che vuole veramente dire il più spontaneo dei complimenti dettati dall'inconscio.
Questo stesso sentimento, a essere sinceri, non so con certezza se si sviluppi o meno anche nell'esemplare maschio nei confronti della madre. Poco ci importa, in fondo, perchè noi uomini, per quanto riguarda le donne, lo sappiamo. E questo, senza dubbio, ci aiuta in qualche modo a comprenderle.
Perciò quando Springsteen canta "Ehi little girl is your daddy home" mi posso sentire autorizzato a tradurre "Ehi bambina c'è il tuo uomo in casa".
Certi testi hanno tutto il diritto, quando devono essere tradotti, di essere (anche) "interpretati". Cosa che, alle volte, può fare comodo.

Promettere

I'm on fire. Sono in fiamme, sono nel fuoco.
Due, anzi tre, sono i giuramenti cosiddetti solenni e inviolabili: Il primo è quello "con lo sputo", molto usato sotto i tredici anni (e con pochissimo senso, se si vede con gli occhi dell'adulto); il secondo si fa con il fuoco (un'ustione suggella il patto); il terzo è la "promessa sul (proprio) sangue", che ha molto a che fare con la religione o (più spesso) con le sette.
Ero in Scozia, sull'isola di Skye (detta anche "isola delle nuvole"). Vi ero giunto come con un mattone che non sapeva ancora se piantarsi nel cuore o scendere giù nello stomaco. Sapevo che se stavo arrivando ai confini con il circolo polare artico doveva esserci un motivo: avevo una colpa da pagare, o almeno così credevo...
Beh, l'isola delle nuvole è stata consigliera in proposito. Poco dopo avere posato il culo su uno dei promontori che guardano il mare del Nord avevo capito cosa dovevo fare.
Il destino, l'ho già detto, esiste, ed è rapportabile a una partita di poker: cosa farai con le carte che vedi puoi deciderlo solo tu; ma quali carte avrai in mano non dipende da te.
Ecco, sta tutto qui il destino: sono le carte che peschi. Puoi giocarle al meglio, ma se non lo fai a ogni mossa sbagliata ne deve seguire almeno una giusta. Sennò sei fuori. E le chiacchiere stanno a zero.
Questo mi ha fatto capire l'isola di Skye: in passato ho avuto una mano fantastica, forse la migliore della mia vita. L'ho giocata male. Non nel modo peggiore, ma comunque male. Dovevo rimediare. Fare in modo che non avrei mai più giocato quelle carte. Non così. Dovevo giurarlo. Sul mio sangue.

Nobiltà

La nobiltà non è un fatto di sangue; è determinata dalle nostre azioni. Così chi rinuncia a quanto ha di più caro per il bene di altri, questi è nobile.
Dio mi ha fatto un dono: se lo avessi usato con coscienza sarebbe stato un ottimo talento da impiegare; ma non è andata così. Ho abusato del mio dono. E così facendo ho rischiato che potesse recare danni alle persone che amo. La parabola dei talenti ci insegna che il Signore si aspetta il massimo da ognuno di noi: restituire "solo" quanto ci era stato affidato è punito nel peggiore dei modi. "Mai sotterrare un talento, dunque!" sembra essere la morale.
E se il talento non fosse stato restituito affatto, cosa ne sarebbe stato del servo? Se questi avesse sì impiegato il suo talento, ma in modo sbagliato, e tanto da perderlo, cosa ne sarebbe stato di lui? Forse è meglio sotterrare che perdere completamente. Forse no. E forse sì. Almeno c'è la possibilità di dissotterrare ciò che era stato nascosto in precedenza. Non mi è dato saperlo e non lo so. So invece che le mie scelte non hanno minimamente tenuto conto di Dio, quanto delle sole persone che amo e della loro sicurezza. Bastavano e basterebbero ancora mille volte a farmi giurare sul sangue di rinunciare a quanto avevo e ho tuttora di più singolare. A farmi tentare per minuti troppo eterni un'incisione con un coltello senza lama. A farmi scegliere un ago da cucito come mezzo per ferirmi. A farmi sentire nobile. E' l'amore a farmi nobile, non Dio. Non Dio da solo, almeno.

Feudalesimo

Porgi l'altra guancia, ci insegnano i testi sacri. Non è un suggerimento dettato solo dalle beatitudini celesti o dal gran comandamento al perdono, quanto da un'usanza medievale.
I nobili non consideravano i plebei loro pari. Questo disprezzo di casta era tanto forte da indurli a colpire gli uomini "subalterni" con il dorso della mano: non con il "dritto" quindi, ma con il "rovescio". In questi termini porgere l'altra guancia diventava un atto di sfida: il servo della gleba obbligava così il suo padrone a colpirlo con il dritto anzichè con il rovescio. Accusando il colpo l'uomo semplice aveva obbligato il signore ad "abbassarsi" al suo stesso livello. Perdendo vinceva. E un atto di apparente umiltà e sottomissione si trasformava in mossa vincente, almeno sotto il profilo ideologico.
.. Quante battaglie potremmo vincere solo chinando APPARENTEMENTE il capo! e sto pensando, senza voli pindarici, alla vita di tutti i giorni. Con ciò non voglio dire che questo sia l'unico atteggiamento gusto da adottare, sia ben chiaro!
Proprio il giorno che apprendevo questo costume risalente al medioevo, un mio amico mi manifestava apprezzamento per il mio modo di fare diametralmente opposto. "Mi ha colpito" diceva "il fatto che rispondi sempre ai tuoi Tiranni.. Non chini mai il capo, non porgi mai l'altra guancia, anche se sai che resistere è inutile.. che non cambierai niente... Ci vuole coraggio".
O stupidità. O tutti e due.

Vivere

Più o meno so cosa sarà della mia vita. Ho visto e capito la mia strada attorno alle 12:30 di un 10 luglio molto caldo, mentre ero di fronte a me stesso e a un vodka liscio senza ghiaccio.
Diventerò professore. Non so quando, ma questo è il mio destino, il mio karma, il motivo per cui esisto, e succederà nel momento in cui dovrà arrivare, come i fiori quando sbocciano: tempo al tempo. Ho le idee chiare, ma ciò non mi impedisce di continuare a sognare. Ho tre sogni: tutti e tre diversissimi, ognuno completamente scollegato dagli altri, ognuno irrealizzabile o quasi... non per niente si chiamano "sogni"... ma non credo che vi interessino. Forse non interessano davvero nemmeno a me. Perchè tutti e tre insieme non valgono nemmeno lontanamente quella magia per cui, si dice, vale la pena vivere.
Quella magia per cui sono in fiamme.


Nessun commento: