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mercoledì 21 settembre 2016

Ulysses by Alfred Tennyson - Traduzione

Ulysses; Alfred Tennyson 

A poco giova un re senza pensieri 
presso le braci del suo focolare - tra aridi dirupi 
accompagnato da un'anziana sposa. Misuro ed elargisco (nulla più) 
inadeguate leggi a genti isteriche 
che accumulano beni e sonno e cibo - e che non mi conoscono. 
Non posso che rimettermi nel viaggio: voglio bere 
la vita con finanche i sedimenti: tutto il tempo goduto 
è stato immenso, e immensa ogni sofferta: e sia con chi mi ha amato, 
sia da solo; sia sulla riva, sia precipitando 
alla deriva di piovose ninfe* 
che sanno indispettire il fosco mare. E oggi sono un nome 
disperso eternamente in desideri che sanno solo i cuori nella fame. 
È tanto ciò che ho visto e conosciuto: città, uomini, usanze 
 climi, consigli e modi di regnare, 
... E in ultimo, me stesso, e ovunque ho dato prova di valore. 
Ed ho bevuto gioia a ogni battaglia, insieme ad i miei pari, 
lontano sulle piane tintillanti, della ventosa Ilio. 
... Sono una parte di ciò che ho incontrato. 
Eppure ogni esperienza è appena un arco 
nel quale brilla il mondo non viaggiato 
i cui confini fanno per sbiadirsi
... O per schiarirsi se ci andrò vicino. 
È tetro il riposarsi, l'esser giunti 
se poi si arrugginisce, se lo scopo non è splendere ancora, pronto all'uso! 
Che, respirare è forse essere vivi? Godessi di più vite, ad ogni modo 
poco, ben troppo poco mi parrebbe: e di una sola vita so disporre. 
E di una vita a me poco rimane: ma ogni ora 
sottratta ancora a quel silenzio eterno 
è già qualcosa, può recar sorprese: 
Quanto sarebbe vile accumularsi 
e conservarsi - vuoto - in cambio di tre giorni 
se ancora questo spirito ingrigito 
anela le sorprese, e di inseguirle - come stelle cadenti sovrapposte 
oltre il limite estremo del pensiero. 
Questi è mio figlio, il mio stesso Telemaco 
al quale lascio l'Isola e lo scettro 
da me davvero amati - ... Saprà bene 
adempiere i suoi incarichi - prudente e mite, per popoli rudi: 
Saprà addomesticarli al giusto e al buono. 
Conosce il suo sentiero, è irreprensibile 
nei quotidiani impegni, può riuscire 
con guanto di velluto ai suoi uffici, 
ad esser degno di me e dei suoi avi 
quando non ci sarò. Lui ha la sua strada adesso, e io la mia. 
La nave al porto gonfia la sua vela: 
Oscuri e malinconici e ampi mari stanno più in là. I miei marinai 
come anime forgiate nel mio vento, nei fatti e nei pensieri, 
sempre con un cordiale Benvenuto 
hanno accettato il tuono e il caldo sole - e vi hanno opposto 
le menti e i cuori di uomini liberi. Amici, oggi noi tutti siamo vecchi. 
C'è ancora dell'onore tuttavia da soddisfare. 
La morte chiuderà anche il nostro cerchio, 
ma alla chiusura manca qualche cosa, 
Qualcosa che può ancora essere fatto. 
La forza scemerà ma si può ancora 
per noi fare la guerra anche agli Dei. 
La luce un po' più intensa viene sempre 
da sopra i monti, ed essi sono antichi. 
Il giorno è stato lungo e affievolisce: la lenta luna è alta, questo mare 
profondo si lamenta, la sua voce 
emerge ovunque. Avanti amici non è ancora tardi 
per ricercare un mondo un po' più nuovo. 
Voghiamo ben piantati per centrare i solchi rimbombanti delle onde. 
Ad oggi il mio proposito consiste nel navigare oltre il tramonto - dove 
le stelle occidentali fanno il bagno, fin quando morirò. 
Forse gli abissi ci ripuliranno. Può darsi. 
Forse faremo terra alle Isole Felici 
e allora rivedremmo il grande Achille, come lo conoscemmo. 
Sebbene molto è perso, molto rimane. E è vero 
Non siamo più oggi quella forza
che una volta muoveva il cielo e la terra; 
Noi siamo ciò che siamo, 
Quella stessa tempra di cuori eroici 
dal tempo indeboliti e dal destino, 
ma saldi ancora nella volontà 
di lottare e cercare e trovare... E di non cedere. 




*letterale: le Iadi. Si potrebbe leggere anche "Stelle", inteso come "Destino". Qui l'interprete ha preferito intendere le Iadi quali entità personificate onde riflettere il ruolo di Disturbatrci che le creature perlopiù magiche, comunque femminili hanno assunto nelle vicende dell'Ulisse epico. 


Traduzione resa artisticamente secondo il gusto del titolare del blog.

lunedì 27 aprile 2015

Progetto poetico Whydah Gally

Il 26 aprile, in realtà, è una data importante anche per un altro motivo (un altro? Diciamo pure un altro paio, ma vabbé).

Nella notte tra il 26 e il 27 del 1717, infatti, affondavano nei pressi di Wellfleet (Cape Cod, Massachusetts) la Sultana e la Wydah Gally, ovverosia le navi del pirata Samuel Bellamy.

Ventottenne, dopo appena un anno di carriera bucaniera che lo aveva visto abbordare una cinquantina di velieri, il Principe dei pirati veniva tragicamente risucchiato dal fondale marino.

Per Black Sam, la Wydah Gally era stata molto più di una conquista: era un punto di arrivo definitivo, una nuova possibilità di vita. Il nostro, secondo le cronache, si diede alla filibusta essenzialmente per amore: aveva una ragazza da sposare e necessitava di denaro. Semplice semplice.

La Wydah era un galeone spagnolo che seguiva la rotta degli schiavi e che aveva giusto caricato un ingentissimo quantitativo di oro e preziosi. Bellamy, insieme alla sua ciurma (composta perlopiù di schiavi liberati) otteneva così, inaspettatamente, l'occasione di smettere anzitempo con la pirateria e di ritirarsi a vita privata.

Il destino non gli fu amico, come ben sappiamo.
Ma l'immaginario comune ha scolpito, dentro di sé, un bel ritratto del Pirata gentile, anche a causa della sua disgrazia. Pare infatti che Bellamy non facesse mai più male del necessario alle sue vittime e che, anzi, talvolta gli equipaggi abbordati fossero felici di unirsi a lui.
Aveva l'abitudine di fare un "giro di prova" sulle imbarcazioni catturate e, qualora non le ritenesse migliori della sua, consentiva ai proprietari (depredati sì, ma incolumi) di proseguire lungo la propria rotta. In caso contrario effettuava uno scambio, tra la nave conquistata e la sua.

