E
finisco per essere una voce in mezzo a mille, troppe, altre; troppo più
seriose, troppo più importanti. Ma se è difficile per un napoletano di
Napoli spiegare cosa sia stato per lui Pino Daniele, l'impresa si
complica ulteriormente per chi, come me, è nato e cresciuto decisamente
altrove, ma l'appartenenza silenziosa a quella città "da vedere e poi
morire" l'ha sempre avvertita fin troppo chiaramente. Perché io sono nato e cresciuto a Roma, ma a Napoli ho trascorso
davvero del tempo, specie durante la mia infanzia. Perché Napoli sono i
miei nonni, Gennaro e Anna, e il ricordo più nitido e dolce che ho di
lei: sporta al balcone di casa, intenta a contrattare con il
fruttivendolo il prezzo delle fragole, cestino di vimini e rotolo di
spago tra le mani, con diecimila lire e un attaches a stimolare la
fantasia di un bambinetto che a breve vedrà quel foglio di cartamoneta
scendere lentamente dal suddetto balcone per restituirgli un cestino
finalmente pieno di piccoli frutti rossi e porosi. Perché Napoli è
stato per me un insieme di mattinate fradicie di sole, di odore di
cimiteri da Caserta a seguire, di gare infinite con il mio fratellino a
chi contava più persone in motorino senza casco (si andava sull'ordine
delle seicento per arrivare a un record di mille in un solo giorno;
probabilmente sempre le stesse ma poco importa). Perché Napoli è un
dialogo tra le ultime tre statue dei suoi Re in Piazza Plebiscito,
perché è stata, da che ne ho memoria, sempre almeno un film di Totò
trasmesso da microscopiche emittenti locali ai tempi del via cavo.
Perché Napoli smette di essere 'o Paise almeno già da Salerno, il che
significa che almeno già da Salerno il Napoletano Dichiarato viene
trattato come il peggior italiano della macchietta all'estero. Tanto per
intenderci, come un italiano in terra di Francia. O, comunque, come
percepisce di essere trattato un qualsiasi Italiano Medio Dichiarato in
Terra di Francia.
Un bambino che sa di essere, seppure a metà
Napoletano, lo dice in giro, in qualche modo ne è fiero, anche se della
sua "lingua natia" capisce poco e niente. Questo bambino, se vive a
Roma, imparerà presto a fare l'orecchio con taluni motivetti, nemmeno
tanto vagamente razzisti, spesso abbastanza volgari, e non capirà a fondo
il motivo di tanto astio verso quella che è la sua seconda casa. "O colerosi terremotati, voi col sapone non
vi siete mai lavati"... " 'O Vesuvio lavali col fuoco"... "Senti che puzza
scappano li cani, stanno arrivando li napoletani"... E via a seguire,
in un ammasso informe di becerume ottusoide, diffuso e noto lungo tutta
la Penisola, paradossale leitmotiv unificante tutte le regioni del
regno, nelle loro rappresentazioni di bassa cultura più riuscite.
Pino Daniele era quella voce che cantava in un falsetto
incredibile Dubbi non ho. Era l'invenzione del blues sposato alla
tradizione della sua terra. Era, soprattutto, la scoperta sorpresa che
il napoletano somiglia incredibilmente all'inglese, come fonologia, e
che perciò si presta incredibilmente bene a sostituirlo musicalmente, a
integrarvisi, ad accoglierlo, dimostrando una maturità sconcertante
nella dichiarazione di poetica "I Say 'i sto acca' ".
Non
esiste Napoletano che non si sia commosso ascoltando Napule è, la più
meravigliosa e completa canzone mai scritta su Napoli. Per i Napoletani
all'Estero (ossia, fuori da Napoli) quella voce e quel mandolino hanno
sempre avuto la funzione di un balsamo per il cuore.
Non ne
esisterà più un altro come lui, umile, capace di riunire personalità
diverse, talvolta egocentriche, comunque difficili, all'interno di una
unica voce, di un' unica condivisa frase musicale. Pino Daniele è stato
il Mozart dei Napoletani, l'espressione serena eppure disincantata, più
sincera possibile, di una Napoli luogo reale e perciò luogo dell'anima.
Pino ci ha resi, qualora ce ne fosse bisogno, un po' più orgogliosi di
essere Napoletani. Nel bel mezzo di tanta sconcertante banalità
melodica, a livello nazionale come regionale, lui ha saputo essere
sempre originale e nuovo, schietto come pochi, da buon Napoletano. E non c'è, a
questo punto, bisogno di aggiungere altro.
Riposa in pace, purtroppo non troppo vecchio bluesman. Ma ricorda di insegnare l'arte del mandolino ai cherubini e regala, da lassù, qualche nota di speranza a
Napoli e ai Napoletani nel Mondo. Sei tu ad avercelo detto, d'altronde,
tanto tempo fa...
"Ma che ve site mise 'n capa?, 'n paradiso s' adda fatica'..."
L'osservazione più perspicace e pertinente su Mondovisione, l'ultimo album di inediti di Ligabue, l'ha fatta il mio amico Filippo, un accaloratissimo fan classe '87 dalla scorza dura e dai ricordi radicati al primo magico Campovolo. Sapendo che, immerso tra le scazzottate con la prima influenza stagionale, smaniavo per scriverne una recensione, il mio amico si è premurato di farmi pervenire il suo punto di vista:
La differenza più evidente tra il nuovo e il vecchio Liga
si sintetizza con un'assenza di storie.
Prima ci cantava di Walter, di Veleno, di Lui e Lei,
di Mario, di Elvis, dei ragazzi che erano in giro,
della bambolina che si trasformava in barracuda.
Ora sente l'esigenza di parlare di sé, del suo amore, della sua famiglia.
Come se avesse paura di essere dimenticato.
Tolte le conclusioni, che mi trovano leggermente in disaccordo, direi che l'analisi è quasi perfetta.
C'è un'assenza di storie; questo è indubbio: tuttavia non è nemmeno una novità. Luciano Ligabue è sempre stato un cantautore dalle venature a tratti profondamente ermetiche e il suo ermetismo ha sempre offuscato un po' le identità dei vari personaggi rappresentati. Niente di male in tutto ciò; anzi: è proprio l'avere creato personaggi sì caratterizzati (eccome!) ma allo stesso tempo dai contorni sfumati, quasi anonimi o comunque con nomi piuttosto vaghi (Elvis, Veleno, Mario il barista, Lui e Lei) ad avere favorito una sorta di identificazione tra i personaggi stessi e il pubblico. Perché, in realtà, è questo ciò che il pubblico vuole. Il pubblico vuole ritrovarsi nella canzone; a chi ascolta piace che la canzone parli un po' anche di sé.
Più propriamente è dai tempi di Nome e cognome che i personaggi di Ligabue sono scomparsi per lasciare spazio a situazioni, a stati dell'essere, a realtà e modi di vivere più convenzionali, più alla portata di tutti. Sia chiaro, non stiamo descrivendo una regressione: ogni artista si evolve; e gli fa bene: la ripetitività alle lunghe annoierebbe. Più che altro è possibile rintracciare una questione "pittorica", di intrecci narrativi e di tinte, di punti di partenza e di conclusioni al presente.
Né è vero che i personaggi siano effettivamente scomparsi tutti: se ammettiamo, infatti, che le storie del primo Ligabue avessero al loro interno del vissuto, in prima persona o per conto di terzi, allora ci accorgiamo che, più semplicemente, si è spostato l'asse di riferimento da cui il nostro attinge i suoi miti.
