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lunedì 2 giugno 2014

Monografie dallo schermo #16 - Ivan Benassi from Radiofreccia

Il nome ha poca importanza dal momento che, dalle mie parti, tutti mi chiamano Freccia. Devo questo soprannome a una curiosa e appariscente voglia che mi campeggia sulla testa, spostata a destra, proprio dove inizia la stempiatura. 
Nonostante sia più vicino ai 30 che ai 20, il mio mondo è rimasto quello di una provincia italiana come tante, da vivere con una spensieratezza prossima alla delinquenza e al vandalismo. 
Sono gli anni '70: l'eroina sta arrivando persino qui a mietere stronzi a fiaschi e, finalmente, esistono le FM. In realtà io faccio l'operaio: quello che si è innamorato davvero di queste onde invisibili, in grado di attraversare il vuoto come il cemento, è Bruno. E però questo della radio è, non dico un mondo, ma un sistema che mi affascina subdolamente l'inconscio. Cioè, di notte, se proprio non riesco a dormire e il lambro è finito, non è che mi piaccia, però mi riesce naturale infilarmi una sigaretta tra le labbra e le orecchie tra i cuffioni e starmene lì a parlare, come in una confessione, dell'unica grande Inter, dell'inflazionata voglia di fuggire, della merda che ti fa mangiare la vita... e di quell'altra grande merda; l'ero, ancora lei: di come sappia portare un uomo a farsi fuori da solo, lentamente, nel giro di una notte, facendosi una paglia mentre si gusta i falò di due macchine rubate. 

Stefano Accorsi performing Ivan Benassi; 
Radiofreccia (1998)

mercoledì 4 dicembre 2013

Recensione album Mondovisione di Ligabue - inediti 2013


L'osservazione più perspicace e pertinente su Mondovisione, l'ultimo album di inediti di Ligabue, l'ha fatta il mio amico Filippo, un accaloratissimo fan classe '87 dalla scorza dura e dai ricordi radicati al primo magico Campovolo. Sapendo che, immerso tra le scazzottate con la prima influenza stagionale, smaniavo per scriverne una recensione, il mio amico si è premurato di farmi pervenire il suo punto di vista:

La differenza più evidente tra il nuovo e il vecchio Liga
 si sintetizza con un'assenza di storie. 
Prima ci cantava di Walter, di Veleno, di Lui e Lei, 
di Mario, di Elvis, dei ragazzi che erano in giro, 
della bambolina che si trasformava in barracuda. 
Ora sente l'esigenza di parlare di sé, del suo amore, della sua famiglia. 
Come se avesse paura di essere dimenticato.


Tolte le conclusioni, che mi trovano leggermente in disaccordo, direi che l'analisi è quasi perfetta. 
C'è un'assenza di storie; questo è indubbio: tuttavia non è nemmeno una novità. Luciano Ligabue è sempre stato un cantautore dalle venature a tratti profondamente ermetiche e il suo ermetismo ha sempre  offuscato un po' le identità dei vari personaggi rappresentati. Niente di male in tutto ciò; anzi: è proprio l'avere creato personaggi sì caratterizzati (eccome!) ma allo stesso tempo dai contorni sfumati, quasi anonimi o comunque con nomi piuttosto vaghi (Elvis, Veleno, Mario il barista, Lui e Lei) ad avere favorito una sorta di identificazione tra i personaggi stessi e il pubblico. Perché, in realtà, è questo ciò che il pubblico vuole. Il pubblico vuole ritrovarsi nella canzone; a chi ascolta piace che la canzone parli un po' anche di sé. 

Più propriamente è dai tempi di Nome e cognome che i personaggi di Ligabue sono scomparsi per lasciare spazio a situazioni, a stati dell'essere, a realtà e modi di vivere più convenzionali, più alla portata di tutti. Sia chiaro, non stiamo descrivendo una regressione: ogni artista si evolve; e gli fa bene: la ripetitività alle lunghe annoierebbe. Più che altro è possibile rintracciare una questione "pittorica", di intrecci narrativi e di tinte, di punti di partenza e di conclusioni al presente. 
Né è vero che i personaggi siano effettivamente scomparsi tutti: se ammettiamo, infatti, che le storie del primo Ligabue avessero al loro interno del vissuto, in prima persona o per conto di terzi, allora ci accorgiamo che, più semplicemente, si è spostato l'asse di riferimento da cui il nostro attinge i suoi miti. 