La cosa, a livello ideale, mi fa impazzire: la Wydah era una nave di schiavisti. Gli schiavi l'hanno catturata, vedendo in essa il miraggio di una vita che gli era stata negata. Di un nuovo inizio.

Con questa prospettiva dunque, di nuovi inizi e sogni finora negati, si è aperto da ieri il nuovo progetto poetico Wydah Gally. Significa, banalmente, che abbiamo il titolo per il prossimo libricino di poesie che regalerò in giro. Che abbiamo un contenitore per tutto ciò che ha seguito le ultime Roses in the rain, da settembre 2013 a oggi... e seguire.

Amici grafici avvisati, mezzi salvati.

giovedì 16 aprile 2015

Mandorlato alla Garcia Marquez - racconto dialogato

A un anno dalla scomparsa di Gabo, il caso ha voluto che mi trovassi a scribacchiare questo raccontino. Centonistico ovviamente, come gli altri della serie cui appartiene.
Non ho la pretesa di credere, né di far credere ad alcuno, che abbia saputo rendere un po' di onore all'anima o all'intelligenza di Garcia Marquez, uomo o scrittore che si voglia.
In realtà non c'è nemmeno bisogno di tutto ciò. Perché questo qui, quello che appare, il vecchio che è passato da queste parti, è il mio Garcia Marquez. Gabriel Garcia Marquez come io, personalmente, l'ho conosciuto e reinventato dalle pagine di lui che ho avuto modo di leggere. Quindi parla a me. E di me, in una certa misura. E se qualcuno non è d'accordo, può benissimo starsene in silenzio e cambiare pagina.
Perché, a voler vedere, nemmeno si chiama Garcia Marquez, questo personaggio qua...

17.IV.2015 
h 01.21 a.m. 


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Un bravo scrittore si riconosce da quanto butta nel cestino della carta. 


sabato 21 marzo 2015

Poesie sparse... 47 - Drowning

Un pensierino proveniente dal tardo autunno e poi sviluppato in pieno inverno per il primo giorno di primavera. Aspettando l'estate che ci ritroverà.



Tra i faggi e le fagacee nel tuo verde 
si è definito un alito, vagito 
d'amore appena giunto, all'improvviso. 
Lo scopro solo e tu mi scheggi il cielo 
di luce e d'altre nuvole a infusione. 
E questo giovedì si fa ragazza 
ragazza e nuvoloso - a suggerire 
il vento da non farti più dormire.




Vale come mio contributo alla Giornata Mondiale della Poesia, visto che il pay-with-poem al bar non ha funzionato.

lunedì 23 febbraio 2015

Caffettino con De Andrè - racconto breve

Questo racconto è dedicato a Bea, meravigliosa ragazza degli anni '70 che, regalandomi tanti anni fa La buona novella e Non al denaro, non all'amore, né al cielo, mi ha fatto conoscere Fabrizio. Ed Edgar Lee Masters, cui pure devo tantissimo se mi sono sbloccato come scrittore.

Ma lo stesso sorriso, lo stesso colore, dove sono sul viso di chi ha avuto l'amore?

A Bea e a Jones il suonatore, dunque, voi che uscite all'amore che cedete all'aprile... Ovunque siate.
 




"A un tratto l'amore scoppierà dappertutto"



giovedì 22 gennaio 2015

Quattro chiacchiere con Hemingway - racconto breve

Ok, so già perfettamente che saranno al massimo due i coraggiosi che arriveranno fino in fondo a questa lettura... Credo ne valga la pena, a ogni modo. Sicuramente a me è servito tantissimo averla scritta, questa roba. E, per quanto sia ovviamente un po' un centone, avendo io acquisito da un poco di tempo la desolante abitudine di domandarmi "come l'avrebbe scritto Hemingway" quando ho dei dubbi grossi, mi sembra pure comprensibile che mi sia arrogato il diritto di chiacchierarci qualche ora, con il vecchio Papa Ernest. Subendo i suoi improperi di rito...


- QUATTRO CHIACCHIERE CON HEMINGWAY -

"... Perché un uomo può essere distrutto, ma non sconfitto" 


sabato 20 dicembre 2014

Poesie sparse... 46 - Si Annega #2.26


Dal fondo ambrato scuro dei tuoi occhi 
si è rivelato un dubbio che inatteso 
ha accelerato i battiti e il silenzio 
di due che hanno scoperto lo stupore: 
Le indecisioni a un tratto fatte intense 
si scoprono propense ad un incontro 
di sguardi inconsci, di attimi imprecisi. 

Così ti angosci e c'è un aggrottamento 
muto fatto corteccia alla mia pioggia - 
Ma è un attimo e il sorriso dei tuoi anni 
fiorisce le pupille di chi è solo. 

E naufraga ogni isola e il ristoro, 
se nega di conoscere la terra, 
somiglia all'improvviso in cui l'amore 
è ancora inconsapevole e scompiglia 
i sensi come il vento coi capelli. 


venerdì 12 dicembre 2014

Poesie sparse... 45 - Si Annega #1


E' un attimo e i capelli marezzati
sviolinano una spiccia indecisione
mentre c'è un niente intatto e mattutino
che dà colore ai soffi del tuo vento
E poi si sceglie a caso un fotogramma,
un petalo da cui si può partire
sfiorando gli anni come sopra un prato
E c'è una tenerezza a tratti muta
che in qualche modo più non fa dormire
e scioglie le speranze e incanta un nome
e a pronunciarlo sembra che sia eterno







martedì 2 dicembre 2014

Wasted Poems...1 - Marilyn #4


... and so, finally, we translated Marilyn # 4. First of all to enter the contest "Catello di Duino", and then to give Saintlamb its first page in English.



Often the sound of smiles can be matched
with blinking eyelids ready for every whisper.
Disburied eyes are seen going around:
Found out I shadowed them and then I saw
them playing hide-and-seek with the full moon,
eluding all those non-requested gazes,
casually finding others fellow glances
and standing as the nails upon the Cross.
In a flash of eyelashes something's born
- inside each other now we' re gonna fly
We do - but never whispering our own names.
When it's the moment, then we scream in silence.











domenica 30 marzo 2014

Poesie sparse... 42 - con tante scuse Post Factum


I: [...] sul tavolo ho lasciato una poesia: 
se vuoi te la regalo... tanto non saprei cosa cazzo farci.

L: non è proprio una cosa bella da dire. 