Sarà un caso, mi domando, che in ognuno degli ultimi due album (Arrivederci Mostro! nel 2010 e Mondovisione per questo finale di 2013) fosse presente un brano che si rifà al Ligabue più propriamente letterario, ossia Il peso della valigia e La neve se ne frega? Miti interni, quindi, sostituiti ai miti esterni. Non che ci voglia poi chissà quale mago Walter per creare un mito, o comunque un'immagine funzionale e "funzionante" partendo dal vissuto: la persona "con il nome da straniera, da chi è sempre stata sola" di Tu sei lei è sin troppo facilmente identificabile con Barbara, la nuova moglie di Luciano. "Barbara" d'altronde non significa forse "straniera"? Alle volte è così semplice...
Altri personaggi minori, poi, si sono evoluti in figure ancora più vaghe e, perciò, ancora più facilmente sovrapponibili a categorie reali di persone vere. Sono perlopiù miti negativi, mostri del vero, del sonno della ragione per dirla alla maniera di Goya: il ragioniere prima, professore nella seconda edizione di La ballerina del carillon, potrebbe essere, oggi, "il capitano che vi fa l'inchino", oppure l'uomo velatamente presente con "le ragazze nella sala degli specchi".
C'è da dire che evocare immagini così manifestamente negative è, almeno in prima battuta, davvero alla portata di tutti: gli "avvocati che alzano il calice al cielo sentendosi Dio" in Il Muro del suono, "la promessa che non costa niente" del Sale della terra sono veramente icone di ogni giorno. Mantenendo il contesto così vago, creando "le figure dietro le figure" e prendendosela con "chi doveva pagare e non ha mai pagato" si rischia pure di creare invettive vuote, contro tutti e contro nessuno, all'insegna di una (per quanto lucida) demagogia che potrebbe fare chiunque. Certo, specie a salvare questi brani che si sforzano di essere impegnati, interviene sicuramente il suono: strumenti a tasti (di sottofondo) e a corde si masturbano rabbiosamente con complessi di percussioni decisamente aggressivi, certamente popolarissimi, e contribuiscono senza ombra di dubbio alla creazione di quel sound così difficile da scovare in un disco italiano e che non può non essere fonte e ragione di complimenti e di ovazioni quasi unanimi. L'unico fattore che mi preme sottolineare, semmai, è che la stessa Buonanotte all'Italia, perla della raccolta Primo Tempo, potrebbe a modo suo essere considerata una canzone impegnata. Con la differenza che "Il muschio ingiallito dentro questo presepio che non viene cambiato e non viene smontato e zanzare e vampiri che la succhiano lì se lo pompano in pancia un bel sangue così" come pure "l'Italia che si fa o si muore o si passa la notte a volerla comprare" sono riferimenti non troppo difficilmente scoperchiabili; inoltre, qui l'invettiva si fonde meravigliosamente a un inno che resta comunque d'amore e che, pertanto, avvalora e conferisce ancora più potere a una melodia dai picchi di per sé già molto alti.
Ascoltando Con la scusa del rock 'n roll sembra quasi di veder tornare, sul suo inconfondibile maggiolone cabriolet, quel Marlon Brando che per anni ha infiammato tutte le piazze d'Italia; solo con i capelli corti e non più tinti. La scelta migliore all'interno di Mondovisione, a ogni modo, è stata quella di concludere il lavoro con Sono sempre i sogni a dare forma al mondo, brano dalla rara bellezza, quasi indescrivibile, che abbraccia suggestioni diversissime l'una dall'altra, eppure inscindibilmente essenziali: riflessione esistenziale, amore, sogni, vita, tenerezza, unicità di ogni individuo e speranza si fondono nell'alone di un alito volutamente onirico che fa terminare, con una punta di verde, un discorso generale dai colori più o meno accesi, accattivanti e convincenti.
Tanto per essere chiari, si fatica a comprendere cosa ci stia a fare Nati per vivere una volta che è presente Siamo chi siamo. Così pure Ciò che rimane di noi e Per Sempre faticano a trovare una propria dimensione e a convincere appieno l'ascoltatore dal momento che La neve se ne frega e Tu sei lei hanno detto la loro.
Fortunatamente, torniamo a ripeterlo, la barca Mondovisione ha in dotazione diversi salvagente nel "fattore suono". Piuttosto, quei fans di Ligabue che hanno seguito con attenzione i regali fatti dal loro beniamino ad altri artisti del panorama musicale si chiederanno dove siano andate a finire quella verve, quella capacità di introspezione psicologica e di osservazione dell'altro che hanno reso certe sue canzoni vere e proprie frecciate d'amore al cuore della gente. Cosa ne è dell'autore di Da qui, cantata dai Rio, che poteva essere un po' il seguito di Ho messo via? Dove è l'uomo che ha scritto, per farla cantare da una donna, Io posso dire la mia sugli uomini (interprete Mannoia) o la recentissima A modo tuo, una bellissima canzone sul rapporto madre-figlio contenuta ne L'Anima vola di Elisa? Per non parlare di quel conturbante duetto che fu Gli ostacoli del cuore, sempre con la ragazza di Monfalcone...
Io non lo so: ma il fatto che Liga continui a produrre brani di tale intensità, che abbia la grandezza d'animo di regalarli (e perché no, pure che si possa permettere questo lusso) può tranquillizzare davvero tutti al riguardo di una realtà ancora incontrovertibile: possiamo continuare ad aspettarci ciò che non ci sogniamo da Luciano Ligabue.
Post Scriptum:
... giusto per chiudere una volta per tutte il discorso relativo ai "miti". La riprova di quanto le ultime canzoni di Ligabue parlino di "noi" piuttosto che di "loro" o di "me", inteso come "io narrante", sta proprio nel brano Siamo chi siamo. Dopo aver fornito due veloci ritratti distanti l'uno dall'altro prima di ogni altra cosa geograficamente (La ragazza di Torino e quella di Salerno), per sottolineare tutto ciò che ci lega Luciano fa ricorso a un vasto campionario di immagini, appena accennate, riferibili alla tradizione, ai proverbi, ai luoghi comuni, alla nostra cultura più o meno di base. Nel mezzo del cammin di nostra vita è l'incipit della Commedia di Dante; il prezzo della mela per Adamo è un riferimento al primo tra tutti gli errori, dalla Genesi. E chi ha mai dimenticato una delle prime poesie che ci facevano studiare a scuola da bambini, San Martino di Giosuè Carducci, il cui verso iniziale è proprio La nebbia agli irti colli che forse sale?
A ragione, quindi, possiamo supporre che Non ci si bagna nello stesso fiume sia omaggio a Eraclito, uno dei pochi filosofi della Grecia antica generalmente simpatico agli studenti, indicato come autore della famosissima Pánta rhêi (πάντα ῥεῖ) ovvero Tutto scorre. E ci è legittimo, con un volo un po' pindarico, azzardare che persino Non si finisce mai di avere fame sia mutuato dal celebre motto del pensatore tedesco Feuerbach, L'uomo è ciò che mangia.
Come a dire, insomma, che queste canzoni sono nostre, che a parlare siamo noi e che noi siamo, appunto, tutti uguali, proprio perché figli della stessa cultura, delle stesse storie. Il significato di Siamo chi siamo è perciò quello di un Inno all'interno del quale stanno, come in un po' tutti gli inni, Identità, Ricordi e Tradizione.
Personalmente ho sempre trovato "speciali" (non sapendo in quale altro modo definirli) quei gesti compiuti all'insegna della collaborazione dagli artisti della musica che regalano brani di propria creazione ai colleghi. Gli esempi sono tantissimi: basti pensare al rapporto simbiotico tra Bob Dylan e Joan Baez, nel quale i confini tra la proprietà intellettuale dell'uno e dell'altra si sono resi labili fino all'indefinito; oppure, per trovare un corrispettivo italiano, è lecito ricordare le tantissime canzoni firmate da Ivano Fossati e rese celebri attraverso Fiorella Mannoia (anche questo, un caso di rapporto artistico sfociato poi nella relazione sentimentale).