Sarà un caso, mi domando, che in ognuno degli ultimi due album (Arrivederci Mostro! nel 2010 e Mondovisione per questo finale di 2013) fosse presente un brano che si rifà al Ligabue più propriamente letterario, ossia Il peso della valigia e La neve se ne frega? Miti interni, quindi, sostituiti ai miti esterni. Non che ci voglia poi chissà quale mago Walter per creare un mito, o comunque un'immagine funzionale e "funzionante" partendo dal vissuto: la persona "con il nome da straniera, da chi è sempre stata sola" di Tu sei lei è sin troppo facilmente identificabile con Barbara, la nuova moglie di Luciano. "Barbara" d'altronde non significa forse "straniera"? Alle volte è così semplice... 

Altri personaggi minori, poi, si sono evoluti in figure ancora più vaghe e, perciò, ancora più facilmente sovrapponibili a categorie reali di persone vere. Sono perlopiù miti negativi, mostri del vero, del sonno della ragione per dirla alla maniera di Goya: il ragioniere prima, professore nella seconda edizione di La ballerina del carillon, potrebbe essere, oggi, "il capitano che vi fa l'inchino", oppure l'uomo velatamente presente con "le ragazze nella sala degli specchi".

C'è da dire che evocare immagini così manifestamente negative è, almeno in prima battuta, davvero alla portata di tutti: gli "avvocati che alzano il calice al cielo sentendosi Dio" in Il Muro del suono, "la promessa che non costa niente" del Sale della terra sono veramente icone di ogni giorno. Mantenendo il contesto così vago, creando "le figure dietro le figure" e prendendosela con "chi doveva pagare e non ha mai pagato" si rischia pure di creare invettive vuote, contro tutti e contro nessuno, all'insegna di una (per quanto lucida) demagogia che potrebbe fare chiunque. Certo, specie a salvare questi brani che si sforzano di essere impegnati, interviene sicuramente il suono: strumenti a tasti (di sottofondo) e a corde si masturbano rabbiosamente con complessi di percussioni decisamente aggressivi, certamente popolarissimi, e contribuiscono senza ombra di dubbio alla creazione di quel sound così difficile da scovare in un disco italiano e che non può non essere fonte e ragione di complimenti e di ovazioni quasi unanimi. L'unico fattore che mi preme sottolineare, semmai, è che la stessa Buonanotte all'Italia, perla della raccolta Primo Tempo, potrebbe a modo suo essere considerata una canzone impegnata. Con la differenza che "Il muschio ingiallito dentro questo presepio che non viene cambiato e non viene smontato e zanzare e vampiri che la succhiano lì se lo pompano in pancia un bel sangue così" come pure "l'Italia che si fa o si muore o si passa la notte a volerla comprare" sono riferimenti non troppo difficilmente scoperchiabili; inoltre, qui l'invettiva si fonde meravigliosamente a un inno che resta comunque d'amore e che, pertanto, avvalora e conferisce ancora più potere a una melodia dai picchi di per sé già molto alti. 

Ascoltando Con la scusa del rock 'n roll sembra quasi di veder tornare, sul suo inconfondibile maggiolone cabriolet, quel Marlon Brando che per anni ha infiammato tutte le piazze d'Italia; solo con i capelli corti e non più tinti. La scelta migliore all'interno di Mondovisione, a ogni modo, è stata quella di concludere il lavoro con Sono sempre i sogni a dare forma al mondo, brano dalla rara bellezza, quasi indescrivibile, che abbraccia suggestioni diversissime l'una dall'altra, eppure inscindibilmente essenziali: riflessione esistenziale, amore, sogni, vita, tenerezza, unicità di ogni individuo e speranza si fondono nell'alone di un alito volutamente onirico che fa terminare, con una punta di verde, un discorso generale dai colori più o meno accesi, accattivanti e convincenti. 

Tanto per essere chiari, si fatica a comprendere cosa ci stia a fare Nati per vivere una volta che è presente Siamo chi siamo. Così pure Ciò che rimane di noi e Per Sempre faticano a trovare una propria dimensione e a convincere appieno l'ascoltatore dal momento che La neve se ne frega e Tu sei lei hanno detto la loro. 
Fortunatamente, torniamo a ripeterlo, la barca Mondovisione ha in dotazione diversi salvagente nel "fattore suono". Piuttosto, quei fans di Ligabue che hanno seguito con attenzione i regali fatti dal loro beniamino ad altri artisti del panorama musicale si chiederanno dove siano andate a finire quella verve, quella capacità di introspezione psicologica e di osservazione dell'altro che hanno reso certe sue canzoni vere e proprie frecciate d'amore al cuore della gente. Cosa ne è dell'autore di Da qui, cantata dai Rio, che poteva essere un po' il seguito di Ho messo via? Dove è l'uomo che ha scritto, per farla cantare da una donna, Io posso dire la mia sugli uomini (interprete Mannoia) o la recentissima A modo tuo, una bellissima canzone sul rapporto madre-figlio contenuta ne L'Anima vola di Elisa? Per non parlare di quel conturbante duetto che fu Gli ostacoli del cuore, sempre con la ragazza di Monfalcone... 