No, in effetti non lo è. C'è che quando bevo divento un po' stronzo, più che altro acido: tiro fuori una cattiveria che si esprime sempre e solo verbalmente, a parole e basta, perlopiù in piccole parentesi o note di colore che di solito rivolgo a me stesso... In realtà non volevo dire ciò che ho detto (ero parecchio alticcio, sì). Probabilmente intendevo sminuire il gesto di una poesia fresca fresca lasciata su un tavolo. Ecco, potessi scusarmi e rigirare quella scena, sotto di qualche giro, immagino direi così: ...

I: una serata splendida. Sul tavolo ho lasciato una poesia: 
ci lavoravo da settimane e sono appena riuscito a darle un senso. 
Se ti può fare piacere te la regalo; 
in fondo è figlia anche di questa notte: te la devo 
e spero che ti piaccia.

 - ... Peraltro l'ho già copiata sul taccuino (proprio a voler parafrasare) -

... e grazie ancora!

facendo mio un concetto letto in questi giorni tra le pagine di Come un respiro interrotto, ultimo libro del buon vecchio Fabio Stassi, potrei aggiungere a questo bel teatrino che, in fondo
Noi siamo ciò che non diciamo. 



Abbandonata, quasi in disincanto 
il marciapiede e l'etere invocavi 
intrisa a una preghiera a un'ansia al nome 
di lui che non risponde e non arriva. 
La strada mostrerà le sue intenzioni 
... ma intanto quella ciocca silenziosa 
la soffi via perché ti annoia il naso. 
Nel gesto c'è qualcosa che sorride 
- quasi un momento, che ha come stupito 
chi ti ha guardata, chi ci ha fatto caso: 
Data la geometria di certi istanti 
sa che lo hai visto sai che ha visto te. 

Un dubbio ormai ti ha messa in discussione 
per un secondo forse o forse meno 
e aveva quel sapore di sirene 
che insinuano un attracco come un porto. 
Si abbassa la marea e spuntano fuori 
i sogni e i desideri - erano foto 
sepolte nei cassetti tra i monili. 
Mentre ci pensi il ciglio della strada 
ti tiene in una scelta e pare un limbo. 
Sul ciglio della strada ha vacillato 
questo tuo vivere ore e chiaroscuri 
con le carezze, ma senza i colori... 

domenica 9 marzo 2014

Poesie sparse... 41



Nell'ansia di una notte c'è del verde 
e le intenzioni di chi ci si affida 
con le impressioni ingenue di una luce 
vanno a finire, come spesso accade, 
nell'anima innocente di una sedia. 
Perché una sedia gambe accavallate 
promette e pure spinge a immaginare 
esiti incerti tinti a lieto fine. 
Perché con i lampioni sotto ai piedi 
è lecito sognare - dalla strada 
lontani - in mezzo al vino quando i treni 
rallentano a sperar buona fortuna.


domenica 12 gennaio 2014

Poesie sparse...38


E' assurdo in una notte partorire
senza disegno, senza poi motivo
la voglia più improvvisa del suo viso. 

Tra i passi dell'istinto ciò che appare 
spesso è un dettaglio, un'impressione, un mondo 
che sgorga da un'occhiata trasparente 
oppure dalle labbra ancora aperte 
e c'è un sospiro o forse uno stupore 
ma non si sa smorzare né finire 
e non si può fissare o trattenere. 

Se ne esce appena un alito, una nebbia 
avvolge tutto e allora anche i sorrisi 
si schiudono a imitare i girasoli...




Visto che oggi è oggi, approfitto per farmi un paio regali: il primo è questo video; il secondo è il senso che finalmente ottiene nei confronti della poesia che si sforza di presentare...


... e, se c'è, il segreto è fare tutto come se vedessi solo il sole 
e non qualcosa che non c'è.






venerdì 27 dicembre 2013

Poesie sparse... 37 - Penny Lane

Ciao,
oggi voglio presentarvi una signorina pronta a fare il suo ingresso ufficiale in società.
Non ha ancora un nome, purtroppo. O meglio; nella mia testa il nome c'è e sarebbe "Bende atte a tamponar sorrisi": solo che non è opera mia. Questo bellissimo verso appartiene infatti ad Alessandro Riccioni, un poeta - tra le altre cose - che ho avuto il piacere di incontrare in un paio di occasioni. Lui, pure pure, probabilmente mi concederebbe il privilegio di utilizzare questa successione di parole per etichettare la mia giovane creatura; ma il suo editore potrebbe non essere d'accordo... Tant'è.
In assenza di un codice connotativo, posso dirvi che la bambina è in qualche modo figlia primogenita di Montaditos e che poeticamente (non sentimentalmente) rappresenta, più della madre e della "zietta" Marilina#4, una sorta di Pagliaccina 2.0.

Questo finale di 2013 ha voluto regalarmi suggestioni nuove e, soprattutto, antenne in grado di captare e ritrasmettere queste suggestioni.
C'è da dire che tra madre, figlia e zia mi sta capitando come non mai di scrivere... e di essere felice: felice come non mi era mai capitato di essere davanti a un prodotto della fantasia. Tutto ciò non è affatto scontato; anzi! Ed è un piacere che sta continuando a tornare, a cadenze più o meno regolari, da qualche mese a questa parte...

Quindi: lettore avvisato, mezzo salvato.
Siate gentili con lei, trattatela bene e non fatele fare troppo tardi: è timidissima e non saprebbe proprio dirvi di no...


E' sera sei per strada tra la gente
e parli ad alta voce tra te e te
mentre seduta al tavolo con gli altri
zitta preferiresti far parlare. 
Ma il mondo è un ladro in cerca dei tuoi raggi
e ti ha portata anche se non volevi
a muovere le labbra - un po' ti scoccia; 
così cominci a raccontare notti
come fosse d'un altro e non più tuo
ciò che è accaduto tra aliti e lenzuola.
La sala si è riempita di un silenzio
denso di fiati a stento trattenuti
le orecchie si son fatte lunghe e rosse
le lingue si impietriscono, un tremore 
si aggrappa a ogni creatura che respira.
E poi non dici più, perché qualcosa
qualcosa ti stupisce - lo rivelano
le ciglia come pagine sfogliate: 
senza saperlo ti spalanchi al mondo. 
Qualcuno lo ha capito e si ritaglia
questo attimo di te come un regalo
che sconfinato nella tenerezza
mostra quanto davvero sei da sola. 
Solo vorrei riaccenderti quegli occhi.