Ma gli esempi non si esauriscono certo qui: l'indimenticabile Minuetto, conosciuta attraverso le corde vocali dell' indimenticata Mia Martini, era opera del "maestro" Franco Califano; e in tempi più recenti Luciano Ligabue è riuscito a entrare nell'anima delle donne con brani che un uomo non avrebbe mai potuto cantare - Gli ostacoli del cuore e Io posso dire la mia sugli uomini, donati rispettivamente a Elisa e, ancora, a Fiorella Mannoia.
Grandi gesti, senza dubbio: gesti speciali che presuppongono una particolare generosità da parte di chi scrive una canzone per regalarla e una certa intelligenza, oltre che un'intrinseca attitudine, in coloro che dovranno rappresentare qualcosa che non è esattamente farina del proprio sacco.
La Mannoia, a tal proposito, è senza dubbio la regina dell'interpretazione nel panorama musicale italiano: il numero di canzoni prestatele è talmente grande da poter essere quasi confuso con la totalità del suo repertorio. Sia che si tratti di "pezzi" resi famosi da altri, sia che si tratti di creazioni propostele ad hoc per la prima volta in assoluto, la rossa romana ha sempre regalato ai suoi ascoltatori interminabili minuti di emozione pura. Non vi è dubbio, quindi, sulle sue capacità di entrare veramente nel cuore di un'opera, di comprenderla e di far ascoltare al pubblico ogni volta, nel senso più bello del termine, una "appropriazione", un'interpretazione, un secondo punto di vista, per forza di cose diverso dal primo, dalla versione di abitudine.
Io posso dire la mia sugli uomini e Gli ostacoli del cuore, dicevamo. Ambedue brani frutto di un'intelligenza artistica maschile; quella di Ligabue. Ma il rocker di Correggio non avrebbe mai potuto cantarli di persona: o meglio, avrebbe potuto e, in rarissime occasioni, ha effettivamente eseguito il secondo; per il primo, invece, l'impresa sarebbe risultata ardua al limite del ridicolo. Non per altro...! Sia chiaro: scrivere testi del genere è segno inequivocabile di una capacità d'approfondimento psicologico unica; ma non può essere un uomo a dire "quante cose che non sai di me, quante cose che non vuoi sapere". Frasi del genere stanno generalmente meglio in bocca a una donna.
E arriviamo così a Elisa. Quando uscì Gli ostacoli del cuore io avevo tra i 15 e i 16 anni e, senza dubbio incuriosito più che altro dalla collaborazione con l'allora a me molto più congeniale Ligabue, la cantante di Monfalcone cominciò a interessarmi.
A onor del vero, volendo inserire una nota di colore, devo ammettere di essere stato a lungo attratto inconsciamente dalle ragazze coi capelli tagliati a mò di fatina (il termine tecnico è "taglio pixie")... adesso, invece, la fascinazione è totalmente conscia...: quindi, la simpatia che ho provato a pelle da subito per Elisa probabilmente deve molto anche a questo. Torniamo alla musica...
Devo ammettere che, nel mio pantheon personale di miti musicali, per molto tempo le donne hanno trovato davvero poco posto. Forse perché generalmente non apprezzo in maniera particolare le voci femminili... comunque, dal basso della mia ignoranza, sono innamorato da sempre dell'artista Mia Martini. Lo sto raccontando perché è proprio grazie a lei che sono stato in grado, nell'ordine, di apprezzare davvero Elisa dopo appena un paio di ascolti e, in definitiva, di scrivere questo post.
Per chi non lo sapesse, infatti, all'interno dell'album Soundtrack 96 - 06 è presente una magnifica versione di Almeno tu nell'universo.
Quindi: l'istintiva simpatia per la giovane artista e l'affetto incondizionato per la Grande Voce scomparsa: una somma che poteva portare a un unico risultato.
In realtà, solo con il passare del tempo ho potuto veramente capire quanto quel brano fosse speciale.
Perché il punto è tutto qui: esecuzione o interpretazione?
Laura Pausini e l'esecuzione
Personalmente ricordo di essere rimasto a dir poco basito quando uscì "Io canto", l'album in cui Laura Pausini raccoglieva i grandi pezzi della musica italiana cantati da lei (totalmente, senza nemmeno un duetto, tanto per capirci). Mi rammento di avere pensato qualcosa del tipo "Ma no, non è possibile svilire così un brano di Cocciante..." e "oddiosanto, no, Spaccacuore di Bersani no...".
Ok. Ammetterò, sempre a onor del vero, di provare a pelle, per la Pausini, un'antipatia direttamente proporzionale alla simpatia che invece riservo a Elisa... l'ho detto! Ora che è noto quanto sia di parte, e che parta comunque prevenuto, possiamo proseguire constatando quanto più oggettivamente possibile.
Partiamo dal presupposto (assurdo...!) che un autore, al momento di comporre, provi un'emozione. Questa emozione, che l'autore è intenzionato a trasmettere, non arriverà a tutti i cuori nella stessa misura, né allo stesso modo. Il frutto della creazione, con sfumature diverse, a qualcuno comunicherà qualcosa, mentre a qualcun altro comunicherà (molto probabilmente) altro ancora. Di conseguenza è legittimo supporre che, nel caso di una cover, il cantante cui "viene prestato" il brano in questione provi un'emozione differente, cantando, rispetto a quella provata dall'autore dello stesso.
Ebbene, io - pubblico ho la pretesa, o quantomeno il forte desiderio di cogliere questa differenza.
Cantando Spaccacuore la Pausini cambia il genere degli aggettivi (da maschile a femminile); ma per il resto? A livello emotivo non vi è che un copia-incolla dell'originale. Persino gli arrangiamenti sono identici, al di là di qualche sviolinata in partenza tendente all'elettronico. A dire il vero Laura prova a comunicare qualcosa, ma i suoi tentativi si traducono in banalissimi innalzamenti (molto raramente in abbasamenti) del timbro vocale. Come se a strillare ci si capisse meglio...
Questa, dunque, è un'esecuzione. L'artista non ha aggiunto niente al contenuto originale.
Elisa e l'interpretazione
Prendiamo Elisa, invece.
Almeno tu nell'universo: Mia Martini è una donna che ha sofferto e, con quella canzone, sta pregando il suo uomo, la sta implorando di starle vicino. C'è pathos, sentiamo la sua sofferenza. La musica è testimone di questa sofferenza, a tratti rabbiosa, in maniera imprescindibile: lo capisce chiunque; il ritmo deciso, eppure spezzato di tanto in tanto, è uno specchio dell'anima che sta lì a dimostrarlo.
La versione di Elisa è tutt'altra cosa: da subito ci si rende conto del tono evidentemente più dolce rispetto all'originale. L'arrangiamento è del tutto diverso, a momenti pare quasi un sussurro. Ciò che Mia Martini sta strillando per ottenere Elisa sembra già possederlo: canta, ma non soffre. Parla a una persona reale, non a un lui ipotetico, ed è una persona certamente piena di affetto per lei. Ascoltandola noi stessi ci sentiamo rassicurati.
Una stessa canzone, due chiavi di lettura.
Un'altra sua cover che mi ha colpito moltissimo è stata la versione di Ho messo via, ancora di Ligabue.