Io non lo so: ma il fatto che Liga continui a produrre brani di tale intensità, che abbia la grandezza d'animo di regalarli (e perché no, pure che si possa permettere questo lusso) può tranquillizzare davvero tutti al riguardo di una realtà ancora incontrovertibile: possiamo continuare ad aspettarci ciò che non ci sogniamo da Luciano Ligabue.




Post Scriptum:

... giusto per chiudere una volta per tutte il discorso relativo ai "miti". La riprova di quanto le ultime canzoni di Ligabue parlino di "noi" piuttosto che di "loro" o di "me", inteso come "io narrante", sta proprio nel brano Siamo chi siamo. Dopo aver fornito due veloci ritratti distanti l'uno dall'altro prima di ogni altra cosa geograficamente (La ragazza di Torino e quella di Salerno), per sottolineare tutto ciò che ci lega Luciano fa ricorso a un vasto campionario di immagini, appena accennate, riferibili alla tradizione, ai proverbi, ai luoghi comuni, alla nostra cultura più o meno di base.
Nel mezzo del cammin di nostra vita è l'incipit della Commedia di Dante; il prezzo della mela per Adamo è un riferimento al primo tra tutti gli errori, dalla Genesi. E chi ha mai dimenticato una delle prime poesie che ci facevano studiare a scuola da bambini, San Martino di Giosuè Carducci, il cui verso iniziale è proprio La nebbia agli irti colli che forse sale?
A ragione, quindi, possiamo supporre che Non ci si bagna nello stesso fiume sia omaggio a Eraclito, uno dei pochi filosofi della Grecia antica generalmente simpatico agli studenti, indicato come autore della famosissima Pánta rhêi (πάντα ῥεῖ‎) ovvero Tutto scorre. E ci è legittimo, con un volo un po' pindarico, azzardare che persino Non si finisce mai di avere fame sia mutuato dal celebre motto del pensatore tedesco Feuerbach, L'uomo è ciò che mangia.
Come a dire, insomma, che queste canzoni sono nostre, che a parlare siamo noi e che noi siamo, appunto, tutti uguali, proprio perché figli della stessa cultura, delle stesse storie. Il significato di Siamo chi siamo è perciò quello di un Inno all'interno del quale stanno, come in un po' tutti gli inni, Identità, Ricordi e Tradizione.



martedì 10 settembre 2013

Elisa vs Laura Pausini - ovvero L'interpretazione e l'esecuzione


Personalmente ho sempre trovato "speciali" (non sapendo in quale altro modo definirli) quei gesti compiuti all'insegna della collaborazione dagli artisti della musica che regalano brani di propria creazione ai colleghi. Gli esempi sono tantissimi: basti pensare al rapporto simbiotico tra Bob Dylan e Joan Baez, nel quale i confini tra la proprietà intellettuale dell'uno e dell'altra si sono resi labili fino all'indefinito; oppure, per trovare un corrispettivo italiano, è lecito ricordare le tantissime canzoni firmate da Ivano Fossati e rese celebri attraverso Fiorella Mannoia (anche questo, un caso di rapporto artistico sfociato poi nella relazione sentimentale).
Ma gli esempi non si esauriscono certo qui: l'indimenticabile Minuetto, conosciuta attraverso le corde vocali dell' indimenticata Mia Martini, era opera del "maestro" Franco Califano; e in tempi più recenti Luciano Ligabue è riuscito a entrare nell'anima delle donne con brani che un uomo non avrebbe mai potuto cantare - Gli ostacoli del cuore e Io posso dire la mia sugli uomini, donati rispettivamente a Elisa e, ancora, a Fiorella Mannoia.

Grandi gesti, senza dubbio: gesti speciali che presuppongono una particolare generosità da parte di chi scrive una canzone per regalarla e una certa intelligenza, oltre che un'intrinseca attitudine, in coloro che dovranno rappresentare qualcosa che non è esattamente farina del proprio sacco.
La Mannoia, a tal proposito, è senza dubbio la regina dell'interpretazione nel panorama musicale italiano: il numero di canzoni prestatele è talmente grande da poter essere quasi confuso con la totalità del suo repertorio. Sia che si tratti di "pezzi" resi famosi da altri, sia che si tratti di creazioni propostele ad hoc per la prima volta in assoluto, la rossa romana ha sempre regalato ai suoi ascoltatori interminabili minuti di emozione pura. Non vi è dubbio, quindi, sulle sue capacità di entrare veramente nel cuore di un'opera, di comprenderla e di far ascoltare al pubblico ogni volta, nel senso più bello del termine, una "appropriazione", un'interpretazione, un secondo punto di vista, per forza di cose diverso dal primo, dalla versione di abitudine.