P.S.: la canzone dei Beatles è frutto di una sinapse nata per un curioso caso di omofonia

mercoledì 4 dicembre 2013

Recensione album Mondovisione di Ligabue - inediti 2013


L'osservazione più perspicace e pertinente su Mondovisione, l'ultimo album di inediti di Ligabue, l'ha fatta il mio amico Filippo, un accaloratissimo fan classe '87 dalla scorza dura e dai ricordi radicati al primo magico Campovolo. Sapendo che, immerso tra le scazzottate con la prima influenza stagionale, smaniavo per scriverne una recensione, il mio amico si è premurato di farmi pervenire il suo punto di vista:

La differenza più evidente tra il nuovo e il vecchio Liga
 si sintetizza con un'assenza di storie. 
Prima ci cantava di Walter, di Veleno, di Lui e Lei, 
di Mario, di Elvis, dei ragazzi che erano in giro, 
della bambolina che si trasformava in barracuda. 
Ora sente l'esigenza di parlare di sé, del suo amore, della sua famiglia. 
Come se avesse paura di essere dimenticato.


Tolte le conclusioni, che mi trovano leggermente in disaccordo, direi che l'analisi è quasi perfetta. 
C'è un'assenza di storie; questo è indubbio: tuttavia non è nemmeno una novità. Luciano Ligabue è sempre stato un cantautore dalle venature a tratti profondamente ermetiche e il suo ermetismo ha sempre  offuscato un po' le identità dei vari personaggi rappresentati. Niente di male in tutto ciò; anzi: è proprio l'avere creato personaggi sì caratterizzati (eccome!) ma allo stesso tempo dai contorni sfumati, quasi anonimi o comunque con nomi piuttosto vaghi (Elvis, Veleno, Mario il barista, Lui e Lei) ad avere favorito una sorta di identificazione tra i personaggi stessi e il pubblico. Perché, in realtà, è questo ciò che il pubblico vuole. Il pubblico vuole ritrovarsi nella canzone; a chi ascolta piace che la canzone parli un po' anche di sé. 

Più propriamente è dai tempi di Nome e cognome che i personaggi di Ligabue sono scomparsi per lasciare spazio a situazioni, a stati dell'essere, a realtà e modi di vivere più convenzionali, più alla portata di tutti. Sia chiaro, non stiamo descrivendo una regressione: ogni artista si evolve; e gli fa bene: la ripetitività alle lunghe annoierebbe. Più che altro è possibile rintracciare una questione "pittorica", di intrecci narrativi e di tinte, di punti di partenza e di conclusioni al presente. 
Né è vero che i personaggi siano effettivamente scomparsi tutti: se ammettiamo, infatti, che le storie del primo Ligabue avessero al loro interno del vissuto, in prima persona o per conto di terzi, allora ci accorgiamo che, più semplicemente, si è spostato l'asse di riferimento da cui il nostro attinge i suoi miti. 

Sarà un caso, mi domando, che in ognuno degli ultimi due album (Arrivederci Mostro! nel 2010 e Mondovisione per questo finale di 2013) fosse presente un brano che si rifà al Ligabue più propriamente letterario, ossia Il peso della valigia e La neve se ne frega? Miti interni, quindi, sostituiti ai miti esterni. Non che ci voglia poi chissà quale mago Walter per creare un mito, o comunque un'immagine funzionale e "funzionante" partendo dal vissuto: la persona "con il nome da straniera, da chi è sempre stata sola" di Tu sei lei è sin troppo facilmente identificabile con Barbara, la nuova moglie di Luciano. "Barbara" d'altronde non significa forse "straniera"? Alle volte è così semplice... 

Altri personaggi minori, poi, si sono evoluti in figure ancora più vaghe e, perciò, ancora più facilmente sovrapponibili a categorie reali di persone vere. Sono perlopiù miti negativi, mostri del vero, del sonno della ragione per dirla alla maniera di Goya: il ragioniere prima, professore nella seconda edizione di La ballerina del carillon, potrebbe essere, oggi, "il capitano che vi fa l'inchino", oppure l'uomo velatamente presente con "le ragazze nella sala degli specchi".

C'è da dire che evocare immagini così manifestamente negative è, almeno in prima battuta, davvero alla portata di tutti: gli "avvocati che alzano il calice al cielo sentendosi Dio" in Il Muro del suono, "la promessa che non costa niente" del Sale della terra sono veramente icone di ogni giorno. Mantenendo il contesto così vago, creando "le figure dietro le figure" e prendendosela con "chi doveva pagare e non ha mai pagato" si rischia pure di creare invettive vuote, contro tutti e contro nessuno, all'insegna di una (per quanto lucida) demagogia che potrebbe fare chiunque. Certo, specie a salvare questi brani che si sforzano di essere impegnati, interviene sicuramente il suono: strumenti a tasti (di sottofondo) e a corde si masturbano rabbiosamente con complessi di percussioni decisamente aggressivi, certamente popolarissimi, e contribuiscono senza ombra di dubbio alla creazione di quel sound così difficile da scovare in un disco italiano e che non può non essere fonte e ragione di complimenti e di ovazioni quasi unanimi. L'unico fattore che mi preme sottolineare, semmai, è che la stessa Buonanotte all'Italia, perla della raccolta Primo Tempo, potrebbe a modo suo essere considerata una canzone impegnata. Con la differenza che "Il muschio ingiallito dentro questo presepio che non viene cambiato e non viene smontato e zanzare e vampiri che la succhiano lì se lo pompano in pancia un bel sangue così" come pure "l'Italia che si fa o si muore o si passa la notte a volerla comprare" sono riferimenti non troppo difficilmente scoperchiabili; inoltre, qui l'invettiva si fonde meravigliosamente a un inno che resta comunque d'amore e che, pertanto, avvalora e conferisce ancora più potere a una melodia dai picchi di per sé già molto alti. 

Ascoltando Con la scusa del rock 'n roll sembra quasi di veder tornare, sul suo inconfondibile maggiolone cabriolet, quel Marlon Brando che per anni ha infiammato tutte le piazze d'Italia; solo con i capelli corti e non più tinti. La scelta migliore all'interno di Mondovisione, a ogni modo, è stata quella di concludere il lavoro con Sono sempre i sogni a dare forma al mondo, brano dalla rara bellezza, quasi indescrivibile, che abbraccia suggestioni diversissime l'una dall'altra, eppure inscindibilmente essenziali: riflessione esistenziale, amore, sogni, vita, tenerezza, unicità di ogni individuo e speranza si fondono nell'alone di un alito volutamente onirico che fa terminare, con una punta di verde, un discorso generale dai colori più o meno accesi, accattivanti e convincenti. 