Quando è Luciano a suonarla, ci sembra di vederlo: seduto in disparte a un tavolino del Bar Mario, con una birra davanti a sé e un'espressione certo abbastanza cupa. Chi parla è un uomo disincantato che sta facendo un quadro della sua vita: lì c'è un uomo solo e ancora innamorato, convinto che la sua donna non tornerà più. Ora canta Elisa: potrebbe essere una ragazza intenta a scrivere una pagina del suo diario. Una pagina che però, nonostante le apparenze, non è veramente triste. Anche qui il tono è diverso, se non diametralmente opposto a quello del brano di partenza. Ligabue sta riflettendo con sé stesso, la voce sembra esistere solo nella sua testa. Da parte sua, la bella friulana potrebbe anche averlo di fronte il suo uomo: a parlare non è affatto una donna abbandonata e tra le sue labbra Ho messo via diventa una sconcertante dichiarazione d'amore. Se Elisa te la dedicasse, probabilmente la baceresti.
Questa, dunque, è un'interpretazione. L'artista ha sconvolto il contenuto originale, ma senza apportarvi modifiche sostanziali. Ci sta comunicando il suo punto di vista, le sue emozioni.
Naturale, perciò, che questo tipo di operazione riesca particolarmente bene laddove si trovi un artista completo, o comunque già maturo, che abbia voglia di mettersi in gioco e che sia in grado di muoversi agevolmente tra tutte le altezze possibili della scala musicale.
Quella delle cover, insomma, è una scommessa rischiosa. Le pretese da soddisfare sono tante e il rischio più grande è proprio quello di un autogol a favore della vacuità d'intenzione.
Ma, a quanto pare, se dietro il microfono c'è Elisa questo rischio non lo corriamo.
Waterloo è stato presentato anche qui, a Roma. Nella simpaticissima location di Forte Fanfulla, davanti a un (solo numericamente) esiguo pubblico, Fabrizio Coppola ha suonato per un'ora e mezza, la notte di mercoledì 16 novembre.
Waterloo: un titolo su cui l'artista lavorava già da un paio d'anni, oggi più che mai stranamente attuale. E, come a sottolineare tanta disattesa attualità, dalle 21:47 del sabato 12 di Novembre, nell'anno del Signore 2011, Respirare Lavorare, uno dei singoli di lancio dell'album sopra citato, è in free download. Clicca qui!
Note positive della serata:
1) finalmente abbiamo l'indirizzo di Psycho, il celeberrimo negozio di musica a Milano. La rivelazione giunge per gentile concessione dello stesso Coppola: via Zamenhof, 2. Perciò, da oggi in poi... guai ad andare a Mediolanum senza farci un salto!
2) sempre il suddetto artista, ancora per gentilissima grazia e concessione, dopo aver saputo che ero salito in terra padana al fine di trovare, nel suddetto negozio, una copia di Last Night On the Earth dei Junkyards, ha fatto quanto segue: prima mi ha dato del pazzo. Poi mi ha regalato il disco. Oggi, dunque, chiusa con the Junkyards.
3) Tre anni dopo la famigerata serata al Contestaccio, durante la quale dovetti battere ritirata senza poter ascoltare nemmeno l'ombra di una nota, sono riuscito a seguire un Concerto di Fabrizio Coppola per intero. Miracoli della patente di guida: impensabile a 16 anni tornare a casa dalla Prenestina dopo la mezzanotte (almeno, impensabile per i miei...)!
Ed eccoci, quindi, con il Cantautore milanese al cui concerto NESSUNO mi ha voluto accompagnare. Banda di dilettanti!...
Se non fosse chiaro, il cantante è quello con la barba; il poeta sta a sinistra...
P.S.: è chiaro che l'interpretazione è un dato puramente soggettivo: Ergo, dovete scegliere un punto di osservazione ben preciso prima di collocare destra e sinistra. E, prima ancora, dovete decidere se il detto "sta a sinistra" abbia valenza politica o spaziale. O tutte e due.
"Waterloo sarà un disco diviso tra personale e sociale, in cui la rivolta nei confronti della situazione politica del nostro Paese e della nostra città combacia con la rivolta nei confronti della consapevolezza che la vita è una grande casa inondata di luce ma piena zeppa di stanze buie e pericolose. Un disco che parte dall’idea di sconfitta per affermare la necessità e l’urgenza di una risalita."
Fabrizio Coppola
Ricordate questo figuro? Ne abbiamo già parlato in passato...
Non lo avete mai visto?
Beh, iniziate a prenderci confidenza.
Per ora, potete ascoltare "Waterloo" in streaming qui
Per il resto, arrangiatevi. Mica devo sempre imboccare io tutta la pappa!
Un suggerimento, però ve lo voglio dare: the Junkyards.
Oggi proponiamo un commento con annessa analisi dell'elegia del dubbio targata Springsteen. Nella fattispecie, per i non addetti ai lavori, parliamo della triade presente in Tunnel of Love (1987) e composta da (in ordine) Two Faces, Brilliant Disguise e One Step Up.
Viste la foga e la voglia che mi hanno portato a scrivere, questo post sarà visibile anche sotto la voce IO & Bruce (a lato, sx) pur non essendo un racconto né un trito psicologismo.
C'è dell'altro?...
Ce n'è. Il sottostante è dedicato a tutti coloro che hanno dimenticato di venire dalla strada. Modo di dire che sa di frase fatta, ma con cui voglio intendere, per "venire dalla strada", "non avere avuto niente". Perchè le nostre esperienze le portiamo addosso, e pian piano fanno massa, anche se non ce ne accorgiamo subito: prima che ci temprassero, che ci forgiassero, che ci plasmassero, che ci modificassero, non avevamo nulla. Come coloro che vengono dalla strada. Il resto è storia.
Questa è la storia di Tunnel of Love, 8° album in studio di Bruce Springsteen. Un disco che, per la verità, non ebbe su scala mondiale lo stesso successo dei precedenti (citiamo per comodità gli stra-noti Born to run, Darkness on the edge of town e Born in the USA), forse a causa della sonorità più tendente all'elettronica e meno al rock, sull'onda degli anni '80.
Ma sarei ridicolo se attaccassi un pippone tecnico-musicale; e so che risulterei poco credibile.
Voglio parlare della poesia di Tunnel of Love e, soprattutto, della triade del dubbio di cui prima.
Il tema ricorrente, se non unificante, di ToL è infatti la crisi della coppia, il fallimento del vivere insieme nella quotidianità, il dubitare l'uno dell'altro.
Non è un caso che Two Faces, Brilliant Disguise e One Step Up occupino rispettivamente l'ottava, la nona e la decima traccia; dopo Tougher than the rest e Walk like a man, ma soprattutto prima di When you're alone e Valentine's Day. Perchè è dopo il momento del mettersi in gioco, della decisione, che seguono la vita vissuta e il dubbio. Ed è dopo, solo dopo, che arriva la solitudine, accompagnata come da manuale dall'ironia dei ricordi.
Non è un caso. E, probabilmente, i testi sono ispirati dal divorzio che Springsteen ebbe in quel periodo con la prima moglie, Julianne Philips.
In Two Faces la storia viene raccontata nella sue essenzialità, spoglia di preziosismi, con una semplicità che per forza di cose lascia inquieti.
I met a girl and we ran away
Ma capiamo presto il perchè: un inizio così roseo non può narrarci una storia a lieto fine. E infatti
I swore I'd make her happy every day And how I made her cry Two faces have I
L'uomo, stavolta il colpevole è lui. Già all'inizio della relazione sembra avvertire un presentimento, un peso, l'ombra di un presagio. Ma non è lui, o meglio: è lui, ma è una voce di dentro a parlare. La voce dell'esperienza, forse, o dell'abitudine che sa come vanno le cose. Resta il fatto che chi parla sente il dibattito, la contraddizione, e quindi (per forza di cose) ci crede e finisce per realizzarla. Anche se non è ciò che vorrebbe.