Io posso dire la mia sugli uomini e Gli ostacoli del cuore, dicevamo. Ambedue brani frutto di un'intelligenza artistica maschile; quella di Ligabue. Ma il rocker di Correggio non avrebbe mai potuto cantarli di persona: o meglio, avrebbe potuto e, in rarissime occasioni, ha effettivamente eseguito il secondo; per il primo, invece, l'impresa sarebbe risultata ardua al limite del ridicolo. Non per altro...! Sia chiaro: scrivere testi del genere è segno inequivocabile di una capacità d'approfondimento psicologico unica; ma non può essere un uomo a dire "quante cose che non sai di me, quante cose che non vuoi sapere". Frasi del genere stanno generalmente meglio in bocca a una donna.

E arriviamo così a Elisa. Quando uscì Gli ostacoli del cuore io avevo tra i 15 e i 16 anni e, senza dubbio incuriosito più che altro dalla collaborazione con l'allora a me molto più congeniale Ligabue, la cantante di Monfalcone cominciò a interessarmi.
A onor del vero, volendo inserire una nota di colore, devo ammettere di essere stato a lungo attratto inconsciamente dalle ragazze coi capelli tagliati a mò di fatina (il termine tecnico è "taglio pixie")...  adesso, invece, la fascinazione è totalmente conscia...: quindi, la simpatia che ho provato a pelle da subito per Elisa probabilmente deve molto anche a questo. Torniamo alla musica...

Devo ammettere che, nel mio pantheon personale di miti musicali, per molto tempo le donne hanno trovato davvero poco posto. Forse perché generalmente non apprezzo in maniera particolare le voci femminili... comunque, dal basso della mia ignoranza, sono innamorato da sempre dell'artista Mia Martini. Lo sto raccontando perché è proprio grazie a lei che sono stato in grado, nell'ordine, di apprezzare davvero Elisa dopo appena un paio di ascolti e, in definitiva, di scrivere questo post.
Per chi non lo sapesse, infatti, all'interno dell'album Soundtrack 96 - 06 è presente una magnifica versione di Almeno tu nell'universo.

Quindi: l'istintiva simpatia per la giovane artista e l'affetto incondizionato per la Grande Voce scomparsa: una somma che poteva portare a un unico risultato.
In realtà, solo con il passare del tempo ho potuto veramente capire quanto quel brano fosse speciale.
Perché il punto è tutto qui: esecuzione o interpretazione?

Laura Pausini e l'esecuzione

Personalmente ricordo di essere rimasto a dir poco basito quando uscì "Io canto", l'album in cui Laura Pausini raccoglieva i grandi pezzi della musica italiana cantati da lei (totalmente, senza nemmeno un duetto, tanto per capirci). Mi rammento di avere pensato qualcosa del tipo "Ma no, non è possibile svilire così un brano di Cocciante..." e "oddiosanto, no, Spaccacuore di Bersani no...".

Ok. Ammetterò, sempre a onor del vero, di provare a pelle, per la Pausini, un'antipatia direttamente proporzionale alla simpatia che invece riservo a Elisa... l'ho detto! Ora che è noto quanto sia di parte, e che parta comunque prevenuto, possiamo proseguire constatando quanto più oggettivamente possibile.

Partiamo dal presupposto (assurdo...!) che un autore, al momento di comporre, provi un'emozione. Questa emozione, che l'autore è intenzionato a trasmettere, non arriverà a tutti i cuori nella stessa misura, né allo stesso modo. Il frutto della creazione, con sfumature diverse, a qualcuno comunicherà qualcosa, mentre a qualcun altro comunicherà (molto probabilmente) altro ancora. Di conseguenza è legittimo supporre che, nel caso di una cover, il cantante cui "viene prestato" il brano in questione provi un'emozione differente, cantando, rispetto a quella provata dall'autore dello stesso.

Ebbene, io - pubblico ho la pretesa, o quantomeno il forte desiderio di cogliere questa differenza.
Cantando Spaccacuore la Pausini cambia il genere degli aggettivi (da maschile a femminile); ma per il resto? A livello emotivo non vi è che un copia-incolla dell'originale. Persino gli arrangiamenti sono identici, al di là di qualche sviolinata in partenza tendente all'elettronico. A dire il vero Laura prova a comunicare qualcosa, ma i suoi tentativi si traducono in banalissimi innalzamenti (molto raramente in abbasamenti) del timbro vocale. Come se a strillare ci si capisse meglio...