Tanto per essere chiari, si fatica a comprendere cosa ci stia a fare Nati per vivere una volta che è presente Siamo chi siamo. Così pure Ciò che rimane di noi e Per Sempre faticano a trovare una propria dimensione e a convincere appieno l'ascoltatore dal momento che La neve se ne frega e Tu sei lei hanno detto la loro. 
Fortunatamente, torniamo a ripeterlo, la barca Mondovisione ha in dotazione diversi salvagente nel "fattore suono". Piuttosto, quei fans di Ligabue che hanno seguito con attenzione i regali fatti dal loro beniamino ad altri artisti del panorama musicale si chiederanno dove siano andate a finire quella verve, quella capacità di introspezione psicologica e di osservazione dell'altro che hanno reso certe sue canzoni vere e proprie frecciate d'amore al cuore della gente. Cosa ne è dell'autore di Da qui, cantata dai Rio, che poteva essere un po' il seguito di Ho messo via? Dove è l'uomo che ha scritto, per farla cantare da una donna, Io posso dire la mia sugli uomini (interprete Mannoia) o la recentissima A modo tuo, una bellissima canzone sul rapporto madre-figlio contenuta ne L'Anima vola di Elisa? Per non parlare di quel conturbante duetto che fu Gli ostacoli del cuore, sempre con la ragazza di Monfalcone... 

Io non lo so: ma il fatto che Liga continui a produrre brani di tale intensità, che abbia la grandezza d'animo di regalarli (e perché no, pure che si possa permettere questo lusso) può tranquillizzare davvero tutti al riguardo di una realtà ancora incontrovertibile: possiamo continuare ad aspettarci ciò che non ci sogniamo da Luciano Ligabue.




Post Scriptum:

... giusto per chiudere una volta per tutte il discorso relativo ai "miti". La riprova di quanto le ultime canzoni di Ligabue parlino di "noi" piuttosto che di "loro" o di "me", inteso come "io narrante", sta proprio nel brano Siamo chi siamo. Dopo aver fornito due veloci ritratti distanti l'uno dall'altro prima di ogni altra cosa geograficamente (La ragazza di Torino e quella di Salerno), per sottolineare tutto ciò che ci lega Luciano fa ricorso a un vasto campionario di immagini, appena accennate, riferibili alla tradizione, ai proverbi, ai luoghi comuni, alla nostra cultura più o meno di base.
Nel mezzo del cammin di nostra vita è l'incipit della Commedia di Dante; il prezzo della mela per Adamo è un riferimento al primo tra tutti gli errori, dalla Genesi. E chi ha mai dimenticato una delle prime poesie che ci facevano studiare a scuola da bambini, San Martino di Giosuè Carducci, il cui verso iniziale è proprio La nebbia agli irti colli che forse sale?
A ragione, quindi, possiamo supporre che Non ci si bagna nello stesso fiume sia omaggio a Eraclito, uno dei pochi filosofi della Grecia antica generalmente simpatico agli studenti, indicato come autore della famosissima Pánta rhêi (πάντα ῥεῖ‎) ovvero Tutto scorre. E ci è legittimo, con un volo un po' pindarico, azzardare che persino Non si finisce mai di avere fame sia mutuato dal celebre motto del pensatore tedesco Feuerbach, L'uomo è ciò che mangia.
Come a dire, insomma, che queste canzoni sono nostre, che a parlare siamo noi e che noi siamo, appunto, tutti uguali, proprio perché figli della stessa cultura, delle stesse storie. Il significato di Siamo chi siamo è perciò quello di un Inno all'interno del quale stanno, come in un po' tutti gli inni, Identità, Ricordi e Tradizione.



martedì 3 dicembre 2013

A volte ritornano... Poesie Sparse # 32




Dopo circa sei mesi di assenza, una poesia ha deciso di tornare: e non una poesia qualsiasi
Credo, senza mezze misure, che sia la mia cosa più riuscita da dopo La Pagliaccina; salvando forse solo Poesie sparse... 26. 
Certo, da giugno a oggi ci sono state Marilina #4, Montaditos e sicuramente almeno un'altra perla su cui ho appena finito di lavorare... Getti di immagini potenti, che tuttavia nulla tolgono a questa Ps#32. Questi versi hanno dovuto essere eliminati per due ordini di motivi: il terzo lo trovate nel video a seguire. Oggi sono tornati, sebbene implichino ancora molte cose. Sono tornati perché, essenzialmente, mi mancavano. E sono tornati perché, a ogni modo, credo sia giusto non rinnegare mai ciò che si ha provato. Credo che nessun uomo dovrebbe vergognarsi dei propri sentimenti. Credo che sia necessario crederci. Non si scrive mai solo per se stessi. 


mi piace la mattina se ti aspetto
se resto assorto nella condizione
del dubbio - dove inizi l'orizzonte
mi piace udire il brontolio sommesso
di macchine e motori andare pigri
e alzare gli occhi e mettermi a contare
le nuvole gli uccelli le ombre i pruni
provare se tra l'afa scorgo i monti
mi piace il sole sopra il marciapiede
sbirciare i bus di là tenendo il conto
pensare che magari stai tornando
o che, al contrario, ancora stai dormendo
la brezza picchiettare appena il collo
le foglie smosse e la cenere inerme
mi piace che la testa all'improvviso
scarti di lato faccia capolino
quando ha il sentore di quei tuoi passetti
tutti in avanti un po' disordinati
di te il prurito lungo le mie mani
di quel respiro teso ma smorzato
di un cuore che d'un colpo si riavvia
pronto al sordo fruscio dei tuoi capelli
In tutto questo pianto le radici
tra cose che non posso dire mie
che sono unitamente casa esilio
stupore lontananza Itaca e mare



mercoledì 23 ottobre 2013

Elisa e L'anima vola - analisi e recensione - inediti 2013

Scrivere è un'attività che coinvolge contemporaneamente cuore e cervello, due merci sempre più rare. 

Così si leggeva tra le pagine del più noto romanzo di Carlos Ruiz Zafon, L'ombra del vento.
E se questa affermazione ha valore per chi scrive, come dire, "su carta" (per la narrativa, per la poesia, per il teatro), allora ha tanto più valore se riferita a coloro che, per natura o per mestiere, producono canzoni: musica e parole...

Perché riesca, perché riesca davvero, alla radice del prodotto artistico, quale esso sia, è veramente necessario un solo ingrediente; uno soltanto: la sincerità.
Il vero artista è più di chiunque altro sincero: anche lui può naturalmente cedere a facili indulgenze verso sé stesso; ma ciò dipende dal fatto che siamo umani e che, essenzialmente, non finiamo mai di sbagliare, di imparare e, in ultima analisi, di crescere.
Vedere un artista crescere è qualcosa che ha dell'indescrivibile: crescere non significa semplicemente cambiare, né tantomeno migliorare. Crescere significa evolversi. Dove l'evoluzione contempla e richiede almeno una base da cui partire, se non diversi strati sovrapposti di vita su cui costruire. Nulla si rade al suolo, se si tratta di crescere: si può piuttosto utilizzare come metafora il famoso precetto della fisica "nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma".