Sometimes mister I feel sunny and wild Lord I love to see my baby smile Then dark clouds come rolling by Two faces have I
One that laughs one that cries One says hello one says goodbye One does things I don't understand Makes me feel like half a man
At night I get down on my knees and pray Our love will make that other man go away But he'll never say goodbye Two faces have I
I colori assumono tinte più fosche con il brano successivo. Ciò che in Two Faces era appena accennato come un presagio ancora lontano diventa, in Brilliant Disguise, una realtà che va attuandosi fino al suo drammatico epilogo. Il video ufficiale della canzone, in proposito, ci spiegherebbe da solo tutto nel suo insieme.
Il Boss è ritratto, in bianco e nero, in un interno domestico, una cucina. Ma l'ambiente non ci tranquillizza affatto, e per diversi motivi:
1) prima di tutto l'artista è solo, con la sua chitarra. Il ritmo che dà subito l'avvio alla frase musicale ci catapulta all'interno del momento della creazione. Bruce sembra inventare la canzone lì, in quel preciso istante. I "colpi" che sfodera sulle corde sembrano violenti, dettati più dalla rabbia che dal piacere della composizione. E poi c'è la voce: sembra sgraziata, quasi stonata, come di qualcuno che ha appena finito di piangere.
2) La scelta della ripresa in bianco e nero conferma le ipotesi. Il video, pure se lo volesse, non potrebbe essere a colori, perchè il mondo dell'artista non è più a colori. Ma questo lo capiremo meglio strada facendo...
3) La telecamera, quasi impercettibilmente, zooma sempre di più, come a restringere il campo d'azione in cui il protagonista può muoversi. L'arredamento, il tavolo, la stessa chitarra svaniscono lentamente e finisce che sullo schermo resta solo lo sguardo evidentemente addolorato di chi canta.
Qui il dubbio la fa da padrone. Se i primi due versi potevano ingannarci
I hold you in my arms
As the band plays
Ecco sbucare, immediatamente dopo, le ombre raddoppiate, elevate alla potenza, della canzone precedente.
What are those words whispered baby Just as you turn away
Lui non si fida più. Per questo la segue, le gira intorno, ma vede ovunque uno spettro che non sa spiegarsi, e non riesce più a collocare nemmeno sè stesso all'interno di un "qualcosa" di definito. Per questo le sue parole, mentre canta, suonano strozzate...
I saw you last night Out on the edge of town I wanna read your mind To know just what I've got in This new thing I've found So tell me what I see When I look in your eyes Is that you baby Or just a brilliant disguise
Cosa vedo quando guardo dentro ai tuoi occhi? Sei veramente tu o è solo un travestimento ben riuscito? Con questa immagine delicatissima il sentimento di sfiducia si innalza indiscutibilmente a poesia. Ma siamo solo all'inizio: tutto questo si trasforma in ansia, e allora sono dolori. Qualsiasi cosa, vista o immaginata che sia, diventa motivo di cruccio. Il tutto, però, è ancora visto dall'interno della coppia (ne è prova, in questo senso, il salice presente anche prima, in Two Faces:Last night as I kissed you 'neath the willow tree/He swore he'd take your love away from me): stiamo assistendo al suo inesorabile sgretolarsi, siamo nel bel mezzo della tragedia.
I heard somebody call your name From underneath our willow I saw something tucked in shame Underneath your pillow
Ma, ecco il colpo di scena: Bruce è disposto a prendersi le sue colpe. Non capisce come una donna così possa desiderare il tipo d'uomo che è lui. Tuttavia, l'idea dell'esame di coscienza funziona solo in parte: l'artista non riesce, infatti, a progredire in positivo, non cerca in sè il modo per andare avanti, per rimettere insieme le cose: si ferma alla radice del problema, e continuare ad anatomizzarlo non giova più di tanto. Difatti...
Now look at me baby Struggling to do everything right And then it all falls apart When out go the lights I'm just a lonely pilgrim I walk this world in wealth I want to know if it's you I don't trust 'Cause I damn sure don't trust myself
Il problema è chiaro, ma le cose non prendono la piega che dovrebbero. Springsteen sposta l'asse dell'attenzione da lei a lui, ma così facendo non trova certo una medicina ai suoi mali: lei potrà sempre recitare la parte della donna innamorata e lui quella dell'uomo fedele; ma se per caso qualcuno dovesse provare a leggergli la mano, allora sarebbero guai. Qui l'artista si abbandona al ricordo più intimo che ha: il giorno del suo matrimonio. Ricorda che, con la neo-moglie, andò proprio a farsi leggere le mani da una zingara, la quale preannunciò un futuro roseo per i due. Ma il ricordo, così dolce, si sovrappone al presente, ricordando che ogni rosa ha le sue spine: dopo quella bellissima giornata, infatti, sono arrivati anche i momenti difficili. Forse, allora, la zingara aveva mentito...
So when you look at me You better look hard and look twice Is that me baby Or just a brilliant disguise
Il finale non può che lasciarci sconvolti. Tristissimo e meraviglioso al tempo stesso. L'apoteosi della tragedia del quotidiano. Il quadro è chiaramente cambiato. L'altro uomo ha vinto.
Tonight our bed is cold I'm lost in the darkness of our love God have mercy on the man Who doubts what he's sure of
Per quanto brutta sia questa resa in italiano, vi invito a riflettere su queste specifiche parole; nonostante avremmo potuto facilmente tradurre in maniera decisamente migliore.
Dio abbia pietà dell'uomo che dubita di ciò di cui dovrebbe essere sicuro
Questo quadro finale, quello dell'uomo rimasto solo e pieno di incertezze, ci catapulta involontariamente dentro il brano successivo.
Anche per One step up il video diventa qualcosa di imprescindibile dalla musica e dal testo, se vogliamo arrivare alla totale comprensione dell'opera. L'aggancio con Brilliant Disguise è evidente
Woke up this morning my house was cold
La casa è sempre quella, il narratore pure. Se ci fosse, però, qualche dubbio in proposito, questo viene sfatato immediatamente: il protagonista entra in macchina, nella sua vecchia Ford. Perchè lo fa? Dove dovrà andare?
We've given each other some hard lessons lately But we ain't learnin'
Il viaggio ha dunque una connotazione insieme fisica e psicologica. Il viaggio assume valenza di "viaggio alla ricerca/riscoperta di sè". Il viaggio è, d'altronde, sì un mito antico, ma sopratutto un mito tipicamente insito nell'essenza americana "born in the USA". E, tuttavia, proprio il viaggio sembra immediatamente essere sconsolato, come svuotato dei suoi significati.
We're the same sad story that's a fact One step up and two steps back
Anche questa volta il video risulta essenziale.
L'entrata in città è ripresa dall'interno di una macchina (la stessa su cui l'autore sta viaggiando) e assume quasi la connotazione di un porto di mare. Dovremmo trovarci, quindi, in un momento di forte speranza, di aspettative; ma veniamo subito disillusi: l'automobile viene inquadrata dall'esterno mentre è costretta a fermarsi di fronte a un passaggio a livello. Le possibilità di redenzione e rinascita vengono irrimediabilmente negate.
A questo punto la scena cambia e veniamo catapultati nella location che occuperà tutta (o quasi) la parte finale del clip. L'autore/attore entra in un locale. Probabilmente è ormai notte e il posto puzza lontano un miglio di night pieno zeppo di signorine compiacenti, spogliarelli, alcolici e via dicendo. Nonostante ci sia anche una donna apparentemente più "seria" che lo guarda, lui si siede appartato. Da questo momento parte il primo di una serie di clip in bianco e nero fortemente simbolici: due mani che si avvicinano fino a intrecciarsi. Nel momento del contatto osserviamo spruzzi d'acqua e cariche elettriche che dilagano per lo schermo. Inoltre (aspetto da non sottovalutare) agli anulari spiccano con decisione le fedi, gli anelli nuziali.