Questa, dunque, è un'esecuzione. L'artista non ha aggiunto niente al contenuto originale.

Elisa e l'interpretazione

Prendiamo Elisa, invece.
Almeno tu nell'universo: Mia Martini è una donna che ha sofferto e, con quella canzone, sta pregando il suo uomo, la sta implorando di starle vicino. C'è pathos, sentiamo la sua sofferenza. La musica è testimone di questa sofferenza, a tratti rabbiosa, in maniera imprescindibile: lo capisce chiunque; il ritmo deciso, eppure spezzato di tanto in tanto, è uno specchio dell'anima che sta lì a dimostrarlo.
La versione di Elisa è tutt'altra cosa: da subito ci si rende conto del tono evidentemente più dolce rispetto all'originale. L'arrangiamento è del tutto diverso, a momenti pare quasi un sussurro. Ciò che Mia Martini sta strillando per ottenere Elisa sembra già possederlo: canta, ma non soffre. Parla a una persona reale, non a un lui ipotetico, ed è una persona certamente piena di affetto per lei. Ascoltandola noi stessi ci sentiamo rassicurati.
Una stessa canzone, due chiavi di lettura.

Un'altra sua cover che mi ha colpito moltissimo è stata la versione di Ho messo via, ancora di Ligabue.
Quando è Luciano a suonarla, ci sembra di vederlo: seduto in disparte a un tavolino del Bar Mario, con una birra davanti a sé e un'espressione certo abbastanza cupa. Chi parla è un uomo disincantato che sta facendo un quadro della sua vita: lì c'è un uomo solo e ancora innamorato, convinto che la sua donna non tornerà più.
Ora canta Elisa: potrebbe essere una ragazza intenta a scrivere una pagina del suo diario. Una pagina che però, nonostante le apparenze, non è veramente triste. Anche qui il tono è diverso, se non diametralmente opposto a quello del brano di partenza. Ligabue sta riflettendo con sé stesso, la voce sembra esistere solo nella sua testa. Da parte sua, la bella friulana potrebbe anche averlo di fronte il suo uomo: a parlare non è affatto una donna abbandonata e tra le sue labbra Ho messo via diventa una sconcertante dichiarazione d'amore. Se Elisa te la dedicasse, probabilmente la baceresti.

Questa, dunque, è un'interpretazione. L'artista ha sconvolto il contenuto originale, ma senza apportarvi modifiche sostanziali. Ci sta comunicando il suo punto di vista, le sue emozioni.

Naturale, perciò, che questo tipo di operazione riesca particolarmente bene laddove si trovi un artista completo, o comunque già maturo, che abbia voglia di mettersi in gioco e che sia in grado di muoversi agevolmente tra tutte le altezze possibili della scala musicale.
Quella delle cover, insomma, è una scommessa rischiosa. Le pretese da soddisfare sono tante e il rischio più grande è proprio quello di un autogol a favore della vacuità d'intenzione.

Ma, a quanto pare, se dietro il microfono c'è Elisa questo rischio non lo corriamo.

domenica 12 dicembre 2010

Voglia di una donna e di una birra (Canzoni che mi uccidono - Walter il mago -)