Ma dicevamo: il cuore e il cervello, la simbiosi tra musica e parole, l'indispensabile sincerità. Tutto questo contribuisce a creare il "cantautore": un termine senza dubio inflazionato e, purtroppo, attribuito con troppa faciloneria e troppo al ribasso.
Il fatto è questo: il cantautore, il cantautore vero, è e deve essere un artista completo. Deve essere musicista, paroliere se non poeta, editore, curatore, cantante, osservatore, perché no? un po' ballerino, compositore e regista. Non semplicemente un songwriter, perciò, ma proprio un cantautore, perché è questa la parola giusta.
Ora, di cantautori veri persino in Italia, la patria della canzone d'autore, se ne contano sì e no sulle dita di due mani: tra loro c'è senza dubbio Elisa Toffoli da Monfalcone, in arte Elisa e basta. Se qualcuno nutrisse dubbi in proposito, "L'anima vola" li spazzerà via come voglie secche per la strada.
La prova del nove per un cantautore vero (o, in questo caso, per una cantautrice vera) sta nel manifestare tutte le doti di cui prima, dimostrando però di essere più poeta che paroliere, con un lavoro che sia omogeneo, coerente e con appena quel tocco di misterioso che occorre per costringere chi ascolta a restare lì e pensarci sù, perché non è certo al 100% di averne afferrato il significato in tutte le sue sfumature.

Di Elisa sapevamo quanto fosse davvero una cantautrice: Dancing, Heaven out of hell, Luce, la stessa Life goes on, ritrasformata in Una poesia anche per te ce lo hanno dimostrato ampiamente nel corso degli anni. E stiamo citando solo i titoli probabilmente più noti. Ma stiamo citando, pure, solo singole canzoni, parti interne separate e forza da quell'unica struttura organica che è un album.

Non è possibile partire se non facendo un discorso d'insieme: dove è il mistero de L'anima vola?
In tutto ciò che si è scelto di non dire, naturalmente; in quella zona della comunicazione che a stento è definibile come "verbale". Ascoltando Pagina bianca si ha l'impressione di sentire Elisa singhiozzare, in Un filo di seta negli abissi c'è un mugugno, o comunque un mormorio sommesso, come di qualcosa che non si sa o non si vuole dire. Con A modo tuo notiamo addirittura la presenza di vagiti, in un'atmosfera iniziale che sa di ciucci e di carillon per la ninnananna, mentre E scopro cos'è la felicità ha un vaghissimo che di campane a festa e di organi spiritual. La voce di Non fa niente ormai sembra echeggiare appena, come in una caverna nascosta tra le scogliere e, da parte loro, le vocali di Ecco che appaiono "sbavate", quasi confuse nella brezza di un fresco vento primaverile, che le strozza e le trasporta come e dove vuole...

Tutto ciò, questo varissimo turbine di suggestioni è possibile in quanto Elisa sa bene cosa voglia dire "scrivere con il cuore e col cervello". E perché sa essere umile, ma di un'umiltà intelligente.
Nel suo ultimo lavoro sono presenti infatti ben 4 collaborazioni  di un certo spessore: E scopro cos'è la felicità è legata al nome di Tiziano Ferro, che non a caso si muove perfettamente a suo agio tra i sussurri e i gorgheggi che lo caratterizzano; A modo tuo ed Ecco che sono firmate rispettivamente da Luciano Ligabue e da Giuliano Sangiorgi, mentre la musica di Ancora qui appartiene nientemeno che a Ennio Morricone.
Si badi bene: chiedere aiuto come mettersi a disposizione e accettare qualcosa come condividere non sono gesti solitamente istintivi per un creativo: tutt'altro. Vero è che i rapporti di amicizia e di forte stima possono favorirli, ed è questo il doppio caso di Sangiorgi e Ligabue. Abbiamo accennato, tanto per essere chiari, a una "umiltà intelligente": i regali bisogna saperli accettare. Saperli accettare davvero implica una cooperazione attiva. Ed Elisa è abile a prendere solo ciò che le serve.
Capiamolo così: se non lo sapessimo, potremmo pure credere che il testo di E scopro cos'è la felicità non sia stato scritto pensando a un neonato; però, una volta che la canzone è messa lì, accanto ad A modo tuo, è istintivo dedurlo. E, per il medesimo discorso, vista la storia di chi canta, entrambe le canzoni stanno meravigliosamente nel repertorio di una conclamata, fresca mamma.
Ma la scoperta della maternità non è certo l'unico tema dell'album. Un vero e proprio tema, in effetti, non c'è; ma c'è un filone narrativo esistenziale che, per sua natura, parla di tutto e di niente. Ci sono le scelte (e la difficoltà nel fare delle scelte), le delusioni, la durezza del rialzarsi, l'allontanamento da sé stessi, la genuina gioia di vivere, il desiderio di correre - e spesso non è importante la direzione, quanto il movimento.

Tutte queste fila sono, appunto, i turbamenti di un'anima, di un'anima che ha il privilegio di volare e di vedersi dall'alto, proprio come vedrebbe un altro diverso da sé. Essendo genuino, lo sguardo d'insieme è generalmente semplice, ma vive pure picchi di intensa incisività e di acutissima perspicacia. Esattamente come capita a tutti i comuni mortali. Si passa quindi dagli sconsolati e "rinfacciosi" E tu prova ad uscirne adesso...! all'enigmatico Non è amore: è uno specchio riflesso; dal formalmente semplice ma non per questo usuale Non mi comprare niente: sorriderò se ti accorgi di me tra la gente al sofisticato e un po' ermetico motto E gridavo al cielo "porta via questa rabbia, così se io non ci riesco saprò che tu l'hai data al vento".

La compenetrazione tra segno e senso, il fulcro del messaggio, si raggiunge per forza di cose attraverso l'apparato musicale. I suoni sono più che mai attori protagonisti delle vicende: in Specchio riflesso sembrano addirittura tremare, o comunque balbettare sempre una stessa frase, e non è difficile capirne il perché, visto il tema del brano: una magnifica elegia del dubbio nell'amore.
Le percussioni corrispondono più che mai ai battiti di un cuore e gli strumenti in generale, usando una metafora che alla stessa Elisa piace molto, "respirano", proprio come dei polmoni che rendono il fiato lungo o corto a seconda delle diverse occasioni: ed è un effetto, questo, incredibile se pensiamo che sono il pianoforte e le tastiere a dettare legge nella stragrande maggioranza dei brani. Strumenti a tasti quindi; non a corde o, come ci si potrebbe aspettare, a fiato.