Il senso di disagio è chiaramente comunicato dalle parole
Bird on a wire outside my motel room But he ain't singin' Girl in white outside a church in June But the church bells they ain't ringing
Il video, in questo senso, segue il testo. L'artista ci fa partecipi del suo stato d'animo.
I'm sittin' here in this bar tonight But all I'm thinkin' is I'm the same old story same old act One step up and two steps back
La voce narrante ha raggiunto la consapevolezza della sua posizione. Guarda le ragazze che ballano in bikini, ma con fare annoiato. Probabilmente sarebbe facile per lui allungare una banconota verso quelle forme curvilinee e passare, così, una serata d'oblio. Ma questa fase, ormai, è stata superata. I flashes si fanno più insistenti e sempre meno chiari: rotaie ferroviarie, piedi che scivolano, mani (sempre munite d'anello) che vanno a sfiorare altri corpi.
L'esperienza amorosa c'è stata, ed è di quelle che non può essere dimenticate. Di più: non è nemmeno di quelle in cui si può semplicemente dire "basta" per porre fine alla storia. Lei non se ne andrà mai dal cuore dell'artista, a meno che non sia quello stesso cuore a cancellarla d'improvviso.
Lui si guarda allo specchio. Si vede, e non si piace. Tira le somme, mette su un bilancino la sua esistenza, la sua personale esperienza.
It's the same thing night on night Who's wrong baby who's right Another fight and I slam the door on Another battle in our dirty little war When I look at myself I don't see The man I wanted to be Somewhere along the line I slipped off track
e capisce che, più si è mosso, più è rimasto fermo. Anzi, peggio...
I'm caught movin' one step up and two steps back
A questo punto, cambia la prospettiva: il narratore vede una donna; un'altra.
There's a girl across the bar I get the message she's sendin' Mmm she ain't lookin' to married And me well honey I'm pretending
Deduce che, come lui, anche lei finge di non essere sposata. potrebbe mettere una pietra sopra il suo passato, abbandonarsi al piacere della ri-scoperta... ma poi si rende conto che ciò non è veramente più possibile. Perchè lei, l'altra donna, è sempre lì.
Last night I dreamed I held you in my arms The music was never-ending We danced as the evening sky faded to black One step up and two steps back
E lui non ha più certezze, se non quelle che riguardano il suo stesso modo di vivere. Per un passo in avanti, ce ne sono sempre stati due indietro. Guardare avanti non è più possibile, perchè lei è ancora lì, nel profondo del cuore, e non sembra volersene andare (per quanto, nella realtà, abbia già levato le tende, e da parecchio).
Le mani che nel primo clip si intrecciavano ora si staccano di colpo. Tutte quelle micro-scene si ripropongono con un rewind a rallentatore. Ultima tinta del quadro, la faccia dell'artista, ripresa in primo piano, che va progressivamente invecchiando per tornare poi, all'ultimo, normale ed estraniata al massimo. Quasi stupita, forse. Come se avesse avuto una rivelazione.
Erano giorni di ottobre 2008: le radio non facevano che passare da mesi i singoli di lancio del nuovo album di Cesare Cremonini. Io avevo visto il video di Dicono di me sul tubo, e mi aveva fatto ridere. Nei bar, a scuola, alla radio accesa mentre ero a cagare o negli intermezzi tra le partite (in testa, insomma) non facevano che passare Le sei e ventisei.
Decisi di scaricare il brano da emule, come se il semplice download di un pezzo possa bastare a fartelo sparire dalla memoria. La cosa bella è che quando andai a cliccare sulla canzone la musica che ne uscì fuori non era quella che pensavo: come molti altri fortunati della rete ero incappato per caso in una composizione di 4tu, artista di cui mi innamorai immediatamente. La canzone in questione si chiama "E' l'una e fuori piove", ma all'epoca non potevo saperlo. Andai quindi a spulciare tra siti e blog cercando di sapere perlomeno chi fosse l'autore di quella meravigliosa armonia di note e versi: come parole chiavi inserii "tutto resta uguale" che era un po' il ritornello del pezzo. Il primo risultato utile che google mi sponsorizzò fu (appunto) "Tutto resta Uguale" di tale Fabrizio Coppola. Fiondato su youtube, dunque, ho cercato altri brani di quello che, ne ero certo, sarebbe diventata a breve la mia nuova fissa. Il primo link che trovo mi da una canzone dal titolo intrigante: "Cerco ancora Te". Me ne sono innamorato immediatamente, come mi ero innamorato di "E' l'una fuori piove", senonchè... la voce non era la stessa, e di conseguenza io stavo ascoltando un altro ancora. Troppo mi ero allontanato ormai da quelle tristine Sei e ventisei di partenza.
Coppola ha impresso da subito un nuovo ritmo nella mia percezione delle cose, della musica, e delle problematiche sociali: visto che emule offriva poco suo, comprai su Itunes tutto il suo disco Una vita nuova, rinunciando temporaneamente al primo lavoro, La superficie delle cose.
E poi... beh, i casi sono veramente tanti: in quei giorni l'Italia assisteva a episodi di razzismo veramente fuori dall'immaginazione: a Milano veniva ucciso Abdul Salam Guibre, detto Abba. Un cittadino italiano di origine straniera. Ucciso a bastonate. Colpevole di aver rubato un pacco di biscotti.
E qui, tra Roma e Guidonia non ce la passavamo meglio... Le violenze e i soprusi contro i romeni sopratutti, un clima di crescente xenofobia e paura, i soliti avvoltoi che speculavano in tv sulle nostre piccolezze... Era nei dì di Natale: uscì l'EP "La stupidità". In freedownload, per l'importanza della causa.
"Ho scritto “La stupidità” di getto, una domenica pomeriggio poco prima di Natale. Nel giro di mezz’ora era tutta lì, con il testo e la musica come potete sentirli. Era già da un po’ che volevo scrivere un brano del genere, una specie di blues urbano contemporaneo ma non trovavo le parole giuste.
Poi le parole sono arrivate, tutte insieme, come accade solo raramente. E sono il frutto dell’amarezza, del dolore e della rabbia per quello che sta succedendo nel nostro paese da un anno a questa parte. Due episodi su tutti mi hanno particolarmente colpito: l’omicidio di Abba e il pestaggio di Emmanuel Bonsu. Il primo ad opera di due privati cittadini, il secondo perpetrato da agenti della Polizia Municipale di Parma. E, oltre a questi episodi specifici, il generale clima di intolleranza, di paura e di razzismo generato da una larga parte dei media." (http://fabriziocoppola.wordpress.com/2009/04/18/due-parole-sul-nuovo-singolo/)
Coppola mi ha cambiato. Anche perchè, leggendo tra siti e blog si musica alternativa, spesso parlando di lui aleggiava anche il nome del Boss... e se senti parlare di Bruce Springsteen, prima o poi lo senti anche suonare, e allora... il danno è fatto! Hai creato un Boss-dipendente.
... E siamo partiti da qualche amico di troppo che ti rincoglioniva con Cremonini...
Curiosità finali: Coppola mi ha condizionato moltissimo anche dal punto di vista poetico. Più volte mi sono capitati dei "blocchi" dello scrittore, risolti grazie a una sua canzone ascoltata al momento giusto. La prima parte della mia ultima raccoltina (Come il cielo quando curva) è intitolata "La città che muore" proprio in onore di uno dei suoi brani più noti. E se vi volete divertire a spulciare tra le cazzate che scrivo io (dopo essere diventati, naturalmente, fan accaniti di questo alternativo milanese) troverete senza dubbio qualche cosa in cui si respira anche la sua musica e la sua poetica...