L'umidità è pazzesca, la strada tappezzata di foglie che la pioggia ha appiccicato all'asfalto, il sole è sorto da mezz'ora scarsa. Sono le 7 e 35 e ho voglia di una birra. Prendo l'autobus che, da sei anni a questa parte, mi fa arrivare a scuola con quel minimo di anticipo tale che riesco a fumarmi una sigaretta prima di entrare, la terza del giorno.
La Nomentana, per essere un giorno in mezzo alla settimana, è inspiegabilmente deserta: il mio viaggio dura appena dieci minuti (forse meno).
Ottimo, mi ritrovo con un quarto d'ora da occupare. scelgo di passare per il parco, di gustarmi fino in fondo la rugiada sulle foglie, i raggi di luce mattutina che filtrano tra i rami e gli effetti che ne derivano assieme, naturalmente, a un bel sorso di Bell, wiskey scozzese a buon mercato e, in fondo, pure apprezzabile. Metto la mano destra nella tasca interna della giacca per tirarne fuori la fiaschetta contenente il prezioso drink, ma il mio arto trova un niente terrificante: tiro fuori il "contenuto" (un fazzoletto usato e un biglietto del cinema di un anno fa), ne valuto l'utilità e lo ripongo al suo posto. Porcaputtana, no. Questo significa rovinarsi quei pochi, fugacissimi, piaceri della vita. Cazzo. Tiro fuori il portafogli e lo ispeziono per benino: purtroppo ho solo un euro (anzi, in verità sono appena 97 centesimi): troppo poco per comperarmi una birra. Considero che quei 97 centesimi rappresentano i miei averi da almeno dieci giorni, e che dovrebbe essere ammirevole come un adolescente possa andare av
anti con così poco per così tanto tempo.
La stecca di contrabbando, mi dico, è stata una svolta: se avessi dovuto spendere pure per fumare, allora sarebbero stati veramente cazzi amari. Molto, troppo amari. Lo so, è un quadretto di vita che, per come lo descrivo, meriterebbe seriamente l'attenzione della previdenza sociale. In verità i fatti sono molto meno drammatici di quanto possano sembrare: fumo, e fumo pure parecchio, è vero. Ma in fondo è il mio unico vizio. bere non è un vizio, è un piacere: non bevo mica per ubriacarmi. Solo un sorso ogni tanto, come per star certi di rovinarmi il fegato quanto basta per tirare le cuoia in tempo utile: 37 anni. Nè più nè meno. Per il resto... beh, avevo solo voglia di una birra. Non è mica un crimine, no? Se ne bevo due a settimana è tanto. La giornata scorre lenta; la mia voglia, il mio desiderio, aumenta.
Dico io, ma se pensano di installare distributori di profilattici, perchè all'interno delle scuole non mettono anche distributori di birra in lattina? Che bellezza sarebbe seguire una lezione di
filosofia sbronzo! O anche appena appena su di giri...
La voglia insoddisfatta mi rende particolarmente nervoso, eppure riesco a trattenermi, a non fumare. Quando il tempo della mia permanenza obbligata in quella casa circondariale che chiamano liceo finisce, ormai il bisogno fisico di luppolo si è esaurito da un po'. Torno a casa, pranzo, navigo in rete, fingo di studiare e di scrivere. Poi, per soddisfare certi bisogni "fisiologici", vado al gabinetto. Dove trovo la migliore delle sorprese, delle mani dal cielo, degli aiuti insperati: un biglietto da 10 euro nascosto nel cartoncino rigido del rotolo di carta igienica. L'inconfondibile prova che Dio esiste, e ci ama! In quel momento mi telefona Tonio.
"Ehi bello!"
"Tonio!"
"Ho appena dato un esame all'università"
"Come è andata?"
"23. Bucio de culo! Come non accettarlo?"
"Ahahah! Grande!"
"Senti, che fai stasera?"
"Niente, perchè?"
"Vieni a cena da me. I miei sono fuori"
"Da paura. Come siamo messi ad alcol?"
"Mi è rimasto un vinaccio e un po' di fuoco dell'Etna"
"Okay. Allora alla birra ci penso io. E tiro fuori il narghilè delle grandi occasioni"
"Daje! Passa appena puoi"
E' una cosa che non mi faccio certo ripetere due volte. Pre
paro il narghilè e me lo infilo nello zaino. Esco di casa e vado dall'egiziano. Trattando un po', e aggiungendo qualche euro alla mia lista di buffi, riesco a portarmi via una confezione di carboncini e una cassa di birra.
"Grazie Alì, come sempre. Allah Arbar!"
"Allah Akbar, no al bar! Tu prendi me per sedere. Però simpatico. Bravo ragazzo. Ciao Vinni! Saluta nonna!"
Mia nonna, dall'egiziano, riesce sempre e solo a farsi inculare sonoramente. Va da Alì per comprare due arance e torna a casa con il carrello pieno. La verità è che compra ciò che Alì vuole che compri (sfruttando la sua età avanzata e la vista molto diminuita). Quindi, scroccando da Alì, non faccio che aggiungere qualche contrappeso al bilancino del guadagno che, casualmente, pende sempre un po' troppo dalla parte del figlio di Maometto. Inserisco la mercanzia nello zaino, esco dal negozio e vado da Tonio.