Ma l'ingrediente segreto della ricetta resta comunque quella conturbante semplicità con cui si riesce a passare da Anche il dolce miele è un po' più amaro adesso fino all'esito originale del Filo di seta che ci univa e scendeva dall'universo giù negli abissi che Elisa decide infine di andare a cercare, da sola, "senza pluf"...!
O meglio: tra le lyrics ufficiali, quelle del libretto, figura "senza paura", ma ciò che si sente veramente è un "senza pluf". Ed è infinitamente più giusto e più bello che sia così.
Perché L'anima vola è l'album fotografico in autoscatto che un'anima ha fatto di sé stessa: ed è perciò con diritto che, di tanto in tanto, qualche angolo venga tagliato.
Un'anima non esiste in un dato momento: l'anima vola; esiste, perciò, nel passato, nel presente e nel futuro allo stesso tempo.
Un'anima si vede, ma non sempre si riconosce: potrà non essere logico, ma è la verità; quindi può starci anche un no-sense, o un che di inafferrabile.
Può starci, deve starci, insomma, anche un "pluf"...

martedì 10 settembre 2013

Elisa vs Laura Pausini - ovvero L'interpretazione e l'esecuzione


Personalmente ho sempre trovato "speciali" (non sapendo in quale altro modo definirli) quei gesti compiuti all'insegna della collaborazione dagli artisti della musica che regalano brani di propria creazione ai colleghi. Gli esempi sono tantissimi: basti pensare al rapporto simbiotico tra Bob Dylan e Joan Baez, nel quale i confini tra la proprietà intellettuale dell'uno e dell'altra si sono resi labili fino all'indefinito; oppure, per trovare un corrispettivo italiano, è lecito ricordare le tantissime canzoni firmate da Ivano Fossati e rese celebri attraverso Fiorella Mannoia (anche questo, un caso di rapporto artistico sfociato poi nella relazione sentimentale).
Ma gli esempi non si esauriscono certo qui: l'indimenticabile Minuetto, conosciuta attraverso le corde vocali dell' indimenticata Mia Martini, era opera del "maestro" Franco Califano; e in tempi più recenti Luciano Ligabue è riuscito a entrare nell'anima delle donne con brani che un uomo non avrebbe mai potuto cantare - Gli ostacoli del cuore e Io posso dire la mia sugli uomini, donati rispettivamente a Elisa e, ancora, a Fiorella Mannoia.

Grandi gesti, senza dubbio: gesti speciali che presuppongono una particolare generosità da parte di chi scrive una canzone per regalarla e una certa intelligenza, oltre che un'intrinseca attitudine, in coloro che dovranno rappresentare qualcosa che non è esattamente farina del proprio sacco.
La Mannoia, a tal proposito, è senza dubbio la regina dell'interpretazione nel panorama musicale italiano: il numero di canzoni prestatele è talmente grande da poter essere quasi confuso con la totalità del suo repertorio. Sia che si tratti di "pezzi" resi famosi da altri, sia che si tratti di creazioni propostele ad hoc per la prima volta in assoluto, la rossa romana ha sempre regalato ai suoi ascoltatori interminabili minuti di emozione pura. Non vi è dubbio, quindi, sulle sue capacità di entrare veramente nel cuore di un'opera, di comprenderla e di far ascoltare al pubblico ogni volta, nel senso più bello del termine, una "appropriazione", un'interpretazione, un secondo punto di vista, per forza di cose diverso dal primo, dalla versione di abitudine.

Io posso dire la mia sugli uomini e Gli ostacoli del cuore, dicevamo. Ambedue brani frutto di un'intelligenza artistica maschile; quella di Ligabue. Ma il rocker di Correggio non avrebbe mai potuto cantarli di persona: o meglio, avrebbe potuto e, in rarissime occasioni, ha effettivamente eseguito il secondo; per il primo, invece, l'impresa sarebbe risultata ardua al limite del ridicolo. Non per altro...! Sia chiaro: scrivere testi del genere è segno inequivocabile di una capacità d'approfondimento psicologico unica; ma non può essere un uomo a dire "quante cose che non sai di me, quante cose che non vuoi sapere". Frasi del genere stanno generalmente meglio in bocca a una donna.

E arriviamo così a Elisa. Quando uscì Gli ostacoli del cuore io avevo tra i 15 e i 16 anni e, senza dubbio incuriosito più che altro dalla collaborazione con l'allora a me molto più congeniale Ligabue, la cantante di Monfalcone cominciò a interessarmi.
A onor del vero, volendo inserire una nota di colore, devo ammettere di essere stato a lungo attratto inconsciamente dalle ragazze coi capelli tagliati a mò di fatina (il termine tecnico è "taglio pixie")...  adesso, invece, la fascinazione è totalmente conscia...: quindi, la simpatia che ho provato a pelle da subito per Elisa probabilmente deve molto anche a questo. Torniamo alla musica...

Devo ammettere che, nel mio pantheon personale di miti musicali, per molto tempo le donne hanno trovato davvero poco posto. Forse perché generalmente non apprezzo in maniera particolare le voci femminili... comunque, dal basso della mia ignoranza, sono innamorato da sempre dell'artista Mia Martini. Lo sto raccontando perché è proprio grazie a lei che sono stato in grado, nell'ordine, di apprezzare davvero Elisa dopo appena un paio di ascolti e, in definitiva, di scrivere questo post.
Per chi non lo sapesse, infatti, all'interno dell'album Soundtrack 96 - 06 è presente una magnifica versione di Almeno tu nell'universo.

Quindi: l'istintiva simpatia per la giovane artista e l'affetto incondizionato per la Grande Voce scomparsa: una somma che poteva portare a un unico risultato.
In realtà, solo con il passare del tempo ho potuto veramente capire quanto quel brano fosse speciale.
Perché il punto è tutto qui: esecuzione o interpretazione?

Laura Pausini e l'esecuzione

Personalmente ricordo di essere rimasto a dir poco basito quando uscì "Io canto", l'album in cui Laura Pausini raccoglieva i grandi pezzi della musica italiana cantati da lei (totalmente, senza nemmeno un duetto, tanto per capirci). Mi rammento di avere pensato qualcosa del tipo "Ma no, non è possibile svilire così un brano di Cocciante..." e "oddiosanto, no, Spaccacuore di Bersani no...".

Ok. Ammetterò, sempre a onor del vero, di provare a pelle, per la Pausini, un'antipatia direttamente proporzionale alla simpatia che invece riservo a Elisa... l'ho detto! Ora che è noto quanto sia di parte, e che parta comunque prevenuto, possiamo proseguire constatando quanto più oggettivamente possibile.

Partiamo dal presupposto (assurdo...!) che un autore, al momento di comporre, provi un'emozione. Questa emozione, che l'autore è intenzionato a trasmettere, non arriverà a tutti i cuori nella stessa misura, né allo stesso modo. Il frutto della creazione, con sfumature diverse, a qualcuno comunicherà qualcosa, mentre a qualcun altro comunicherà (molto probabilmente) altro ancora. Di conseguenza è legittimo supporre che, nel caso di una cover, il cantante cui "viene prestato" il brano in questione provi un'emozione differente, cantando, rispetto a quella provata dall'autore dello stesso.