Tante sarebbero le cose da dire, forse troppe; Più ancora sarebbero state le cose da scrivere in questi giorni, certamente in sovrannumero.
Avrei voluto scrivere qualcosa sugli ultimi scandalosi arbitraggi o sulla morte del calcio italiano targata lazio - inter e datata 2 maggio 2010.
Avrei voluto scrivere qualcosa sulla medianità e su certi curiosi episodi capitati molto recentemente... Ma non l'ho fatto.
E poi capita. Capita che una mattina che puoi svegliarti tranquillamente senza dover pensare a un cazzo a parte le due interrogazioni del giorno successivo e al nuovo cd del Liga, ti metti al pc e youtube ti ricorda che un tuo "amico" cantautore ha caricato una nuova canzone. E allore ci clicchi sopra, la stai a sentire e hai una strana sensazione: vorresti spaccare tutto, metterti a gridare... poi arrivano 4 sigarette e una mezza birra (dopo il caffèlatte) a far tornare la situazione in pace con se stessa. Ma qualcosa di diverso resta, è passato, e sai che c'è un'emozione vissuta su cui, comunque, non puoi più scrivere sopra.
La sera è il momento bastardo della giornata perché, complici i rumori del paese che si attenuano e una luce tenua filtrata dal tramonto, incominci a pensare. E pensi a quello che non hai più, quello che non è più tuo e non importa se era poco o tanto... Sai solo che ti manca e istintivamente alzi gli occhi al cielo perché sai che è il suo stesso cielo. Quello non cambia e mai lo farà. E le domande crescono, ma le risposte le puoi solo immaginare... La puoi chiamare nostalgia o malinconia ma per me è solamente un po di vita che ogni sera un sole stanco ti fa rivivere per dopo portarsela via silenziosamente.
p.s parla dei ricordi che ognuno ha della propria vita...non sempre li teniamo ben visibili perchè non tutti fanno bene..anzi, spesso sono un pugno nello stomaco..ma ci sono dei momenti in cui molli tutto e vai lì..perchè sai che lì hai messo tutte quelle cose che dicevi di non voler vedere più..nascoste bene...e trovi una lettera...mai spedita..non la apri, tanto sai bene cosa c'è scritto dentro...anche se è passato un bel po' di tempo..e poi..prima o poi la spedirai forse, non è quello che ti ripeti da tempo ormai?....anche se sai che è una promessa da marinaio...sapete qual'è il problema?..riuscire a distinguere l'essere felici dal convincerci di esserlo.....perchè spesso è più facile spiarla la felicità da fuori.....più facile immaginare come sarebbe che avere le palle di cercare di viverla!
"chissà se mai in quel porto mi ritroverai..confuso tra la gente, mi riconoscerai?" P.S
Chiuso nel buio di una soffitta tra vecchi giornali e aerei di carta e kg di polvere a coprire i ricordi di quaderni chiusi e poi mai riaperti Cè scritto da grande non farò il calciatore, ne lastronauta ma solo il sognatore E sotto il disegno della rossa chitarra la mia prima canzone forse un po acerba E rivedo gli occhi di quella ragazza Risento il profumo si dellultima volta E i sensi di colpa messi a dormire Sarà per sempre dillo fino al mattino Tra frasi sconnesse, progetti importanti promesse che allalba sono stelle filanti.. destate gli amori sono come aquiloni che perdono il filo senza saper volare Ma oggi si cambia oggi rivoluzioneo forse domani che magari cè il sole e penso che infondo non saremo eroi ma lo senti il vento fischia solo per noi. E rivedo gli occhi di quella ragazza Risento il profumo si dellultima volta Quando di notte non riuscivi a dormire E la mia voce accompagnava le ore.. E rivedo gli occhi di quella ragazza in una lettera poi mai spedita E quellinchiostro blu no non scompare.. p.s. ricordi per te ero lamore.... E rivedo gli occhi di quella ragazza risento il profumo si dellultima volta Dio se eri bella anche mentre piangevi e fiera sfidavi il mondo a farti cadere E rivedo gli occhi di quella ragazza in una lettera poi mai spedita E quellinchiostro blu no non scompare.. p.s. ricordi per te ero l'amore
Che razza di cazzoni che siamo! Ci conosciamo da tanto ormai, e dovrei sapere chi sono gli amici che mi sono scelto. Eccoci qua, tutti e tre sulla golf di Matteo, il primo tra noi a essersi patentato: tre deficienti come pochi ne ho visti in giro a dire stronzate manco fossimo Aldo, Giovanni e Giacomo. Compagni di classe da cinque anni, legati da un'infinita passione dai colori giallorossi e da altre cazzate meno importanti: i motori, lo scoutismo, i Green Day, tutti i tipi i tabacco fumabile, Ligabue. Tutti e tre vicinissimi e al tempo stesso lontani dal resto del mondo, tutti e tre diversissimi l'uno dall'altro.
Frank, quasi un modello dell'ASROMA OFFICIAL SHOP, minore di tre fratelli, famiglia di superescursionisti. Bonaccione e goliardico come pochi, sempre pronto a ridere ma anche a prestare orecchio agli amici in difficoltà: una persona fondamentalmente buona; il migliore, forse, tra tutti noi. Tra lui e sua madre, ho avuto modo di appurarlo, mi conoscono meglio di chiunque altro.
Matteo: un mito assoluto per quanto riguarda la storia, specie quella di Roma antica e di Cesare. fanatico della guerra e deglarmamenti; un indimenticabile cazzone. Ricordo che subito dopo aver compiuto 18 anni, ancora prima di segnarsi alla motorizzazione, andò in questura per sbrigare le prime formalità burocratiche e ottenere il porto d'armi.
E infine io, un altro cazzone sui generis: un tizio obliquo e un po' sfigato, un poetastro maledetto, un Guinnes World Record di ingenuità e illusione. "Due Facce" mi aveva chiamato un mio amico, pensando a quale personaggio dei fumetti somigliassi maggiormente. E "Due Facce" mi calzava a pennello: in un primo momento un bravo ragazzo, sincero e gentile; il momento dopo un cazzone capace delle bravate più stupide. proprio non so come cazzo faccia a convivere con queste due personalità opposte. Un bel conflitto interiore però, ve lo posso assicurare.
Oggi proprio non sappiamo cosa combinare: decidiamo quindi di optare per qualcosa di diverso: andiamo al cinema. Non sto scherzando: è una cosa che non facciamo quasi mai. Dipendesse da me, poi, potremmo fare qualsiasi stronzata. Basta che ci muoviamo. In auto, ovviamente. E' l'unica cosa di cui ho bisogno ora, cazzeggiare in macchina con qualche amico, autoradio accesa... per quanto riguarda la destinazione, mi accontento anche del culo di un elefante. L'unica grandissima scocciatura è l'assoluto divieto di fumo all'interno dell'auto, posto dal padre di Matteo. Adesso, forse, lo metteranno come nuova legge nel codice della strada... vadano a fare in culo; io fumerò più di prima. Dicono che può distrarre il guidatore. Ma allora, a questo punto, anche l'autoradio distrae il guidatore! E' per questo che l'hanno inventata... A proposito di autoradio: proprio ora mi giunge alle orecchie la sgradevole voce della Ferreri che interpreta "Ma il cielo è sempre più blu".
...
Che schifo è?
Ma non si rendono conto della merda che passano?!
Tutti e tre, di comune accordo, decidiamo che ascoltare quell'eresia è come sputare in faccia a chi veramente sapeva fare buona musica, quindi tiriamo fuori il jack e ci appiccichiamo l'ipod.
So bene che Matteo aspetta solo che io metta "Viva la gloria", ma non possiamo drogarci solo con quella canzone. Il dito scorre da solo, per conto proprio, fino alla cartella dei Tre Allegri Ragazzi Morti: lì c'è un brano che ci descrive, e noi dobbiamo ascoltarlo. E' un disegno metafisico a volere tutto ciò.