Il mio amico mi apre la porta in pantaloni da tuta e canottiera. A fianco a lui (cosa assai sconcertante) c'è un alano nero in piedi (in piedi!) che scodinzola e balla. Balla. Qualcosa di molto simile a una samba...
"E quello cosa cazzo è?" gli chiedo sconcertato
"E' un cane"
"Lo vedo che è un cane. Ma per quale cazzo di motivo hai un cane?"
Antonio non ha mai amato le bestie. "E, sopratutto, perchè balla e muove il culo come una brasiliana al carnevale di Rio?!"
"Il vicino ha dovuto raggiungere un parente che è ricoverato grave a Firenze. Non poteva portare il cane con sè, così mi ha chiesto se potevo tenerlo io un paio di giorni. Mi ha dato i soldi per comprargli il cibo dei cani e quaranta euro per il disturbo"
Guardo prima Tonio e poi il bastardo, quindi chiedo al mio amico: "E da quando ce l'hai è così?"
"Così come, scusa?"
"Così rincoglionito!"
"Ahahahahah!" Attacca a ridere. Sembra non volersi fermare.
"Beh" riesce a dirmi con fatica "Intanto che ti aspettavo ho pensato di iniziare a festeggiare.
E, visto che si beve in compagnia, ne ho dato un po' pure a lui..."
Guardo, incredulo, Tonio "Scusa... cosa gli hai dato, di preciso?"
"Un po' di fuoco dell'Etna"
"Cosa cazzo gli hai dato?!"
Non ci credo. Tonio ha fatto bere a un cane uno dei superalcolici più potenti della Sicilia.
"Beh, direi che gli piace, no?" mi fa, come per giustificarsi.
Guardo ancora il cane. Considero che nemmeno una lavanda gastrica lo salverebbe, se continua di questo passo: ora la povera bestia ha preso a strusciarsi il culo con qualcosa di non identificato (forse un pacchetto di mentos). Chissà, magari un esorcista sarebbe utile...
Decido infine di sbattermene (se il cane va in come etilico sono cazzi di Tonio, e comunque ora non è in grado di capire totalmente cosa accade) e scelgo di raggiungere il mio ospite nel paese di Bacco. Preparo il narghilè e cominciamo a fumare. Chiudiamo
tutte le porta della piccola sala da pranzo per non diffondere l'odore in giro per tutta casa e spegniamo la luce, cosicchè quando decidiamo di cucinare e premiamo l'interruttore notiamo che nella stanza si è formato un cappone degno di un sobborgo londinese. Metà della cassa di birra intanto è andata. preparo un sugo di fagioli e butto nell'acqua mezzo chilo di pasta: se ne avanzerà un po' (cosa di cui dubito) lo daremo al cane. Chissà se i cani scoreggiano...
Io e Tonio parliamo. E, dopo due ore passate a dire cazzate, il discorso cade (finalmente) ulla sana, vecchia, gnocca. Se non fosse successo mi sarei stupito, forse addirittura preoccupato.
"Te, insomma?" gli faccio io. Lui sembra morire dal ridere.
"Te la ricordi Giorgia?"
"La biondina che hai conosciuto in facoltà, no? L'amore tuo..."
"Quella troia scopa con il frocio"
"Cosa?"
Lui diventa improvvisamente serio
"Ha scopato con il bisessuale. Solo che a lui non si è alzato"
Io detono i una fragorosa risata.
"Scusami, amico... Ma allora quello è proprio finocchio! Altro che bisessuale..."
"Già..." dice lui "Però, intanto, lei gliel'ha data..."
Anch'io mi faccio cupo: "Scusami Tonio, hai ragione. Stavo facendo lo stronzo"
"Non è mica colpa tua se mi sono innamorato di una zoccola" mi tranquillizza allungandomi una birra.
"Ma come? Ieri non era una di mentalità molto aperta?"
"Ieri. Oggi, invece, è una zoccola e basta"
Silenzio. Suono di gole che buttano giù nettari alcolici.
"E te, Vinni? Cosa hai di nuovo da raccontarmi?"
Ancora il rumore di una gola che deglutisce luppolo. Una sola, stavolta: la mia.
"Provo a guardarmi in giro, come mi hai consigliato tu. Provo a convincermi che alla mia età dovrei puntare a scoparle tutte, e basta. Ci provo, davvero, ma non ci riesco." Tiro giù io, tutto in un sospiro.
"C'è di più: vedi, tutte le donne che vorrei farmi finisco, più o meno inconsciamente, per idealizzarle. E come fiuto questo pericolo, che è poi il pericolo di innamorarmene, me ne allontano"
Un momento di pausa.
"Vedi, Tonio, se voglio una donna le devo voler bene. Il problema è che amo ancora lei. Sì, hai ragione, lo so: dovrei dimenticarla. Se necessario amarne un'altra. Ma non s
ono pronto per una cosa così. Non ancora. La verità è che preferisco vivere di fantasmi piuttosto che ricadere negli stessi, soliti, errori. Che poi, te lo dico chiaramente, tutte quelle che ho adocchiato sono tipe strane... Non che la cosa mi spiaccia; anzi... ma volevo aggiungere che sono bersagli strani, peraltro molto difficili da agganciare... Insomma 'zi: meno ci penso e meglio sto".
Tonio fa segno di sì con la testa e si porta una sigaretta alla bocca; poi prende il telecomando e accende la TV. Fabio Fazio sta intervistando un cantautore. Guardo il cane, steso a terra, ubriaco almeno quanto noi. E penso al tizio che cantava di una situazione simile a questa e di una magia per cui vale la pena vivere.
Ma ora ho voglia di una birra. E di una donna.