Ebbene, io - pubblico ho la pretesa, o quantomeno il forte desiderio di cogliere questa differenza.
Cantando Spaccacuore la Pausini cambia il genere degli aggettivi (da maschile a femminile); ma per il resto? A livello emotivo non vi è che un copia-incolla dell'originale. Persino gli arrangiamenti sono identici, al di là di qualche sviolinata in partenza tendente all'elettronico. A dire il vero Laura prova a comunicare qualcosa, ma i suoi tentativi si traducono in banalissimi innalzamenti (molto raramente in abbasamenti) del timbro vocale. Come se a strillare ci si capisse meglio...

Questa, dunque, è un'esecuzione. L'artista non ha aggiunto niente al contenuto originale.

Elisa e l'interpretazione

Prendiamo Elisa, invece.
Almeno tu nell'universo: Mia Martini è una donna che ha sofferto e, con quella canzone, sta pregando il suo uomo, la sta implorando di starle vicino. C'è pathos, sentiamo la sua sofferenza. La musica è testimone di questa sofferenza, a tratti rabbiosa, in maniera imprescindibile: lo capisce chiunque; il ritmo deciso, eppure spezzato di tanto in tanto, è uno specchio dell'anima che sta lì a dimostrarlo.
La versione di Elisa è tutt'altra cosa: da subito ci si rende conto del tono evidentemente più dolce rispetto all'originale. L'arrangiamento è del tutto diverso, a momenti pare quasi un sussurro. Ciò che Mia Martini sta strillando per ottenere Elisa sembra già possederlo: canta, ma non soffre. Parla a una persona reale, non a un lui ipotetico, ed è una persona certamente piena di affetto per lei. Ascoltandola noi stessi ci sentiamo rassicurati.
Una stessa canzone, due chiavi di lettura.

Un'altra sua cover che mi ha colpito moltissimo è stata la versione di Ho messo via, ancora di Ligabue.
Quando è Luciano a suonarla, ci sembra di vederlo: seduto in disparte a un tavolino del Bar Mario, con una birra davanti a sé e un'espressione certo abbastanza cupa. Chi parla è un uomo disincantato che sta facendo un quadro della sua vita: lì c'è un uomo solo e ancora innamorato, convinto che la sua donna non tornerà più.
Ora canta Elisa: potrebbe essere una ragazza intenta a scrivere una pagina del suo diario. Una pagina che però, nonostante le apparenze, non è veramente triste. Anche qui il tono è diverso, se non diametralmente opposto a quello del brano di partenza. Ligabue sta riflettendo con sé stesso, la voce sembra esistere solo nella sua testa. Da parte sua, la bella friulana potrebbe anche averlo di fronte il suo uomo: a parlare non è affatto una donna abbandonata e tra le sue labbra Ho messo via diventa una sconcertante dichiarazione d'amore. Se Elisa te la dedicasse, probabilmente la baceresti.

Questa, dunque, è un'interpretazione. L'artista ha sconvolto il contenuto originale, ma senza apportarvi modifiche sostanziali. Ci sta comunicando il suo punto di vista, le sue emozioni.

Naturale, perciò, che questo tipo di operazione riesca particolarmente bene laddove si trovi un artista completo, o comunque già maturo, che abbia voglia di mettersi in gioco e che sia in grado di muoversi agevolmente tra tutte le altezze possibili della scala musicale.
Quella delle cover, insomma, è una scommessa rischiosa. Le pretese da soddisfare sono tante e il rischio più grande è proprio quello di un autogol a favore della vacuità d'intenzione.

Ma, a quanto pare, se dietro il microfono c'è Elisa questo rischio non lo corriamo.

giovedì 5 settembre 2013

Poesie sparse... 35 - Marilina #4


Il suono dei sorrisi si combina 
con palpebre che sbattono a un sussurro. 
Gli occhi dissotterrati vanno in giro: 
scopro di averli pedinati e visti 
giocare a nascondino con la luna 
eludere gli sguardi non richiesti 
trovare i loro simili per caso 
e starci come i chiodi sulla croce. 
Nasce qualcosa al ritmo delle ciglia: 
l'una nell'altro fissi già si vola 
- ma senza sospirarci mai per nome - 
Quando è il momento poi gridiamo muti.





Questa mi ha portato via più di due settimane... ma credo di poter essere stra - felice del risultato.
Riuscirla a concludere in un modo che mi convincesse appieno mi ha riempito di gioia, come non mi succedeva da un po' di tempo per qualcosa che scrivo.

Determinante è stata la visione di questo video di Elisa a Sanremo 2001. Questa ragazza friulana mi è sempre piaciuta moltissimo sotto ogni punto di vista... secondo il mio modesto parere, è la più grande voce femminile del panorama italiano. Sentirla cantare proprio "Luce" e vederla rispondere così candidamente alle domande della Carrà sul festival mi ha inondato di quel pizzico di tenerezza che mi serviva per concludere questo povero lavoro.




a ogni modo, io l'ho sempre adorata con il taglio pixie. Perciò...


martedì 20 agosto 2013

Poesie sparse... 34


.. working in the fields 
'till you get your back burned 
working neath the wheels 
'till you get your facts learned... 

(Badlands; Bruce Springsteen)



Picchiarono due gocce sul terrazzo 
e di fronte al portone un marciapiede 
rosastro scoloriva via col tempo 
ciclicamente mesto e cadenzato. 
Perché il sole una nuvola oscurava: 
solo una sola nuvola più piena 
di tutto il cielo, meno un solo spicchio. 
Un cielo che non stava solo in cielo 
cielo pure dipinto in molti cuori - 
cuori pieni di cielo e mari e terre 
ma mari di burrasca e terre mosse. 
Perché ogni uomo è intatto - se lo è - 
solo di fuori; e in ogni geografia
dell'anima è una placca dissestata.


Appena un paio di giorni dopo Poesie sparse... 32 avevo intuito che si sarebbe profilato un periodo abbastanza lungo che non mi avrebbe visto scrivere. Il pensiero è nato immediatamente dopo questi versi che, si badi bene, sono figli di una incredibile rabbia rimasta muta, nonché di diverse suggestioni targate Hemingway: insomma, roba mia, ma della quale probabilmente non vorrei nemmeno rivendicare il possesso.
Questi giorni di fine agosto, da parte loro, hanno visto vincere ancora una volta quel solito principio per cui da due grandi fami represse (o inespresse?) - quella di versi e quella d'amore - nasca molto spesso qualcosa di insolitamente bello.
E' una consolazione, per quello che vale. Magra, magrissima, deperita pure: ma, comunque, una consolazione.

Alle prossime puntate.