Basso, chitarra e batteria danno immediatamente una scossa al veicolo, qualcosa che prima non aveva. E dalle prime parole, per quanto appena velate dal dubbio, mi rendo conto di quanto questa canzone ci appartenga.
Quasi adatti a garantire il giusto risultato...
Quasi adatti a discoteche come gabbie...
Quasi adatti a innamorarsi di un animale a pelo corto...
Quasi adatti a rinunciare alle proprie fantasie...
QUASI adatti. QUASI. Il che vuol dire che non siamo adatti; non siamo adatti a garantire il giusto risultato perchè, in fondo, spesso lo prendiamo in culo.
Non siamo adatti alle stronzissime discoteche: ogni fottuta festa di diciotto anni la passiamo più a fumare sull'uscio di quegli orrendi locali che dentro... e se siamo dentro, è solo per stordirci di alcol.
Non siamo adatti a innamorarci "di un animale a pelo corto"... per quanto le inseguiamo, le donne non fanno per noi. Ma in fondo stiamo bene anche così...
Non siamo adatti a rinunciare alle nostre fantasie... ed è per questo che continuiamo a inseguire sogni e donne irraggiungibili...
A metà canzone chiedo ai miei due compagni cosa ne pensano; Matteo mi guarda e accenna una smorfia: " 'A Michè, è 'na mezza schifezza... Insomma, è una canzoncina..."
Vorrei rispondere facendogli notare che quella canzoncina siamo noi. Poi però resto zitto. Perchè il dramma è che abbiamo ragione tutti e due.
Appoggio la testa al finestrino e mi faccio cullare dalla golf che avanza nel traffico. Certo che il mio amico guida proprio bene... Penso a quella storica traversata Via Prenestina - Via Lanciani in cinque minuti d'orologio fatta insieme una settimana fa, quando rischiavo di arrivare tardi da una ragazza...
Quasi adatti a spingere le ruote oltre i duecentoventi
Quasi adatti a dare il giusto peso ai sentimenti...
Piove. Piove fottutamente. Piove come se tutti gli angeli del cielo si fossero messi in fila, uccello in mano, a spegnere le braci di un fuoco ormai morente. Piove, più o meno ininterrottamente, da 4-5 giorni, dalla vigilia di Natale. Piove, alle volte con tanta forza che temo l'ombrello sia lì lì per cedere sotto tutta quell'acqua; altre volte all'inglese, senza quasi che ci si faccia caso. Piove. E a questa mia sciocca testolina di credente piace pensare che Cristo, a furia di sentire il suo nome bestemmiato nelle più diverse lingue, sia sceso a controllare la situazione del mondo e che poi, tornato nella gloria dei cieli, si sia messo a piangere. Lacrime di pioggia quindi, per dirla alla Venditti. Quando invece sono più cinico (di solito dopo avere bevuto) smetto di illudermi e, se proprio voglio restare sul teologico/blasfemo, torno alla prima idea degli angeli piscianti.
Chiamatemi pazzo. O cretino. Sì, forse cretino è più appropriato, vista la cazzata che sto per dire; anche se illuso, pirla, sciocco, inutile e quant'altro vi venga in mente su questo tipo va benissimo lo stesso.
Chiamatemi come vi pare, insomma, ma alcuni di questi giorni di pioggia, con nubi, luce e acqua dosate in u certo modo, mi fanno sorridere. Perchè, vi chiederete. Perchè era un giorno così la prima volta che sono uscito da solo con lei.
Ridete, ridete pure. Lo so bene che, in fondo, resto solo un sentimentale del cazzo. E avete ragione a ridere. Avete ragione, perchè in fondo quella prima volta insieme non è stata proprio niente di che (anzi...); perchè, se proprio vogliamo fare due conti spassionati, sono 4 mesi che le vado dietro e ancora non ho concluso una ceppa; perchè preferisco tenere le mie emozioni per me piuttosto che mostrarle apertamente, di fronte a tanta gente; perchè in fondo sono timido (nonostante l'atteggiamento da cazzone) e i timidi in questo mondo lo prendono in culo. Avete ragione a ridere. E ridete dunque!
Ridete, perchè è ridicolo sorridere dinnanzi alla pioggia, tanto più dinnanzi a un ricordo.
E' ridicolo ricordare sorridendo quell'ultimo giorno di vacanze estive quando, tutti e due sotto gli ombrelli e sotto la pioggia, attraversando la Nomentana, le ho detto ".. solo non vorrei che stiamo andando a vuoto..."
E' ridicolo ricordare con piacere la sua risposta "Chi se ne frega; alla peggio ci siamo fatti una passeggiata insieme.."
Nelle giornate così non ascolto, come facilmente si potrebbe immaginare In un giorno di pioggia dei Modena City Ramblers. No. La canzone che mi fa sussultare nel profondo è sempre firmata MCR, ma è di una dolcezza ancora più intima e gentile, come una poesia lontana... L'amore ai tempi del Caos.
A molti non piace questo periodo dell'anno; io lo adoro.
E non è per le feste, sia chiaro! Anzi, se non fosse per lo svacco che ne deriva, le feste sarebbero i momenti più deprimenti di questo tempo primo invernale.
E' che mi piace uscire di casa il pomeriggio, verso le 5:30/6:00, e trovare l'oscurità, le strade illuminate dai lampioni. Quando poi, verso marzo-aprile, la luce torna giorno per giorno a mostrarsi sempre più, allora mi intristisco.
Un attimo però: questo non vuol dire che non mi piaccia l'estate, quando prima delle 9:30/10:00 non è notte! E' solo che sono un border line; non sono capace di mezze misure... Ed è così che in questi giorni, non freddi come ci si aspetterebbe, passeggio.
Non mi piace stare chiuso in casa, e poi verso le 6 ho spesso voglia di fumare. E di rollare. Poche cose mi rilassano come una sigaretta al drum alle 6... forse solo una sigaretta al drum alle 8, o a mezzanotte...
Da un po' di tempo il traffico sulla tangenziale, vicino casa, non è più lo stesso.
... Sarà che hanno modificato un po' i percorsi a causa dei lavori; resta il fatto che le vetture scorrono più veloci. Più veloci. Più veloci ancora. Perchè è di questo che c'è bisogno: di velocità. Tutto va di fretta, tutti di fretta. E a poco a poco ci si scorda di essere umani.
Non è facile essere uomini e donne, vivere la propria umanità insomma, in un mondo che vuole tutto subito. E veloce. Più veloce.
Mentre penso a tutte queste cose insieme, solitamente arrivo in cima a una salitella: da lì vedo le montagne fuori Roma, quando il cielo è limpido, e più vicine, le borgate. Mi arrotolo un'altra sigaretta e faccio ripartire la canzone che ho appena finito di ascoltare. Le primissime parole cominciano sin da subito a imprimere il loro ritmo anche nel mio cuore.
Si capisce dall'odore
questa è la città che muore
Accendo la sigaretta. Il tabacco riempie subito i polmoni, dal primo tiro. Guardo la tangenziale, a pochi metri da me: la città che muore. Muore senza accorgersene, proprio perchè ha perso l'identità umana che aveva. O che, almeno, dovrebbe avere. Il mondo è cattivo. Guardo in alto, verso una finestra. Valuto velocemente che l'averlo capito prima degli altri, e ora che sono giovane, non mi rende certo speciale.
Continuo a essere un perdente del cazzo. Continuo a guardare quella finestra. La voce continua a cantare.
Questa è la città che muore; ma non preoccuparti amore:
io ti solleverò fin quando le mie gambe reggeranno...