mercoledì 14 ottobre 2009

Poesie sparse...10 - Il first man è solo il cantante -

Al basso sono bravo, è risaputo
(probabilmente per affinità di toni)
come chitarra no, non vado male
alle tastiere faccio divertire
e se do il ritmo so tenerlo bene
ma nonostante questo non mi vedi.
Il first man della band, si sa, è il cantante.

domenica 8 giugno 2008

Radiofreccia - Buchi


Un breve spunto di riflessione tratto da Radiofreccia, il capolavoro di Ligabue come regista.
Da quando siamo nati, anzi, da prima che nascessimo, la nostra vita è piena di buchi. Spiego subito questa frase con l'epigramma di un giovane poeta di mia conoscenza, Alessandro Riccioni:
E scusami se rido anche del sesso
ma trovo alquanto ironico tappare
il vuoto della vita con un buco

I buchi ci condizionano, di qualsiasi tipo essi siano. Mi scuso per la volgarità, ma voglio credere che quei miei pochissimi lettori siano elastici, e che possano quindi capire cosa intendo.
C'è per forza un qualcosa che manca, un anello, se non mancante, rotto in tutti noi; altrimenti il problema non si porrebbe nemmeno, e non ci sarebbero tanti coglioni come me in giro per la rete (ma non solo) a farcisi sopra le proprie seghe mentali.
Sopratutto non ci sarebbero molti degli episodi tristi che l'informazione ci propina tutti i giorni, nè così tanti giovani dipendenti dalle sostanze stupefacenti.
Perchè il vero buco non è quello che ha lasciato l'ago (ma dire eroina, almeno per me, è la stessa cosa di dire coca, spinello, sigaretta, ecc.. perchè la causa prima resta sempre una) quanto quello che, come nel video che avrete appena visto, ci fa dire invece "perchè no?".
Ma come, e sopratutto cosa tappa questo spirito dell'esistenza?
A modo mio, credo che la sua sempre più diffusa presenza/assenza sia dovuta anche al progredire delle moderne tecnologie. Non è un'affermazione che spiegherò facilmente: è la continua circoscrizione del mondo su se stessa, e l'avvento sempre più forte di un nuovo tipo di individuo solo, causato anche dalla sempre più forte "società delle cuffiette".
E', insomma, la semplice assenza di legami veri, di amore?
Non ho la fede per affermare coscienziosamente una cosa simile. Quel qualcosa ognuno tenta di tapparlo come preferisce, con hobby e sfoghi vari; ma chiuderlo completamente è impossibile. Il fumo e le droghe, a modo loro, funzionano: l'effetto dovuto al trasecolamento è talmente forte che, anche solo per un attimo, si ha l'impressione di non vedere più quel buco, come se in mezzo a lui e ai nostri occhi ci fosse una nera nebbia londinese. Funziona. Ma non è che una mera impressione, nulla più. Un'effimeratezza, che però impedendo di pensare, fa quantomeno sentire più allegri. Il non poter pensare corrisponde al non poter vedere, ma non saranno certo queste cazzate a riempire una mancanza così grande....

E su queste divagazioni del cazzo si chiude, non sapendo come concludere, questo post. 

lunedì 26 maggio 2008

Ligabue - UN AMORE PRONTO A SUDARE

Per caso, navigando nella rete, mi sono imbattuto in questo video, pensando che fosse una canzone.
Per una volta forse, riesco a pubblicare su questo blog qualcosa inerente alla poesia, come avevo promesso inizialmente.
Beh, devo ammettere che Ligabue, oltre che come cantautore e regista, si conferma anche come poeta. A dire il vero mi è capitato in passato di sfogliare le sue "Lettere d'amore nel frigo", ma non mi erano sembrate niente di che. Assente qualsiasi forma di metrica, ma ottime le immagini figurate ( potrei azzardare impressioniste) e talvolta quasi ermetiche. Buona la dizione, buona l'idea. Buona sopratutto quella di accompagnare la lettura dei testi poetici con un sottofondo musicale.. Un po' che viviamo in un periodo decisamente antipoetico, un po' che dopo tre quattro poesie di fila uno si è rotto le palle, la musica distrae appena quanto basta per non mandare il cervello altrove e stimola l'ascolto.
Belle idea. Bravo Liga!

(PS.: avevo detto che avremmo parlato ancora di Radiofreccia, no? buon ascolto)